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Full text of "Rivista italiana di numismatica e scienze affini"

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RIVISTA   ITALIANA 


DI 


NUMISMATICA 

E    SCIENZE    AFFINI 


RIVISTA  ITALIANA 

DI 

NUMISMATICA 

E     SCIENZE    AFFINI 

PUBBUCATA    PER   CURA   DELLA 

SOCIETÀ   NUMISMATICA    ITALIANA 

,  E    DIRETTA    DA 

FRANCESCO  ed  ERCOLE  GNECCHl 


ANNO    XXIX   -    1916    -  VOL.    XXIX 


MILANO 
Casa  Editrice  L.  F.  Cogliati 

Corso  P.  Romana,  N.  17 
I916. 


PROPRIETÀ    LETTERARIA 


SOCIETÀ    iNUMlSMATICA   ITALIANA 


Presidente  Onorario 

S.   M.    VITTORIO   EMANUELE   III 
Re    d'  Italia 

Presidente 

Conte    Comm.   NICOLÒ    PAPADOPOLl 

Senatore   del   Regno. 

Vice -Presidenti 

GNECCHl  Comm.  Francesco   —  GNECCHl  Cav.  Uff.  Ercole 

Consiglieri 

CAGIATI  Avv.  Cav.  Memmo. 

CUNIETTI  CUNIETTI  Barone  Cav.  Alberto. 

JOHNSON  Stefano  Carlo. 

LAFFRANCHl  Lodovico. 

MO  ITA  ing.  Emilio,  Bibliotecario  della  Trivulziana. 

RICCI  Dott.   Serafino,  Conservatore  nel    R.   Gabinetto   Numismatico  di 
Brera  in  Milano. 

Angelo  Maria  Cornelio,  Segretario. 


CONSIGLIO  DI  REDAZIONE  DELLA  RIVISTA  PEL  1916. 

Gnecchi  Francesco  e  Gnecchi  Ercole,  Direttori 

Laffrancmi  Lodovico  —  Motta  Emilio  —  Papadopoli  C.  Nicolò 

Ricci  Serafino. 


FASCICOLO  L 


APPUNTI 


DI 


NUMISMATICA     ROMANA 


CXI  e  CXII. 

LA  FAUNA  E  LA  FLORA 

NEI 

TIPI   MONETALI. 

Molte  piccole  cognizioni,  ciascuna  delle  quali, 
isolatamente,  non  presenta  che  uno  scarso  interesse, 
acquistano  valore  quando,  riunite  in  un  tutto,  possano 
essere  considerate  nel  loro  complesso. 

La  storia  non  è  che  il  risultato  della  ordinata 
riunione  e  della  conseguente  concatenazione  di  fatti, 
che,  per  se  stessi  non  avrebbero  che  piccolissima 
importanza.  La  numismatica  è  un  ramo  della  storia 
e  non  divenne  una  scienza,  se  non  quando  si  pensò 
a  coordinare  le  diverse  monete  in  serie  regolari 
ed  organiche.  Per  arrivare  a  questo  risultato,  fu 
necessario  studiare  uno  ad  uno  i  diversi  elementi 
che  costituiscono  la  moneta.  È  sempre  necessario 
incominciare  dall'analisi  per  arrivare  alla  sintesi. 

La  scienza  numismatica  non  è  semplice,  e  molti 
sono  gli  elementi  che  vi  concorrono:  il  legale,  il 
ponderale,  l'economico,  l'artistico,  il  tipologico,  i 
quali  camminano  bensì  paralleli  ;  ma  hanno  ciascuno 
una  vita  a  se  e  si  mantengono  ben  distinti  l'uno 
dall'altro.  Devono  quindi  essere  studiati  ciascuno  se- 


12  FR.    GNECCHI    —   LA   FAUNA   E    LA   FLORA 

paratamente.  Lasciando  tutti  gli  altri  in  disparte,  non 
è  che  del  tipologico  che  qui  intendiamo  occuparci  ; 
anzi  di  un  solo  ramo  di  questo,  perchè  esso  pure  è  già 
complesso,  abbracciando  parecchie  categorie  di  figu- 
razioni, di  persone,  di  oggetti,  di  idee.  Nessuna  di 
tali  categorie  va  trascurata  da  chi  vuol  penetrare 
nello  spirito  della  monetazione  romana,  perchè  nulla 
vi  fu  introdotto  a  caso  e  tutto  vi  trova  la  sua  ra- 
gione, tutto  ha  un  significato....  ciò  che  certamente 
non  si  potrebbe  dire  delle  monetazioni  moderne. 

Air  inizio  degli  studii  numismatici,  la  prima  at- 
tenzione fu  rivolta  alle  effigi  dei  principi,  come  quelle 
che  offrivano  il  massimo  interesse.  Si  passò  poi  alle 
figurazioni  dei  rovesci  e,  in  prima  linea,  vennero  gli 
dei,  i  semidei,  gh  eroi,  le  personificazioni  allegoriche, 
gli  avvenimenti  storici  o  leggendarii. 

Se  questi  elementi  furono,  qual  più  qual  meno, 
fatti  oggetto  di  osservazione  e  di  studio,  ve  ne  sono 
altri  che  furono  dimenticati  e,  fra  questi,  noto  i  due 
regni  della  natura,  l'animale  —  escluso  l'uomo  s'in- 
tende —  e   il  vegetale. 

Abbiamo  bensì  qualche  lavoro  particolareggiato 
sull'uno  o  sull'altro  soggetto  del  primo,  meno  ab- 
biamo sul  secondo  ;  ma  uno  complessivo  sulla  Fauna 
e  sulla  Flora  non  mi  consta  sia  stato  fatto  da  al- 
cuno. Io  stesso,  che  all'argomento  ho  dedicato  qual- 
che studio  (i),  mi  accorgo  di  non  avere  neppure  ac- 
cennato alla  parte  che  ora  sto  per  esporre. 

Eppure  il  simboHsmo  animale  e  floreale  segue 
e  pervade,  al  pari  degli  altri  menzionati,  tutta  la 
numismatica  romana  e  la  sua  persistenza  e  il  suo 
interesse  —  non  lo  prevedevo  iniziando   questo   la- 


(l)  Vedi  in  Rivista  Hai.  di  Numism.,  1905.  Le  Personificazioni  alle- 
goriche stille  monete  imperiali.  Ibidem,  1906.  Gli  Dei ^  i  Semidei  e  gli  Eroi 
e  1907,  Hoepli,  Milano.  Tipi  monetarii  di  Roma  imperiale. 


NEI   TIPI    MONETALI   ROMANI  I3 


voro  ;  ma  me  ne  sono  persuaso  strada  facendo  — 
non  sono  minori  di  quelli  dei  fatti  umani  o  delle  rie- 
vocazioni degli  dei.  Io  non  saprei  citare  un  soggetto 
umano  o  divino  che  abbia  avuto  una  più  lunga  per- 
sistenza di  due  umili  soggetti  della  Fauna  e  della 
Flora,  il  Cavallo  e  l'Alloro;  ne  trovo  quale  dio,  od 
eroe  della  favola  possa  riuscire  moralmente  o  religio- 
samente interessante  quanto  lo  sono,  sotto  il  rapporto 
politico  ed  economico,  l'Aquila  e  la  Spiga  di  grano. 

La  testa  del  Cavallo  apparve  sulle  monete  prima 
di  quelle  di  Giove.  L'Alloro  coronò  il  capo  delle 
prime  divinità  stampate  sulle  monete,  simbolo  di 
gloria  e  di  vittoria.  Gli  dei  sono  tutti  morti  da  molto 
tempo  nella  numismatica  e  in  tutto  il  resto....  ma  il 
Cavallo  vive  ancora  e  di  qual  vita  !  L'Alloro,  dopo 
venticinque  secoli,  conserva  ancora  tutta  la  sua  fre- 
schezza e  tutto  il  suo  significato. 

L'Aquila  sorge  col  nascere  di  Roma  ;  domina 
tutti  i  momenti  importanti  della  storia  romana;  guida 
le  legioni  alla  conquista  del  mondo,  segue  e  rappre- 
senta tutte  le  vittorie.  Non  raccoglie  le  sue  ali  spie- 
gate alla  gloria,  se  non  quando  s'affievolisce  il  po- 
tere di  Roma,  segnando  il  decadimento  dell'  impero. 
La  Spiga,  il  simbolo  dell'alimentazione,  segue  senza 
interruzione  l'andamento  economico  del  mondo  ro- 
mano, accenna  e  commemora  i  buoni  rifornimenti 
dello  stato  e,  quasi  in  segno  di  rimprovero  a  chi 
reggeva  la  cosa  pubblica,  scompare  nei  tempi  della 
miseria.  Così  le  belve  segnano  i  tempi  dei  circensi, 
l'Alloro,  la  Palma  e  la  Quercia  le  glorie  dei  prin- 
cipi, le  vittorie  delle  Legioni  e  la  felicità  del  popolo. 

Dare  una  breve  monografia  di  ciascun  soggetto 
della  Fauna  e  della  Flora,  rilevarne  nei  limiti  del 
possibile  l'origine,  il  significato  e  l'influenza,  e  se- 
gnare finalmente  in  un  prospetto  sinottico  l'entrata, 
lo  sviluppo  e  la  scomparsa   di   ciascuno,  attraverso 


14  FR.    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E    LA   FLORA 

la  monetazione  repubblicana  e  la  imperiale,  in  ordine 
cronologico,  ecco  lo  scopo  che  mi  sono  prefisso. 

Seguendo  il  quale,  non  solo  mi  parve  talvolta 
opportuno  accennare  all'origine  e  alla  parte  che 
molti  soggetti  avevano  avuto  in  monetazioni  ante- 
riori e  specialmente  nella  greca;  ma  mi  lasciai  an- 
che trascinare  ad  aggiungere  qualche  accenno  in- 
torno a  taluni,  che,  dopo  il  transito  nella  romana, 
ebbero  ancora  tanta  vitalità,  da  persistere  nella  me- 
dioevale e  di  arrivare  anche  alla  moderna. 

Mi  parve  che  un  poco  di  contorno  contribuisca 
a  dar  valore  alla  figura  principale  del  quadro. 

L'argomento,  per  essere  trattato  a  fondo,  richie- 
derebbe proporzioni  ben  maggiori  di  quelle  che  for- 
zatamente mi  sono  imposto,  scrivendo  un  Appunto 
per  la  nostra  Rivista.  Il  mio  piccolo  studio,  non 
pretende  quindi  di  esaurire  l'argomento  ;  le  note 
storiche  o  mitologiche  non  sono  che  embrionah,  le 
citazioni  di  monete  limitate  al  puro  necessario,  sono 
ben  lontane  dall'essere  complete,  e  le  ho  omesse, 
quando  la  leggenda  vi  supplisce  (^). 

Ad  ogni  modo,  sarà  sufficiente  a  dare  un'  idea 
dell'  importanza  e  dell'  interesse  dei  due  nuovi  ele- 
menti della  Tipologia  romana  e  potrà  preparare  ad 
altri  la  via  per  un  lavoro  più  completo. 

Milano,  novembre  iprj-marso  jgió. 

Fr.  Gnecchi. 


(i)  Le  citazioni  si  riferiscono  al  Cohen  {Description  hisiorique  des 
monnaies  frappées  sous  l'empire  romain.  Paris,  2."  ed.,  1880-1892)  per  le 
monete  imperiali,  ai  miei  Medaglioni  romani  (Milano,  Hoepli,  1911)  per 
quanto  li  riguardano,  al  Corpus  Nummorum  Italicorutn  (Roma  dal  1910 
in  corsp  di  pubblicazione)  per  alcune  delle  poche  monete  medioevali. 
Quanto  alle  monete  della  repubblica,  essendo  tanto  facile  rintracciarle 
quando  si  conosca  il  nome  del  magistrato  che  le  ha  coniate,  invece  di 
citare  il  Babelon,  ho  preferito  dare  il  nome  del  nìagistrato  coll'anno 
della  coniazione  ;   parendomi  interessante  anche  il  seguito  cronologico. 


NEI    TIPI   MONETALI   ROMANI  15 


PARTE  I. 
LA    FAUNA. 

(Tav.  1,  li,  III  e  IV). 


La  Fauna  ha  il  vanto  dell'assoluta  priorità  sui  tipi  che 
vennero  stampati  sulle  monete;  gli  animali  ebbero  l'onore  di 
fornire  i  primissimi  elementi  alla  tipologia  monetaria.  Le  pri- 
missime monete  della  Lidia,  ove  si  crede  che  la  moneta 
abbia  avuta  la  sua  origine,  non  portavano  alcun  tipo;  ma 
la  semplice  impressione  di  un  ponzone  quadrato  da  un  lato 
e  alcune  striature  irregolari  dall'altro.  Quando  si  trovò  ne- 
cessario, per  conferir  loro  autorità  e  garanzia,  di  imprimervi 
un  tipo,  vi  si  stampò  una  testa  di  toro,  di  leone  o  d'altro 
animale.  Non  fu  che  più  tardi,  che  gli  uomini  e  gli  dei  vi 
presero  la  loro  parte. 

Pare  che  i  magistrati  monetari  e  gli  artisti  primitivi  non 
avessero  trovato  di  meglio  che  gli  animali,  per  esprimere  i 
loro  concetti  e  per  simboleggiare  le  allusioni  alle  località, 
alle  attitudini,  alle  glorie  e  alle  aspirazioni  di  un  popolo. 

Per  essi  il  Cavallo  esprimeva  il  concetto  di  un  popolo 
guerriero,  l'Aquila  e  il  Leone  accennavano  all'idea  di  forza  e 
di  predominio  ;  il  Delfino,  la  Conchiglia,  il  Granchio  erano 
simboli  di  un  paese  marinaro. 

Queste  le  primitive  indicazioni  dirette  degli  animali  per 
sé  stessi.  Vennero  poi  le  indicazioni  riflesse. 

Molti  animali  già  antichissimamente  erano  stati  accapar- 
rati da  diverse  divinità  ;  ne  rimasero  il  simbolo  e  servirono 
a  rappresentare  la  divinità  stessa  cui  erano  legati.  Così  Mi- 


l6  FR.    GNECCHI   —   LA    FAUNA    E   LA    FLORA 

nerva  veniva  rappresentata  dal  suo  simbolo,  la  Civetta,  Giove 
dall'Aquila,  Bacco  dalla  Pantera. 

E  v'ebbero  pure  le  rappresentazioni  geografiche;  il  Coc- 
codrillo divenne  simbolo  dell'  Egitto,    il    Toro    dell'Armenia. 

Seguendo  l'esempio  della  Grecia,  le  prime  monetazioni 
italiche  si  basarono  sulla  Fauna  e  la  grande  prevalenza  di 
questa  perdura  anche  nella  monetazione  Romano  Campana. 

Durante  la  repubblica  e  l'impero,  i  tipi  animali  andarono 
gradatamente  diradando,  mano  mano  che  nella  monetazione 
si  introducevano  nuovi  tipi  religiosi,  politici,  sociali,  portati 
dal  progredire  della  civiltà. 

I  tipi  nuovi,  cui  bisognava  far  posto,  divenivano  sempre 
più  numerosi,  cosicché  la  Fauna  non  vi  potè  conservare  a 
lungo  la  parte  preponderante,  che  aveva  conservata  nella 
greca,  ove  alcuni  tipi,  come  la  Civetta  ad  Atene,  il  Lepre 
a  Messina  perdurarono  per  secoli  :  ma  pure  il  numero  delle 
monete  romane  è  così  grande,  che  un  largo  posto  rimase 
sempre  anche  alla  Fauna. 

*     * 

Non  tutti  i  Tipi  d'animali  hanno  il  medesimo  interesse  e 
la  medesima  importanza,  non  tutti  la  medesima  durata  e  non 
tutti  vanno  considerati  sotto  il  medesimo  punto  di  vista. 
Altra  è  l' importanza  della  Lupa  coi  Gemelli,  il  simbolo  più 
tipico  di  Roma,  altra  quella  di  una  Tigre  o  di  un  Orso  che 
lottano  nel  circo.  Alcuni  tipi  non  sono  che  occasionali  e  non 
vi  fanno  che  una  o  due  apparizioni,  mentre  altri  vi  perdu- 
rano per  lunghissime  epoche.  Gli  animali  poi,  come  molte 
altre  figurazioni,  vi  stanno  in  diversi  modi  e,  a  seconda  dei 
modi,  assumono  maggiore  o  minore  importanza. 

Talora  vi  sono  rappresentati  veramente  come  Tipo,  nel 
significato  allegorico  loro  attribuito.  Questi  sono  i  casi  in  cui 
la  rappresentazione  di  un  animale  assume  la  sua  massima 
espressione.  Ma  talvolta  l'animale  non  occupa  che  un  posto 
secondario,  come  l'Aquila  ai  piedi    di    Giove,    il    Cane   o   il 


NEI  TIPI   MONETALI  ROMANI  I*^ 

Cervo  accanto  a  Diana,  il  Pavone  accanto  a  Giunone.  E 
sempre  il  significato  simbolico  che  si  vuol  rendere;  ma  l'ani- 
male non  è  più  che  il  complemento  della  rappresentazione 
di  una  divinità.  Talvolta  ancora  l'animale  rappresenta  il  dio 
o  l'eroe  che  lo  ha  vinto  o  abbattuto,  come  il  Cinghiale  eri- 
manteo  è  posto  talora  a  rappresentare  Ercole.  Domina  solo 
come  tipo,  ma  la  leggenda  ne  spiega  il  significato  HERCVLI 
CONS  AVG  {Gallieno).  Altra  volta  un  animale  simbolico  è 
posto  ad  affermare  la  qualità  del  personaggio  rappresentato, 
come  il  piccolo  Delfino  dietro  la  testa  di  Pompeo,  indica  la 
sua  qualità  di  PRAEFECTVS  CLASSIS  ET  ORAE  MARITTIMAE. 

Durante  la  Repubblica,  molti  animali  furono  assunti,  per 
somiglianza  di  nome,  quali  emblemi  di  famiglia  e  furono 
stampati  sulle  monete,  quando  dalla  famiglia  uscì  un  magi- 
strato monetario.  Quei  monetari  erano  amanti  dei  rebus  e 
dei  giuochi  di  parole,  Voconio  Vitulo  scelse  come  suo  stemma 
e  stampò  sulle  monete  un  Vitello,  L.  Torio  Balbo  aveva 
scelto  un  Toro.  Di  parecchie  di  tali  espressioni  simboliche 
ci  venne  dato  di  ritracciare  il  significato  —  e  non  era  diffi- 
cile —  all'epoca  in  cui  i  monetari,  accanto  al  simbolo,  met- 
tevano il  loro  nome,  come  nei  due  casi  citati.  Ma  nei  tempi 
più  remoti,  quando  il  bronzo  e  anche  l'argento  repubblicano 
era  anepigrafo,  abbiamo  molti  simboli,  che  certamente  deb- 
bono aver  avuto  un  significato,  ma  che  ci  rimangono  affatto 
misteriosi  e  assai  probabilmente  rimarranno  tali  per  sempre. 

Per  esaurire  l' argomento ,  bisogna  accennare  anche 
alla  numerosissima  schiera  d'animali  —  o  di  parti  d'animali 
perchè  in  questa  categoria  sono  talvolta  rappresentati  anche 
la  sola  testa  o  un  altro  membro  —  che,  insieme  ad  altri 
oggetti,  a  numeri,  a  lettere  alfabetiche  formano,  durante  la 
repubblica,  la  serie  che  generalmente  si  dice  dei  piccoli  sim- 
boli, ma  che  io  più  volentieri  direi  dei  piccoli  segni  varianti, 
perchè  veramente  non  vogliono  simboleggiar  nulla  ;  non  sono 
che  il  risultato  di  una  bizzarria  e  non  servirono  ad  altro 
che  a  soddisfare  il  gusto  di  varietà  e  di  vanità  di  alcuni 
magistrati  monetari,  fra  cui  primeggiano    i  Calpurnii,    e    se- 

3 


[3 


FR.   GNECCHI 


LA    FAUNA   E    LA    FLORA 


guono  L.  Pletorio,  C.  Mario  Capitone,  L.  Papio,  D.  Silano 
e  parecchi  altri. 

Questi  piccoli  segni  varianti,  non  avendo  significato  in- 
dividuale, non  hanno  interesse  nel  nostro  argomento  e  sono 
quindi  esclusi  dalla  nostra  descrizione. 

Gli  animali  rappresentati  nelle  monete  non  sono  tutti 
animali  reali.  Alla  Fauna  naturale  venne  ad  aggiungersi  la 
fantastica,  comprendente  gli  esseri  immaginari  come  Cer- 
bero dalle  tre  teste,  l'Idra  dalle  sette  teste,  oppure  quelli 
in  cui  vennero  riunite  parti  di  diversi  individui,  quelli  cioè 
che  furono  composti  con  una  parte  dell'uomo  e  il  resto  di 
un  altro  animale.  Così  il  Centauro  metà  uomo  e  metà  cavallo, 
la  Sirena  metà  donna  e  metà  pesce. 

Per  semplificazione  e  perchè  tutti  i  singoli  soggetti  vanno 
presi  nel  loro  significato  simbolico,  ho  tenuto  un  ordine  al- 
fabetico unico,  nel  quale  ho  riunito  la  Fauna  reale  e  la  fan- 
tastica, formando  così  un  totale  di  74  voci,  ossia  : 


Aquila 
Ariete  (Pecora 

Agnello) 
Asino 
Bove 

Bove    a  faccia 

umana 
Camello 
Cane 

Capro-Capra 
Capricorno 
Cavallo 
Centauro 
Cerbero 
Cervo 
Cicala 
Cicogna 
Cinghiale 
Civetta 
Coccodrillo 


Coleottero 

Colomba 

Conchiglia 

bivalve 
Conchiglia 

elicoidale 
Coniglio 
Cornacchia 
Corvo 
Delfino 
Drago 
Elefante 
Farfalla 
Fenice 
Gabbiano 
Gallo 
Gazzella 
Giovenca 
Giraffa 
Granchio 


Grifone 

Rana 

Ibis 

Rinoceronte 

Idra 

Rombo 

Ippocampo 
Ippopotamo 
Leone 
Lepre 

Satiro 
Scarabeo 
Scorpione 
Scrofa 

Lupa 
Minotauro 

Serpente 
Sfinge 

Mulo-Mula 

Sirena 

Orso 

Sorcio 

Pantera 

Struzzo 

Pantera  alata 

Testuggine 

Pavone 

Tigre 

Pegaso 
Pesce 

Toro 
Toro  alato 

Polipo 
Pollo 

Tritone 
Uccello. 

Porco 

Vitello 

NEI   TIPI    MONETALI    ROMANI  I9 


ELENCO  DEGLI  ANIMALI   E  TIPI  RELATIVI 


AQUILA. 

Ab  Jove  initium.  L'Aquila  ci  si  presenta  prima  nella 
serie.  La  regina  dei  cielo,  che,  come  il  più  ardito  e  il  più 
forte  dei  volatili,  venne  destinata  a  rappresentare  il  Sommo 
Giove  —  A  nido  devota  Tonanti  —  era  naturale  che,  quale 
simbolo  di  dominio,  fosse  anche  scelta  a  rappresentare  il  po- 
polo dominatore.  E  così  fu.  Essa  venne  adottata  fino  dai 
primissimi  tempi  e  non  abbandonò  mai  più  la  monetazione 
romana  repubblicana  e  imperiale  fino  alla  decadenza,  soste- 
nendovi una  parte  assai  più  elevata  di  quella,  pure  impor- 
tante, che  le  era  stata  assegnata  nella  numismatica  greca. 

In  questa  non  rappresentava  che  l'egemonia  talvolta  mo- 
mentanea d'una  città  o  d'un  popolo  ;  nella  romana  rappre- 
senta oltre  venti  secoli  di   incontestata    egemonia    mondiale. 

Essa  fa  la  sua  prima  apparizione  nell'aes  grave  italico,  e 
precisamente  nell'asse  di  Riete  in  Sabinia,  nel  quale  ci  offre 
l'unico  esempio  di  un'Aquila  marina,  poggiata  su  di  un 
pesce  simboleggiante  il  lago  che  esisteva  presso  quella  città, 
rinomato  per  un'isola  natante. 

Non  essendovi  luogo  per  l'Aquila  nella  serie  dell'asse 
hbrale,  la  sola  serie  dove,  come  è  noto,  non  figurano  che 
teste  di  divinità  al  diritto  e  la  prora  al  rovescio,  essa 
ci  appare  per  la  prima  volta  in  Roma,  poggiata  sul  fulmine, 
nel  pezzo  quadrilatero  avente  al  rovescio  il  Pegaso  con 
r  iscrizione  ROMANORVM  e  contemporaneamente  nei  pri- 
missimi aurei  romani  coniati  nella  Campania.  La  troviamo 
poi,  come  Tipo,  quasi  sempre  poggiata  sul  fulmine,  nei  de- 
narii  di  L.  Aurelio  Cotta,  90  a.  C,  Cn.  Cornelio  Lentulo,  84 
a.  C,  Pomponio  Rufo  71  a.  C,  Pletorio  Cestiano  69  a.  C. 
Q.  Cassio  Longino,  60  a.  C,  M.  Cordio  Rufo,  M.  Terenzio 
Varrone,  49  a.  C.  e  Petillio  Capitolino,  43  a.  C. 

Una  testa  d'Aquila  forma  spesso  l'ornamento  del  casco 
della  dea  Roma  in  molti  denarii  repubblicani  e  nel  decapondio. 


20  FR,  GNECCHI  —  LA  FAUNA  E  LA  FLORA 

Stabilito  r  impero,  l'Aquila  è  raramente  poggiata  sul 
fulmine  ;  essa  non  designa  più  il  dominio  agognato,  ma  il 
dominio  raggiunto.  Augusto  la  rappresenta  ora  sul  globo, 
ora  su  di  una  corona  d'alloro  ;  in  seguito  la  vediamo  anche 
su  di  uno  scettro  o  su  di  un'ara  o  al  cuspide  di  un  tempio. 
L'Aquila,  quale  Tipo,  dopo  Augusto,  compare  ancora 
sulle  monete  di  Vespasiano  (Cohen,  120  a  122),  di  Tito 
(Coh.,  59,  61),  di  Domiziano  (Coh.,  319,  358,  359),  di  Trajano 
(Coh.,  96,  541),  di  Adriano  (Coh.,  427-29,  504-5,  1 166-7),  di 
Antonino  Pio  (Coh.,   179,  180,  346). 

Dall'epoca  di  Trajano  l'Aquila  viene  dedicata  in  modo 
speciale  alle  monete  di  Consacrazione.  Incomincia  con  Mar- 
ciana (Coh.,  3  a  9),  Matidia  (Coh.,  i  a  6),  Sabina  (Coh.,  27- 
34)  e  Faustina  madre  (Coh.,  182-5),  finché  il  Pavone  venne 
a  sostituirla  per  le  Auguste  e  prosegue  con  gli  Augusti, 
Antonino  Pio  (Coh.,  153-63),  M.  Aurelio  (Coh.,  78  a  94),  Vero 
(Coh.,  55-57),  Commodo  (Coh.,  61),  Pertinace  (Coh.,  6  a  io). 
Severo  (Coh.,  81-86),  Caracalla  (Coh.,  32-33),  Salonino  (Coh., 
2-5,  7-11),  Vittorino  (Coh.,  22-27),  Tetrico  padre  (Coh.,  29), 
Claudio  Gotico  (Coh.,  41-46),  Caro  (Coh.,  1422),  Nigri- 
niano  (Coh.,  2-3),  Costanzo  Cloro  (Coh.,  26,  26),  Galeno 
Massimiano  (Coh.,  14-20),  Romolo  (Coh.,  1-12),  sempre  con 
le  leggende  CONSECRATIO  o  AETERNA  MEMORIA.  In  via  ge- 
nerale, per  le  Consacrazioni  delle  Auguste,  l'Aquila  poggia 
sullo  scettro;  per  quelle  degli  Augusti,  il  più  sovente,  sul 
globo;  ma  alle  volte  è  spiegata  al  volo,  trasportando  in  cielo 
l'imperatore  o  l'imperatrice. 

La  troviamo  inoltre  come  simbolo,  quasi  sempre  ai  piedi 
di  Giove,  e  sovente  con  una  corona  nel  rostro,  nelle  nume- 
rosissime rappresentazioni  del  massimo  dio  romano,  durante 
i  primi  quattro  secoli  dell'era  nostra. 

Spesso  la  vediamo  come  termine  glorioso  dello  scettro 
imperiale  e,  all'  epoca  della  tetrarchia,  una  testa  d'Aquila 
fregia  sovente  il  collo  o  il  petto  dell'Augusto,  il  quale  tiene 
pure  talvolta  una  testa  d'Aquila  fra  le  mani,  o  stringe  l'elsa 
di  una  spada,  il  cui  pomo  è  formato  da  una  testa  d'Aquila. 

In  seguito  essa  culmina  la  volta  dei  tempii  dedicati  alla 
memoria  degli  Augusti,  AETERNAE  MEMORIAE. 

All'epoca  costantiniana   l'Aquila  porta   lo   stesso   Giove 


NEI   TIPI   MONETALI   ROMANI  21 


nelle  vie  dei  cieli;  vedasi  Licinio  padre  (Coh.,  96  a  loi),  Co- 
stantino Magno  (Coh.,  293). 

Quale  il  più  vero  e  più  spiccato  simbolo  della  potenza 
romana,  la  troviamo  su  innumerevoli  monete  rappresentanti 
quelle  insegne  gloriose  che  dovevano  impiantarsi  in  tutto  il 
mondo,  apportatrici  prima  di  guerra,  poi  di  civiltà. 

In  quale  onore  fosse  tenuta  in  Roma  l'Aquila  imperiale, 
insegna  del  supremo  potere  militare,  ci  riesce  chiaro  nel  de- 
nari© d'Augusto  (Coh-,  248)  in  cui  domina,  coronata  da  un 
trofeo,  fra  due  insegne  ;  in  altri  aurei  o  denarii,  in  cui  è  af- 
fidata a  Marte  SIGNIS  RECEPTIS  (Coh.,  258)  o  è  collocata 
nel  Tempio  di  Marte  vendicatore  MARTI  VLTORI  (Coh.,  189); 
oppure  fra  due  insegne  (Coh.,  248)  o  imbrandita  da  Marte 
nel  centro  dello  stesso  tempio  (Coh.,  193  e  segg.);  o  in  altri 
ancora,  nei  quali  le  è  dedicata  una  quadriga  trionfale  S  P  Q  R 
(Coh.,  273  e  segg.);  infine  in  altri,  nei  quali  il  carro  che  la 
porta  è  collocato  nel  tempio  di  Marte  (Coh.,  278  e  segg.). 

Molte  volte  le  Aquile  romane  figurano  incidentalmente 
sulle  monete  rappresentanti  scene  di  Allocuzione,  di  Vittoria, 
di  Trionfi;  talvolta  invece  sulle  monete  coniate  appositamente 
per  l'esercito,  di  cui  la  serie  più  ricca  è  quella  delle  legioni  e 
delle  coorti  di  M.  Antonio,  a  cui  fa  seguito  quella  di  Set- 
timio Severo  e  d'altri  imperatori.  In  queste  monete  l'Aquila 
legionaria  è  collocata  fra  due  insegne  militari. 

L'Aquila  non  cessa  dal  fare  le  sue  apparizioni,  nell'uno 
o  nell'altro  modo,  se  non  quando,  accentuata  la  decadenza, 
i  simboli  avevano  perduta  la  loro  significazione  e  ai  tipi 
forti  e  veri,  nella  monetazione,  s'era  andato  sostituendo,  con 
la  divisione  dell'impero,  il  tipo  unico,  vano  e  bugiardo  della 
Vittoria  con  la  croce  sulle  monete  d'oro,  rappresentazione 
che  equivaleva  alla  completa  mancanza  di  tipi  dell'argento 
e  del  rame. 

L'Aquila,  che  aveva  assunto  la  massima  importanza  nella 
numismatica  romana,  e  che  era  scomparsa  al  momento  della 
decadenza,  risorge  col  risorgere  delle  libertà  italiane  e,  per 
tutto  il  medioevo,  mantiene  il  suo  primato  nella  nostra  serie 
monetaria.  Su  molte  monete  figura  come  Tipo,  citerò  le 
zecche  di  Desana,  Messerano,  Bozzolo,  Castiglione  delle  Sti- 


22  FR.    GNECCHI    —   LA    FAUNA    E    LA    FLORA 

viere,  Como,  Maccagno,  Mantova,  Milano,  Mirandola,  Pisa, 
Lucca,  Messina,  ecc.,  ecc. 

Attraverso  i  secoli  essa  sempre  rimase  l'emblema  del 
potere  e,  modificandosi,  stilizzandosi,  a  seconda  dell'arte  pre- 
dominante, durò  fino  ai  nostri  giorni,  in  cui  ancora  spiega 
le  sue  ali  negli  stemmi  e  nelle  monete  di  molte  nazioni,  ora 
emblema  di  giusto  e  liberale  potere,  ora  di  aggressione,  di 
conquista,  di  rapacità. 

L'Aquila  Sabauda,  che  già  rifulse  sulle  monete  di  Ame- 
deo V  {Corpus,  I  a  29),  al  principio  del  1300,  è  ancora 
ben  viva  oggidì  e,  vessillo  di  libertà  e  di  patria,  sta  ancora 
sorvegliando  le  Alpi  e  guidando  i  nostri  bravi  soldati  alla 
rivendicazione  dei  sacri  diritti  d' Italia  nostra  contro 

"  l'Aquila  grifagna 
Che,  per  piti  divorar,  due  becchi  porta  „. 


ARIETE. 

PECORA    —    AGNELLO. 

La  testa  dell'Ariete  figura  nell'asse  dei  Vestini  e  in  altri 
spezzati  delle  monetazioni  primitive  dell'Italia  Centrale.  Pro- 
babilmente si  intendeva  accennare  a  una  ricchezza  agricola 
paesana  o  forse  anche  rammentare  un  antico  mezzo  di  scam- 
bio, pecus. 

L'Ariete,  dominante  come  Tipo  nel  campo  della  moneta, 
non  lo  troviamo  che  nel  denario  di  L.  Rustio,  71  a.  C, 
mentre  in  altro  monetario  della  stessa  famiglia,  Q.  Rustio, 
19  a.  C,  abbiamo  un'ara  ornata  di  due  teste  d'Ariete,  col 
che  si  chiude  la  sua  rappresentazione  nelle  monete  repub- 
blicane. 

Per  quanto  l'Ariete  sia  un  animale  bellicoso  e  pugnace, 
tanto  che  venne  dato  il  suo  nome  a  una  macchina  di  guerra, 
non  credo  che  questa  sia  la  ragione  del  suo  trovarsi  sulle 
monete  dei  Rustii.  Probabilmente  dobbiamo  cercarne  una 
più  umile  e  più  casalinga.  Sarebbe  per  esempio  bastato  che 
la  lana  avesse  già  costituita  l'antica  industria  dei  Rustii, 
perchè,  all'entrare    di    un    membro    nel    collegio    monetario, 


NEI   TIPI   MONETALI    ROMANI  23 

avesse  assunto  l'Ariete  quale  emblema  di  famiglia.  Come  ab- 
biamo già  osservato,  ciò  era  perfettamente  nell'ordine  d'idee 
di  quei  monetarii,  e  neppure  i  loro  lontani  discendenti  li 
smentiscono.  Il  fatto  si  rinnova  anche  al  giorno  d'oggi  e 
potrei  citare  il  caso  di  fortunato  lanajuolo,  che,  entrato  nella 
classe  della  nobiltà,  ornò,  appunto  come  riconoscenza  e  come 
simbolo  della  sua  fortuna,  il  suo  nuovo  stemma  colla  testa 
di  un  montone. 

Nei  tempi  imperiali  l'Ariete  non  è  riprodotto  che  su  al- 
cuni medaglioni  d'Adriano  (Gn.,  i6  a  23),  di  Antonino  Pio 
(Gn.,  29)  ;  ma  semplicemente  come  vittima  condotta  al  sa- 
crificio. 

L'Ariete  però  aveva  già  ab  antiquo  il  suo  posto  an- 
che nel  cielo  fra  le  Costellazioni  e  ciò  gli  conferì  l'onore  di 
ornare  colle  sue  spoglie  o,  per  meglio  dire,  col  suo  corno 
ricurvo  il  capo  del  sommo  dio  romano,  quale  era  venerato 
nella  Libia,  sotto  il  nome  di  Giove  Ammone,  In  tale  strano 
abbigliamento,  lo  vediamo  la  prima  volta  nell'aureo  e  in 
un  denari©  di  Q.  Cornuficio,  46  a.  C.  e  in  altro  di  L.  Pi- 
nario  Scarpo,  31  a.  C.  ;  poi,  passando  all'impero,  in  un 
bel  medaglione  di  Trajano  (Gn.,  5),  in  un  piccolo  bronzo 
d'Adriano  (Gn.  136),  in  altro  di  M.  Aurelio  (Gn.,  108  a  no) 
e  finalmente  in  un  aureo  di  Settimio  Severo,  con  la  leg- 
genda lOVI  VICTORI. 

La  Legione  I  M{mervtna)  di  Carausio  ha  per  suo  em- 
blema TAriete  e,  sotto  Vittorino  padre,  emblema  della  me- 
desima Legione  PRIMA  MINERVINÀ  è  una  Vittoria  seguita 
dall'Ariete. 

In  un  piccolo  bronzo  di  Giuliano  II  abbiamo,  un'Aquila 
e  un  Ariete  in  una  corona  votiva  (Coh.,  138),  forse  come 
omaggio  di  vittoria  a  due  legioni,  se  ne  riteniamo  quei  due 
animali  gli  emblemi. 

Della  femmina  dell'Ariete,  non  conosco  che  un'unica 
apparizione  in  un  denario  di  Vespasiano,  nel  quale  un  pa- 
store sta  mungendo  una  Pecora,  denario  che  appartiene  alla 
mia  collezione  e  che  pubblicai  nel  1899  (^X 

Se,  per  completare  la  famiglia,  dobbiamo  comprendervi 


(i)  Rivista  Italiana  di  Numismatica,  pag.  439,  n.  31. 


24  FR.   GNECCrtl    —   LA   PAÙNA   E   LA   FLORA 

anche  la  prole,  cioè  l'Agnello,  esso  è  rappresentato  su  di  un 
raro  bronzo  d'Augusto  (Coh.,  250)  quale  una  delle  due  vittime 
destinate  al  sacrificio,  collocate  su  due  basi  ai  lati  del  tempio. 
Le  due  vittime,  stando  a  quanto  dice  Prudenzio,  dovevano  es- 
sere un  Agnello  e  un  Vitello,  e  tali  appaiono  realmente  sugli 
esemplari  bene  conservati.  È  forse  lecito  riconoscere  l'Agnello 
anche  nel  grazioso  animaletto  che,  ritto  in  piedi  o  talora  saltel- 
lante, offre  le  sue  zampe  anteriori  all'Autunno  nella  nota  rap- 
presentazione delle  quattro  Stagioni  (vedi  la  voce  Lepre), 

L'Ariete  compare  abbondantemente,  nella  sua  spoglia 
costituente  il  toson  d'oro,  in  molte  monete  coniate  in  Itaha 
da  dominazioni  straniere  e  specialmente  dalla  spagnuola. 

Il  dolce  Agnello  si  trasformò  nell'Agnello  mistico  o  nel- 
V Agnus  Dei  e,  come  tale,  figura  su  parecchie  monete  me- 
dioevali (Monferrato,  Rodi,  ecc.)  e  su  molte  medaglie  sacre, 
anche  moderne. 

ASINO. 

Anche  1'  umile  e  paziente  somaro  ha  l'onore  di  figurare 
simbolicamente  in  alcune  monete  imperiali  e,  se  non  il  suo 
corpo  intero,  offre  la  sua  testa,  come  emblema  di  una  pro- 
vincia barbara,  ma  felice.  L'Asino  simboleggia  la  Dacia  e  la 
sua  testa  rimpiazza  l'Aquila  romana  sulle  insegne  mihtari 
di  quella  Provincia.  -  Caput  asininum  Dacorum  arma  -  nelle 
monete  degli  imperatori  Trajano  Decio,  Gallieno  e  Aure- 
liano. Su  alcune  di  queste  monete,  che  portano  la  personi- 
ficazione della  provincia,  è  scritto  semplicemente  DACIA»  su 
altre  DACIA  FELIX.  Se  poi  questa  leggenda,  alla  metà  del 
terzo  secolo,  fosse  veritiera  non  oserei  garantire.  Al  tempo 
del  primo  Trajano,  quando  avvenne  la  conquista  romana,  sia 
che  la  dicessero  DACIA  CAPTA,  oppure  DACIA  AVGVSTA 
PROVINCIA,  essa  figurava  legata,  inginocchiata  e  in  lagrime 
su  di  un  mucchio  d'armi,  come  una  semplice  schiava. 

L' intera  figurazione  dell'Asino  non  compare  che  in  una 
tessera  mitologica  dell'alto  impero,  ove,  con  aria  stanca,  porta 
Silene  quale  cavaliere  (Coh.,  3). 

Il  modesto  quadrupede  non  trovò  fortuna  nella  numisma- 
tica medioevale  e  moderna. 


NEI    TIPI    MONETALI   ROMANI  25 


BOVE. 

Il  pio  Bove  è  l'emblema  dell'Agricoltura  e  insieme  della 
Pietà.  Come  uno  degli  animali  nostrani  più  noti,  come  sim- 
bolo del  lavoro  agricolo  e,  forse  anche,  come  ricordo  del- 
l'unità di  scambio  anteriore  alla  moneta,  esso  venne  rappre- 
sentato quale  Tipo  nell'asse  di  Luceria  e  in  uno  dei  quadri- 
lateri primitivi,  nel  quale  è  ripetuto  in  ambo  i  lati.  Una  scena 
eminentemente  agricola  ci  è  presentata  da  un  medaglione  di 
Commodo  (Gn.,  98),  nel  quale  stanno  di  fronte  la  Terra  e 
un  pastore.  La  prima  tiene  delle  spighe  e  s'appoggia  a  un 
cesto  d'uva;  il  secondo  ha  con  sé  quali,  compagni,  due  buoi. 
Ma  quest'esempio  è  isolato  ed  è  generalmente  nell'atteggia- 
mento di  lavoro  che  troviamo  il  Bove,  quale  simbolo  del- 
l'Agricoltura. In  denarii  repubblicani  di  C.  Cassio  Longino, 
109  a.  C.  si  vedono  due  Bovi  col  giogo,  e  tali  sono  ripetuti 
da  Tito  (Coh.,  67). 

Nei  denarii  di  C.  Mario  Capitone,  84  a.  C.  il  pajo  di 
Bovi  è  aggiogato  all'aratro  ed  è  guidato  da  un  colono.  In 
un  denario  d'Augusto  (Coh.,  117)  e  in  un  rarissimo  bronzo 
di  Trajano  (Coh.,  539)  invece,  l'aratro  è  guidato  da  un  sa- 
cerdote ;  col  che  non  è  più  simboleggiata  l'Agricoltura,  ma 
la  Pietà. 

Più  innanzi,  sotto  Commodo,  il  guidatore  dell'aratro  è 
Ercole  sotto  i  tratti  di  Commodo  o,  se  si  preferisce.  Com- 
modo sotto  i  tratti  d'Ercole,  e  lo  scopo  del  lavoro  non  è 
più  quello  d'arare  i  campi,  né  d'elevare  l'Agricoltura  a  cosa 
sacra,  bensì  di  segnare  con  un  solco  la  delimitazione  di  una 
nuova  città.  HERCVLI  COMMODIANO  (Gn.,  21-22),  HERCVLI 
ROMANO  CONDITORI  (Gn.,  23-24),  HERCVLI  ROMANO  AVGV- 
STO  iGn.,  25  a  35).  In  un  medaglione  di  Faustina  madre 
(Gn.,  19),  il  Bove  è  assunto  all'onore  di  tirare  il  carro  por- 
tante l'Augusto  quale  Pontefice  massimo  e  l'Augusta  velata 
e  munita  del  bastone  augurale.  Sale  poi  alla  semi-divinità 
nei  numerosi  bronzi  di  Giuliano  II,  nei  quali  rappresenta  il 
Bove  sacro  alle  divinità  d'  Egitto,  col  nome  di  Api,  con  i  due 
astri  dei  Dioscuri  sopra  il  capo,  un'Aquila  ai  piedi  e  la  leg- 
genda SECVRITAS  REIPVBLICAE. 

Nelle  monete  di  Vittorino    lo    troviamo    come  emblema 


20  FR.    GNECCHl    —    LA    FAUNA    E    LA    FLOftA 

della  Legione  V  MACEDONICA.    In   quelle  di  Carausio   della 
Leg.  VII  CLAVDIA  e  della  Leg.  Vili  AV&VSTA. 

Il  Bove  non  è  escluso  dalla  numismatica  medioevale.  A 
Parma  abbiamo  un  quattrino  della  Repubblica  (1335-46)  col 
Bove,  come  Tipo,  poi  un  grosso  d'Alessandro  Farnese  (1586-92). 
Alessandro  Vili  (1689-91)  ha  un  testone  con  due  Bovi  ag- 
giogati all'aratro. 

Tra  i  progetti  della  nuova  monetazione  italiana  per  la 
moneta  d'oro,  che  doveva  rappresentare  l' Italia  agricola,  il 
Boninsegna  aveva  presentato  un  modello  con  un  pajo  di 
Bovi  {Corpus,  19)  ;  ma  venne  preferito  l'altro  del  medesimo 
artista  con  1*  Italia  aratrice  [Corpus,  24  a  29). 

BOVE  a  faccia   umana. 

Il  tipo  è  greco  e  le  due  monete  che  lo  riproducono  nella 
serie  romana  non  sono  che  copie  di  monete  greche  e  pre- 
cisamente di  Napoli.  Il  Bove  a  faccia  umana  ci  si  offre  a 
mezzo  corpo  in  un  bronzo  della  Campania  (Bab.  12),  a  corpo 
intero,  con  una  Vittoria  che  vi  sopravvola,  in  uno  dei  primi 
aurei  d'Augusto,  coniati  dal  suo  triumviro  Durmio,  17  a.  C. 
Poco  o  nulla  sappiamo  di  questo  monetario  e  quindi  ci  riesce 
inafferrabile  il  significato  che  intese  attribuirvi  ;  né  possiamo 
escludere  che,  oriundo  di  Grecia,  si  sia  accontentato,  per 
questa,  come  per  parecchie  altre  sue  monete,  di  ispirarsi 
a  quei  tipi,  copiandoli  servilmente,  senza  annettervi  un  si- 
gnificato speciale. 

CAMELLO. 

Il  Camello  era  la  cavalcatura  dei  re  orientali.  Non  ap- 
pare che  due  volte  nei  denarii  di  M.  Emilio  Scauro,  58  a.  C. 
e  di  A.  Plauzio,  54  a.  C,  nei  quali  sono  figurati  i  vinti 
Bacchio  re  della  Giudea  e  Areta  re  di  Petra,  che,  inginoc- 
chiati accanto  ai  loro  camelli,  di  cui  tengono  le  redini,  fanno 
atto  di  sottomissione. 

Durante  l' impero,  il  Camello,  è  ricordato  come  emblema 
dell'Arabia  in  due  bronzi  di  Trajano  (Coh.,  28  e  segg.,  88 
e  segg.)  e  d'Adriano  (Coh.,  1233-4).  Lo  vediamo  portare  in 
groppa  due  persone  in  una  tessera  da  giuoco  dell'alto  impero 
(Coh.,  4). 


NEI   TIPI   MONETALI   ROMANI  2^ 


CANE. 

Il  Cane  va  considerato  sotto  diversi  aspetti;  come  sim- 
bolo di  fedeltà  e  di  custodia,  come  simbolo  di  caccia  e  come 
cavalcatura. 

È  ne!  primo  significato  che  pare  sia  stato  stampato  su 
alcune  monete  librali  primitive,  poi  sui  piccoli  bronzi  della 
Campania.  Fra  i  monetarii  della  repubblica,  il  primo  che  lo 
rappresenta  è  C.  Antistio  Labeone,  174  a.  C,  che  lo  aveva 
adottato  come  stemma  di  famiglia.  La  leggenda  narra  avere 
un  Cane,  latrando  da  una  finestra,  salvato  da  naufragio  un 
navigante,  antenato  degli  Antestii.  Seguono  L.  Marcio  Fi- 
lippo, 112  a.  C,  L.  Cesio,  104  a.  C,  nel  denario  del  quale, 
si  vede  il  Cane  accarezzato  dagli  dei  Lari,  C.  Mamilio  Lime- 
tano,  84  a.  C,  sul  cui  denario  è  rappresentato  il  Cane  Argo, 
che  riconosce  all'arrivo  il  suo  padrone  Ulisse  e  finalmente 
T.  Carisio,  48  a.  C. 

Il  Cane  fedele,  sotto  l'aspetto  di  compagno  dell'uomo  è 
rappresentato  in  un  medaglione  d'Adriano  (Gn.,  loi),  ripe- 
tuto da  Antonino  Pio  (Gn.,  85),  con  Pane,  e  un  Cane  isolato 
su  di  un  piccolo  bronzo  d'Adriano  (Coh.,  1393),  pare  avere 
il  medesimo  significato. 

Di  Cani  da  caccia  ve  ne  sono  di  due  specie,  il  levriere 
e  il  segugio.  Il  primo,  il  Cane  tipico  di  Diana,  figura  per 
la  prima  volta  nel  denario  di  C.  Postumio,  64  a.  C,  corrente 
da  solo  nel  rovescio,  mentre  al  diritto  sta  il  busto  di  Diana. 
Questo  modo  di  rappresentazione  è  unico,  mentre  ritroviamo 
poi  il  Cane  accanto  alla  dea,  quale  suo  fido  compagno,  ogni 
volta  che  essa  compare  nelle  monete  di  Augusto,  Adriano, 
Antonino  Pio,  M,  Aurelio,  Commodo,  Gallieno. 

Il  grosso  Mastino  o  Segugio  da  caccia  lo  abbiamo  nel 
denario  di  C.  Osidio,  213  a.  C,  in  atto  di  assalire  e  adden- 
tare un  Cinghiale  ;  e  forse  si  deve  riconoscere  anche  nel 
grosso  Cane  in  lotta  con  un  milite  o  un  gladiatore  sul  de- 
nario di  Cn.  Domizio  Enobarbo,  119  a.  C. 

V'ha  infine  a  registrare  il  Cane  sostituito  al  Cavallo 
per  la  dea  Iside,  che  su  di  esso  compie  i  suoi  viaggi  in 
traccia  delle  sparse  membra  del  trucidato  marito  Osiride. 
Il  Cane  d' Iside  ha  generalmente    l'aspetto    ferino    del  Cane 


28  FR.    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E    LA    FLORA 

lupo,  ma  a  quale  razza  veramente  appartenga  è  difficile  dire, 
trattandosi  di  un  Cane  immaginario  come  la  sua  cavalcatrice. 
Di  solito  è  lanciato  a  gran  corsa,  col  muso  rivolto  all'  in- 
dietro. Compare  sui  medii  bronzi  imperatore  d' Adriano 
(Gn.,  131),  di  Faustina  seniore  (Gn.,  37)  e  di  Faustina  ju- 
niore  (Gn.,  42  a  44)  per  non  più  riapparire  che  con  Giu- 
liano II  (Coh.,  99-101),  Giuliano  ed  Elena  (Coh.,  6)  e  Elena 
(Coh.,  16  a  18). 

Il  Cane  fa  pure  qualche  comparsa  nella  numismatica 
medioevale  e  moderna.  Citerò  il  Cane  al  guinzaglio  di  Fran- 
cesco II  Gonzaga,  duca  di  Mantova  {Corpus,  139  e  segg.), 
il  Cane  in  attesa,  di  Vincenzo  TI  Gonzaga,  duca  di  Mantova 
(1626-27),  col  motto  FERIS  TANTVM  INFENSVS  e  il  Veltro  di 
Filippo  II  di  Spagna,  duca  di  Milano  (1556-1598)  con  NEMO 
IMPVNE  LACESCET. 

CAPRA-CAPRO. 

La  Capra  e  il  Capro  erano  male  segnati  dagli  antichi, 
i  quali  li  consideravano  animali  immondi,  puzzolenti,  infesti, 
apportatori  di  malattie  e  di  disgrazie,  che  non  si  dovevano 
toccare  e  neppure  nominare.  Ma,  se  questo  è  il  giudizio  che 
si  faceva  nel  mondo  reale  sulla  sventurata  coppia  caprina, 
assai  diverso  era  quello  che,  se  ne  faceva  nell'Olimpo 

Il  Capro  maschio,  nella  numismatica  ci  si  presenta  come 
semplice  cavalcatura  pel  pastore  Ati,  nel  denario  di  Cor- 
nelio Cetego,  104  a.  C,  oppure  come  vittima  da  sacrificio 
in  quello  di  L.  Pomponio  Molo,  94  a  C. 

La  Capra  femmina  rimane  pure,  nel  mondo  terreno  e 
reale,  semplice  animale  simboleggiante  l'agricoltura,  quando 
è  munta  da  un  pastore,  nei  denarii  di  Vespasiano  (Coh.,  220) 
e  Tito  (Coh.,  103)  oppure  figura  fra  gli  animali  da  circo  che 
dovevano  concorrere  a  solennizzare  le  feste  secolari  SAECV- 
LARES  AVGG  dei  Fihppi.  Ma  passiamo  al  mondo  extra  reale, 
all'Olimpo. 

Apollo  e  Bacco  aggiogano  al  loro  carro  una  Capra  in- 
sieme ad  una  Pantera,  in  un  medaglione  d'Adriano  (Gn.,  44), 
ripetuto  da  Antonino  Pio  (Gn.,  loi  a  104),  Mercurio  si  prende 


NEI    TIPI    MONETALI    ROMANI  29 


un  Capro  a  compagno,  in  altro  medaglione  d'Adriano  (Gn., 
122).  La  stessa  Giunone  Sospita,  a  cui  si  immolavano  Capri 
come  scongiuro  contro  la  malefica  loro  influenza,  sceglie  ap- 
punto questi  animali  a  proprio  simbolo.  Non  solo  fa  tra- 
scinare il  suo  carro  da  una  pariglia  di  Capri,  nel  denario  di 
Renio,  154  a.  C,  ma  si  orna  il  capo  di  una  pelle  caprina, 
come  appare  nei  denarii  di  L.  Roselo,  io8  a.  C,  L.  Torio, 
94  a.  C,  L.  Papio,  79  a.  C  L.  Procilio,  79  a.  C.  e  Q. 
Cornuficio,  46  a.  C.  e  si  intitola  Caprotina.  Né  qui  fini- 
sce l'ascensione  della  Capra  femmina,  alla  quale,  per  una  di 
quelle  contraddizioni  che  sono  proprie  di  tutte  le  mitologie, 
sono  riservati  ben  più  alti  onori.  Essa  assume  una  posi- 
zione eccelsa,  anzi  semi-divina,  quando  rappresenta  la  Capra 
Amaltea,  la  nutrice  di  Giove  in  Arcadia. 

Tali  ce  la  mostrano  già  alcuni  denarii  di  Manlio  Fontejo, 
88  a.  C,  medaglioni  di  Antonino  Pio  (Gn.,  6o-6i),  aurei, 
antoniniani  e  bronzi  di  Gallieno  e  di  Salonino  nei  quali 
Giove  fanciullo  cavalca  la  Capra  Amaltea,  con  la  leggenda 
lOVI  CRESCENTI  o  lOVI  EXORIENTI  o  anche  in  denarii  di 
Tito  (Coh.,  171),  di  Domiziano  (Coh.,  589),  in  cui  la  Capra 
non  porta  Giove,  ma  è  circondata  da  una  corona  d'alloro, 
intorno  a  cui  corre  la  leggenda  PRINCEPS  IVVENTVTIS,  quasi 
augurio  al  Cesare  di  una  educazione  pari  a  quella  di  Giove. 

La  Capra  Amaltea  è  talvolta  nell'atteggiamento  di  nu- 
trire il  massimo  dio  in  un  bronzo  d'Adriano  (Coh.,  426)  e 
in  un  antoniniano  di  Gallieno  dalla  leggenda  PIETAS  SAECVLI. 
La  pili  insigne  rappresentazione  però  di  tale  funzione  è  quella 
che  ci  viene  offerta  dal  grande  medaglione  di  Gallieno  e 
Salonina,  di  cui  un  esemplare  in  argento  esisteva  già  da 
tempo  nell'Imp.  Gabinetto  di  Vienna,  e  un  secondo  in  oro 
veniva  dall'  Egitto  nel  1896  ad  arricchire  il  Gabinetto  di 
Parigi.  La  strana  leggenda  PIETAS  FALERI ,  rimasta  per 
lungo  tempo  enigmatica,  vennp  spiegata  in  occasione  del- 
l'acquisto dell'esemplare  d'oro,  dal  Babelon,  il  quale  la  rian- 
noda all'origine  della  gens  Valeria,  di  cui  Gallieno  era  o  si 
vantava  discendente  (i).    All'ombra   di  un  albero  Giove  fan- 


(i)  V.  Revue  Nuntismatique,  1896.    Médaillon  d'or  de  Gallien  et  Sa- 
lottine. 


3©  FR.    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E    LA    FLORA 

ciullo  sta  succhiando  il  latte  della  sua  nutrice,  mentre  un 
altro  fanciullo  tien  sollevata  la  gamba  destra  posteriore 
della  Capra.  Davanti  a  questa  sta  un'Aquila,  che  ad  essa  si 
rivolge  e,  all'esergo,  un  fulmine,  come  constatazione  della 
divinità  della  scena.  La  Capra  Amaltea  è  pure  rappresen- 
tata senza  Giove  fanciullo  in  altri  antoniniani  di  Gallieno 
che  portano  però  la  leggenda  lOVI  COtiS{ervafort)  KW(y{usit) 
ad  indicare  a  quale  Capra  si  intenda  alludere. 

CAPRICORNO. 

Il  Capricorno,  mostro  immaginario,  caprone  con  coda  di 
pesqe,  simbolo  della  felicità,  che  si  estende  alla  terra  e  al 
mare,  segna  la  Costellazione  sotto  cui  nacque  Augusto,  il 
quale  lo  impresse  come  oroscopo  in  parecchie  delle  sue 
prime  monete  in  oro  e  in  argento.  In  alcune  di  queste, 
sopra  al  Capricorno,  brilla  un  astro,  per  allusione  all'  in- 
fluenza celeste,  oppure  il  Capricorno  tiene  un  timone,  un 
cornucopia  o  il  globo,  alludendo  alla  direzione  e  all'esten- 
sione dell'  impero,  alla  giusta  e  ben  guidata  egemonia  mon- 
diale. 

Si  può  dire  che  Augusto  sia  il  solo  che  abbia  adottato 
come  Tipo  il  Capricorno.  Anteriormente  non  lo  si  trova  che 
quale  simbolo,  dietro  la  testa  di  Venere  nel  bronzo  di  Q. 
Oppio,  46-45  a.  C.  Tiberio  mette  due  Capricorni  nel  sesterzo 
coniato  in  onore  d'Augusto,  rappresentante  la  corona  civica 
a  lui  decretata  dal  Senato  e  dal  popolo  Romano  (DIVO  AV- 
GVSTO  S  P  Q  R)  certo  ispirandosi  ai  sentimenti  del  grande 
imperatore  (Coh.,  302  d'Augusto).  E  poi  il  Capricorno  non 
viene  ripetuto  come  Tipo  che  da  Vespasiano,  Tito  e  Domi- 
ziano in  quella  emissione  commemorativa  del  centenario  della 
Vittoria  d'Azio,  nella  quale  vennero  rievocati  molti  tipi  di 
Augusto,  che  ormai  andavano  scomparendo  dalla  circola- 
zione (i),  emissione  che  avremo  parecchie  occasioni  di  citare 
anche  in  seguito.  Dopo  di  che,  non  lo  troviamo  piìi  se  non 
come  emblema  legionario  nelle  monete  di  Gallieno  e  di 
Carausio. 


(i)  V.  L.  Laffranchi,  Un  Centenario  numismatico  nell'Auiichttà   in 
Rivista  It.  di  Numismatica,  191 1. 


NEI   TIPI   MONETALI    ROMANI  3I 

In  quelle  di  Gallieno  vediamo  segnate  col  Capricorno 
la  Leg.  I  ADIVTRIX.  la  XIIII  GEMINA,  la  IIXX  PRIMIGENIA 
e  la  XX,  XXI,  XXII  e  XXX  VLPIA. 

Nelle  monete  di  Carausio  è  segnata  (come  in  Gallieno) 
la  XIIII  GEMINA. 

CAVALLO. 

Nessun  animale  ricorre  così  frequentemente  come  il  Ca- 
vallo ;  ma  la  sua  presenza  non  è  che  raramente  Tipo  o  em- 
blema. Il  pili  delle  volte  non  è  che  accessorio  necessario 
della  rappresentazione. 

Il  Cavallo  venne  in  origine  considerato  simbolo  guer- 
riero. Tale  ci  appare  la  sua  testa  rozzamente,  ma  energica- 
mente modellata  nel  triente  della  serie  grave  del  Lazio;  tale 
il  Cavallo  in  moto  nell'asse  della  serie  di  Lucerà. 

La  testa  o  la  protome  e  l' intera  figura  del  Cavallo,  li- 
bero o  con  cavaliere,  ricompajono  sulle  monete  d'argento  e 
di  bronzo  della  Campania  con  le  leggende  ROMA  o  ROMANO» 
Poi,  entrando  nella  serie  di  Roma,  abbiamo  come  Tipo  il  Ca- 
vallo fermo,  sellato  e  bardato  di  Quinto  Azio  Labieno,  40 
a.  C.  e  il  cavallo  lanciato  a  gran  corsa,  talvolta  libero  e 
senza  freno,  tal  altra  montato,  nei  numerosissimi  denarii  di 
L.  Calpurnio  Risone,  89  a  C,  C.  Marcio  Censorino,  84  a.  C, 
M.  Calpurnio  Pisone,  69  a.  C,  C.  Calpurnio  Pisone  e  C.  Po- 
stumio,  64  a.  C,  e,  possiamo  anche  aggiungervi,  i  Cavalli  dei 
Dioscuri.  Castore  e  Polluce  ci  si  presentano  quasi  sempre 
galoppanti  di  conserva,  talora  appiedati  presso  i  loro  de- 
strieri o  in  atto  di  abbeverarli  al  fonte,  cosicché  questi  in- 
divisibili compagni  si  possono  considerare  come  una  loro 
parte  integrante.  La  serie  non  è  breve  e  comprende  le  fa- 
miglie: Aelia,  Antestia,  Acilia,  Aurelia,  Autronia,  Baebia, 
Caecilia,  Calpurnia,  Coelia,  Cupiennia,  Decia,  Domitia,  Fa- 
bia, Horatia,  Itia,  lulia,  lunia,  Lucretia,  Lutatia,  Maenia,  Mar- 
cia, Matiena,  Memmia,  Minucia,  Plautia,  Postumia,  Quinctia, 
Sempronia,  Terentia. 

In  seguito,  nello  sterminato  numero  delle  monete  repub- 
blicane, il  Cavallo,  nelle  sue  firequentissime  e,  diciamo  pure, 
nobili  e  gloriose  apparizioni,  non  è  più  che  un  animale  da 
tiro  o  da  sella. 


32  FR.    GNECCHr     —    LA    FAUNA   E   LA    FLORA 

Abbiamo  cosi  :  La  Biga  di  Giove  (Acilia,  Fabia),  di  Giu- 
none (lulia,  Mettia,  Procilia),  d'Apollo  (Opeimia),  di  Venere 
(Crepusia,  lulia,  Marcia,  Memmia),  di  Marte  (Poblicia),  di 
Diana  (Cornelia,  Decimia,  Furia,  luventia,  Spurilia,  Valeria), 
della  Libertà  (Cassia,  Egnatia),  della  Vittoria  (Afrania,  Annia, 
Atilia,  Caecilia,  Calidia,  Carisia,  Cipia,  Claudia,  Clodia,  Coelia, 
Cornelia,  Domitia,  Flaminia,  Fulvia,  lulia,  lunia,  Juventia, 
Lollia,  Lucilia,  Maiania,  Marcia,  Mettia,  Mussidia,  Pinaria, 
Rutilia,  Saufeia,  Servilia,  Tarquitia,  Titinia,  Tituria,  Valeria), 
della  Pietà  (Caecilia),  di  Pompeo  (Pompeia),  del  re  gallo  (Co- 
sconia),  d'altri  guerrieri  (Aurelia,  Farsuleia,  Hostilia). 

La  Triga  della  Vittoria  (Mallia,  Naevia). 

La  Quadriga  di  Giove  (Anonime,  Acilia,  Antestia,  Au- 
fidia,  Aurelia,  Cornelia,  Curtia,  Domitia,  Garcilia,  Mmucia, 
Ogulnia,  Papiria,  Plautia,  Sentia,  Trebania,  Vargunteia,  Ver- 
gilia),  di  Minerva  (Licinia,  Titia,  Vibia),  di  Marte  (Aburia, 
Fonteia,  Gallia,  Postumia),  d'Apollo  (Baebia),  di  Saturno  (Ap- 
puleia),  della  Libertà  (Porcia),  della  Vittoria  (Annia,  Antonia, 
Considia,  Fabia,  Fannia,  Maenia,  Marcia,  Numitoria,  Opimia, 
Rubria,  Tullia),  di  Mario  (Fundania). 

Durante  l'impero,  l'apparizione  del  Cavallo  è  tanto  estesa 
e  tanto  frequente,  che  stimo  opportuno  dare  la  nota  dei 
pochi  imperatori,  nelle  cui  monete  il  Cavallo  non  ricorre  mai. 
Eccone  la  lista,  incominciando  da  Augusto,  dalla  quale  si  ri- 
leva come,  da  principio  non  si  tratti  che  di  alcuni  personaggi, 
i  quali,  quantunque  giunti  alle  maggiori  onorificenze,  fino  a 
quella  di  battere  moneta  al  proprio  nome,  non  portarono  però 
corona  e  che  del  resto  non  ebbero  che  una  coniazione  assai 
limitata.  Nel  seguito  poi,  non  è  questione  che  di  qualche  regno 
di  brevissima  durata,  talvolta  di  mesi  o  di  giorni,  come  av- 
venne di  parecchi  tiranni  usurpatori.  Non  hanno  dunque  il 
Cavallo  nelle  loro  monete  :  M.  Agrippa,  Britannico,  Clodio 
Macro,  Ottone,  Vitellio,  Annio  Vero,  D.  Giuliano,  Pescennio, 
Albino,  Diadumeniano,  i  due  Gordiani  Aft-icani,  Balbino,  Pu- 
pieno,  Pacaziano,  Giotapiano,  Emiliano,  Macriano,  Quieto, 
Regaliano,  Leliano,  Mario,  Quintillo,  Vaballato,  Giuliano  tir.", 
Dom.  Domiziano,  Costanzo  Cloro,  Romolo,  Licinio  figlio. 
Valente  tir.°,  Martiniano,  Delmazio,  Anniballiano,  Vetranione, 
Costanzo  Gallo,  Giuliano  li,  Graziano. 


Kei  tipi  monetali  romani  33 

Naturalmente  il  Cavallo  non  figura  che  eccezionalmente 
sulle  monete  coniate  al  nome  delle  Auguste.  Due  sole  di 
queste  possiedono  Cavalli,  per  così  dire,  al  proprio  servizio. 
Faustina  madre  in  un  medaglione  (Gn.,  21-22)  sta  per  mon- 
tare nella  propria  biga,  e  in  un  altro  (Gn.,  23-24)  è  traspor- 
tata in  cielo  in  una  biga.  Il  medesimo  fatto  riproduce  un 
bronzo  di  Paolina  (Coh.,  2)  e  questi  rimangono  i  soli  esempii 
del  Cavallo  adibito  alla  Consacrazione. 

Giulia  Domna  ha  alcune  monete  col  rovescio  della  biga 
di  Diana,  le  due  Faustine  e  Giulia  Mesa  qualche  moneta  di 
Consacrazione  col  rogo,  in  cima  al  quale  si  vede  una  qua- 
driga. 

Nelle  monete  imperiali  il  Cavallo  non  appare  mai  come 
Tipo,  se  non  vogliamo  mettere  in  questa  categoria,  come 
abbiamo  fatto  per  la  repubblica,  il  Cavallo  della  Mauretiana 
nei  bronzi  d'Adriano  (Coh.,  952  e  segg.),  quello  di  Roma  sul 
grande  medaglione  di  Commodo  (Gn.  96)  e  quelli  dei  Dio- 
scuri nei  medaglioni  di  Antonino  Pio  (Gn.,  95),  di  M.  Au- 
relio (Gn.,  39),  di  M.  Aurelio  e  L.  Vero  (Gn.,  5)  e  di  Com- 
modo (Gn.,  177),  nelle  monete  di  Geta  (Coh.,  11  a  17),  in  un 
aureo  di  Tacito  (Coh.,  30)  e  nei  numerosi  bronzi  di  Mas- 
senzio colle  leggende  AETERNITAS  AVG  N. 

E  vi  possiamo  forse  aggiungere,  come  atteggiamento 
speciale,  il  Cavallo  domato  da  Ercole,  HERCVLI  THRACIO, 
nell'aureo  e  nell'antoniniano  di  Postumo.  In  tutti  gli  altri 
casi  —  e  sono  numerosissimi  —  il  Cavallo  non  ha  che  un 
posto  onorifico,  quale  accessorio  necessario  della  scena  rap- 
presentata. 

E  qui  giova  notare  come  il  passaggio  dalla  repubblica 
all'  impero  segni  un  mutamento  radicale  nella  qualità  dei 
personaggi  che  eravamo  soliti  vedere  occupare  i  carri  trion- 
fali e  specialmente  le  quadrighe.  Ne  scendono  le  divinità, 
lasciando  il  posto  all'imperatore. 

Ben  raramente  —  e  di  preferenza  sui  medaglioni  — 
troviamo  ancora  qualche  divinità  in  quadriga.  Giove  in  me- 
daglioni di  Antonino  Pio  (Gn.,  12  e  49-50),  di  M.  Aurelio 
(Gn.,  Il)  e  di  Sett.  Severo  (Gn.,  i). 

Il  Sole  in  medaglioni  di  Elio  (Gn.,  2-3),  Antonino  Pio 
(Gn.,  67),    Faustina  juniore   (Gn.,  23),    Commodo   (Gn.,   3-4), 


34  l-R-    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E  LA   FLORA 

Aureliano  (Gn.,  2-3),  Tacito  (Gn.,  8),  Probo  (Gn.,  38  a  41). 
E  di  Probo  abbiamo  ancora  parecchi  antoniniani  (Coh.,  640 
a  698). 

La  Vittoria  in  monete  d'Antonino  Pio  (Coh.,  1079  a  1085), 
M.  Aurelio  (Coh.,  581-2),  o  in  medaglioni  (Gn.,  57-58),  in 
in  monete  di  Commodo  (Coh.,  510)  o  medaglioni  (Gn.,  37, 
144  e  145)  e  nel  medaglione  di  Valeriano  (Gn.,  5). 

Oppure  in  biga.  Diana  in  monete  di  Giulia  Donna  (Coh., 
104  a  109)  e  la  Vittoria  in  un  aureo  d'Augusto  (Coh.,  67)  o 
in  medaglioni  d'Adriano  (Gn.,  14-15),  d'Antonino  Pio  (Gn.,  36) 
e  di  Gallieno  (Gn.,  32). 

Vi  sono  poi  alcune  quadrighe  riservate  a  rappresenta- 
zioni simboliche.  In  alcune  di  quelle  d'Augusto,  la  quadriga 
porta  una  piccola  quadriga  (Coh.,  76  e  segg.),  un'aquila  e 
una  piccola  quadriga  (Coh.,  271  e  segg.),  il  calathus  (Coh., 
357  e  429)  (i),  una  palma  (Coh,,  456),  oppure  è  presentata 
vuota  (Coh.,  483)  (se  pure  non  è  ancora  il  calathus,  che  vi 
si  rappresenta),  come  è  vuoto  il  carro  di  Tiberio  (Coh., 
64  e  segg.).  Due  Vittorie  e  una  piccola  quadriga  portano 
quelli  di  Claudio  (Coh.,  31)  e  di  Vespasiano  (Coh.,   147). 

Una  quadriga  d'Eliogabalo  porta  la  pietra  conica  (Coh., 
265  e  segg.)  e,  chi  crede  agli  aurei  di  Uranio  Antonino,  vi 
trova  la  ripetizione  di  questa  cerimonia. 

All'  infuori  di  queste  eccezioni,  la  biga  è  pochissimo 
usata  ;  ma  nella  quadriga  e,  più  raramente,  nella  sestiga  e 
nel  carro  a  otto  cavalli,  non  vediamo  che  l' imperatore  e  la 
sua  famiglia,  oppure  l'imperatore  e  la  Vittoria  che  l'accom- 
pagna o  l'incorona. 

Sono  tutte  quadrighe  imperiali  quelle  d'Augusto  (Coh., 
82,  115,  231-34,  298,  544),  di  Tiberio  (Coh.,  45),  di  Ger- 
manico (Coh.,  6),  di  Claudio  (Coh.,  15),  di  Vespasiano  (Coh., 
475-78),  di  Tito  (Coh.,  226-33),  di  Domiziano  (Coh.,  93,  138, 
154-55,  161-62,  476-77),  di  Irajano  (Gn.,  3),  di  Antonino 
Pio  (Coh.,  319-20),  di  M.  Aurelio  (Coh.,  581-82),  di  Vero 
(Gn.,  17-19),  di  Commodo  (Gn.,  87  a  89,  103  a  ro6  ;  Coh., 
510),  di  Caracalla  (Gn.,  4;  Coh.,  418),    di    Geta    (Coh.,    121- 


(I)  Vedi  alla  voce:  Vegetali  in  genere. 


NEI    TIPI    MONETALI   ROMANI  35 


122),  di  Macrino  (Coh.,  88,  104  a  107),  d' Eliogabalo  (Gn.,  2  ; 
Coh.,  16,  17),  di  Alessandro  (Gn.,  12  a  15,  18,  19,  21,  22; 
Coh.,  225-26,  294  95,  330,  376-77'  458-  478,  480),  di  Filippo 
padre  (Gn.,  8,  9,  15),  di  Filippo  figlio  (Gn.,  2  a  5),  dei  due 
Filippi  (Gn.,  4),  di  Gallo  e  Volusiano  (Gn.,  7),  di  Gallieno 
(Gn.,  9,  31),  di  Probo  (Gn.,  14),  di  Numeriano  (Gn.,  11), 
di  Costantino  Magno  (Gn.,  67).  Così  pure  sono  imperiali  le 
sestighe  di  Sett.  Severo  (Coh..  104),  di  Gallo  e  Volusiano 
(Gn.,  6),  di  Probo  (Gn.,  12,  13),  di  Massenzio  (Coh.,  60,  61), 
di  Costanzo  II  (Gn.,  2,  4)  e  di  Valente  (Gn.,  i)  nei  loro 
grandi  medaglioni  d'oro,  di  Onorio  I  nel  suo  medaglione 
d'argento  (Gn.,  i)  e  imperiale  è  il  carro  trionfale  a  otto  Ca- 
valli nel  medio  bronzo  di  Settimio  Severo  (Coh.,  53). 

Il  Cavallo  durante  l' impero  assume  una  maggiore  inti- 
mità col  suo  padrone,  essendo  specialmente  destinato  a  por- 
tarlo in  sella.  L' imperatore  ben  sovente  ci  si  presenta  a  ca- 
vallo, e  lo  vediamo  in  diversi  atteggiamenti. 

Solo,  semplicemente  in  moto,  con  la  destra  alzata,  da 
pacificatore,  ADVENTVS  AVG,  FELIX  ADVENTVS.  EQVIS  RO- 
MANVS. 

Solo  o  accompagnato  dal  Cesare  e  dai  Cesari  pure  ca- 
valcanti, oppure  da  militi  a  cavallo  o  a  piedi,  in  corsa,  DE- 
CVRSIO.  ADVENTVS  AVG. 

In  partenza  per  la  guerra,  spesso  preceduto  dalla  Vit- 
toria e  seguito  dai  vessilliferi,  PROFECTIO,  EXPEDITIO. 

Di  ritorno  vincitore  a  Roma,  dopo  una  spedizione,  op- 
pure in  atto  d'arrivo  trionfante  in  altra  città,  solitamente  pre- 
ceduto dalla  Vittoria  e  seguito  da  militi,  con  le  leggende  : 
ADVENTVS  AVG.  FELIX  ADVENTVS,  ADVENTVI  FELICISSIMO. 
oppure  con  VICTORIA  AVG-  e  nei  bassi  tempi  GLORIA  RO 
MANORVM.  GLORIA  REIPVBLICAE  e,  con  Giustiniano,  SALVS 
ET  GLORIA  REIPVBLICAE. 

In  lotta  col  nemico,  nei  medaglioni  di  L.  Vero  (Gn.,  4, 
6,  39)  ARMENIA,  m  quello  di  Massimino  (Gn.,  4)  VICTORIA 
GERMANICA,  di  Galeno  Massimiano  (Gn.,  7)  VICTORIA  PER- 
SICA e  in  molti  altri  medaglioni  e  bronzi  dalla  Tetrarchia 
m  avanti  con  le  leggende:  VIRTVS  u  VIRTVTI  AVGG.  VICTORI 
o  DEBELLATORI  HOSTIVM  o  GENTIVM  BARBARARVM. 

Fmalmente  in  caccia,  in  atto  di  trafiggere  con  la  lancia 


t/ 


36  FR.    GNECCHI   —    LA    FAUNA    E    LA    FLORA 


un  leone,  un  cinghiale  o  altra  belva,  in  medaglioni  anepi- 
grafi o  con  la  leggenda  VIRTVTI  AVGVSTI,  di  Adriano  (Gn., 
67  a  69,  96,  97),  di  M.  Aurelio  (Gn.,  89,  90),  di  Commodo 
(Gn.,  152),  o  in  bronzi  di  quest'ultimo  (Coh.,  972-3). 

Eccettuati  i  casi  di  trionfo,  l'imperatore  usa  sempre  il 
suo  Cavallo  come  cavalcatura.  Tale  lo  vediamo  nelle  sue  ar- 
ringhe e  riviste  all'esercito,  specialmente  in  Adriano  EXER- 
CITVS  BRITANNiCVS,  CAPPADOCICVS,  ecc.  (Coh.,  553  e  segg.) 
mentre  nelle  allocuzioni  ADLOCVTIO  si  mostra  a  piedi  e  il 
Cavallo  si  vede  frequentemente  sporgere  fra  i  militi. 

Gli  archi  sono  spesso  coronati  da  monumenti  equestri 
o  da  carri  trionfali. 

Di  quadrighe  sono  quasi  sempre  culminati  i  roghi  e  fre- 
quenti sono  pure  le  riproduzioni  di  monumenti  equestri  prin- 
cipalmente nei  primi  secoli. 

Nei  tempi  della  Tetrarchia  il  busto  del  Cavallo  appare 
anche  nel  diritto  di  medaglioni  e  monete,  accanto  all'effigie 
imperiale,  tenuto  pel  freno  dall'  imperatore. 

Gli  scudi  e  le  corazze  degli  imperatori  sono  spesso 
adorne  di  basso  rilievi  rappresentanti  scene  guerriere  in  cui 
il  Cavallo  ha  la  sua  parte. 

Tale  è  nella  numismatica  romana  il  Cursus  honorum  del 
nobile  quadrupede,  il  quale,  per  essere,  tanto  in  pace  che  in 
guerra,  l'animale  che  ha  maggiori  contatti  con  l'uomo,  per 
esserne  cioè  il  piìi  vicino  e  fido  compagno,  ebbe  e  conservò 
la  sua  sempre  intensa  e  gloriosa  rappresentazione  nelle  serie 
monetarie  attraverso  i  secoli  fino  ai  nostri  giorni. 

Nella  serie  medioevale  non  solo  servì  di  cavalcatura  a 
centinaja  di  principi  e  sovrani;  ma  venne  ancora  molte  volte 
rappresentato  quale  Tipo,  libero  o  bardato,  fermo  o  corrente, 
allegro  o  recalcitrante.  Basteranno  alcune  citazioni,  come  il 
testone  di  Pier  Luca  Fieschi  (1528-48)  per  Messerano  {Cor- 
pus, 3),  il  cavallotto  di  E.  Filiberto  di  Savoja  (1558)  {Corpus, 
5-21)  e  quelli  di  Vespasiano  Gonzaga  principe  di  Sabbioneta 
(1574-7)  con  la  leggenda  FORTES  CREANTVR  FORTIBVS  {Cor- 
pus, 34  a  40),  il  IO  soldi  di  Ferdinando  Carlo  Gonzaga  Ne- 
vers,  duca  di  Mantova,  nel  1702,  con  la  leggenda  QVI  LEGES 
IVRAQVE  SERVAI  {Corpus,  46),  il  cavallotto  di  Camillo  e  Fa- 


NEI    TIPI   MONETALI   ROMANI  37 


brizio  (158097)  per  Correggio,  quello  di  Alessandro  Pico 
(1612-37)  per  Mirandola,  il  da  6  soldi  di  Alfonso  II  Gonzaga 
(1650-88)  per  Novellara;  infine  i  numerosi  cavalli  di  parecchie 
zecche  napolitane,  Aquila,  Napoli,  Amatrice.  ecc..  ove  il  no- 
bile animale  è  presentato  col  bisticcio  EQVITAS  REGNI. 

Il  Cavallo  mantenne  così  la  sua  presenza  nelle  monete 
per  ben  25  secoli  e,  dopo  esser  stato  l'occasione  di  capo- 
lavori d' incisione  nell'antica  Sicilia  e  nella  Magna  Grecia, 
come  nella  Roma  repubblicana  e  imperiale  e  nel  medio  evo, 
mette  il  suo  suggello  anche  nella  nostra  numismatica  con- 
temporanea. Il  bravo  Calandra,  ispirandosi  a  Eveneto,  con 
la  quadriga  d*  Italia,  ci  diede  forse  la  più  bella  moneta  d'ar- 
gento che  attualmente  circoli  nel  mondo. 

CENTAURO. 

L'essere  favoloso  metà  uomo  (o  raramente  donna)  e 
metà  cavallo,  si  dice  originario  della  Tessaglia.  E  probabil- 
mente si  formò  tale  leggenda  dall'essere  quel  popolo  assai 
dedito  all'arte  di  domare  i  cavalli  e  all'equitazione.  I  cava- 
lieri tessagliesi  combattevano  spesso  coi  tori,  e  da  ciò  il 
nome  di  Centauri. 

Troviamo  il  primo  Centauro  combattente  con  Ercole  nel 
triente  della  Campania  ;  solo,  in  un  piccolo  bronzo  di  Au- 
fidio  Rustico  (136  d.  C).  Nel  denario  di  M.  Aurelio  Cotta, 
154  a.  C,  Ercole  vincitore  è  in  biga,  tirato  da  due  Centauri. 

Durante  l' impero  lo  ritroviamo  nei  medesimi  tre  atteg- 
giamenti. Il  Centauro  solo,  in  piccoli  bronzi  di  Gallieno  (Coh., 
72  a  74),  su  alcuni  del  padre  Tetrico,  sotto  l'invocazione 
d'Apollo,  APOLLINI  CONS  AVG  ;  in  altro  del  figlio  Tetrico 
sotto  l'invocazione  di  Febo  SOLI  CONSER  e  in  altro  di  Giu- 
liano II  (Coh.,  137)  quale  espressione  votiva.  Combattente 
con  Ercole  in  un  medaglione  di  M.  Aurelio  (Gn.,  69),  in 
un  aureo  (Coh.,  598)  e  in  un  piccolo  bronzo  (Coh.,  706)  di 
Massimiano  Erculeo.  Un  medaglione  di  Antonino  Pio  (Gn., 
94)  ci  presenta  la  lotta  dei  Centauri  con  Teseo.  In  altri 
due  medaglioni  di  M.  Aurelio  abbiamo  il  carro  di  Venere 
(Gn.,  73,  74)  tirato  da  due  Centauri,  uno  maschio  e  l'altro 
femmina  e  quello  di  Ercole  (Gn.,  31)  tirato  da  quattro  Cen- 


38  FR.    GNECCHI    —    LA   FAUNA    E   LA    FLORA 

tauri  rappresentanti  le  quattro  Stagioni  con  la  leggenda  TEM- 
PORVM  FELICITAS. 

Nelle  monete  di  Gallieno  e  di  Carausio  il  Centauro,  ora 
con  un  globo,  ora  con  la  clava,  ora  con  l'uno  e  l'altra,  figura 
come  emblema  delia  Leg.  II  PARTHICA.  In  quelle  di  Carausio 
talvolta  tiene  uno  scettro  ed  è  pure  emblema  dì  una  Le- 
gione IIII,  I....  (?). 

Nel  medio  evo  vediamo  una  volta  risorgere  il  Centauro, 
in  atto  di  lanciare  una  freccia,  nel  ducatone  di  Carlo  Ema- 
nuele I,  duca  di  Savoia  (1588)  con  la  leggenda  OPPORTVNE. 

CERBERO. 

Cerbero  è  il  Cane  infernale  dalle  tre  teste,  simbolo  di 
Plutone.  Poco  ha  a  che  fare  Plutone  colla  numimastica  ro- 
mana e  scarse  apparizioni  vi  fa  anche  il  suo  seguace.  Non 
lo  troviamo  difatti  che  su  di  un  medaglione  di  M.  Aurelio 
(Gn.,  72)  nel  quale  seguirebbe  (se  pure  è  veramente  Cerbero 
che  si  volle  rappresentare)  il  bestiario  che  precede  il  carro 
fantastico  di  M.  Aurelio  e  Faustina;  poi,  ai  piedi  di  Plutone, 
in  un  aureo  (Coh.,  240)  e  in  pochi  bronzi  (Coh.,  352  e  387) 
di  Caracalla  o,  trascinato  da  Ercole,  che  lo  aveva  vinto  e 
incatenato,  in  un  piccolo  bronzo  di  Postumo  (Coh.,  122)  ed 
in  altro  di  Massimiano  Erculeo  (Coh.,  259). 

CERVO. 

Il  Cervo  è  simbolo  della  caccia;  è  quindi  naturale  che 
si  trovi  generalmente  all'accompagnamento  di  Diana,  e  che 
gli  si  debba  attribuire  il  medesimo  significato  anche  quando 
lo  troviamo  solo. 

Diana  è  in  biga  di  Cervi  sui  denari!  di  C.  Allio  Baia, 
90  a.  C,  e  su  quelli  di  L.  Axio,  69  a.  C,  a  meno-  che  in 
questi  ultimi  si  tratti  non  precisamente  di  Cervi,  ma  di  Axi,  i 
quali  del  resto  non  ne  sono  che  una  varietà.  Il  Cervo  stante 
da  solo,  oppure  accanto  a  Diana  (DIANA  EPHESIA,  FELIX, 
VICTRIX)  compare  replicatamente  dal  quinario  di  Anzio  Re- 
stio 49  a.  C.  e  dal  denario  di  Ostilio  Saserna  49-46  a.  C, 
alle    monete    e    medaglioni    nei    varii    metalli    di   Augusto, 


NEI   TIPI    MONETALI    ROMANI  39 


Adriano,  Antonino  Pio,  Faustina  jun.,  Filippo  Padre,  Gallieno, 
Macriano,  Postumo,  Claudio  II,  Carausio.  E  qui  giova  no- 
tare come  il  Cervo  figuri  sempre  quasi  il  compagno  e  l'amico 
di  Diana  piuttosto  che  l'agognata  vittima.  Forse  era  il  ri- 
cordo o  il  rimorso  per  la  sorella  d'Apollo,  d'aver  tramutato 
in  Cervo  il  timido  Atteone,  che  la  rendeva  benevola  verso 
quell'animale. 

Abbiamo  però  anche  il  Cervo  assalito  e  addentato  da 
un  Leone  in  un  denario  di  M.  Durmio,  20  a.  C,  e  il  Cervo 
abbattuto  da  Ercole,  in  un  antoniniano  di  Postumo  HERCVLI 
ÀRCÀDIO  e  in  parecchie  monete  di  Massimiano  Erculeo  e  di 
Diocleziano  con  la  leggenda  VIRTVS  AVGG  o  VIRTVTI  AVGG. 

Una  Cerva  fu  la  nutrice  di  Telefo,  come  la  Lupa  dei 
gemelli  romani  e,  in  tale  sua  funzione,  la  troviamo  ripro- 
dotta in  un  bel  medaglione  di  Antonino  Pio  (Gn.,  92). 

Nel  Medio  evo  abbiamo  la  Cerva  col  motto  BIDER  CRAF 
in  un  quattrino  anonimo  attribuito  a  Francesco  II  Gonzaga 
{Corpus,  25  e  segg.),  il  Cervo  accovacciato  che  tiene  lo  scudo, 
in  parecchie  monete  di  Casale  coniate  dai  Paleoioghi  mar- 
chesi di  Monferrato,  Guglielmo  II  (1494-1518),  (Corpus,  i  a 
5,  25,  63  a  66),  G.  Giorgio  (1530-33)  (Corpus,  6-13)  e  da 
Carlo  V  {1533-36)  (Corpus,  8-9);  la  Cerva  corrente  alla  fon- 
tana in  monete  di  Ferdinando  Gonzaga  (1623-26)  [Corpus, 
25»  37  e  segg.). 

CICALA. 

Appare  su  alcuni  bronzi  italici  primitivi  (Umbria)  a  pro- 
babile indicazione  dell'estate  e  della  maturanza  delle  messi. 

CICOGNA. 

Simbolo  della  Pietà,  la  Cicogna  figura  al  dritto  di  un 
denario  di  Q.  Metello  Pio,  79  a.  C,  davanti  alla  testa  della 
Pietà,  e,  accanto  alla  figura  di  questa,  in  aurei  e  denarii  di 
M.  Antonio  dalla  leggenda  PIETAS. 

La  troviamo  ancora  in  Adriano  colla  rappresentazione 
d'Antiochia  e  in  Gallieno  quale  emblena  della  Legione  III 
ITALICA. 


40  FR.    GNECCHI   —    LA    FAUNA    E   LA    FLORA 

CINGHIALE. 

Il  Cinghiale  è  talvolta  indicato  semplicemente  come  fiera 
da  caccia  e  combattente,  ma  il  più  delle  volte  allude  al  Cin- 
ghiale Erimanteo  abbattuto  da  Ercole.  É  già  impresso  nei 
bronzi  primitivi  del  Lazio  e  dell'Apulia,  libero,  stante  o  cor- 
rente; ci  appare  poi  in  un  denario  di  M.  Voltejo,  88  a.  C, 
e  in  un  piccolo  bronzo  anepigrafo  di  Trajano  (Coh.,  341),  e 
in  altro  di  Gallieno  con  la  leggenda:  HERCVLI  CONS  AV. 
Nel  denario  di  M.  Durmio,  20  a.  C,  è  trafitto  da  un  dardo, 
in  quello  di  C.  Osidio,  43  a.  C,  colpito  da  un  dardo  e  as- 
salito da  un  mastino.  In  medaglioni  di  Adriano  (Gn.,  67  a  69) 
e  di  Marco  Aurelio  (Gn.,  89  e  90),  trafitto  dalla  lancia  del- 
l'imperatore, che  gli  muove  incontro  a  cavallo;  mentre  in 
un  denario  di  L.  Livinejo  Regolo,  43-42  a.  C,  è  accovac- 
ciato ferito,  dopo  il  combattimento  con  un  gladiatore. 

In  un  aureo  di  Probo  HERCVLI  HERIMANTHIO  e  in  due 
di  Massimiano  Erculeo  VIRTVTI  AVGG,  Ercole  si  porta  sulle 
spalle  le  spoglie  del  vinto  Cinghiale  Erimanteo. 

11  Cinghiale  è  l'emblema  della  Leg.  I  ITALICA  sotto 
Gallieno,  della  Leg.  XX  VALERIA  VICTRIX  sotto  Vittorino, 
della  Leg.  XXV.  V.  sotto  Carausio. 

CIVETTA. 

Della  Civetta,  simbolo  di  Minerva,  rarissima  è  la  rappre- 
sentazione durante  la  repubblica.  Non  ci  appare  che  in  un 
sesterzio  di  C.  Anzio  Restio,  49  a.  C,  poggiata  su  di  uno 
scudo,  e,  accanto  alla  Concordia,  in  un  aureo  di  Lepido 
(Grueber,  voi.  i,  pag.  342). 

Più  frequente  ci  appare  durante  l' impero,  dapprima 
come  Tipo  in  qualche  P  B  di  Nerone  (Coh.,  183),  e  di  Trajano 
(Coh.,  342),  e  in  qualche  altro  piccolo  bronzo  anonimo  dei 
tempi  di  Domiziano;  oppure,  insieme  all'Aquila  e  al  Pa- 
vone, su  bronzi  e  medaglioni  di  Adriano  (Gn.,  50  e  64),  e  di 
Antonino  Pio  (Gn.,  28,  127,  140  e  152),  in  rappresentazione 
simbolica  delle  tre  maggiori  divinità  Giove,  Giunone  e  Mi- 
nerva; poi  in  medaglioni  d'Adriano  (Gn.,  130),  su  di  una 
rupe,  di  M.  Aurelio  (Gn.,  45-46),  sull'ulivo,  di  Commodo  (Gn., 
47),  su  di  una  colonna,  sempre  accanto  a  Minerva,    oppure 


NEI   TIPI    MONETALI    ROMANI 


sullo  scudo  della  dea,  in  un  medaglione  di  M.  Aurelio  (Gn., 
67  a  105),  e  in  aureo  e  bronzi  di  Geta  (Coh.,  108  a  ni). 
Infine  su  di  un  piccolo  bronzo  del  padre  Licinio  (Coh., 
142),  in  altro  di  Costantino  Magno  (Coh.,  485-86),  e  in  un 
aureo  dello  stesso  (Coh.,  453),  sempre  nel  medesimo  signi- 
ficato d'allusione  a  Minerva,  espresso  dalle  parole  SAPIENTIA 
PRINCIPIS  o  SAPIENTIA  PRINCIPIS  PROVIDENTISSIMI. 

Nei  tempi  più  recenti  la  Civetta,  come  uccello  della 
notte,  non  conservò  che  il  significato  della  notte  eterna  e 
non  la  si  vede  più  che  sui  monumenti  fìjnerarii. 

COCCODRILLO. 

Il  Coccodrillo  nelle  monete  non  ha  che  un  significato 
geografico,  essendo  unicamente  destinato  a  rappresentare 
l'Afi-ica  e  specialmente  l' Egitto.  Ci  appare  la  prima  volta 
sul  bronzo  di  M.  Canidio  Crasso,  57,  a.  C,  presumibil- 
mente coniato  durante  il  suo  soggiorno  in  Egitto,  ove  co- 
mandava le  truppe  di  M.  Antonio.  In  aurei  e  denari  d'Au- 
gusto il  Coccodrillo  indica  precisamente  la  conquista  dell'E- 
gitto AE&YPTO  CAPTA. 

E  lo  ritroviamo  di  nuovo  in  Adriano,  accanto  al  Nilo 
NILVS  ;  in  Antonino  Pio,  accanto  ad  Alessandria  e  in  Cara- 
calla  con  Iside  (Coh.,  319),  o  coll'Africa  (Coh.,  334). 

COLEOTTERO. 

Non  si  trova  che  su  di  un'antica  semi-oncia  dell'Italia 
Centrale. 

COLOMBA. 

Come  Tipo,  la  Colomba  non  fa  che  rare  apparizioni 
sulle  monete.  La  prima  su  un  piccolo  bronzo  anonimo  con 
S  C  probabilmente  del  tempo  di  Domiziano.  La  seconda  su 
alcuni  aurei  di  Faustina  iuniore,  ove  è  messa  a  rappresen- 
tare la  Concordia.  La  Colomba  è  sola  nel  campo  e  la  leg- 
genda dice:  CONCORDIA.  La  Colomba  è  l'uccello  favorito  di 
Venere  e  la  troviamo  appunto  al  seguito  di  questa,  in  un 
medaglione  della  stessa  Faustina  juniore  (Gn.,  12,  40)  e  in 
altro  di  Commodo  (Gn.,  67),  poi  in  un  aureo  di  Crispina  (Coh., 


4Ì  i^K.    GNECCHI    —   LA   FAUNA   E   LA    FLORA 

38).  Due  colombe  ornano  la  sedia  curule  della  Cestia-Nor- 
bana  (in  ossequio  a  Venere?),  due  Colombe  stanno  sul  fron- 
tone del  tempio  (di  Venere?)  in  un  medio  bronzo  di  Elioga- 
balo  (Gn.,  6). 

E  con  questo  si  chiude  la  breve  serie. 

La  Colomba,  più  che  nell'antica,  appare  nella  monetazione 
medioevale.  La  troviamo  nei  grossi  di  Galeazzo  Maria  e 
Massimiliano  Maria  Sforza  per  Milano  col  motto  A'  BON 
DROIT;  ma  assai  più  abbondantemente  ritorna  con  un  signi- 
ficato mistico  nelle  diverse  monete  in  cui  è  rappresentata 
l'Annunciazione,  e  più  ancora  in  quelle  papali  delle  sedi 
vacanti,  ove  è  rappresentata  in  un'aureola  di  raggi,  sempre  a 
significazione  dello  spirito  divino,  che  illumina  la  mente 
umana 

"   Veni  Creator  Spiritus  „. 

E  rimase  pure,  pel  medesimo  periodo  ed  ancora  rimane 
presentemente,  quale  simbolo  di  carità,  nelle  tessere  degli 
ospedali  o  degli  istituti  di  beneficenza. 

CONCHIGLIA   BIVALVE. 

Il  Pecten  è  impresso  su  parecchi  bronzi  primitivi  pesanti 
del  Lazio,  della  Campania  e  dell'Umbria,  e  talvolta  un  lato 
presenta  la  parte  convessa  e  l'altro  la  parte  concava.  Evi- 
dentemente si  riferisce  al  mare. 

Da  quell'epoca  remota  la  Conchiglia  scompare  durante 
tutta  l'epoca  romana  e  non  la  ritrovo  che  sullo  scudo  d'oro 
di  G.  Giacomo  Trivulzio  per  Mesocco  {Corpus,  io). 

CONCHIGLIA   ELICOIDALE. 

Nel  triente  d'Atri  è  rappresentata  una  testa  femminile 
(divinità  marina?)  uscente  da  una  conchiglia  elicoidale. 

CONIGLIO. 

Il  Coniglio  è  originario  della  Spagna  e  credo  che  a 
questa  sua  qualità  unicamente  debba  l'onore  d'essere  stato 
scelto  come  emblema  di   quel    paese.    Al    piccolo    e    timido 


NEI   TIPI    MONETALI    ROMANI  43 

rosicchiante,  non  sono  riconosciute  alte  doti  morali  da  noi 
moderni  e  difficilmente  avrebbero  potuto  riconoscergliene 
anche  gli  antichi,  per  accordargli  l'onore  di  rappresentare 
una  nazione  forte  e  vigorosa.  Comunque  sia,  noi  non  pos- 
siamo che  riconoscere  quanto  ci  dichiara  tutta  una  serie  di 
monete  d'Adriano.  Qui  giova  notare  che  il  Coniglio  non  è 
mai  rappresentato  né  sulle  antiche  monete  autonome  della 
Spagna,  né  su  quelle  di  Galba,  che  si  riferiscono  a  quella 
Provincia,  con  le  leggende:  HISPANIA.  HISPANIA  CLVNIA  o 
VLPIA,  GALLIA-HISPANIA. 

Nessuna  traccia  infine  è  dato  trovare  di  esso  avanti  l'e- 
poca d'Adriano.  Dal  che  risulta  che  l'emblema  non  era  molto 
antico,  e  che  è  precisamente  ad  Adriano  che  il  ConigUo  è 
debitore  della  sua  celebrità  numismastica.  Possiamo  anzi 
determinare  la  data  di  tale  avvenimento.  Il  grande  impera- 
tore, che  vanta  la  serie  più  vasta  di  monete,  fece  tre  con- 
secutive emissioni  riguardanti  le  provincie  dell'impero.  La 
prima,  commemorativa  de'  suoi  viaggi,  con  le  leggende 
ADVENTVI  AFRICAE...  HISPANIAE.  ecc.,  ebbe  luogo  l'anno  135. 
La  seconda,  commemorativa  dei  miglioramenti  introdotti 
nelle  provincie,  con  le  leggende  RESTITVTORI  AFRICAE  .. 
HISPANIAE,  ecc.,  avvenne  il  136,  e  la  terza,  a  memoria  ed 
onore  delle  provincie  stesse  nell'anno  137,  con  le  semplici 
indicazioni  AFRICA-..  HISPANIA.  ecc. 

Ora,  nella  prima  di  queste  (Coh.,  37,  42),  il  Coniglio  non 
figura  ancora,  nella  seconda  (Coh.,  821  a  842),  appare  in 
tutte  le  22  varietà,  senza  eccezione  e  nella  terza  (Coh.,  1258, 
1273),  persiste  nella  maggior  parte,  quantunque  qualche 
volta  eccezionalmenie  manchi.  Da  ciò  risulta  che  l'emblema 
fu  adottato  da  Adriano  nell'anno  136.  Il  Coniglio  si  vede 
anche  in  un  altro  bronzo  nello  stesso  Adriano  (Coh.,  1068), 
nel  quale  Minerva  sta  presso  all'ulivo  della  Betica.  C'è  chi 
credette  vederlo  in  un  aureo  di  Gallieno  (Coh.,  833),  accanto 
a  Serapide;  ma  non  se  ne  scorge  il  nesso  ed  è  quindi  per- 
messo dubitarne.  Meglio  a  proposito  lo  ritroviamo,  rappre- 
sentante la  Spagna,  nell'aureo  rarissimo  di  Lehano,  il  quale, 
quanto  pare  fu  l'unico  seguace  d'Adriano. 

Inutile  dire  che  il  Coniglio  non  ebbe  miglior  fortuna  in 
seguito,  nel  medioevo  e  nell'epoca  moderna. 


44  FR'    GNECCHI    —    LA   FAUNA    E  LA    FLORA 


CORNACCHIA. 

È  dubbio  se  la  Cornacchia  abbia  diritto  di  figurare  nella 
nostra  serie. 

L'uccello  che  si  vede,  come  simbolo,  sui  bronzi  di  L. 
Antistio  Gragulo,  si  vorrebbe  una  Cornacchia  da  Eckhel,  un 
Corvo  dal  Borghesi.  Il  primo  spiega  la  sua  interpretazione 
colla  somiglianza  del  nome  Gragulus  con  Graculus,  il  se- 
condo vorrebbe  trovare  la  stessa  allusione  al  nome  di  Gra- 
gulus nel  gracchiare  del  corvo.  Data  la  grande  tendenza  dei 
Triumviri  monetarii  per  i  giuochetti  di  parole  o  per  i  rebus, 
ambedue  le  spiegazioni  potrebbero  essere  ammesse.  Io  pro- 
penderei però  per  la  prima,  come  più  analoga  ad  altre  si- 
mih,  e  perciò  ho  accettata  la  Cornacchia,  senza  però  esclu- 
dere che  essa  si  potesse  trovare  nella  contingenza  di  cedere 
il  posto  al  Corvo,  ritirandosi  dalla  serie. 

CORVO. 

La  prima  apparizione  del  Corvo,  e  anche  la  più  chiara 
e  più  completa,  come  Tipo,  è  sul  sestante  campano,  nel 
quale  occupa  tutto  il  campo  della  moneta,  tenendo  nel  becco 
una  foglia  o  un  fiore. 

Durante  la  Repubblica,  olire  il  posto  che  gli  contesta 
la  Cornacchia,  non  lo  vediamo  che  sulla  spalla  di  Giunione 
Sospita  in  tutti  i  denarii  della  Cornuficia,  certamente  in  si- 
gnificato augurale,  significato  che  si  conferma  in  seguito, 
quando,  col  lituo  e  col  prefericolo,  ci  appare  nei  denarii  e 
quinarii  di  M.  Emilio  Lepido  e  Marc' Antonio  (Coh.,  2  a  6),  poi 
su  aurei  o  denarii  di  Vitellio  (Coh.,  no  a  116),  e  di  Domi- 
ziano (Coh.,  552),  ove  sta  appoggiato  sul  tripode;  in  un  P  B 
di  Domiziano  (Coh..  529),  ove  sta  su  di  un  ramo  d'alloro 
sacro  ad  Apollo,  e  finalmente  in  un  medaglione  di  M.  Au- 
relio (Gn.,  34)  ove  lo  si  vede  sull'Albero  d'alloro,  presso  il 
quale  sta  Apollo.  Probabilmente  si  troverà  in  altri  meda- 
glioni simili;  ma  non  è  sempre  facile  rintracciarlo,  perchè 
si  richiederebbe  una  conservazione  perfetta...  il  che  avviene 
assai  di  raro. 

Perchè  presso  i  Romani  il  Corvo  fosse  uccello  di  buon 


NEI   TIPI   MONETALI    ROMANI  45 

augurio  non  so.  Probabilmente  non  era  a  loro  conoscenza 
la  leggenda,  per  quanto  antica,  del  Corvo  lanciato  dall'arca 
di  Noè  e  non  più  ritornato! 

DELFINO. 

L'emblena  di  Nettuno  è  il  simbolo  della  potenza  marit- 
tima. Ha  un  numero  infinito  di  rappresentazioni  nella  numi- 
smatica greca,  dalla  quale  passò  nella  romana,  incominciando 
dall'aes  signatura  italico,  sul  triente  che  porta  al  lato  opposto 
il  fulmine.  Durante  la  Repubblica,  lo  troviamo  in  di  un  raro 
bronzo  di  M.  Antonio  al  nome  di  Sosio,  39,  38  a.  C,  con 
un  tridente,  al  rovescio  della  testa  di  Nettuno;  mentre  nel 
denario  di  M.  Terenzio  Varrone,  49  a.  C,  al  rovescio  della 
testa  di  Giove  terminale,  sta  coll'Aquila  e  con  uno  scettro 
ad  indicare  la  potenza  di  terra  e  di  mare. 

Solitamente  però  il  dolce  Delfino  è  cavalcato  da  Cupido 
e  tale  ci  appare  nei  numerosi  denarii  di  L,  Lucrezio  Trione, 
74  a.  C,  e  di  M.  Cordio  Rufo,  49  a.  C.  Riappare  poi,  sem- 
pre col  medesimo  gentile  cavaliere,  in  un  rarissimo  denario 
d'Augusto  (Coh.,  269)  e  più  tardi  in  un  medaglione  di  Fau- 
stina juniore  (Gn.,  6).  Con  Vitellio  (Coh.,  no,  116),  il  Del- 
fino è  collocato  su  di  un  tripode  in  compagnia  del  Corvo, 
con  Tito  (Coh.,  320,  323),  e  con  Domiziano  (Coh.,  551-52,  593), 
è  solo,  sopra  o  sotto  il  tripode,  o  attorciliato  a  un'ancora, 
e  con  questo  finiscono  le  sue  apparizioni  come  Tipo. 

Con  Augusto,  Agrippa,  Caligola,  Vespasiano,  Adriano, 
M.  Aurelio,  Caracalla,  Gallieno,  Postumo,  Carausio,  Aure- 
liano, Diocleziano,  Massimiano  Erculeo  e  Costantino  Magno 
il  Delfino  è  il  simbolo  di  Nettuno  ;  il  quale,  munito  del  Del- 
fino e  del  tridente,  costituisce  l'emblema  della  Legione  XI 
CLAVDIA  sotto  Gallieno  e  della  Leg.  XXI  VLPIA  sotto 
Carausio.  Nei  diversi  medaglioni  di  Gordiano  Pio  colla  leg- 
genda TRAIECTVS  e  la  trireme,  alcune  teste  di  Delfino  si  ve- 
dono sporgere  dalle  onde. 

DRAGO. 

Il  Gigante  anguipede,  il  Tritone,  il  Tifone,  il  Serpente 
a  testa  umana  e  il  Drago,   sono   esseri   immaginarli    e   fan- 


46  FR.    GNECCHI     —    LA   FAUNA   E   LA    FLORA 

tastici,  di  forme  non  bene  definite,  che,  nelle  loro  svariate  rap- 
presentazioni, vengono  quasi  a  confondersi  in  un  comune  si- 
gnificato, alludendo  tutti  a  un  nemico  dell'umanità,  a  un  es- 
sere fornito  di  enorme  forza  materiale;  ma  che  alla  fine  deve 
cedere  alla  forza  morale  dell'uomo.  Neil'  imbarazzo  di  tante 
incerte  denominazioni  e  forme  variate,  io  non  ho  saputo  far 
di  meglio  che  dividere  tali  mostri  in  due  gruppi,  intitolan- 
doli Drago  e  Tritone.  E  la  distinzione  tra  l'uno,  e  l'altro, 
più  che  nella  forma,  la  vedo  nel  significato.  Il  primo  accenna 
piuttosto  a  forza  morale  e  riesce  sempre  soccombente,  mentre 
il  secondo,  basato  preferibilmente  e,  quasi  esclusivamente, 
sulla  forza  fisica,  talvolta  esce  anche  vincitore  della  lotta. 

Fermandoci  ora  al  primo,  esso  compare  più  tardi  del 
secondo  nella  numismatica  romana  e  non  vi  fa  che  una  appa- 
rizione, sotto  forma  di  Serpente  a  testa  umana  —  a  meno 
che  questo  non  si  voglia  calcolare  che  come  una  derivazione 
del  denario  di  G.  Cesare,  in  cui  l'Elefante  schiaccia  il  Ser- 
pente — .  Ciò  avviene  verso  la  metà  del  quinto  secolo  con 
Valentiniano  III  in  Occidente  e  con  Marciano  in  Oriente,  nei 
loro  soldi  d'oro  e  continua  poi  in  quelli  dei  successori,  Pe- 
tronio Massimo,  Maggioriano  e  Libio  Severo. 

Nel  rovescio  di  questi  aurei,  con  la  leggenda  VICTORIA 
AV&G,  è  rappresentato  l' imperatore  munito  della  croce  e 
del  globo  niceforo,  in  atto  di  calpestare  un  Serpente  a  testa 
umana.  L' intenzione  era  certamente  quella  di  rappresen- 
tare un  forte  e  pericoloso  nemico  debellato.  Ma  quale  ? 
L' insigne  conservatore  del  Gabinetto  di  Parigi,  sig.  Ernesto 
Babelon,  pubblicò  a  proposito  di  queste  monete  nella  Revtte 
Numismatique  del  1914,  un  articolo  antico  e  moderno,  nu- 
mismatico e  politico,  nel  quale  dimostra  come  il  Drago  sotto 
forma  di  Serpente  a  testa  umana  non  abbia  come  altri  simili 
mostri  un  significato  vago  ;  ma  invece  alluda  precisamente 
e  ben  chiaramente  a  una  persona  determinata,  ossia  a  quel 
barbaro  troppo  celebre,  a  quel  disastro,  che  dalle  selvagge 
foreste  nordiche  era  piombato  sull'  impero  romano,  a  quel- 
1'  "  Attila  flagellum  Dei  „  che  finalmente,  dopo  tante  stragi 
e  tante  rovine,  era  stato  vinto  e  sgominato. 

La  forza  barbara  aveva  alle  fine  dovuto  cedere  agli 
avanzi  della  civiltà  romana. 


NEI    TIPI    MONETALI   ROMANI  47 

L'argomento  si  prestava  a  confronti  di  tempi  e  di  con- 
pizioni  politiche  e  morali,  a  ravvicinamenti  palpitanti  d'at- 
tualità e  l'autore  seppe  scegliere  il  momento  opportuno  per 
la  sua  pubblicazione. 

Pure  variando  e  mutando  le  forme  esterne,  in  questo 
identico  significato  delle  monete  romane  di  Valentiniano  e 
successori,  il  Drago  attraversò  i  secoli  e  giunse  fino  a  noi, 
talvolta  come  soggetto  cavalleresco  e  guerriero  ;  ma  più 
spesso,  anzi  quasi  sempre,  come  concetto  religioso. 

Si  dipinge  da  secoli  e  si  dipinge  anche  oggidì  la  Ver- 
gine Immacolata  in  atto  di  calpestare  un  mostro  rappresen- 
tante il  genio  del  male,  e  numerosissime  sono  le  monete,  nelle 
quali  la  Vergine  o  un  Santo  —  e  fra  questi  con  predilezione 
San  Giorgio,  talora  a  piedi  ma  il  più  sovente  a  cavallo  — 
trafigge  con  la  lancia  il  Drago,  ora  in  una,  ora  in  altra  delle 
sue  svariate  forme.  Posso  citare  di  volo  le  zecche  di  Genova, 
Ferrara,  Mantova,  Casale,  Mesocco,  Retegno  e  terminerò 
ricordando,  come  la  più  splendida  riproduzione  di  tale  con- 
cetto, quel  piccolo  capolavoro  del  nostro  Pistrucci,  che  co- 
stituisce il  rovescio  della  sterlina  e  d'altre  monete  dell'im- 
pero britannico. 

Nel  medio  evo  il  Drago  servì  a  varii  stemmi  gentilizii 
in  senso  dirò  fantastico  e  si  possono  citare  ad  esempio  al- 
cune monete  della  zecca  milanese,  coniate  da  Giovanni  e 
Lunchino  e  da  Bernabò  Visconti,  che  portano  il  Drago  alato 
quasi  in  concorrenza  alla  Biscia.  Naturalmente  sia  la  Biscia 
come  il  Drago  non  erano  che  il  risultato  d'una  leggenda  ri- 
ferentesi  alle  imprese  di  qualche  antenato  della  famiglia  ; 
ma,  anche  assente  il  vincitore,  la  Biscia  uccisa,  o  il  Drago 
catturato,  qualunque  fosse  la  forma  più  o  meno  bizzarra  che 
assumevano,  rappresentavano  sempre  il  genio  del  male  sog- 
giogato da  quello  del  bene,  la  forza  bruta  vinta  dall'in- 
telligenza. 

Vedasi  anche  la  voce  Tritone,  sotto  la  quale  ho  riuniti 
tutti  gli  altri  mostri  sopra  nominati,  che  pure,  potendo  pre- 
starsi a  qualche  differenza  di  interpretazione,  hanno  sempre 
molta  analogia  con  quello,  cui  si  è  riservato  il  nome  di 
Drago. 


48  FR.    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E    LA    FLORA 


ELEFANTE. 

L'Elefante  entrò  a  far  parte  della  Fauna  nella  numisma- 
tica romana  quale  animale  di  guerra  ;  vi  rimase  poi  assai 
lungamente  sia  come  tale,  sia  come  animale  di  parata,  rap- 
presentante della  Maestà,  della  Munificenza  e  anche  —  per 
la  sua  longevità  —  dell'Eternità. 

Fece  la  sua  prima  comparsa  in  Italia  colle  truppe  car- 
taginesi e  i  Romani  ne  fecero  la  conoscenza  alla  battaglia 
d'Ascoli,  279  a.  C.  Fu  in  memoria  di  questa  vittoria  che 
essi  riprodussero  l'Elefante  in  un  pezzo  quadrilatero  fuso 
poco  dopo  quella  battaglia. 

Nel  medesimo  significato  la  riprodussero  i  Metelli  nei 
loro  denarii,  C.  Cecilio  Metello  Caprario,  nel  134  a.  C,  che 
vi  rappresentò  Giove  in  quadriga  d'Elefanti,  Q.  Cecilio  Me- 
tello Pio  nel  79  a.  C.  e  Q.  Cecilio  Metello  Pio  Scipione  nel 
46-48  a.  C,  che  vi  riprodussero  pure  l'Elefante,  sempre  al- 
ludendo alla  Vittoria  di  Panormo,  riportata  nel  251  a.  C.  dal 
loro  antenato  L.  Cecilio  Metello,  sull'esercito  Cartaginese,  il 
quale  aveva  nuovamente  portati  gli  elefanti  alla  battaglia. 
Siccome  si  pretendeva  che  la  parola  in  lingua  punica  signi- 
ficasse Cesare,  l'Elefante  venne  assunto  come  proprio  em- 
blema dal  Dittatore,  che  lo  stampò  in  un  comunissimo  suo  de- 
nario  dalla  leggenda  CAESAR,  rappresentandovi  l' Elefante, 
che  col  piede  schiaccia  un  Serpente  ;  col  che  dicono  abbia 
voluto  celebrare  la  vittoria  su  re  Giuba.  Potrebbe  darsi, 
come  si  è  accennato  alla  voce  Drago,  che  questo  denario  di 
Giulio  Cesare  fosse  stato  il  prototipo,  da  cui  derivò,  con 
medesimo  significato,  il  soldo  d'oro  di  Valentiniano  III. 

Una  imitazione  in  bronzo,  barbara  perchè  coniata  in 
Gallia,  fece  di  questo  denario  il  magistrato  monetario  A. 
Irzio,  58  a.  C,  legato  e  amico  di  Giulio  Cesare. 

Dall'epoca  d'Augusto,  l' Elefante  non  abbandona  com- 
pletamente il  suo  tipo  guerriero,  ma  è  preferibilmente  adi- 
bito alle  comparse  gloriose  nelle  bighe  e  nelle  quadrighe 
imperiali.  Coi  nomi  dei  Triumviri  Aquillio  Floro,  L.  Petronio 
Turpiliano  e  M.  Durmio,  Augusto  conia  tre  denarii  con  la 
sua  biga,  tirata  da  elefanti. 


NEI   TIPI   MONETALI   ROMAN!  49 

Come  Tipo  di  guerra  e  di  munificenza  insieme  troviamo 
r  Elefante  solo,  o  montato  da  un  guardiano,  libero,  bardato 
e  talora  anche  corazzato,  nelle  monete  di  Tito  (Coh.,  300-3), 
Domiziano  (Coh.,  590-1),  Antonino  Pio  (Coh.,  564-5),  Commodo 
(Coh.,  377-8),  Severo  (Coh.,  348-52),  Caracalla  (Coh.,  208-10, 
230  i),  Eliogabalo  (Coh.,  ii8j,  Massimiano  Erculeo  (Coh.,  13 
a  22),  Galeno  Massimiano  (Coh.,  9). 

Ma  la  Munificenza  o,  forse  meglio,  la  Maestosità  del  mas- 
simo pachidermo,  l'abbiamo  nei  carri  trionfali  portanti  gli 
Augusti  e  le  Auguste. 

La  biga  nelle  monete  d'Augusto  (Coh.,  229-30,  354,  427, 
479-81),  Tito  (Coh.h.,  397),  Giulia  di  Tito  (Coh.,  19),  Nerva 
(Coh.,  150),  Marciana  (Coh.,  12-13),  Faustina  seniore  (Coh., 
53,  201  a  204),  Faustina  juniore  (Coh.,  11).  La  quadriga, 
in  quelle  di  Nerone  ed  Agrippina  (Coh.,  3  e  4),  Vespasiano 
(Coh.,  205),  M.  Aurelio  (Coh.,  95),  Lucio  Vero  (Coh.,  53-4), 
Pertinace  (Gn.,  i)  e  fin  qui  sono  tutte  quadrighe  destinate 
alla  cerimonia  solennissima  della  Consacrazione,  accompa- 
gnate quindi  dalle  leggende:  CONSECRATIO,  AETERNITAS 
o  AETERNITATI  oppure  EX  SENATVS  CONSVLTO- 

Pochissime  sono  le  quadrighe  d'Elefanti  adibite  ad  altre 
circostanze.  Un  medaglione  d'oro  di  Diocleziano  e  Massimiano 
coi  semplici  loro  nomi  (Gn.  i  e  2),  un  bronzo  di  Massenzio  FEL 
PROCESS  CONS  ili  AVG  N  (Coh.,  59)  e  un  altro  medaglione  d'oro 
di  Costanzo  II  (Gn.,   i)  con   AETERNA  GLORIA  SENAT  P  Q  R. 

Le  più  alte  e  onorifiche  mansioni  affidate  all'Elefante  non 
lo  esonerarono  dal  presentarsi  talvolta  come  semplice  fiera 
da  circo.  Tale  ce  lo  mostra  l'anfiteatro  di  Gordiano,  com- 
battente con  un  Toro  e,  sotto  il  medesimo  aspetto,  lo  si  può 
considerare  nelle  monete  secolari  dei  Filippi. 

Geograficamente  1'  Elefante  fornì  l'emblema  alla  Perso- 
nificazione dell'Africa,  la  quale  si  orna  delle  sue  spoglie,  allo 
stesso  modo  che  Commodo,  Gallieno,  Probo,  Massimiano  si 
ornano  di  quelle  del  Leone. 

L'Africa  è  sempre  così  figurata  nel  denario  della  Cor- 
nuficia  e  nell'aureo  della  Cestia  Norbana  e,  con  tale  orna- 
mentazione, attraversa  poi  tutto  l'impero. 

Qualche  reminiscenza  dell'  Elefante  evocò  anche  il  medio 

7 


50  FR.    GNECCHl    —    LA    FAUNA    E    LA   FLORA 

evo.  La  prima  volta  lo  troviamo  sulla  moneta  di  Federico  II 
d'Aragona  (1296-1337)  per  Catania. 

Emanuele  Filiberto  di  Savoia  pose  l'Elefante  in  mezzo 
a  un  branco  di  pecore  in  una  sua  mezza  lira  del  1562  con 
la  leggenda  INFESTVS  INFESTIS  {Corpus,  103)  e  Vincenzo  II 
Gonzaga,  duca  di  Mantova  nel  1627  lo  pose  in  senso  guer- 
riero in  un  doppio  grosso  col  motto  :  ACCENSVS  SANOVINE 
IN  MOSTI S  {Corpus,  31). 

FARFALLA. 

Due  sole  sono  le  apparizioni  della  Farfalla  e  noi  dob- 
biamo limitarci  a  constatarle,  senza  poterne  afferrare,  né  una 
volta  né  l'altra,  il  significato. 

Essa  appare  la  prima  volta  nella  serie  di  quelle  monete 
repubblicane  anonime  che  portano  parecchi  simboli,  i  quali 
con  ogni  verosimiglianza,  dovevano  avere  un  significato  ; 
ma  che  a  noi  non  è  dato  scoprire,  appunto  perché  quelle 
monete  erano  anonime. 

La  seconda  avviene  nell'aureo  della  Durmia,  al  rovescio 
della  testa  d'Augusto,  ove  é  raffigurato  un  Granchio  marino 
che  tiene  fra  le  sue  branche  una  Farfalla.  Che  cosa  si  é  vo- 
luto esprimere  ?  L'agilità  e  la  lentezza  ?  La  debolezza  e  la 
forza  ?  La  leggerezza  e  la  solidità  ?  Non  seppe  penetrare 
il  mistero  neppure  l'acuto  ingegno  di  Heckhel,  il  quale, 
dopo  aver  detto  che  alcuni  antiquari!  vorrebbero  vedere 
in  questo  simbolo ,  come  in  quello  d' altra  moneta  dello 
stesso  Augusto  con  l'Erma  sovrapposta  al  fulmine,  la  spie- 
gazione del  detto  famigliare  al  grande  imperatore  :  "  Fe- 
stina lente,  dux  enini  providus  praestai  temerario  „  ag- 
giunge, non  senza  una  punta  d' ironia  :  "  Quorum  sententia, 
qui  voi  et,  subscribat  „. 

E  io  francamente  sarei  tentato  di  sottoscrivere,  non  solo 
per  non  avere  alcunché  di  meglio  da  proporre  ;  ma  perchè 
mi  pare  che  questi  contrasti  d'idee  sono  affatto  consoni  al 
nostro  spirito  latino.  Non  solo  ne  abbiamo  parecchi  esempii 
antichi,  ma,  in  tutta  la  numismatica  e  nell'araldica  del  medio 
evo,  sono  numerosissimi  i  motti  e  le  imprese  che  si  basano 
sul  contrasto  e  sull'antitesi.  Il  bisticcio  di  Durmio  non  vi 
stuonerebbe  punto. 


NEI   TIPI   MONETALI   ROMANI  51 

FENICE. 

È  certamente  molto  antica  la  favola  relativa  alla  Fe- 
nice, perchè  questa  si  vede  rappresentata  sull'obelisco  di 
Ramsete,  il  quale  regnava  1600  anni  avanti  l'era  volgare. 

Uccello  mistico,  immaginario,  la  Fenice  si  vuole  prove- 
niente dall'Egitto,  oppure  dalla  città  del  Sole,  vale  a  dire 
dall'Oriente.  Talora  è  rappresentata  somigliante  ad  un'Aquila; 
più  sovente  smilza  e  arieggiante  piuttosto  l'Ibis  o  la  Cicogna, 
con  un  ciuffo.  Il  suo  capo  è  solitamente  circondato  da  una 
aureola  radiata.  Alcuni  anzi  dicono  che  la  testa  della  Fenice 
spicca  sul  disco  del  Sole.  Generalmente  poggia  su  di  un 
globo,  oppure  su  di  un  monticello  o  mucchio  di  pietre. 

Individuo  unico  della  sua  specie,  la  Fenice  aveva  una 
vita  lunghissima  e,  quando  si  sentiva  prossima  alla  fine,  si 
fabbricava  essa  stessa  il  rogo,  vi  si  inceneriva,  per  risorgere 
poi  dalle  proprie  ceneri. 

"  Post  fata,  resurgo  „. 

Tali  rinascite  avvenivano  a  cicli,  diversamente  determi- 
nati, secondo  le  diverse  leggende,  ma  della  durata  di  pa- 
recchi secoli  ciascuno,  in  istretta  relazione  col  movimento 
dei  pianeti  e,  in  modo  particolare,  del  pianeta  Mercurio. 

La  sua  longevità  e,  più  ancora,  la  sua  strana  facoltà  di 
risurrezione  fecero  della  Fenice,  1'  *  Avis  aeterna  „  il  sim- 
bolo  dell'  Eternità,  della  Rinnovazione,  del  Miglioramento. 

Difatti  sulle  monete  è  generalmente  accompagnata  dalla 
leggenda  AETERNITAS- 

Per  quanto  antica,  la  Fenice  è  sconosciuta  nella  numi- 
smatica repubblicana  e  la  sua  prima  apparizione  quale  Tipo, 
occupante  tutto  il  rovescio  della  moneta,  avviene  in  un  bel- 
l'aureo di  Trajano  (Coh.,  658-659)  ove  poggia  su  di  un  ramo 
d'ulivo. 

In  altro  bellissimo  aureo  d'Adriano  (SAEC  AVR)  sta  su 
di  un  globo  retto  dall'  imperatore.  In  monete  e  medaglioni 
delle  due  Faustine  (Gn.,  i  e  i)  il  globo  colla  Fenice  sta  nelle 
mani  della  stessa  Eternità.  E  con  poche  varianti  e,  sempre 
col  medesimo  significato,  abbiamo  ancora  la  Fenice  in  Tre- 
boniano  Gallo,  Emiliano,  Carino,  Massimiano  Erculeo,  Co- 
stantino Magno,  Costante  I,  Costanzo  II,  Graziano  e  Teodosio. 


52  FR.    GNECCHI    —   LA    FAUNA    E    LA   FLORA 

Nel  medio  evo  è  rievocata  qualche  volta  la  Fenice  e 
nel  significato  antico  di  risurrezione  e  di  rinnovazione  la  tro- 
viamo, al  momento  più  splendido  della  zecca  milanese,  nel 
testone  di  Bona  di  Savoia  per  Milano  con  la  nota  leggenda 
SOLA  FACTA  SOLVIVI  DEVM  SEQVOR.  Nel  significato  d'eter- 
nità nel  mezzo  tallero  del  1663  di  Annibale  degli  Ippolili, 
marchese  di  Gazzoldo,  con  la  leggenda  HINC  VITA  PERENNIS 
{Corpus,  4). 

Per  noi  moderni  si  può  dire  che  l'antico  alto  e  buon  si- 
gnificato della  Fenice,  pace  e  felicità  eterna,  è  scomparso 
completamente.  La  parola  non  resta  presso  di  noi  che  come 
indicazione  di  persona  o  di  cosa  tanto  sublime  e  tanto  per- 
fetta, che  è  impossibile  ritrovare. 

"  L'Araba  Fenice 
"  Che  vi  sia  ciascun  lo  dice, 
*  Dove  sia  nessun  lo  sa  „. 

GABBIANO. 

Linneo  diede  il  nome  di  Buteo  vulgaris  a  quell'uccello 
di  rapina  che  noi  chiamiamo  volgarmente  Nibbio  o  Pojana. 
Ora  il  naturalista,  che  osserva  il  volatile  rappresentato  nelle 
monete  della  gente  Fabia,  non  vi  riscontra  nessun  carattere 
dell'uccello  di  rapina.  Per  quanto  microscopiche  siano  certe 
rappresentazioni  sulle  monete,  l'incisore  romano  sapeva  im- 
primervi il  giusto  carattere,  cosicché  l'osservatore  discerne 
a  prima  vista,  senza  esitazione,  se  si  è  voluto  fare  un  corvo, 
una  civetta  o  una  colomba.  Qui  vediamo  un  volatile  agile 
dalle  gambe  lunghe,  dal  collo  allungato,  che  può  avere  qual- 
che analogia  con  la  cicogna,  ma  nessuna  con  un  uccello  di 
rapina.  Dobbiamo  quindi  abbandonare  Linneo  e  appoggiarci 
a  una  autorità  più  antica,  più  autentica  e  più  sicura,  a  quella 
di  Plinio,  il  quale  afferma  che  il  nome  di  Buteo  era  dato  a 
un  uccello  acquatico.  Senza  precisarne  la  varietà,  che  ve  ne 
sono  molte  in  questa  specie,  per  dimensione  e  per  colore, 
dal  bianco  al  cinerognolo  e  al  nero,  senza  dire  cioè  se 
sia  veramente  un  Gabbiano,  piuttosto  che  un  alcione  o  un 
airone,  possiamo  affermare  che  è  ad  uno  di  tali  uccelli  acqua- 
tici, che  corrisponde  l'incisione  della  moneta,  la  quale  Io  rap- 


NEI   TIPI   MONETALI    ROMANI  53 

presenta  in  atto  di  spiccare  il  volo,  davanti  alla  biga  della 
Vittoria,  nei  denarii  e,  davanti  alla  prora,  nei  bronzi  di  C. 
Fabio  Buteo,  89  a.  C. 

Plinio  racconta  che  uno  di  tali  uccelli  era  venuto  una 
volta,  a  posarsi  come  segno  di  buon  augurio,  su  di  una  nave 
comandata  da  un  Fabio  e  che  da  allora  la  gens  Fabia  aveva 
assunto  quel  volatile  come  stemma  di  famiglia.  Accettiamo 
tale  leggenda,  simile  a  molte  altre. 

GALLO. 

Il  Gallo,  simbolo  di  solerzia,  di  vigilanza,  d' industria  e 
anche  di  combattività  era  sacro  ad  Apollo  "  Apollini  sacra 
avis  „,  a  Mercurio,  a  Luni  e  a  Marte. 

La  sua  rappresentazione  è  estremamente  limitata  nella 
monetazione  romana. 

Appare  la  prima  volta  nel  sestante  d'Atri,  della  serie 
italica  primitiva,  poi  sul  quadrante  di  L.  Marcio  Filippo, 
112  a.  C. 

E,  durante  l' impero,  fatta  eccezione  d'un  piccolo  bronzo 
o  tessera  anonima  dell'alto  impero  (Coh.,  25),  in  cui  è  dato 
come  Tipo,  non  Io  troviamo  che.  talora  a  terra,  talora  su 
di  una  colonna,  in  medaglioni  di  Adriano  (Gn,,  16  a  23)  e 
di  M.  Aurelio  (Gn.,  47)  e  neppure  possiamo  assicurare  che 
in  quelli  d'Adriano  si  tratti  veramente  di  un  Gallo. 

GAZZELLA. 

Fra  le  molte  varietà  di  ruminanti  che  stanno  fra  il  Cervo 
e  il  Capro,  ben  difficile  riesce  determinare  quale  specie  ab- 
biano inteso  rappresentare  gli  artisti  incisori  con  l'animale 
che  ora  ha  l'aspetto  di  gazzella,  ora  di  daino,  di  capretto, 
di  cervo  giovane,  di  camoscio,  di  antilope  o  simile. 

I  cataloghi  lo  indicano  in  diversi  modi,  a  seconda  del- 
l'impressione momentanea  del  compilatore  ;  perciò  ho  cre- 
duto bene  riunire  tutte  queste  varietà  sotto  il  nome  di  Gaz- 
zella, che  si  deve  intendere  in  senso  lato.  Del  resto  non  è 
figura  molto  importante  nella  nostra  serie. 

II  grazioso  quadrupede  appare  per  la  prima  volta  nel 
quadrante  di  Licinio  Nerva,  no  a.  C,  senza  che  ne  possiamo 
penetrare  il  significato. 


54  FR'    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E    LA    FLORA 

Un  secondo,  che  dalle  lunghe  corna  si  potrebbe  anche 
classificare  uno  stambecco,  è  sul  denario  di  C.  Plauzio,  54 
a.  C.  Alcuni  lo  vorrebbero  un  Capretto,  simboleggiante 
r  isola  di  Creta. 

Meglio  ci  spieghiamo  i  bronzi  di  Antonino  Pio,  Salonina, 
Vittorino,  Tetrico  padre,  ove  l'animale,  stando  in  diversi  at- 
teggiamenti, o  solo,  o  con  Diana,  qualunque  sia  veramente  la 
sua  specie,  non  fa  che  sostituire  il  Cervo,  indicando  la  caccia. 

Sulle  monete  millenarie  di  Filippo  padre  e  di  Otacilla 
ha  il  significato  di  bestia  da  circo. 

GIOVENCA. 

Manca  alla  serie  repubblicana  e  non  appare  che  sotto 
Augusto  in  oro  e  in  argento,  in  monete  di  eccezionale  bel- 
lezza di  stile.  Queste  monete  furono  riprodotte  da  Vespa- 
siano e  nel  suo  V  e  VII  Consolato  e  da  Tito  nel  suo  V, 
ossia  negli  anni  74  e  76,  durante  quell'emissione  commemo- 
rativa, che  abbiamo  accennato  alla  voce  Capricorno. 

Né  nella  moneta  tipica  d'Augusto,  ne  nelle  successive 
imitazioni  di  Vespasiano  e  Tito,  v'ha  alcuna  leggenda  che 
si  riferisca  all'animale  rappresentato  ;  ma  non  credo  di  er- 
rare, interpretandolo  come  simbolo  di  fertilità. 

Difatti  ritroviamo  la  Giovenca  in  parecchi  denarii  di  Ca- 
rausio,  non  più  sola  come  nel  tipo  originario  ;  ma  munta  da 
una  pastorella,  con  la  leggenda  VBERITAS  (Coh.,  364  a 
366,  371). 

GIRAFFA. 

In  un  medaglione  di  M.  Aurelio  (Gn.,  72)  è  rappresen- 
tato il  carro  simbolico  degli  sposi  M.  Aurelio  e  Faustina, 
tirato  da  due  Pantere,  preceduto  da  una  suonatrice  di  tim- 
pani e  da  un  bestiario.  Nello  sfondo,  sovrasta  ad  altre  figure 
la  testa  di  una  Giraffa. 

È  questa  1*  unica  sua  apparizione  nelle  monete  romane. 
Potrebbe  darsi  che  a  quell'epoca  la  Giraffa  avesse  fatto  il 
suo  primo  ingresso  in  Roma  e,  nell'occasione  delle  nozze 
imperiali,  la  prima  sua  comparsa  in  pubblico. 


NEI  TIPI    MONETALI    ROMANE  55 


GRANCHIO. 

Il  Granchio,  tanto  comune  in  parecchie  serie  di  monete 
greche,  specialmente  in  quelle  d'Agrigento,  per  indicare  il 
mare  e  la  potenza  marittima,  non  compare  che  due  volte  nelle 
romane.  La  prima  è  chiara  su  di  un  denaro  di  M.  Servilio  e 
C.  Cassio  Longino,  43-42  a.  C,  ove  sta  a  ricordo  della  Vit- 
toria di  Cassio  sui  Rodiani,  avvenuta  in  vista  dell'  isola  di 
Cos,  la  quale  aveva  il  Granchio  come  suo  emblema.  Difatti 
esso  tiene  un  acrostolio  in  segno  di  Vittoria. 

Assai  meno  chiara  è  la  seconda  sull'aureo  di  M.  Durmio, 
20  a.  C,  in  cui  lo  vediamo  nella  misteriosa  compagnia  della 
Farfalla.  Nulla  conosciamo  della  vita  di  Durmio  né  sappiamo 
se  abbia  riportato  vittorie  navali.  Ma  questo,  in  ogni  modo, 
non  scioglierebbe  l'enigma,  di  cui  s'è  parlato  alla  voce  Far- 
falla. 

GRIFONE. 

Un  Leone  alato  con  testa  d'Aquila  ornata  da  una  cresta, 
costituisce  il  Grifone,  animale  mitologico  sacro  ad  Apollo. 
Diversi  paesi,  l'India,  l'Assiria,  la  Persia,  la  Scizia,  l'Etiopia, 
e  fors'anche  qualche  altro,  se  ne  contendono  l'origine. 

La  sua  testa  forma  il  rovescio  dell'asse  del  Lazio,  che 
porta  al  diritto  la  testa  giovanile  d'Ercole.  La  sua  completa 
figura  fa  nel  denario  di  L.  Papié,  79  a.  C,  una  apparizione 
unica,  compensata  però  dal  numero  stragrande  di  varietà, 
formate  dai  piccoli  simboli  —  o  meglio  sigiUi,  come  li  chiama 
Eckhel  —  che  ne  differenziano  i  numerosi  esemplari. 

In  una  tessera  o  piccolo  bronzo,  probabilmente  dell'epoca 
di  Domiziano  (Coh.,  38),  un  Grifone  accovacciato  tiene  una 
zampa  su  di  una  ruota.  Adriano  ha  qualche  medio  bronzo 
(Coh.,  433-5)  col  Grifone  corrente.  In  un  medaglione  d'An- 
tonino Pio  (Gn.,  68)  il  Grifone  sta  accanto  ad  Apollo. 

Alcune  monete  di  Gallieno  (Coh.,  75  a  80  e  95)  e  di 
Carausio  (Coh.,  16  a  21)  hanno  il  Grifone  corrente  con  la 
leggenda  APOLLINI  CONSERVATORI  AVO-. 

Il  Grifone  non  è  di  indole  perversa.  Avido  dell'oro  era 
preposto  nei  templi  alla  guardia  dei  tesori,   insidiati    da   gi- 


5^  FR.    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E   LA    FLORA 

ganti  e  da  mostri  maligni.  Forse  in  tale  qualità  simboleggia 
la  lotta  fra  i  credenti  e  gli  infedeli,  e  forse  la  sua  figura 
orna  talvolta  i  troni,  quasi  a  custodia  della  fede  e  dei  tesori. 
Lo  vediamo  difatti  in  un  bronzo  imperatorio  di  M.  Au- 
relio (Gn.,  105)  ornare  il  seggio  di  Minerva.  E  lo  vediamo 
pure,  quale  ornamento  del  seggio  della  Salute,  in  parecchi 
medaglioni  e  bronzi  di  M.  Aurelio,  Faustina  juniore.  Com- 
modo e  Geta,  dalla  leggenda  SALVS.  Talvolta  serve  pure  di 
ornamento  alle  tavole  lusorie,  in  piccoli  bronzi  di  Nerone 
(Coh.,  47  e  segg.)  e  di  Trajano  (Coh.,  349). 

IBIS. 

L'uccello  sacro  dell'Egitto  non  compare  che  sulle  mo- 
nete d'Adriano  dalla  leggenda  AEG-YPTOS  e  su  alcune  di 
Antonino  Pio  dalla  leggenda  ALEXANDRIA. 

Sotto  Gallieno  è  emblema  della  Legione  III  ITALICA. 

IDRA. 

Il  mostro  dalle  sette  teste,  prodotto  dai  serpenti  della 
palude  Lernea,  non  appare  che,  vinto  da  Ercole  in  un 
antoniniano  di  Postumo  con  la  leggenda  HERCVLI  ARG-IVO  e 
su  alcune  monete  di  Massimiano  Erculeo  e  di  Diocleziano  con 
le  leggende  HERCVLI  INVICTO,  IMMORTALI.  CONSERVATORI, 
DEBELLATORI,  VIRTVS  o  VIRTVTI  AVGG. 

IPPOCAMPO. 

L' Ippocampo  o  Cavallo  marino,  che  ha  la  parte  ante- 
riore del  cavallo  e  termina  in  pesce,  figura  nelle  monete 
che  si  riferiscono  a  cose  di  mare.  Lo  troviamo  così  nei  de- 
narii  di  Crepereio  Roco,  64-56  a.  C,  traente  la  biga  di  Net- 
tuno e  la  quadriga  di  M.  Antonio  e  Ottavia  nei  bronzi  dei 
comandanti  della  flotta,  Oppio  Capitone,  L.  Sempronio  Atra- 
tino  e  L.  Bibulo. 

Da  quest'epoca  dobbiamo  saltare  a  Gallieno  e  a  Tetrico 
padre,  sotto  ciascuno  dei  quali  l'Ippocampo  è  rappresentato 
in  un  piccolo  bronzo  con  la  leggenda  NEPTVNO  CONS  AVO-. 


NEI  TIPI   MONETALI   ROMANI  57 


IPPOPOTAMO. 

Quale  rappresentante  dell'Africa  o  dell'Egitto,  e  spe- 
cialmente del  Nilo,  appare  col  Coccodrillo  in  parecchie  mo- 
nete d'Adriano  (Coh.,  982  a  1002),  rappresentanti  appunto 
questo  fiume.  E  con  simile  significato  ci  appare  poi  su  qual- 
che piccolo  bronzo  di  Giuliano  II  ed  Elena  (Coh.,  107)  e  di 
Elena  (Coh.,  18)  col  carro  d'Iside  tirato  da  due  Ippopotami. 

Quale  bestia  da  circo,  ci  appare  nelle  monete  dei  Fi- 
lippi e  di  Otacilla,  dedicate  alle  feste  secolari. 

LEONE. 

La  maestà,  la  robustezza,  la  magnanimità,  acquistarono 
al  Leone  il  titolo  di  re  degli  animali  e  lo  fecero  simbolo  di 
gagliardia,  di  potenza  e  d'impero,  eguagliandolo  così  al  prin- 
cipe dei  volatili.  All'Aquila  il  regno  dell'aria,  al  Leone  quello 
della  terra. 

È  in  questo  significato  che  il  Leone  occupa  il  suo  gran 
posto  nella  numismatica  romana,  sia  che  esso  venga  rappre- 
sentato nella  sua  calma  maestosa,  in  cui  esprime  con  dolcezza 
l'indomita  volontà  di  dominio  "  mitem  animum  sub  pectore 
forti  „,  sia  che  venga  rappresentato  nello  stato  di  lotta,  il 
cui  degno  avversario  e  unico  vincitore  è  il  più  forte  dei 
semidei. 

La  sua  testa  di  fronte,  con  una  spada  nelle  fauci  appare 
già  in  un  asse  primitivo  del  Lazio,  e  la  sua  figura  intera, 
nel  medesimo  atteggiamento,  nella  dramma  della  Campania. 
Ma  scarse  sono  le  sue  rappresentazioni  nel  periodo  repub- 
blicano. 

Ci  appare  per  la  prima  volta  combattente  con  Ercole 
nel  denario  di  C.  Poblicio,  179  a.  C,  aggiogato  alla  biga 
di  Cibele  in  quello  di  M.  Voltejo,  88  a.  C.  e  nell'aureo  di 
Cestio  e  Norbano,  43-44  a.  C. 

Due  teste  di  Leone  ornano  la  base  del  monumento  a 
L.  Minucio  nel  denario  di  C  Minucio  Augurino,  129  a.  C. 

Una  testa  leonina  forma  ornamento  alla  capigliatura  della 
stessa  Cibele  nel  denario  di  M.  Pletorio  Cestiano,   69  a.  C. 

E  V  intera  figura  troviamo  sul  quinario  di  M.  Antonio  e 

8 


58  FR.    GNECCHI    —   LA    FAUNA   E    LA   FLORA 

Fulvia  (Coh.,  32)  nel  quale  pare  che  il  triumviro  ponesse 
il  Leone  a  ricordare  che,  imitatore  di  Cibele,  egli  ne  aveva 
domati  e  attaccati  al  proprio  carro. 

Quale  simbolo  di  famiglia  che  ci  rimane  oscuro,  lo  tro- 
viamo in  un  semis  di  C.  Servilio,  123  a.  C,  e,  combattente 
nel  circo,  nel  denario  di  Livinejo  Regolo,  43-42  a.  C. 

Assai  più  numerose  sono  le  apparizioni  del  Leone  du- 
rante l'impero,  in  tutti  gli  atteggiamenti  indicati  e  in  nuovi. 

Il  Leone  è  la  cavalcatura  di  Cibele,  e  di  questo  tipo 
abbiamo  la  migliore  riproduzione  in  un  medaglione  di  bel- 
lissimo stile  di  Faustina  seniore  (Gn,,  11)  col  Leone  che  gra- 
vemente passeggia,  e  in  altro  di  Sabina  (Gn.,  i)  col  Leone  in 
corsa,  tipo  che  venne  ripetuto  dalla  stessa  Faustina  (Gn.,  io) 
e  più  tardi  in  parecchie  monete  dei  Severi  dalla  leggenda 
INDVLGENTIA  IN  CART. 

Il  maestoso  carro  della  dea  è  tirato  da  una  pariglia  di 
Leoni  in  un  bronzo  di  Faustina  seniore  (Coh.,  55),  da  una 
quadriglia  in  monete  d'ogni  metallo  di  Giulia  Domna  (Coh., 
116  a  119)  e  in  medaglioni  di  bronzo  d'Adriano  (Gn.,  5)  e  di 
Antonino  Pio  (Gn.,  81).  Quest'ultimo  ne  è  la  più  splendida 
riproduzione. 

Quando  la  Gran  Madre  è  assisa  in  trono,  due  Leoni  le 
siedono  maestosamente  ai  lati.  Così  nel  medaglione  di  Fau- 
stina seniore  (Gn.,  8)  e  in  parecchie  monete  delle  due  Faustine, 
di  Giulia  Domna  e  di  Giulia  Soemiade,  dalle  leggende  MÀTRI 
MAGNAE,  MAIRI  AVGG,  MAIRI  DEVM,  MAIRI  DEVM  SALVIARI. 

Il  Leone  in  quiete  è  rappresentato  in  altro  medaglione 
d'Antonino  Pio  con  la  leggenda  MVNIFICENIIA  (Gn.,  31)  op- 
pure accanto  alla  personificazione  della  Munificenza  in  altro 
bronzo  dello  stesso  imperatore  (Coh.,  563)  e  in  un  aureo  di 
Costantino  Magno  con  la  leggenda  VIRIVS  AVG-YSII  (C,  679). 

In  un  bel  bronzo  di  Domiziano  (Coh.,  517)  il  Leone  tiene 
una  spada  nelle  fauci. 

Caracalla,  intendendo  accentuare  l'espressione  del  potere 
e  della  forza  del  Leone,  gli  pone  un'aureola  di  raggi  intorno 
al  capo  e  un  fulmine  nelle  fauci  (Coh.,  335,  366  a  371,  401 
a  404)  e  in  tale  atteggiamento  lo  riproducono  più  tardi  Probo 
(Coh.,  452,  455  a  458),  Massimiano  Erculeo  (Coh.,  469  a  471) 
e  Carausio  (Coh.,  390). 


NEI    TIPI    MONETALI    ROMANI  59 

Commodo  si  atteggia  ad  Ercole  Romano,  e,  quale  nota 
caratteristica,  nelle  monete  che  portano  le  leggende  HERCVLI 
ROMANO,  HERCVLI  COMMODIANO  AV&,  orna  la  sua  effigie 
delle  spoglie  del  Leone  Neraeo.  L'esempio  è  seguito  da  Set- 
timio Severo,  Gallieno,  Probo,  Massimiano  Erculeo  e  Diocle- 
ziano, quando  vogliono  accennare  la  loro  parentela  o  somi- 
glianza col  semidio. 

Infatti  pare  che,  fra  le  fatiche  d'Ercole,  l'abbattimento 
del  Leone  Nemeo.  —  V.  Postumo  HERCVLI  NEMAEO,  Carausio 
Diocleziano,  Massimiano  Erculeo  VIRTVS  o  VIRTVTI  AVGG  — 
sia  stato  il  piìi  apprezzato  nell'antichità,  anche  dallo  stesso  vin- 
citore, perchè  di  quelle  spoglie  fece  il  suo  più  ambito  trofeo, 
e  la  pelle  del  Leone  Nemeo,  avvolta  alla  clava,  o  portata  sul 
braccio,  o  appesa  a  un  albero  vicino,  divenne  il  suo  simbolo 
più  abituale.  Si  può  anzi  dire  che  Ercole,  nelle  sue  numero- 
sissime raffigurazioni,  non  sia  mai  sprovvisto  di  questo  em- 
blema ;  e  così  avviene  che,  ad  ogni  apparizione  sua,  abbia 
sempre  un  riflesso  anche  il  Leone,  del  quale  portano  così 
stampata  un'  impronta  molti  imperatori,  che  non  hanno  diret- 
tamente il  Leone  nelle  loro  monete. 

Le  spoglie  del  Leone  sono  date  come  Tipo  nel  denario 
di  C.  Coponio  e  Q.  Sicinio,  49  a.  C. 

La  caccia  al  Leone  ci  viene  presentata  da  medaglioni 
d'Adriano  (Gn.,  95  a  97)  e  di  Commodo  (Gn.,  152)  coli' im- 
peratore a  cavallo,  in  atto  di  trafìggerlo  con  una  lancia. 

In  un  solo  denario  di  M.  Durmio  ci  è  offerta  la  lotta 
del  Leone  col  Cervo,  mentre  quella  del  Leone  col  Toro  ci 
viene  accennata  in  parecchie  monete  dal  secondo  al  terzo 
secolo,  nelle  quali,  presso  al  Leone,  allo  stato  di  tranquilla 
soddisfazione  o  ancora  nelle  sue  grinfe,  sta  il  teschio  di  un 
Toro  divorato,  quale  testimonio  dell'ottenuta  vittoria  (v.  Toro). 

Geograficamente  il  Leone  è  qualche  volta  rappresentato 
quale  emblema  dell'Africa,  accanto  alla  quale  sta  accovac- 
ciato. Med.  di  Commodo  (Gn.,  5  e  6)  e  monete  della  Te- 
trarchia con  la  leggenda  F  ADVENTVS  AVGO  N  N. 

La  testa  del  Leone  orna  molte  volte  nei  bassi  tempi  i 
bracciuoli  del  trono  imperiale. 

In  un  raro  denario  d'Augusto  il  Leone  corrente  è  se- 
gnato come  emblema  della  Leg.  XVI.  Nelle  monete  di  Gal- 


6o  FR.   GNECCHI   —  LA   FAUNA   E    LA   FLORA 

lieno  il  Leone  è  emblema  della  Coorte  Pretoriana  e  della 
Leg.  mi  FLAVIA,  VII  CLAVDIA,  Villi  AVGVSTA  ;  in  quelle 
di  Vittorino  della  Leg.  Vili  GEMINA  ;  in  quelle  di  Carausio 
della  Leg.  III....  e  della  Leg.  IV  FLAVIA. 

Il  Leone  non  esaurisce  la  sua  carriera  con  la  numisma- 
tica romana  ;  ma  la  prosegue  in  tutta  la  numismatica  me- 
dioevale italiana,  giungendo  fino  alla  moderna.  Troppo  a 
lungo  ci  condurrebbe  il  citarne  qui  la  serie  completa,  pas- 
sando per  le  zecche  di  Savoia,  di  Roma,  di  Bologna,  di  Fer- 
rara, di  Modena,  di  Ancona  ed  altre  molte. 

Il  Leone  rampante,  frequentissimo,  che  orna  lo  stemma 
principesco,  o  i  due  Leoni  che  lo  fiancheggiano  o  lo  reggono 
non  hanno  che  significato  araldico.  Ma  talvolta  il  Leone  ap- 
pare anche  come  Tipo  e,  per  citare  solo  alcuni  esempii, 
noterò  le  molte  monete  del  Senato  romano  (i  188-1252), 
il  grosso  di  Carlo  d'Angiò  (1262-65),  '^  giulio  di  Leone  X 
(1603-21)  ;  ma  sopratutto  va  menzionato  il  Leone  alato  di 
S.  Marco,  il  quale  si  mantenne  glorioso  un  millennio  nelle 
monete  d'ogni  metallo  della  Serenissima,  e  non  diede  1'  ul- 
timo ruggito  che  or  fa  poco  più  di  mezzo  secolo,  nella  mo- 
netazione del  Governo  Provvisorio  di  Venezia  nel  1848. 

LEPRE. 

Il  Lepre  non  ha  che  una  piccolissima  parte  nella  mone- 
tazione romana,  non  vi  è  mai  rappresentato  quale  Tipo,  come 
avviene  nella  greca,  ma  solo  quale  simbolo  dell'  Inverno, 
nelle  monete  e  nei  medaglioni,  in  cui,  con  le  leggende  FE- 
LICIA  TEMPORA,  TEMPORVM  o  SAECVLI  FELICITAS  vengono 
figurati  quattro  bambini  rappresentanti  le  quattro  Stagioni. 
Il  graziosissimo  tipo,  introdotto  da  Adriano  (Gn.,  91),  è  fra 
quelli  che  ebbero  maggior  numero  di  riproduzioni,  dal  mo- 
dulo massimo  al  minimo  in  bronzo,  e  anche  in  oro,  ai  tempi 
costantiniani.  Il  tipo  venne  dapprima  riprodotto  da  M.  Au- 
relio pel  medaglione  d'Annio  Vero  e  Commodo  fanciulli 
(Gn.,  i),  da  Antonino  Pio  (Gn.,  137),  Faustina  juniore  (Gn.,  28), 
Commodo  (Gn.,  135  a  138;  Coh.,  727  a  730),  Treboniano  Gallo 
(Gn.,  5),  Probo  (Gn.,  37  e  86-7),  Caro  e  Carino  (Gn.,  1), 
Carausio  (Coh.,  352),  Licinio  figlio  (Gn.,  i). 


NEI    TIPI    MONETALI    ROMANI  6l 

Anche  nei  grandi  medaglioni  è  molto  difficile  assicurarsi 
se  quel  minuscolo  animaletto  sia  un  Lepre  oppure  un  Coni- 
glio, quale  viene  generalmente  descritto.  Ma,  osservando  gli 
esemplari  più  nitidi  e  freschi,  parrai  si  possa  asserire  con 
certezza  che  veramente  si  tratta  di  un  Lepre,  interpretazione 
che  è  anche  la  più  razionale,  come  consigliata  dal  fatto,  che 
il  Lepre  indica  una  caccia  invernale,  mentre  non  si  saprebbe 
quale  significato  attribuire  al  Coniglio  nella  figurazione  del- 
l'inverno. 

LUPA. 

La  Lupa,  con  o  senza  i  Gemelli,  —  il  significato  è  sem- 
pre eguale  —  è  forse  il  Tipo  più  caratteristico  nella  numi- 
smatica romana.  Non  la  troviamo  naturalmente  nelle  monete 
primitive,  perchè  la  leggenda  di  Romolo  e  Remo  era  troppo 
fresca  ;  o,  meglio,  non  era  ancora  formata.  Ci  vollero  quattro 
secoli  per  maturarla  e  la  Lupa  non  appare  che  nella  serie 
delle  monete  campane. 

In  quelle  di  Roma  la  troviamo  la  prima  volta  nei  de- 
narii  di  Sesto  Pompeo  Faustulo,  129  a.  C,  ove  è  rappresen- 
tata la  scena  tradizionale  dei  Gemelli  allattati  dalla  Lupa,  al- 
l'ombra del  fico  ruminale  e  alla  presenza  del  pastore  Faustolo. 

Durante  la  repubblica  però  non  sono  numerose  le  ripro- 
duzioni della  Lupa.  Essa  ci  appare  sola  in  un  denario  di 
P.  Satrieno,  74  a.  C,  coi  Gemelli,  in  un  asse  di  P.  Terenzio, 
mentre  in  un  denario  di  L.  Papio  Celso,  45  a.  C,  prende 
parte  a  una  scena  affatto  nuova.  Essa  apporta  un  pezzo  di 
legno  su  un  braciere  acceso  ;  mentre  l'Aquila,  che  gli  sta  di 
fronte,  soffia  colle  ali  nel  fuoco.  La  curiosa  scena  non  venne 
più  ripetuta. 

Durante  l' impero,  più  frequente  è  la  sua  apparizione, 
sia  come  Tipo,  sia  come  simbolo,  accanto  a  Roma,  e  la  tro- 
viamo in  medaglioni  e  monete  di  Nerone,  Vespasiano,  Tito, 
Domiziano,  Trajano,  M.  Aurelio,  Faustina  juniore,  Filippo 
padre,  Gallieno,  Salonino,  Quintillo,  Floriano,  Probo,  Massi- 
miano Erculeo,  Carausio,  Massenzio,  Costantino  Magno,  Giu- 
liano II.  Quando  figura  come  Tipo  ha  spesso  le  leggende  : 
S.  C  ,  SALVS  VRBIS.  AETERNITAS  AVG-,  ORIGINI  AVG,  RO- 
MANOR  RENOVA(//o),  TEMPORVM   FELICITAS  AVG  N. 


62  FR.    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E    LA    FLORA 

La  serie  più  abbondante  è  quella  in  bronzo  (grandi  bronzi 
o  medaglioni  e  piccoli  bronzi)  eseguita  da  Costantino  Magno. 
Questi  pezzi,  portanti  al  diritto  il  busto  galeato  di  Roma 
colla  dicitura  VRBS  ROMA  e,  al  rovescio  anepigrafo  la  Lupa 
coi  Gemelli  e,  sopra  di  essa,  le  due  stelle  dei  Dioscuri,  fu- 
rono coniati  in  tutte  le  zecche  dell'impero. 

Costanzo  II  e  Costante  fecero  una  riconiazione  dei  pic- 
coli bronzi  di  Costantino  con  la  Lupa. 

La  Lupa  nelle  monete  di  Gallieno  è  l'emblema  della 
Leg.  II  ITALICA. 

La  Lupa  permane  e  permarrà  per  molto  tempo  ancora 
il  simbolo  di  Roma,  per  quanto  più  usata  nei  monumenti 
che  nella  numismatica.  Anche  in  questa  però  lasciò  qual- 
che traccia  durante  il  medio  evo  e  la  troviamo  nel  grosso 
di  papa  Adriano  VI  (1522-23),  poi  su  molte  quadruple  di 
Ottavio  Farnese  (1556-86),  Rannuccio  I  Farnese  (1592-1622) 
ed  Odoardo  Farnese  (1622-1646),  per  Piacenza. 

MINOTAURO. 

In  tutte  le  combinazioni  mostruose  dell'uomo  con  un 
altro  animale,  all'homo  sapiens  s'ebbe  sempre  il  riguardo 
di  riservare  la  parte  anteriore  o  la  più  nobile;  ma  vi  fa  ec- 
cezione il  caso  del  Minotauro  il  quale,  su  di  un  corpo  umano, 
porta  una  testa  taurina. 

Il  tristo  prodotto  della  compagna  di  Minosse  e  d'un  toro, 
nell'isola  di  Creta,  simbolo  di  malvagità  e  di  menzogna,  non 
deturpa  che  una  volta  la  numismatica  romana  in  un  anto- 
niniano  di  Caracalla  (Coh.,  297),  ove  lo  si  vede  inginocchiato 
davanti  a  Plutone. 

MULA    -  MULO. 

E  necessario  avvertire  che  ben  differenti  erano,  presso 
il  popolo  romano,  le  attribuzioni  del  Mulo  in  generale  e  della 
Mula,  come  le  vedremo  riflesse  nelle  monete. 

L' ibrida  progenie  del  somaro  e  della  giumenta  è  assai 
utile    nell*  economia    domestica    per    la    sua    forza ,   la   sua 


NEI   TIPI    MONETALI   ROMANI  63 


sobrietà  e  la  sua  facile  accontentatura.  Perciò  in  tutti  i 
tempi  venne  adibito  a  sostituire  vantaggiosamente,  quale 
bestia  da  tiro  o  da  soma,  il  Cavallo,  al  quale  rimase  sempre 
inferiore  per  nobiltà  di  forme,  per  carattere  e  per  facilità  di 
addestramento. 

È  in  questo  senso  generico  di  razza,  che  probabilmente 
vediamo  il  Mulo  come  simbolo  in  alcune  monete  anonime 
della  Repubblica;  a  meno  che  anche  qui  si  tratti  di  qualche 
leggenda  o  di  qualche  analogia  di  nome  a  noi  sconosciuta, 
con  un  magistrato  monetario. 

Ne!  medesimo  significato  di  bestia  da  tiro,  dobbiamo  in- 
terpretare i  due  MuH  pascenti,  e  la  carriola  col  timone  al 
vento  nello  sfondo,  che  vediamo  nell'  interessante  sesterzio 
di  Nerva  (Coh.,  143-4)  con  la  leggenda  VEHICVLATIONE  ITA- 
LIAE  REMISSA-  Ciò  vuol  significare  che,  essendo  slata  dalla 
magnanimità  dell'imperatore  abolita  un'imposta,  che  gravava 
su  tutte  le  città  d'Italia  pei  trasporti,  i  muli  o  i  cavalli  po- 
tevano godere  un  poco  di  riposo  e  pascolare  tranquillamente. 

Fin  qui  nulla  che  non  riesca  perfettamente  chiaro.  Riesce 
invece  più  difficilmente  spiegabile,  perché  la  Mula  —  la  fem- 
mina —  sia  stata  assunta  a  compiere  funzioni  elevate  ed 
onorifiche,  in  competizione  col  Cavallo  e  coH'Elefante,  perchè 
cioè  sia  stata  adibita  a  tirare  il  carpento  funebre,  delle 
Auguste. 

Il  suo  stato  di  servizio  incomincia  con  Livia  d'Augusto 
(Coh.,  7-8)  S  P  Q  R  IVLIAE  AVGVSTAE  e  prosegue  con  Agrip- 
pina madre  (Coh.,  1-2)  S  P  Q  R  MEMORIAE  AGRIPPINAE.  Domi- 
tela giovane  (Coh.,  1)  MEMORIAE  DOMITILLAE  S  P  Q  R.  Giulia 
di  Tito  (Coh.,  9-10)  DIVAE  IVLIAE  AVG.  DIVI  TITI  F  S  P  Q  R, 
Marciana  (Coh.,  9  a  11)  CONSECRATIO.  Sabina  (Coh.,  72), 
S.  C.  Faustina  seniore  (Coh.,  196  a  200)  EX  S  C  Dopo  qual- 
che intervallo,  con  Costanzo  Cloro  (Gn.,  21),  Elena  di  Giu- 
liano II  (Coh.,  14)  e  Gioviano  (Coh.,  27),  le  due  Mule  tirano 
il  carro  d'Iside. 

L'elevazione  della  Mula  a  uffici  onorifici  non  fu  molto 
antica,  essendo  cominciata  solamente  con  l'impero;  ma,  in 
compenso,  le  venne  conservata  fino  a  tempi  relativamente 
recenti. 


64  FR.   GNECCHI   —   LA   FAUNA    E   LA   FLORA 

Se  la  Mula  tirava  il  carpento  funebre  delle  Auguste  o 
della  dea  Iside,  in  Roma  imperiale,  rimase,  pur  che  fosse 
bianca,  la  cavalcatura  del  papa  e  degli  alti  dignitari  della 
chiesa  nella  Roma  papale.  Non  mi  consta  però  che  abbia 
miai  figurato  sulle  monete. 

ORSO. 

Mi  pare  che  l'Orso  non  abbia  avuta  a  rappresentare  altra 
parte  che  quella  di  bestia  da  circo.  Difatti  non  la  trovo  che 
in  un  unico  tipo,  corrente  intorno  alla  nave  del  circo,  fra 
quadrighe  ed  altre  belve,  tipo  che  di  Settimio  Severo  (Coh., 
253-4)  e  di  Caracalla  (Coh.,  117  e  118)  conosciamo  in  oro  e 
argento  e  solo  in  argento  di  Geta  (Coh.,  67). 

PANTERA. 

L'animale  sacro  a  Bacco  per  avergli  fornito  il  latte, 
come  la  Lupa  a  Romolo  e  Remo,  era  sconosciuto  nella  nu- 
mismatica primitiva.  Non  compare  che  due  volte  durante  la 
repubblica,  in  un  sesterzio  di  T.  Carisio,  48  a.  C,  e  in  un 
denario  di  C.  Vibio  Varrone,  43-42  a.  C. 

Più  frequentemente  appare  durante  l'impero.  In  un  me- 
daglione d'Adriano  (Gn.,  44-5)  ripetuto  da  Antonino  Pio  (Gn., 
IDI  a  104),  una  Capra  e  una  Pantera  tirano  il  carro  d'Apollo 
e  di  Bacco  ;  in  altro  d'Antonino  Pio  (Gn.,  37)  il  carro  di 
Bacco  e  d'Arianna  è  tirato  da  un  Satiro  e  da  una  Pantera. 
In  un  medaglione  di  M.  Aurelio  (Gn.,  72)  due  Pantere  sono 
aggiogate  al  suo  carro  nuziale. 

In  posizione  secondaria  la  troviamo  nelle  monete  e  me- 
daglioni di  Adriano,  Antonino  Pio,  Commodo,  Severo,  Cara- 
calla,  Geta,  Gallieno,  Claudio  Gotico,  quasi  sempre  con 
Bacco  o  con  manifestazioni  bacchiche.  Spesso  è  presso  al- 
l'ara o  al  tempio  di  Bacco. 

In  piccoli  bronzi  di  Gallieno  la  Pantera,  rappresentata 
come  Tipo,  è  consacrata  al  suo  patrono  dalla  leggenda  Ll- 
BER(o)  ?{atri)  COfiS{servaiori)  AyQ{ustf). 

In  un  medaglione  di  Costantino  Magno  (Gn.,  3-4)  dalla 
ampollosa  leggenda  GLORIA  SAECVLI  VIRTVS  CAESS  pare 
che  la  Pantera  non  alluda  al  culto  di  Bacco,  stando  curvata 


NEI   TIPI    MONETALI   ROMANI  65 

in  atto  di  sottomissione,  fra  l'imperatore  padre  e  il  figlio  Co- 
stantino II,  che  gli  offre  un  globo  colla  Fenice. 

In  bronzi  di  Commodo  la  Pantera  rappresenta  la  preda 
di  caccia  dell'imperatore  (Coh.,  957-958). 

PANTERA    ALATA. 

Non  compare  che  un'unica  volta  in  un  medaglione  d'An- 
tonino Pio  (Gn.,  75),  nel  quale  è  rappresentata  Diana  Luci- 
fera corrente  su  questo  nuovo  animale. 

PAVONE. 

Il  più  bello  degli  uccelli,  il  più  ricco  di  colori  e  di  ri- 
flessi, venne  anticamente  dedicato  a  Giunone  nell'  isola  di 
Samo,  e  ne  rimase  il  simbolo. 

In  un  grazioso  medaglione  di  Faustina  juniore  (Gn.,  9), 
Giunone  fanciulla  è  rappresentata  seduta  su  di  un  Pavone, 
scherzando  fra  due  danzatrici.  Giunone  dea  è  quasi  sempre 
rappresentata  col  Pavone  a'  suoi  piedi  e,  siccome  Giunone 
è  una  deità  che  predomina  nelle  monete  delle  Auguste,  è 
naturale  che  anche  la  rappresentazione  del  Pavone  sia  assai 
numerosa  nelle  monete  delle  Auguste,  mentre  in  quelle 
degli  Augusti  non  è  che  eccezionale.  L'abbiamo  sulle  mo- 
nete di  Sabina,  delle  due  Faustine,  di  Lucilla,  Crispina, 
Scantina,  Giulia  Domna,  Paola,  Mesa,  Paolina,  Otacilla, 
Mammea,  Etruscilla,  Cornelia  Supera,  Mariniana,  Salonina, 
Magnia  Urbica. 

In  quelle  degli  Augusti  non  lo  troviamo  che  sotto  Osti- 
liano,  Gallo  e  Volusiano  nelle  loro  monete  e  medaglioni  col 
tempio  di  Giunone  Maziale,  IVNONI  MARTIALI.  Gallieno  ha 
un  piccolo  bronzo  con  Giunone  e  il  Pavone  (Coh.,  416)  IVNO 
CONSERVAI  ;  ma  il  rovescio  è  evidentemente  di  Salonina. 
E  ibrido  del  pari  sembrerebbe  doversi  considerare  quello 
simile  di  Claudio  Gotico  (Coh.,  133-5)  'VNO  REG-INA,  se  non 
fosse  ripetuto  in  diverse  varietà. 

Come  Tipo  troviamo  il  Pavone  in  medaglioni  di  Adriano 
(Gn.,  12,  50,  64)  e  Antonino  Pio  (Gn.,  28)  per  simboleggiare 
Giunone  in  compagnia  dell'Aquila  e  della  Civetta,  simbo- 
leggianti  Giove  e  Minerva. 


66  FR.    GNECCHI    —   LA    FAUNA    E   LA   FLORA 

Ma  la  vera  rappresentazione  tipica  è  sempre  riservata 
alle  Auguste  nei  due  significati  di  Concordia  e  di  Consa- 
crazione. 

Nel  primo  significato  dobbiamo  intenderlo  nelle  monete 
di  Giulia  di  Tito  (Coh.,  5  a  8),  di  Domizia  (Coh.,  i  a  4)  e, 
in  parte,  anche  di  Faustina  juniore,  pure  quando  vi  manca 
la  parola  CONCORDIA. 

Fino  al  tempo  di  M.  Aurelio,  l'uccello  simbolico  della 
Consacrazione  fu  l'Aquila,  sia  per  gli  Augusti  che  per  le 
Auguste  ;  ed  è  solamente  con  Faustina  juniore  che  il  Pa- 
vone viene  a  sostituirsi  all'Aquila.  Da  allora,  in  diversi  at- 
teggiamenti, a  pie  fermo,  a  destra  o  a  sinistra,  oppure  di 
fronte,  a  coda  spiegata,  o  raccolta,  oppure  librato  a  volo  e 
trasportante  la  diva  estinta  agli  Elisi,  troviamo  il  Pavone 
sulle  monete  di  tutte  le  Auguste,  che  ebbero  l'onore  della 
Consacrazione,  Faustina  juniore,  Giulia  Domna,  Giulia  Mesa  e 
Mariniana,  con  la  leggenda  CONSECRATIO-  Il  Pavone  si  può 
quindi  dire  una  figurazione   esclusivamente  femminile. 

Giunone,  fra  gli  altri  suoi  titoli,  ha  anche  quello  di 
Giunone  Moneta.  Anzi  fu  precisamente  sotto  il  nome  dijwio 
Moneta,  che  la  dea  fu  designata  a  presiedere  alla  officina 
monetaria  eretta  nel  345  a.  C.  sull'area  dell'arce  capitolina 
già  occupata  dalla  demolita  abitazione  di  Manlio.  E  quindi 
naturale  che  l'emblema  della  dea,  fosse  già  da  allora,  anche 
l'emblema  della  Moneta,  vale  a  dire  dell'officina  monetaria. 
E  io  credo  di  vedere  la  piii  antica  rappresentazione  del  Pa- 
vone, con  tale  precisa  indicazione,  nella  famosa  tessera  del 
Museo  di  Vienna,  rappresentante  la  zecca  primitiva,  in  quel- 
l'oggetto rotondo,  che,  per  essere  un  po'  consunto,  venne 
finora  definito  un  globo,  e  che  sta  nel  centro  fra  le  due  cu- 
spidi del  tempietto  a  tre  nicchie,  nel  quale  sono  collocate 
le  tre  Monete.  Quel  globo  non  è  che  il  Pavone  visto  di 
fronte;  e,  mentre  un  globo  non  avrebbe  significato  alcuno, 
il  Pavone  ne  ha  uno  chiarissimo. 

PEGASO. 

Il  Cavallo  alato  procreato  dal  sangue  di  Medusa  appare, 
come  una  delle  più  antiche  e  importanti  rappresentazioni,  con 


NEI   TIPI   MONETALI    ROMANI  67 

la  leggenda  ROMANORVM,  nel  rovescio  del  quadrilatero  che 
porta  al  diritto  l'Aquila  sul  fulmine;  poi  in  due  bronzi  della 
Campania  con  la  leggenda  ROMA. 

Ritorna  nei  denarii  e  quinarii  di  Q.  Tizio,  90  a.  C,  e,  in 
quelli  di  L.  Cossuzio,  54  a.  C,  lo  ritroviamo  cavalcato  da 
Bellerofonte,  come  si  vede  sulle  monete  di  Corinto,  dalla 
quale  officina  pare  essere  uscita  questa  emissione. 

Nel  passaggio  dalla  repubblica  all'  impero,  il  Pegaso  è 
rappresentato  nei  denarii  d'Augusto  coniati  da  L.  Petronio 
Turpiliano  (Coh.,  491).  Vespasiano  (Coh.,  114)  e  Domiziano 
(Coh.,  47)  nel  centenario  d'Azio,  ripetono  il  Pegaso  d'Augusto 
(vedi  Capricorno). 

II  Pegaso  è  rappresentato  in  medii  e  piccoli  bronzi  di 
Adriano  (Coh.,  436-37)  e  un'ultima  volta  lo  troviamo,  a  guisa 
di  simbolo,  al  diritto  di  un  medaglione  d'oro  di  Gallieno 
(Gn.,  16)  e  come  Tipo,  al  rovescio  del  medio  bronzo  dello 
stesso  imperatore,  con  la  leggenda  ALACRITATI. 

Il  Pegaso  nelle  monete  di  Gallieno  è  emblema  delle  Le- 
gioni I  e  II  ADIVTRIX. 

Il  Pegaso  nel  medioevo  non  ebbe  molte  riproduzioni. 
Non  trovo  da  citare  che  un  cavallotto  di  Camillo  e  Fabrizio 
(1580- 1597)  per  Correggio,  ed  uno  di  quei  quattrini  anonimi 
di  Mantova  con  la  testa  di  Virgilio,  che  generalmente  si  at- 
tribuiscono al  duca  Francesco  II  Gonzaga  (1484  15 19). 

PESCE. 

In  un  asse  della  Sabinia  l'Aquila  è  ferma  su  di  un  pesce, 
probabilmente  a  rammentare  il  lago  esistente  presso  la  città 
di  Riete  (Reate).  Sul  rarissimo  denario  d'argento  d'Annibal- 
liano  il  fiume  Rodano  tiene  nella  destra  un  pesce. 

Non  occorrono  spiegazioni  sul  significato. 

POLIPO. 

Questo  emblema  marino  non  appare  che  in  un  triente 
primitivo  di  Tibur  (Tivoli). 


68  FR.   GNECCHI    —   LA   FAUNA   E   LA   FLORA 

POLLO. 

In  uno  dei  pezzi  quadrilateri  di  bronzo  sono  rappresen- 
tati due  Polli  in  atto  di  beccare  del  grano.  E  questo  l'unico 
monumento  numismatico,  nel  quale  si  possa  senza  alcun 
dubbio  riconoscere  il  Pollo,  maschio  o  femmina,  non  importa, 
ma  certamente  non  Gallo,  il  quale  abbastanza  bene  da  questi 
si  differenzia  e  si  identifica,  quando  viene  rappresentato. 

Inutile  rammentare  come  gli  auguri  traessero  i  loro 
auspicii  dal  modo  di  mangiare  dei  Polli,  e  come,  sapendo 
perfettamente  che  tale  modo  non  poteva  essere  variato  se 
non  dal  grado  d'appetito  dei  Polli  e  dalla  maggiore  o  mi- 
nore appetibilità  del  mangime,  due  di  essi,  al  dire  di  Cice- 
rone, non  potessero  incontrarsi  per  via  senza  sorridere.  Co- 
munque sia,  i  Polli  del  quadrilatero  non  possono  avere  che 
significato  augurale. 

Alcuno  vorrebbe  vedere  un  Pollo  nel  bipede  pennuto 
che  sta  sulla  prora,  al  rovescio  del  quadrante  di  L.  Marcio 
Filippo,  112  a.  C,  ma  io  ci  vedo  piuttosto  un  Gallo. 

In  alcuni  medaglioni  d'Adriano  rappresentanti  una  scena 
di  sacrifizio,  all'  ingresso  del  tempio,  qualcheduno  vorrebbe 
riconoscere  un  Pollo  ;  ma  l' interpretazione  è  assai  dubbiosa, 
stante  la  piccolezza  dell'animale  e  il  modo  di  rappresentarlo, 
che  varia  a  seconda  degli  esemplari.  Talvolta  anzi  si  arriva 
perfino  a  ravvisarvi  un  piccolo  quadrupede. 

PORCO. 

Negli  aurei  della  Campania,  che  portano  al  diritto  la  testa 
di  Giano  bifronte,  come  pure  nei  denarii  della  Guerra  Sociale, 
vediamo  il  Porco  sacrificato  dai  guerrieri.  E  ancora,  quale 
vittima,  lo  troviamo  sotto  Augusto  nell'aureo  di  C.  Antistio 
Regino  e  negli  aurei  e  denarii  di  C.  Antistio  Veto,  e  più 
tardi  in  un  medaglione  di  M.  Aurelio  (Gn.,  84)  e  in  bronzi 
di  S.  Severo  (Coh.,  105)  e  di  Caracalla  (Coh.,  48)  dove  viene 
sacrificato  pei  giuochi  secolari  (LVC  SAEC). 

Invece  nei  denarii  di  Q.  Tizio  e  Vibio  Pansa  nel  90 
a.  C,  gli  vediamo  affidata  altra  missione,  quella  cioè  di  pre- 
cedere Cerere,  guidandola,  secondo  i  mitologisti  e  i  poeti, 
a  rintracciare  la  figlia  Persefone. 


NEI    TIPI    MONETALI   ROMANI  69 


RANA. 
Appare  su  alcuni  bronzi  italici  primitivi  (Apulia). 

RINOCERONTE. 

L'implacabile  nemico  dell'Elefante,  l'ostinato  e  combat- 
tente pachidermo  di  cui  si  disse:  Rhinoceros  niinqiiam  victus 
ab  hoste  redit,  ha  una  comparsa  minuscola  nella  numismatica 
romana.  Non  lo  vediamo  che  in  alcuni  piccoli  bronzi  di  Do- 
miziano (Coh.,  673,  674)  e  in  alcune  tessere  anonime  che 
vengono  attribuite  allo  stesso  Domiziano  (Coh.,  2-3). 

ROMBO. 

Il  pesce  Rombo  non  compare  che  una  sola  volta  nella 
moneta  di  bronzo  che  Proculejo  fece  coniare  probabilmente 
nell'isola  di  Corcira,  durante  la  guerra  civile  che  precedette 
la  battaglia  d'Azio,  30  a.  C. 

SATIRO. 

L'uomo  agreste,  cornuto  e  dalle  gambe  caprine  appare 
sul  medaglione  di  Antonino  Pio  (Gn.,  37)  aggiogato  con  una 
pantera  femmina  al  carro  di  Bacco  ed  Arianna. 

Questa  è  la  sua  unica  vera  apparizione,  quantunque  al- 
cuni vogliano,  in  altri  medaglioni  dionisiaci  di  M.  Aurelio  e 
Faustina  juniore,  riconoscere  una  testa  di  Satiro  nelle  erme 
che  generalmente  sono  dette  di  Pane  o  di  Silvano. 

SCARABEO. 

Non  figura  che  in  una  semiuncia  primitiva  d' incerta  at- 
tribuzione. 

SCORPIONE. 

Quale  sia  il  merito  che  al  velenoso  e  ripugnante  insetto 
aperse  la  via  agli  onori  del    Cielo    fra    le    Costellazioni  e  a 


70  FR.   GNECCHI   —   LA   FAUNA  E    LA   FLORA 

quelli  della  terra  nella  rappresentazione  di  una  provincia, 
davvero  non  so;  a  meno  che  lo  si  possa  trovare  nel  detto: 

"  Qui  vivens  laedit,  morte  medetur  „. 

Comunque  sia,  lo  Scorpione  era  l'emblema  della  Comma- 
gene,  dove  l'edile  curule  P.  Plauzio  Ipseo  aveva  comando 
sotto  gli  ordini  di  Pompeo  e  figura  quindi  nei  suoi  denarii, 
come  in  quelli  del  suo  collega  M.  Emilio  Scauro  nel  58  a.  C. 
Per  quale  ragione  lo  si  trovi  anche  sul  denario  di  L.  Far- 
sulejo  Mensore,  82  a.  C,  ci  è  ignoto. 

Nella  serie  imperiale  lo  Scorpione  non  è  che  uno  degli 
attributi  dell'Africa  e,  come  tale,  lo  vediamo  in  parecchie  mo- 
nete d'Adriano  (Coh.,  136  a  147)  e  in  un  medaglione  di 
Antonino  Pio  (Gn.,  25)  riferentisi  a  quella  regione. 


SCROFA. 

La  Scrofa,  se  facciamo  una  sola  eccezione  in  cui  ci  ap- 
pare come  vittima,  nel  denario  di  C.  Sulpicio,  94  a.  C,  ove 
si  vedono  due  guerrieri  stendere  su  di  essa  la  destra,  quasi  in 
atto  di  destinarla  a  sacrificio,  sia  nelle  monete  come  nei  me- 
daglioni, si  riferisce  sempre  a  quella  incontrata  da  Enea, 
sbarcando  in  Italia  nelle  vicinanze  di  Lavinio. 

Alcuni  denarii  di  Vespasiano  (Coh.,  213)  e  di  Tito  (Coh., 
104)  la  rappresentano  con  tre  piccoli. 

Adriano  (Coh.,  1168)  e  Antonino  Pio  (Coh.,  449  e  775) 
vi  aggiungono  l'elee  nei  loro  bronzi.  E  in  due  medaglioni  lo 
stesso  Antonino  ci  espone  tutta  la  leggenda.  In  uno  di  questi 
(Gn.,  99)  sono  rappresentati  Enea  e  Ascanio  che,  scendendo 
dalla  nave,  trovano  la  Scrofa  in  una  grotta;  nell'altro  (Gn., 
115),  la  Scrofa  coi  piccoli  occupa  la  parte  centrale,  mentre 
in  lontananza  si  vede  Enea  che  giunge  alle  mura  di  Lavinio, 
recando  sulle  spalle  il  vecchio  Anchise. 

Questa  tradizione  fu  feconda  di  falsificazioni  o  dirò  me- 
glio di  mistificazioni  nella  numismatica  romana.  Ad  essa 
furono  ispirati  molti  pezzi  pesanti  di  bronzo,  nei  quali  è  ap- 
punto rappresentata  la  Scrofa  in  atto  d'allattare  i  piccoli,  e 
celebre  fra  tutte  rimarrà  quella  del  famoso    nummo  reale  o 


NEI  TIPI   MONETALI  ROMANI  71 

di  Servio  Tullio,  di  cui  furono  vittima  parecchi  insigni  nu- 
mismatici, quali  il  duca  di  Blacas,  il  barone  D'Ailly  e  il 
duca  di  Luynes  (i). 

SERPENTE. 

Nessun  animale  ebbe  forse  la  gloria  d'essere  consacrato 
a  tante  divinità  come  il  piìi  ripugnante  e  il  più  pericoloso 
dei  rettili.  Se  lo  contendono  Giove,  Nettuno,  Pallade,  Giu- 
none, Febo,  Apollo,  Plutone,  Bacco,  Mercurio,  Iside,  Sera- 
pide,  Esculapio,  Igea.  E  numerosi  sono  di  conseguenza  i  suoi 
significati:  Prudenza,  Vigilanza,  Concordia,  Vittoria,  Potenza, 
Igiene,  Salute. 

Il  Serpente  appare  la  prima  volta  in  compagnia  del 
Toro  nel  quadrante  della  Campania  ;  poi,  passando  alle  mo- 
nete della  repubblica,  abbiamo  la  biga  di  Cerere  tirata  da 
due  Serpenti  nei  denarii  di  C.  Vibio  Pansa,  90  a.  C.  e  M. 
Voltejo,  88  a.  C.  ;  il  Serpente  appiedi  di  Giunone  Sospita 
in  quello  di  Procilio,  89  a.  C,  e  di  C.  Memmio,  60  a.  C.  ; 
il  Serpente  attorcigliato  intorno  al  tripode  nel  denario  di 
M.  Voltejo,  88  a.  C,  oppure  intorno  all'ara  nel  denario, 
nell'asse  e  nel  quadrante  di  Dosseno  Rubrio,  83  a.  C.  ; 
il  Serpente  che  precede  Minerva  nel  bronzo  di  C.  Clovio, 
46-45  a.  C.  ;  il  Serpente  nutrito  da  una  fanciulla  nel  de- 
nario di  L.  Roscio  Fabato,  64  a.  C,  nel  quinario  di  Papio 
Celso,  45  a.  C,  e  in  quello  di  M.  Mettio,  44,  a.  C.  Se- 
condo la  favola  il  Serpente  abitava  nel  tempio  di  Giunone 
e  ogni  anno  una  vergine  doveva  porgergli  il  cibo.  Se  il  Ser- 
pente lo  accettava,  era  provata  la  purezza  di  quella  e  per 
contro  era  negata,  se  lo  rifiutava.  Finalmente  il  Serpente 
nutrito  dalla  Salute  nel  denario  di  Acilio  Glabrione,  54  a.  C. 
Due  Serpenti  stanno  di  fronte,  sulla  sedia  curule,  in  un  aureo 
di  L.  Cestio  e  C.  Norbano,  44  a.  C.  Due  Serpenti  attorniano 
la  cista  mistica  nei  cistofori  di  M.  Antonio,  e  di  Serpenti  è 
formata  la  capigliatura  della  Medusa  nei  denarii  di  M.  Cordio 
Rufo,  49  a.  C,  e  di  Cossuzio  Sabula,  54  a.  C. 


(i)  Ved.  Le  Numntus  de  Servius  Tullius   nella    Revue  frattfaise  de 
Numismatique,  1859,  pag.  322. 


72  FR.    GNECCHI    —  LA    FAUNA    E    LA    FLORA 

Durante  l'impero,  si  ripetono  molte  delle  figurazioni  re- 
pubblicane e  ne  abbiamo  altre  nuove.  Il  Serpente  che  pre- 
cede la  Nemesi,  negli  aurei  e  denarii  di  Claudio  (Coh.,  50  a  68) 
e  di  Vespasiano  (Coh.,  282  a  288).  Il  Serpente  che  esce  da 
un  canestro  portato  dalla  figura  femminile  rappresentante 
Alessandria,  in  un  denario  d'Adriano  (Coh.,  154  a  156). 

Il  Serpente  che  si  lancia  da  una  nave  nei  medaglioni 
di  Antonino  Pio  (Gn.,  i  a  3)  dedicati  al  dio  della  Salute 
AESCVLAPIVS. 

Il  Serpente  che  corre  davanti  a  Giunone  Sospita  in  un 
denario  di  Commodo  (Coh.,  270). 

Il  Serpente  attorcigliato  intorno  all'Albero  delle  Espe- 
ridi nei  medaglioni  di  Adriano  (Gn.,  io  e  43)  e  di  Antonino 
Pio  (Gn.,  87-88),  in  un  quinario  d'argento  (Coh.,  228)  e  in 
alcuni  bronzi  (Coh.,  584-586)  di  Massimiano  Erculeo. 

Il  Serpente  attorcigliato  intorno  al  bastone  di  Esculapio 
nei  medaglioni  di  Adriano  (Gn.  11  e  42)  e  di  Antonino  Pio 
(Gn.,  9-10),  poi  in  tutte  le  diverse  figurazioni  del  semidio  in 
parecchi  bronzi  dell'alto  impero. 

In  un  medaglione  di  M.  Aurelio  (Gn.,  71)  ove  Esculapio 
contro  il  solito,  è  rappresentato  nudo,  oltre  al  Serpente  at- 
torcigliato al  suo  bastone,  due  altri  si  ergono  da  terra,  uno 
da  ciascun  lato. 

Il  Serpente  si  vede  spesso  sullo  scudo  o  sull'ulivo  di 
Minerva.  Talvolta  è  nutrito  dalla  stessa  Minerva  (Coh.,  Geta 
108  a  III). 

Con  Giuliano  II  ed  Elena  abbiamo  i  Serpenti  in  modi 
nuovi,  uscenti  dai  vasi  portati  da  Iside  e  Osiride  (Coh.,  113 
a  115),  o  formanti  capelli  delle  furie  (Coh.,  129-130). 

Ma  il  numero  maggiore  delle  apparizioni  del  Serpente, 
durante  tutto  l' impero,  è  costituito  da  quasi  tutte  le  monete 
riferentisi  alla  Salute.  La  Personificazione  della  Salute,  SALVS 
AVG,  SALVS  PVBLICA,  una  delle  più  comuni,  è  quasi  sempre 
rappresentata  da  una  figura  femminile,  seduta  o  in  piedi  e 
talvolta  appoggiata  a  una  colonna,  in  atto  di  nutrire  il  Ser- 
pente, che  tiene  fra  le  braccia,  oppure  che  si  svolge  da  un'ara 
o  da  un  albero  o  che  sorge  da  terra. 

La  sua  rappresentazione  dura  quasi  ininterrottamente 
dal  principio  dell'impero  fino  alla  Tetrarchia. 


NEI  TIPI   MONETALI   ROMANI  73 

Qualche  ricordo  di  sé  lasciò  il  Serpente  nella  numisma- 
tica medioevale.  Francesco  III  Gonzaga  duca  di  Mantova  e 
di  Monferrato  (1540-1550)  ha  un  grosso  in  cui  è  rappresen- 
tato Ercole  fanciullo  che  strozza  i  Serpenti,  con  la  leggenda 
ENECTIS  VITIIS  {Corpus,  44).  Un  gruppo  di  Serpi  presenta 
Ercole  I  d'Este  (1471-1505)  in  un  suo  testone  di  Ferrara  e 
un  grosso  Serpente  è  attorcigliato  alla  spada  brandita  dal 
Leone,  nell'osella  di  Alvise  II  Mocenigo  (1700-1709)  con  la 
leggenda  PRVDENTIA  ET  FORTITVDO. 

In  significato  araldico  è  a  citarsi  qui  la  Biscia  Viscontea, 
che,  passata  dopo  il  governo  dei  Visconti,  allo  stemma  della 
Città  di  Milano,  si  può  dire  che,  o  sola  o  inquartata  col- 
l'Aquila  teutonica,  coi  Gigli  di  Francia,  col  Leone  o  il  Ca- 
stello di  Spagna  e  ultimamente  colTAquila  bicipite,  domini 
tutta  la   monetazione  milanese  per  ben  cinque  secoli. 

È  sempre  col  significato  d'Igea  che  il  Serpente  vive 
ancora  ai  nostri  giorni,  attorcigliato  al  bastone  d'Esculapio, 
insegna  delle  farmacie  e  simbolo  di  salute. 

Il  Serpente  poi  nel  cristianesimo  assunse  un  nuovo  si- 
gnificato, quello  dell'eternità,  allorché  lo  vediamo  formare 
un  circolo,  mordendosi  la  coda,  nei  monumenti  funerarii. 

SFINGE. 

La  Sfinge  è  un  mostro  favoloso,  che  ha  il  capo  e  il 
seno  di  donna  (raramente  d'uomo  o  d'ariete),  la  groppa  di 
leone,  le  ali  d'aquila  e  talora  la  coda  di  serpente,  quasi  a 
raccogliere  in  sé  l'accortezza,  la  forza  e  la  prudenza.  La 
Sfinge  é  proveniente  dall'  Egitto  e  antichissima  è  la  sua  ori- 
gine. Un'iscrizione  trovata  sulla  zampa  sinistra  della  Sfinge 
di  Cheope  porta  che  quello  è  il  ritratto  del  re  Tutmosi,  che 
viveva  diciassette  secoli  avanti  l'era  volgare. 

In  Egitto  la  Sfinge  godeva  un  gran  culto,  come  ne 
fanno  fede  i  numerosi  esemplari  in  granito  e  in  basalto, 
che  ancora  vi  esistono,  collocati  generalmente  quale  or- 
namento lungo  i  grandi  viali  che  conducevano  alle  piramidi 
o  nelle  piramidi  stesse.  La  Sfinge  era  un  mostro  bene- 
fico, simbolo  di  fecondità  e  suo  compito  era  quello  di  sor- 
vegliare le  piene  e   gli   straripamenti  del  Nilo. 


74  FR.    GNECCHI    —    LA    I^AUNA    E    LA   FLORA 

Dair  Egitto  la  Sfinge  fu  trasportata  in  Grecia,  ove  ne 
fu  radicalmente  falsato  il  concetto  e  quindi  non  vi  ebbe,  né 
vi  poteva  avere  il  culto  del  suo  paese  d'origine. 

I  Greci  la  dicevano  nata  da  Tifone  e  da  Echidma,  la 
facevano  proveniente  dall'  Etiopia  e  ne  formarono  un  mostro 
perverso,  che  infestava  la  strada  da  Delfo  a  Tebe,  propo- 
nendo enigmi  ai  passanti  e  divorando  o  gettando  in  mare 
quelli  che  non  sapevano  scioglierli.  Finalmente  Edipo  riuscì 
a  indovinare  quello  famoso  dell'animale  che  il  mattino  ha 
quattro  gambe,  due  al  meriggio,  e  tre  la  sera,  dicendo  che  è 
l'uomo,  il  quale  da  bambino  si  trascina  colle  mani  e  coi  piedi, 
nella  forza  dell'età  cammina  colle  due  gambe  e  nella  vecchiaia 
si  aiuta  con  un  bastone.  Allora  la  Sfinge  si  buttò   in   mare. 

Dalla  Grecia  passando  a  Roma,  la  Sfinge  modificò  nuo- 
vamente il  suo  significato.  Abbandonò  cioè  la  perversità, 
conservando  il  carattere  enigmatico. 

La  Sfinge  seduta  e  alata  ci  appare  per  la  prima  volta 
sul  denario  di  T.  Carisio,  48  a.  C,  che  porta  al  diritto  la 
testa  d'una  Sibilla.  Dal  diritto  e  dal  rovescio  di  questo  de- 
nario spira  un'aura  di  vaticinio  e  di  mistero  e  rimane  anche 
per  noi  un  enigma,  non  potendo  dire  quale  sia  il  sentimento 
che  lo  ha  ispirato. 

Pochi  anni  dopo,  la  Sfinge  appare  come  Tipo  in  un  bel- 
lissimo cistoforo  (Coh.,  31)  e  in  due  aurei  d'Augusto  (Coh., 
433  ^  334)-  Secondo  antichi  autori.  Augusto  aveva  una  grande 
predilezione  per  la  Sfinge,  e  Svetonio  afferma  che  la  portava 
incisa  nella  pietra  del  proprio  anello  e  ne  usava  come  sigillo 
delle  proprie  lettere,  forse  alludendo   al   segreto    epistolare. 

In  alcune  opere  antiche  è  descritto  anche  un  aureo  dello 
stesso  Augusto  col  tipo  della  Sfinge  e  la  leggenda  ARMENIA 
CAPTA;  ma  pare  che  tale  moneta  non  esista  e  infatti  poco 
se  ne  comprenderebbe  il  significato. 

In  un  aureo  d'Adriano  (Coh.,  982)  la  Sfinge  sta  accanto 
al  Nilo  e  qui  non  ha  che  significato  geografico. 

In  un  medaglione  dato  da  Vaillant  una  Sfinge  alata  sa- 
rebbe montata  da  un  guerriero  (Gn.,   C04). 

Due  Sfingi  stanno  ai  lati  della  divinità  africana  che  sim- 
boleggia il  secolo  abbondante  SAECVLO  FRVGIFERO  in  un 
aureo  (Coh.,  68)  e  in  un  medaglione  (Gn.,  4)  d'Albino. 


NEI   TIPI    MONETALI    ROMANI  75 


Insieme  alle  altre  deità  o  semideità  egiziane  è  riprodotta 
in  parecchi  piccoli  bronzi  di  Giuliano  II  (Coh.,  135-6,  168-9) 
e  due  Sfingi  sono  aggiogate  al  carro  d' Iside,  in  un  piccolo 
bronzo  di  Elena  (Coh.,  41). 

Fra  le  monete  medioevali,  la  Sfinge  sta  sullo  stemma 
nel  pezzo  da  io  zecchini  coniato  da  A.  Teodoro  Trivulzio 
nel  1677  {Corpus,  19)  col  motto  strano  e  sibillino  NE  TE 
SMAh  il  quale  accenna  al  significato  oggi  assunto  dalla  parola 
Sfinge,  che  s' impiega  per  indicare  una  persona  enigmatica, 
impenetrabile  e  sovente  anche  falsa.  Ci  aggiriamo  quindi 
sempre  intorno  al  significato  greco-romano  e  più  nulla  ri- 
mane del  primitivo  significato  egiziano. 


SIRENA  (?). 

Dicono  che  le  Sirene  fossero  tre  sorelle,  figlie  d'Archeloo 
e  di  Calliope  o  di  Tersicore,  e  che  le  tre  incantatrici  usassero, 
la  prima  la  voce,  la  seconda  la  tibia,  la  terza  la  lira,  per  at- 
tirare colla  dolcezza  della  musica  gli  incauti,  che  si  lascia- 
vano adescare,  e  poi  divorarli. 

Le  Sirene  si  dipingono  generalmente  col  corpo  di  donna 
terminante  in  pesce  ;  ma  pare  che  i  monetarii  romani  si 
prendessero  molte  licenze,  perchè  assai  diversamente  furono 
rappresentate  nei  soli  due  casi  che  ci  offrono. 

L.  Valerio  Aciscolo,  46-45  a.  C,  ci  dà  un  uccello  con 
testa  di  donna,  ornato  dell'elmo  di  Minerva,  che  cammina 
portando  una  doppia  tibia  ;  mentre  P.  Petronio  Turpiliano, 
20  a.  C,  stampa  sul  suo  denario  una  donna  nuda  con  ali  e 
coda  d'uccello,  che  suona  la  tibia  !  Sarebbe  dunque  sempre 
la  stessa  delle  tre  sorelle,  la  suonatrice  di  tibia,  che  ci  viene 
presentata  sotto  due  forme  molto  diverse  fra  loro  e  scostan- 
tesi  affatto  dalle  forme  classiche  della  Sirena. 

Ma  sono  poi  veramente  Sirene  quelle  che  i  numismatici 
classificano  tali?  E  lecito  il  dubitarne  ;  chi  ci  assicura  che 
quei  monetarii  avessero  invece  inteso  di  rappresentare  un 
Arpia,  una  Chimera  o  anche  eventualmente  un  tipo  di  pura 
invenzione,  di  cui  oggi  ci  sfugge  il  significato. 


76  FR.   GNECCHI   —   LA  FAUNA    E   LA   FLORA 

Fossero  anche  Sirene  sotto  forme  nuove,  non  sarà  certo 
lecito  di  alzare  la  voce  contro  questi  arbitrii  a  noi  che,  nella 
nostra  nuova  monetazione,  ci  siamo  fatto  lecito,  o  per  lo  meno 
abbiamo  permesso  all'artista,  di  rappresentare  la  Libertà  col 
tipo  di  una  Erinni  e  l' Italia  in  modo  che  nessuno  la  rico- 
nosce....   neppure    leggendone  il  nome  I 

SORCIO. 

Troviamo  il  piccolo  rossicchiante  nel  denario  di  T.  Quinzio 
Trogo,  104  a.  C,  nel  quale  è  rappresentato  in  grandi  pro- 
porzioni sotto  due  cavalli  correnti,  montati  e  guidati  da  un 
solo  cavaliere. 

In  mancanza  d'altra  spiegazione,  è  lecito  argomentare 
che  quel  Sorcio  stia  a  ricordare  un  antenato  dei  Quinzii,  cui 
forse  era  stato  dato  il  soprannome  di  Mus. 

I  numerosi  simiH  esempi  che  ci  offre  la  repubbhca  ro- 
mana, autorizzano  pienamente  tale  supposizione. 

STRUZZO. 

Non  fa  che  una  semplice  apparizione  sotto  Trajano,  per 
simboleggiare  l'Arabia  (Coh.,  26,  27  e  36  a  38). 

TESTUGGINE. 

La  Testudo  romana  non  era  che  un  arma  di  difesa;  ma 
pure  ha  suono  di  guerra,  e  in  tono  guerriero  figura  forse 
la  Testuggine  nell'aes  grave  del  Lazio  e  della  Campania. 

In  seguito,  l'unica  impronta  della  mite  e  pacifica  Te- 
stuggine la  troviamo  in  un  sesterzio  di  C.  Vibio  Pansa, 
43  a.  C,  faciente  parte  di  una  monetazione,  che  s' ispira 
completamente  alla  pace.  Tale  qui  dobbiamo  quindi  in- 
terpretarla, anche  perchè  si  trova  al  rovescio  del  busto  di 
Mercurio. 

TIGRE. 

Compare  pochissime  volte  e  sempre  nella  semplice 
espressione  di  belva  da  circo.  La  prima  volta  in  un  denario 


NEI    TIPI    MONETALI    ROMANI  ^^ 


di  Livinejo  Regolo,  43-42  a.  C,  in  lotta  con  un  gladiatore; 
più  tardi  corrente  nell'arena  del  circo,  in  aurei  e  denarii 
di  Settimio  Severo  (Coh.,  2534),  di  Caracalla  (Coh.,  1 17-8)  e 
in  un  denario  di  Geta  (Coh.,  67),  tutti  con  la  leggenda 
LAETITIA  TEMPORVM. 

Durante  l'evo  medio  e  moderno  non  la  trovo  che  nel- 
l'osella di  Alvise  IV  Mocenigo  (1763-1779),  seduta  di  fronte 
a  un  Leone,  con  la  leggenda  AFRICA  TICtRIS  AGIT  PACEM 
CVN  REGE  FERARVM. 


TORO. 

Il  Toro  rappresenta  la  forza  e  nello  stesso  tempo  l'ani- 
male da  sacrificio  per  eccellenza.  Figura  quindi  in  questi 
due  significati  ;  ma  non  è  raro  il  caso  che  venga  confuso 
col  Bove,  le  cui  attribuzioni  sono  ben  differenti. 

Il  Toro  compare  nelle  primissime  monete  pesanti  del- 
l' Italia  Centrale.  Ora  vi  troviamo  il  Toro  corrente  o  a  ri- 
poso, ora  la  semplice  sua  testa. 

In  varie  attitudini,  e  quindi  con  diversi  significati,  lo  pre- 
sentano le  monete  della  Repubblica.  L.  Torio  Balbo,  94  a.  C, 
non  ebbe  certamente  altro  scopo,  nel  rappresentarlo  nella 
sua  serie  di  denarii,  se  non  quello  della  analogia  della  pa- 
rola col  proprio  nome,  facendo  così  del  Toro  corrente  lo 
stemma  di  famiglia. 

Nel  denario  di  L.  Voltejo  Strabone,  60  a.  C,  il  Toro 
è  la  cavalcatura  d'Europa,  e  di  Valeria  Luperca  in  quello 
di  Valerio  Aciscolo,  46-45  a.  C;  mentre  in  quello  di  Postu- 
mio  Albino,  74  a.  C.  e  di  C.  Antistio  Veto,  16  a.  C,  appare 
come  vittima  destinata  al  sacrificio. 

Nei  denarii  della  Guerra  Sociale  il  Toro  sta  accovacciato 
accanto  al  guerriero,  oppure  assale  furiosamente  la  Lupa. 

Finalmente  con  Giulio  Cesare  ritroviamo  il  Toro  cor- 
rente nel  denario  di  Livinejo  Regolo,  43  a.  C. 

Con  Augusto  il  Toro  abbattuto  dalla  Vittoria  raffigura 
l'Armenia  domata  ARMENIA  CAPTA,  forse  alludendo  al  Monte 
Tauro,  e  tale  Tipo  è  ripetuto  in  un  bellissimo  medaglione  di 
Antonino  Pio  (Gn.,  109). 


78  FR.    GNECCHI    —   LA    FAUNA   E   LA   FLORA 

Augusto  possiede  un  denario  (Coh.,  129)  di  fabbrica  stra- 
niera e  semibarbara,  in  cui  il  Toro  è  dato  assolutamente 
quale  Tipo  della  moneta,  forse  come  espressione  di  forza,  e, 
su  monete  di  bello  stile,  introdusse  il  tipo  del  Toro  infero- 
cito o  cornupete  (Coh.,  140-1,  151  a  161)  Tipo  greco,  imitato 
dalle  monete  di  Turio,  che  figura  in  seguito  in  aurei  di 
Vespasiano  {Coh.,  112)  e  di  Tito  (Coh.,  48),  in  quella  emis- 
sione commemorativa,  già  più  volte  menzionata.  È  molto 
difficile  dire  se  Augusto  avesse  inteso  con  ciò  di  appropriarsi 
il  tipo,  attribuendogli  un  significato  allegorico,  oppure  se  il 
Toro  non  sia  stato  scelto,  come  opina  l'Erizzo,  dal  magistrato 
monetario  Statilio  Tauro,  unicamente  per  allusione  al  pro- 
prio nome. 

Il  Toro  figura  come  Tipo  in  alcuni  piccoli  bronzi  di  Gal- 
lieno dalla  leggenda  SOLI  CONS  AVG  (Coh.,  983-5). 

Un  aureo  e  un  bronzo  di  Postumo  ci  offrono  il  Toro 
domato  da  Ercole  HERCVLI  CRETENCI  (Coh.,  114),  HERCVLI 
INVICTO  (Coh.,   127). 

In  atto  di  combattimento  colle  belve  nel  circo,  il  Toro 
è  riprodotto  da  Settimio  Severo  (Coh.,  252  a  254)  con  la 
leggenda  LAETITIA  TEMPORVM  e  ripetuto  dai  suoi  figli. 

Tutte  le  altre  riproduzioni  del  Toro  durante  1'  im- 
pero, specialmente  nei  medaglioni  di  M.  Aurelio,  Com- 
modo, Geta,  Eliogabalo,  Alessandro,  Gordiano  Pio,  Tre- 
boniano,  Volusiano,  Gallieno,  Postumo,  lo  rappresentano 
quale  vittima  per  sacrificio;  mentre  in  un  medaglione  di 
Commodo,  ripetuto  da  Diocleziano,  dalla  leggenda  VOTIS 
FELICIBVS,  abbiamo  un  Toro  morto  sulla  riva  di  un  porto 
di  mare. 

Per  non  so  quale  bizzarria  Caracalla  coniò  alcune  mo- 
nete, sulle  quali  la  biga  di  Diana  è  tirata  da  due  Tori  (Coh., 
326,  361  e  394  a  399). 

In  monete  di  Probo  (Coh.,  447  a  451)  e  in  altre  di  Dio- 
cleziano (Coh.,  64  a  68),  Massimiano  Erculeo  (Coh.,  91-92), 
Costanzo  Cloro  (Coh.,  33  a  36),  Galeno  Massimiano  (Coh., 
26  a  28)  e  Costantino  Magno  (Coh.,  71),  con  la  personifica- 
zione dell'Africa  e  le  leggende  FEL  ADVENT  AVGG  N  N  o 
CONSERVATOR  AFRICAE  SVAE,  del  Toro  non  abbiamo  che 
il  teschio  accanto  al  Leone  emblema  dell'Africa. 


NEI   TIPI   MONETAIJ   ROMANI  79 

In  parecchi  cataloghi  si  descrivono  queste  monete,  ac- 
cennando un  teschio  di  Bove.  Davvero,  da  quanto  si  vede 
nelle  monete,  troppo  difficile  riescirebbe  decidere  se  quel  te- 
schio debba  avere  appartenuto  a  un  Bove  piuttosto  che  a 
un  Toro.  Siccome  però  è  rappresentata  la  scena  finale  di  una 
lotta  fra  due  belve,  e  quel  teschio  è  il  trofeo  del  vincitore, 
pare  che  il  degno  avversano  del  Leone  abbia  naturalmente 
dovuto  essere  un  Toro. 

Nelle  monete  di  Gallieno  il  Toro  è  segnato  come  em- 
blema della  Legione  III  ITALICA  ;  VI,  VII  e  Vili  CLAVDIA 
e  X  GEMINA.  In  quelle  di  Vittorino  padre  della  Legione  X 
FRETENSIS. 


TORO  ALATO. 

Questo  animale  fantastico  non  appare  che  una  volta  sola, 
in  un  medaglione  di  Antonino  Pio  (Gn.,  74),  corrente  con 
Diana  Lucifera  in  groppa. 


TRITONE. 

Figlio  di  Nettuno  e  di  Anfitride,  il  Tritone  è  un  semidio 
del  mare,  dal  corpo  umano  terminante  in  una  duplice  coda 
di  pesce.  Il  mostro  costituisce  l'uomo  o  il  gigante  anguipede, 
il  quale  è  detto  anche  Tifeo  o  Tifone  dalla  mitologia  greca, 
celebrato  per  la  sua  forza,  avendo  osato  misurarsi  collo 
stesso  Giove.  I  combattimenti  di  alcune  divinità  coi  così 
detti  Giganti  o  Titani,  che  erano  pure  rappresentati  ta- 
lora con  un  corpo  terminante  in  serpente,  talora  con  due 
code  pure  a  guisa  di  serpenti,  costituscono  la  gigantomachia 
mitologica. 

Anche  l'altro  mostro  detto  Drago  viene  talora  a  con- 
fondersi con  questi  e  non  è  certamente  nelle  monete  che 
potremo  rilevare  le  piccole  differenze,  che  caratterizzano  e 
identificano  questi  diversi,  ma  molto  simili  mostri. 

Abbiamo  messo  il  Serpente  a  testa  umana  sotto  il  nome 
di  Drago,  riuniamo  ora  sotto  quello  di  Tritone  tutti  gli  altri 
nella  grande  varietà  delle  loro  forme. 


*. 


8o  FR.   GNECCHI  —   LA  FAUNA   E  LA  FLORA 

Ci  compare  la  prima  volta  sul  denario  di  Cn.  Cornelio 
Sisenna,  135  a.  C,  fulminato  da  Giove  in  quadriga  e  assai 
probabilmente  simboleggia  il  re  di  Siria  Antioco  III  il  grande, 
vinto  dai  Romani  nella  celebre  battaglia  di  Magnesia  nel 
190  a.  C. 

Nel  medesimo  atteggiamento  di  vinto  e  fulminato  da 
Giove  in  quadriga  riappare  in  un  medaglione  di  bronzo  di 
Antonino  Pio  (Gn.,  49)  e  in  altro  d'argento  di  Settimio  Se- 
vero (Gn.,  i)  con  la  leggenda  lOVI  VICTORI,  nel  quale  anzi 
i  Tritoni  sono  due. 

Più  strana  ci  riesce  la  rappresentazione  in  un  denario  di 
Filippo  padre  (Coh.,  223).  Con  la  leggenda  TRANQVILLITAS 
AVGG-,  è  figurata  la  Felicità  che  tiene  un  Tritone.  È  dunque 
la  Felicità  che  invoca  e  ottiene  la  Tranquillità,  avendo  im- 
prigionato il  genio  del  male  ! 

La  lotta  con  Giove  è  poi  ripetuta  in  aurei  di  Diocle- 
ziano, Massimiano  Erculeo  e  Costanzo  Cloro  con  la  leggenda 
lOVI  FVLGERATORI. 

L'atteggiamento  del  mostro  anguipede  è  ben  diverso  nel 
denario  di  M.  Plet.  Cestiano,  69  a.  C,  ove  figura  come  orna- 
mento del  frontone  del  tempio  di  Preneste.  Qui  non  è  più 
un  vinto,  ma  un  vincitore  che  esso  rappresenta  ;  come  pure 
in  quello  campeggiante  nel  denario  di  L.  Valerio  Aciscolo, 
46-45  a.  C,  nel  quale,  occupante  tutto  il  campo  del  rovescio, 
nell'esergo  del  quale  sta  la  leggenda  V.  VALERIVS  e,  strin- 
gente un  fulmine  in  ciascuna  mano,  è  forse  da  interpretarsi 
come  il  leggendario  gigante  Valente,  per  quanto  non  ci 
consti  altrimenti  che  quel  gigante  fosse  anguipede. 

Ai  Tritoni  vincitori  possiamo  aggiungere  anche  quello 
che  viene  classificato  Mostro  Scilla,  il  quale  pure  ha  corpo 
umano  e  due  appendici  a  forma  di  serpente  o  di  pesce  e  si 
vede  in  atto  di  vibrare  un  colpo  con  un  timone,  nel  denario 
(Coh.,  2)  di  Sesto  Pompeo.  Questo  ha  l'aggiunta  di  tre  cani 
che  sembrano  quasi  a  lui  uniti  a  guisa  di  code. 

La  sola  rappresentazione  del  Tritone  in  riposo,  a  semplice 
significazione  del  mare,  ci  è  data  da  un  medaglione  di  Fau- 
stina juniore  (Gn.,  6),  in  cui,  accanto  a  Venere  marina,  stanno, 
da  un  lato  un  Delfino  cavalcato  da  Cupido,  dall'altro  un 
Tritone. 


NEI   TIPI   MONETALI    ROMANI  8l 


Per  quanto  riguarda  il  medio  evo  e  il  moderno,  vedasi 
quanto  si  disse  alla  voce  Drago,  col  quale  spesso  il  Tritone 
si  confonde. 

UCCELLO. 

Sono  parecchi  i  volatili  che  abbiamo  visto  sfilare  in 
questa  rivista  della  Fauna  numismatica  ;  ma  ne  rimane  uno 
ancora  che  non  ci  può  esser  noto  che  sotto  il  nome  vago 
di  Uccello. 

Gli  antichi  auguri  traevano  il  loro  oroscopo  dal  volo 
degli  Uccelli  in  genere  e  questo  è  veramente  il  caso. 

Fra  i  primi  denarii  anonimi  della  repubblica  romana 
ve  n'ha  uno,  in  cui  vediamo  Roma  seduta,  su  degli  scudi, 
identificata  dalla  Lupa  coi  gemelli  che  le  sta  davanti , 
mentre  nel  cielo  svolazzano  due  Uccelli,  certamente  bene 
auguranti  per  la  Repubblica.  La  specie  di  questi  volatili 
non  è  identificabile.  Non  sono  che  volatili,  Uccelli  del  buon 
augurio. 

La  rappresentazione  del  denario  anonimo  viene  ripetuta 
in  un  aureo  di  Tito  (Coh.,  64). 

Nelle  medesime  condizioni  sono  tre  Uccelli  che  si  ve- 
dono sul  fico  ruminale,  all'ombra  del  quale  la  Lupa  sta  al- 
lattando i  gemelli,  nel  denario  di  S.  Pompeo  Faustulo  già 
citato,  come  pure  i  tre  Uccelli  che  svolazzano  al  disopra  di 
Ercole  in  un  aureo  di  Postumo  (Coh.,  112). 

Nei  medaglioni  e  bronzi  di  M.  Aurelio  e  Commodo  rap- 
presentanti la  Salute  in  atto  di  nutrire  un  Serpente,  un  Uc- 
cello sta  posato  sul  ripiano  inferiore  della  tavola  che  porta 
il  simulacro  della  Salute. 

Tutti  questi  volatili  potrebbero  forse  interpretarsi  per 
Corvi  ;  ma  essendo  impossibile  identificarli,  accontentiamoci 
di  dirli  Uccelli  del  buon  augurio. 

VITELLO. 

La  famiglia  tauro-bovina  non  offre  nella  numismatica 
quell'esempio  d'unione,  che  dà  in  natura.  Essa  dovette  es- 
sere divisa  in  tante  voci  quanti  sono  i  membri  che  la  com- 
pongono, stante  le  diverse  attribuzioni  di  ciascuno. 


82         FR.   GNECCHI    —    LA    FAUNA    E   LA    FLORA    NEI    TIPI   MONETALI 


Ci  si  presenta  ora  ultimo  della  famiglia  e  della  serie  il 
Vitello,  il  quale  ha  un'importanza  molto  secondaria  nella 
serie  romana. 

Il  pacifico  animale  non  vi  ha  che  poche  rappresentazioni- 
La  prima,  tra  la  repubblica  e  l'impero,  in  aurei  e  denarii  di 
Voconio  Vitulo,  colla  testa  di  Giulio  Cesare  (Coh.,  45-6).  La 
seconda  non  è  che  una  ripetizione  di  questi  con  Augusto 
(Coh.,  546-7).  Fin  qui  il  Vitello  semplicemente  è  l'emblema 
del  nome  del  monetario. 

La  terza  sul  bronzo  d'Augusto  già  citato  alla  voce 
Ariete- Agnello,  nel  quale  avrebbe  significato  di  vittima  da 
sacrificio. 

Una  quarta  apparizione  del  Vitello  avviene  in  un  de- 
nario  di  Tito  (Coh.,  56-7),  appartenente  alla  serie  di  rie- 
vocazione di  monete  dei  primi  anni  dell'impero,  più  volte 
citata.  E  ancora  una  riproduzione  del  Vitello  di  Voconio 
"Vitulo. 

Il  Vitello,  come  la  sua  genitrice,  non  ha  alcun  seguito 
nella  numismatica  medioevale  e  moderna. 


Continuaaione   e  fine 
al  prossimo  fascicolo. 


LA   ZECCA   DI    BENEVENTO 

1."   Periodo    (706-774)    —    Monetazione    ducale 


(Continuazione  ved.  fìisc.  III-^IV,  1915). 

Abbiamo  innanzi  accennato  che  le  prime  serie 
di  monete,  anonime,  emesse  dai  duchi  di  Benevento, 
rimaste  incerte  e  confuse  tra  le  monete  bizantine, 
furono  vere  fraudolenti  contraffazioni,  di  quelle  ge- 
neralmente imposte  dagli  invasori  del  nostro  paese 
alla  ingenuità  delle  genti  nei  loro  rapporti  com- 
merciali. 

Il  primo  tipo  quindi  della  monetazione  locale 
ci  viene  dato  dagli  aurei  beneventani  che  portano 
nel  campo  del  retro  le  iniziali  di  Romualdo  II,  di 
Audelao  e  di  Gregorio,  il  cui  carattere,  detto  al  tipo 
di  Giustiniano,  si  presenta  in  modo  da  non  potersi 
piti  confondere  con  la  monetazione  imperiale,  pur 
avendo  una  grande  affinità  con  quella. 

A  cominciare  dalle  monete  di  Romualdo  II,  che 
hanno  la  leggenda  completa  DN  IVSTINIANVS  PP  EA 
{Domimis  Jiistinianus  perpetims  angusttts^>,  in  seguito 
divenuta  scorretta,  trasfigurata  ed  indecifrabile,  il 
tipo,  imitante  il  solido  di  Giustiniano  II,  presenta  una 
figura  ideale  ed  incerta,  avvolta  in  una  specie  di 
clamide,  che  affetta  ornamenti  e  ricami,  da  cui  vien 
fuori  soltanto  la  destra  mano  che  innalza  il  globo 
crucigero,  il  simbolo  della  potenza  imperiale. 

Questo  primo  tipo  acquista  una  esattezza  mag- 
giore nei  dettagli,  una  fattura  più  accurata,  un  ri- 
lievo meno  marcato,  ma  più  distinto,  nelle  monete 
del  duca  Godescalco,  in  alcuni    soldi    e    tremissi  di 


84  MEMMO  CAGIATI 


Gisulfo  II  ed  in  alcune  tremissi  che,  al  posto  delie 
solite  iniziali,  hanno  /'/  simbolo  della  mano  aperta, 
sulla  cui  attribuzione  non  sono  tutti  concordi  i  cul- 
tori di  numismatica  che  dello  studio  delle  monete  di 
Benevento  si  sono  occupati. 

Diremo  in  seguito  le  ragioni  che  ci  hanno  in- 
dotto a  classificare,  ad  un  periodo  storico  anteriore 
a  Gisulfo  II,  gli  aurei  anonimi  dal  segno  della  mano 
aperta,  comunemente  chiamati  mancusi  [signo  manus 
cusi)  (^)  a  Liutprando  re  dei  longobardi  e  ad  asse- 
gnarne la  coniazione  in  quei  giorni  turbolentissimi 
in  cui,  dopo  la  fuga  del  duca  Godescalco,  Benevento, 
presa  con  le  armi  dal  potente  re  longobardo,  restò 
a  lui  sottomessa,  finche  non  ebbe  a  duca  Gisulfo  IL 
Continuando  ora  ad  occuparci  dei  caratteri  generali 
della  monetazione  ducale  beneventana,  esamineremo 
un  secondo  tipo,  che  si  incontra  anche  in  un'altra 
serie  di  monete  mancuse  ed  in  alcune  altre  monete 
di  Gisulfo  II,  quale  innovazione  monetaria  di  quel- 
l'epoca, tipo  rimasto  poi  costante  nelle  successive 
serie  coniate  durante  il  periodo  autonomo  ed  in- 
dipendente del  ducato  beneventano. 

Questo  secondo  tipo,  imitante  i  solidi  di  Ar- 
temio  Anastasio  e  non  più  queUi  di  Giustiniano  II, 
conserva  l'apparenza  generale  del  primo,  ma  ha  uno 
stile  speciale  e  nettamente  determinato.  La  figura 
dal  collo  nudo,  piìi  allungato,  non  ha  più  nella  de- 
stra il  globo  crucigero,  ma  la  sola  croce;  dal  palu- 
damento che  avvolge  il  busto  vien  fuori  anche  il 
braccio  sinistro,  la  cui  mano  poggia  sul  petto  strin- 


(i)  Varie  sono  le  opinioni  dei  dotti  sulla  etimologia  della  voce  man- 
cusus.  Hanno  esaurientemente  trattato  l'argomento  il  Capobianchi  nel 
suo  pregevole  studio  :  Pesi  proporzionali  desunti  dai  documenti  della 
libra  romana^  merovingia  e  di  Carlo  Magno,  in  Rivista  Italiana  di  Nu- 
mismatica, A.  V,  Milano  1892,  ed  il  Martinori  nella  sua  opera  :  Voca- 
bolario generale  della  moneta,  Roma,  1915,  alla  voce  Mancoso. 


LA   ZECCA    DI   BENEVENTO  85 

gendo  il  volumen  ^'^^ )  l'insieme  non  vuol  essere  più 
il  ritratto  ideale  ed  indeciso  di  un  imperatore  di  Bi- 
sanzio, ma  pare  voglia  rappresentare  le  sembianze 
del  duca  di  Benevento.  Le  serie  di  monete  dette  al 
tipo  di  Artemio  Anastasio  si  susseguono,  sino  ad  in- 
contrarsi con  quelle,  molto  rare,  emesse  nei  primi 
tempi  di  Arichi  II  duca,  il  quale,  verso  il  770,  dando 
una  riforma  alla  monetazione  ducale  beneventana, 
modificò  ancora  una  volta  lo  stile. 

Pare  che  l'incisore  di  questo  tipo  riformato,  che 
sembra  una  rievocazione  deirantico,  abbia  voluto, 
con  linee  quasi  geometriche,  ricavare  il  volto  di 
faccia  da  una  retta  orizzontale  d'onde  scendono 
due  segmenti  di  circolo  che  si  uniscono  a  formare 
il  mento  ed  una  piccola  barba.  Dentro  questo  ovale 
due  grandi  emisferi,  incastrati  fra  quattro  lunette 
ricurve,  imitano  gli  occhi  e  le  palpebre  ;  sul  capo 
un  diadema,  con  doppia  fila  di  perle,  poggia  in  forma 
di  calotta  sulla  fronte,  lasciando  uscire  a  destra  ed 
a  sinistra  con  perfetta  simmetria  due  segmenti  con- 
centrici, a  rappresentare  due  ciocche  di  capelli  o  due 
appendici  del  diadema,  il  quale  riprende  la  solita 
croce  che  si  vede  nel  diadema  che  hanno  sulle  mo- 
nete bizantine  le  figure  degli  imperatori  da  Tiberio 
Costantino  in  poi.  Riappare  il  globo  crucigero  nella 


(l)  Cilindro  o  rotolo  che  si  vede  frequentemente  sulle  monete  bi- 
zantine nella  mano  di  quasi  tutti  gli  imperatori.  Qualche  volta  questo 
simbolo  è  preso  per  la  mappa  dagli  imperatori,  o  dai  grandi  perso- 
naggi che  donavano  al  popolo  giuochi  pubblici,  lanciata  nel  circo  al 
momento  che  essi  volevano  segnalare  l'inizio  dello  spettacolo  ;  qualche 
altra  per  quell'oggetto  dai  senatori  portato  ordinariamente  in  mano, 
come  emblema  dell'incarico  che  essi  avevano  di  redigere  leggi  e  de- 
creti. Chiamata  anche  acacia,  da  Codinus,  questa  insegna  del  potere 
imperiale  nell'impero  d'Oriente  era  un  sacchetto  di  stoffa  ripieno  di 
polvere,  che  gli  imperatori  portavano  nella  mano  a  ricordo  della  fra- 
gilità dell'uomo  e  come  monito  a  sé  stessi  di  moderazione  e  di  cle- 
menza verso  i  loro  sudditi. 


86  MEMMO  CAGIATI 


destra  mano  uscente  dal  manto,  drappeggiato  sulla 
spalla  sinistra,  e  la  leggenda  non  è  più  quella  pseudo- 
imperiale più  o  meno  contraffatta,  perchè  il  motto 
DNS  VICTORIA  è  scritto  a  lettere  ben  chiare  intorno 
alla  figura.  Nel  disegno  del  retro  vi  è  sempre  la 
croce  potenziata,  da  lungo  tempo  in  uso  nei  solidi 
bizantini,  poggiata  sopra  quattro  gradini  decrescenti 
(nelle  tremissi  su  di  un  gradino  solo),  però  le  let- 
tere in  giro  pare  siano  rimaste  per  formare  un  or- 
namento simmetrico  a  cui  l'incisore  avesse  tenuto 
più  che  alla  fedeltà  storica  della  iscrizione. 

Così  distinta,  al  tipo  di  Giustiniano  II,  al  tipo 
di  Artemio  Anastasio,  al  tipo  riformato  di  Arichi  II 
duca,  la  monetazione  ducale  mostra  le  sue  serie  che 
si  susseguono  ininterrotte  e  che  per  la  loro  fattura 
progressivamente  si  vanno  allontanando  dal  pro- 
totipo. 

Difatti,  con  la  riforma  di  Arichi  II  duca,  il  quale 
fin  dall'  inizio  del  suo  dominio  cerca  di  dare  il  mag- 
giore impulso  al  commercio  locale,  mettendo  in  rap- 
porto il  valore  delle  sue  monete  con  le  monete  stra- 
niere, abbassando  il  titolo  dei  suoi  aurei  a  13  carati 
ed  un  terzo  a  lega  di  argento,  la  monetazione  du- 
cale non  ha  più  nulla  di  comune  con  la  monetazione 
bizantina  e  diviene  apprezzata  e  ricercata  in  ogni 
regione. 

Acciocché  si  possano  meglio  osservare  le  prin- 
cipali caratteristiche  della  monetazione  ducale,  di- 
stinta nei  tipi  e  per  le  sue  sigle  diverse,  ne  diamo 
il  seguente  sommario. 


LA   ZECCA    DI   BENEVENTO 


87 


Primo  periodo  —  Monetazione  ducale. 

Moaete  AMiime  lacerte. 
Primi  duchi  di  Benevento  (sec.  VI)  Contraffazioni  bizantine. 


Monete  al  tipo  di  Giustiniano  II. 

Ronrualdo  II  (706-731)  Soldi  e  tremissi  con  la  sigla 
Audelao  (731-732)       •  ... 

Gregorio  (732^39)       .  »  >  » 

Godescalco     (739-742)      ,  »  •  ■ 

Liutprando  Re  (742)  Tremissi  mancuse 
Gisulfo  II  (742-751)  Soldi  e  tremissi  con  le  sigle 


R 

A 

r 

f.  D^ 

é  . 

rr. 

ir 

Monete  al  tipo  di  Artemio  Anastasio 

Liutprando  Re  (742)  Soldi  e  tremissi  mancuse 
GisulTo  II  (742-751)  Soldi  e  tremissi  con  le  sigle 
Scauniperga  e  Liutprando  (751-755)     «  « 

Liutprando  duca  (755-758)  •  . 

Arichi  II  duca  (758-770)  ,  „ 


té 

A  f .  ri 

XL,  LS 
A 


Monete  al  tip*  riformato  di  Arichi  li  duca. 

Arichi  II  duca  (770-774)  Soldi  e  tremissi   con  la  sigla.         A 


Godescalco  (739-742).  Gli  avvenimenti,  che  in- 
torbidarono le  greche  provincie  durante  i  sette  anni 
in  cui  il  duca  Gregorio  dominò  Benevento,  precipi- 


88  MBMMO  CAGIATI 


tarono.  Trasimondo  di  Spoleto,  ribellatosi  al  re  Liut- 
prando,  era  stato  da  questi  sottomesso  e  nel  ducato 
sostituito  da  Ilderico  ;  papa  Gregorio  III  temeva  di 
Liutprando  e  rivolgeva  ogni  suo  sforzo  allo  scopo 
di  abbattere  la  potenza  di  quel  re,  di  rovesciare  la 
dominazione  longobarda. 

Alla  morte  del  duca  Gregorio,  il  popolo  bene- 
ventano, nel  cui  seno  erano  cresciute  quelle  ten- 
denze particolariste  aspiranti  al  recupero  dell'an- 
tica indipendenza,  in  aperta  ribellione,  elesse  a  duca 
Godescalco,  il  quale  naturalmente  dovette  allearsi 
col  Papa  e  con  Trasimondo,  che  si  era  nuovamente 
impadronito,  nel  dicembre  del  739,  dell'insorto  ducato 
di  Spoleto. 

A  debellare  la  lega  pericolosa  Liutprando  do- 
vette decidersi  a  prendere  le  armi  e  le  rivolse  contro 
Spoleto,  in  cui  Trasimondo  non  si  arrischiò  a  resi- 
stergli, poi  contro  Benevento  ;  ed  all'approssimarsi 
del  valoroso  guerriero  longobardo,  Godescalco  perde 
ogni  speranza  di  conservare  il  trono  ;  non  potendo 
resistere  a  cosi  forte  nemico  cercò  di  salvarsi  con 
la  fuga,  ma  raggiunto  dagli  antichi  partigiani  di  Gi- 
sulfo  fu  trucidato,  mentre  stava  per  montare  su  di 
una  nave  che  doveva  trasportarlo  in  Grecia  insieme 
alla  moglie  Anna  ed  ai  suoi  tesori  (^). 

Il  nome  LEO  (Leone  III),  nella  leggenda  del  di- 
ritto di  alcune  monete  di  Godescalco,  fa  supporre 
che  questo  duca  si  fosse  messo  sotto  la  protezione 
dell'  imperatore  iconoclasta. 


(1)  Paulus  Diac,  vi,  pag.  57.  —  Catalogns  ducum  Beneventi,  pag.  494. 
—  Trova,  V,  pag.  364. 


LA    2ECCA    DI    BENEVENTO 


89 


(Tipo  A). 


I.  Soldo  d'oro  (Al  nome  di  Leone  III). 

^'  —  DNL  —  E0PPAGV3  Busto  di  prospetto  di  Leone  III, 
diademato,  tenendo  nella  destra  il  globo  crucigero. 

I^  —  VIVTO  >  ~  <  IVGVI  o  —  CONOB  Croce  su  tre  gra- 
dini, sopra  globetto,  nel  campo  a  sinistra  G  {Go- 
descalcus)  (vedi  figura).  R.  A' 

Coli.  Cagiati. 


2.  Idem. 

B'  —  DN :    —  LEOPP    Busto  di  Leone  III,  diademato, 

tenendo  nella  destra  il  globo  crucigero. 

P  —  VICTO  —  GV  —  *  —  CONOB  Croce  su  quattro  gra- 
dini, nel  campo  a  sinistra  G  {vedi  fig.).  R.  K 
G.  Sambon,  Repertorio  Gerì,  delle  Monete,  n.  393,  tav.  VI. 


3.  Idem  (Imitazione  del  tipo  di  Giustiniano  II). 

&  —  DNI  —  NVSPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  tenendo 
nella  destra  il  globo  crucigero. 


90 


MEMMO    CAGIATI 


P  —  VICTOR  —  V&VSTO  —  CONOB  Croce,  su  di  un  pic- 
colo globo  sostenuto  da  quattro  gradini,  accostata 
dalle  lettere  D  —  G  {Dux  Godescalcus)  {vedi  fig.). 

R.  K 
Coli.  Cagiati. 

4.  Idem. 

^'  —  DNI  —  INl|S  PP  Simile  al  precedente. 
^    —  VICTORI  —  IVGVITO  -  CONOB  Simile  al  precedente. 

R.  À^ 

G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  n.  395,  tav.  VI. 

5.  Idem. 

^  —   DNI  —  INl|S  PP  Simile  al  precedente. 
9<    —  VICTOR!  -  ÀVGVSTO   -  CONOB    Simile    al    prece- 
dente. R  K 

G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  in  nota  al  n.  395. 

6.  Idem. 

^  —  DNI  —  NVSPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VICTOR   -   AVG-VSTO    -   CONOB    Simile   al   prece- 
dente. R.  N 

Catalogo  della  coli.  Gnecchi,  n.  355. 


(Tipo  B). 


r~^n 


I.  Tremisse  (Al  nome  di  Leone  III). 

(&'  —  DNL  —  EOPP  Busto  di  prospetto  di  Leone  III,  dia- 
demato, tenendo  nella  destra   il   globo  crucigero. 

P  —  Vie  —  >(yV  —  CONOB  Croce  su  di  un  gradino,  nel 
campo  a  sinistra  G  {vedi  fig.).  R.  AT 

A.  Sambon,  Le  Musée,  voi.  VI,  pag.  6. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  9I 


i     M        t 


2.  Idem, 

3'  —  DNI  —  VCPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  tenendo 

nella  destra  il  globo  crucigero. 
9*    —  VICI  —  GVGA  —  CONOB  Croce,  su  di  un  gradino, 

accostata  dalle  iniziali  D  —  G  {vedi  Ag.).       R.  K 
A.  Sambon,  Le  Musée,  voi.  VI,  pag.  6. 

3.  Idem. 

B'  —  DN  —  V&PP  Simile  al  precedente. 
^    -  VICT  —  GVST  —  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  A'^ 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  n.  396. 


4.  Idem. 

&  —  DNI  —  NVSPP  Simile  al  precedente. 
^    -  VICTOR  -  AVGVS  -  CONOB   Simile  al  prec.  R.  AT 
G.  Satnboii,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  in  nota  al  11.  396. 

5.  Idem. 

B  —  DN  — 108  {sic)  PP  Simile  al  precedente. 

^    —  VICT  —  VGTO  -  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  A.' 

Catalogo  della  coli.  Rossi,  n.  348. 


LiUTPRANDO     RE     DEI    LONGOBARDI    (742).     Il     gran 

re  dei  Longobardi,  che  in  epoca  passata  aveva  in 
parte  dato  effetto  ai  suoi  disegni,  ottenendo  la  sud- 
ditanza dei  ducati  di  Spoleto  e  di  Benevento,  nella 
ribellione  di  queste  due  provincie  trovò  occasione  di 
maggiormente  imporvi  la  sua  autorità  e  metterle  in 
più  salda  dipendenza. 


92  MEMMO   CAGIATI 


Occupata  Benevento  con  le  armi,  Liutprando  vi 
ristabilì  in  breve  l'ordine  e  la  calma,  ma  perchè 
questa  potesse  rimanere  duratura  egli  stesso  doveva 
conciliare  il  suo  diritto  acquisito  alla  elezione  del 
nuovo  duca  con  i  voti  degli  affezionati  partigiani 
dell'antica  casa  ducale  beneventana.  Gisulfo,  il  fi- 
gliuolo di  Romualdo  II,  educato  e  divenuto  uomo 
alla  corte  di  Pavia,  doveva  apparire  per  Liutprando 
la  persona  piti  adatta  a  reggere  il  governo  di  quella 
provincia,  il  duca  che  non  solo  doveva  ispirargli  la 
maggiore  fiducia  ma  che  meno  difficoltà  avrebbe  tro- 
vato a  tenere  in  obbedienza  il  popolo  ribelle  bene- 
ventano, a  cui  avrebbe  nel  contempo  ispirata  la  piti 
grande  devozione  come  il  rampollo  della  vecchia 
stirpe  ducale. 

Nel  frattempo  occorso  perchè  Gisulfo,  chiamato 
da  Liutprando  in  Benevento,  potesse  giungere  dalla 
capitale  longobarda  per  salire  sul  trono  dei  suoi 
avi,  è  probabile  che,  come  primo  segno  di  autorità 
suprema,  come  una  solita  e  naturale  prima  ma- 
nifestazione di  dominio,  il  re  longobardo  abbia  fatto 
battere  nella  zecca  di  Benevento  la  moneta  che  do- 
veva sostituire  quella  in  corso  già  coniata  dal  fug- 
giasco duca  ribelle. 

Non  è  certo  desiderio  di  apportare  qui  una  ca- 
pricciosa ed  inopportuna  innovazione  che  ci  spinge 
a  dare  alle  monete  recanti  il  segno  della  mano  aperta 
una  classifica  in  contraddizione  con  quella  di  illustri 
maestri.  Ne  ha  mosso  invece  la  speranza  che  la  nostra 
modesta  opinione,  richiamando  sempre  più  su  tali 
controverse  monete  l'interessamento  degli  studiosi, 
possa  far  sorgere  una  discussione  più  ampia  appor- 
tatrice di  maggior  luce  ;  possa  incitare  i  cultori  di 
numismatica  a  darsi  a  ricerche  che  abbiano  a  riu- 
scire più  fortunate. 

Se  esaminiamo  innanzi  tutto  la  sigla  di   queste 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  93 


monete,  sigla  che  alcuni  vogliono  sia  un  guanto, 
altri  una  mano  guantata,  alcuni  il  simbolo  della  pena 
che  la  legge  longobarda  comminava  ai  falsi  mone- 
tari, altri  un  segno  di  feudalità  dei  papi  al  riguardo 
degli  imperatori,  noi  vediamo  semplicemente  la  palma 
di  una  mano  ornata  al  polso  di  bracciale,  che  ci 
ricorda  quello  longobardo,  parte  dell'armadura  an- 
tica ornante  il  braccio  dei  guerrieri.  Nella  storia 
universale  del  Cantìi  (0  si  narra,  al  proposito,  che 
Liutprando  col  Papa  «  entrato  nella  basilica  va- 
ticana, sul  Corpo  dei  SS.  Apostoli  depose  in  dono 
il  manto  reale,  i  braccialetti,  l'usbergo,  il  pugnale, 
la  spada,  la  corona  d'oro  e  la  croce  d'argento  ». 
Osserviamo  altresì  che  nei  soldi  è  rappresentata  la 
mano  destra,  posta  nel  campo  a  sinistra  della  croce, 
mentre  nelle  tremissi  è  una  mano  sinistra  posta 
a  destra  della  croce,  il  che  ci  fa  escludere  tutte  le 
prerogative  che  potrebbe  avere  il  simbolo  nella  sola 
destra  mano. 

Se  esaminiamo  poi  le  diverse  classifiche  date 
finora  a  queste  monete,  distinte  dal  segno  della 
mano  aperta ,  troviamo  che  il  Capobianchi  <2)  le 
attribuisce  al  duca  Liutprando  (751  -  758)  per  la 
somiglianza  del  tipo  con  le  monete  di  quel  duca, 
ed  osserviamo  che  lo  stesso  identico  tipo  del  soldo 
mancuso,  di  cui  egli  ci  dà  la  illustrazione,  si  ri- 
scontra anche  in  soldi  d' oro  segnati  da  iniziali 
escludenti  l'appartenenza  al  duca  Liutprando,  men- 
tre poi  una  tremisse  mancusa  non  ha  che  vedere 
col  tipo  delle  monete  del  duca  Liutprando  ed  appar- 
tiene invece  a  quella  monetazione  al  tipo  di  Giusti- 
niano II,  antecedente  al  tempo  di  questo  duca. 


(i)  e.  Cantù,  Storia  universale,  Torino,  1885,  voi.  IV,  pag,  546. 

(2)  V.  Capobianchi,  Pesi  proporzionali  desunti  dai  documenti  della 
libra  romana,  merovingia  di  Carlo  Magno,  in  Rivista  /tal.  di  Numism., 
A.  V,  Milano,  1892. 


94  MEMMO   CAGIATI 


L'illustre  numismatico  Arturo  Sambon  (i),  nel 
suo  poderoso  lavoro  sulle  monete  di  Benevento,  clas- 
sificò le  monete  mancuse  ad  un'epoca  non  precisa, 
verso  il  758,  ed  il  venerando  Giulio  Sambon  ^^1, 
nel  suo  Repertorio  generale  delle  monete,  seguendo 
l'opinione  del  chiarissimo  suo  figliuolo,  assegna  al- 
l'epoca da  questi  indicata  il  nome  d'  «  Interregno  « 
come  è  chiamata  in  proposito  nel  catalogo  di  ven- 
dita della  Collezione  Sambon  (3).  Dai  documenti  ben 
scarsi  che  possediamo  della  storia  di  quel  tempo, 
a  cui  accenna  il  dotto  illustratore  delle  monete 
di  Benevento,  non  possiamo  formarci  un  criterio 
esatto  di  quel  periodo  che,  dalla  fuga  di  Liutprando 
ad  Otranto,  va  al  giorno  della  incoronazione  del 
duca  Arichi  IL  Se  volessimo  anche  ammettere  la 
coniazione  di  queste  monete  anonime  fatta  a  quel- 
l'epoca, non  troveremmo  alcuna  analogia  fra  il  segno 
della  mano  aperta  ed  il  periodo  stesso  nel  quale  si 
trovò  Benevento  dopo  la  fuga  del  duca  Liutprando; 
e  poi,  come  si  potrebbe  spiegare  la  differenza  del 
tipo  di  quella  tremisse  mancusa  che,  tra  le  serie  an- 
teriori e  posteriori  che  sono  al  tipo  di  Artemio  Ana- 
stasio, appartiene  invece  al  tipo  di  Giustiniano  II  ? 

Il  Wroth  <^4\  da  un  accurato  esame  delle  leggende, 
dello  stile  e  dei  caratteri  speciali  di  queste  mo- 
nete mancuse,  intuisce  la  possibilità  che  possano  es- 
sere state  coniate  tra  il  742  ed  il  751,  epoca  del 
regno  di  Gisulfo  II,  intuisce  altresì  che  il  segno  della 
mano  possa  essere  un  emblema  longobardo,  da  met- 
tersi in  relazione  con  la  venuta  di  Liutprando  re 
nel  742  a  Benevento,  però  è  strano  che,  mentre  gli 
argomenti    adottati    dovrebbero    indurlo   a    conchiu- 


(1)  A.  Sambon,  Recueil  ecc.,  op.  cit. 

(2)  G.  Sambon,  Repertorio  ecc.,  op.  cit. 

(3)  Catalogo  della  coli.  Sambon,  op.  cit.,  pag.  6. 

(4)  W.  Wroth,  Catalogne  ecc.,  op.  cit.,  pag.  191,  pi.  XXV,  nn.  11-12. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  95 


dere  con  l'attribuzione  di  quelle  monete  al  re  lon- 
gobardo, egli  conchiuda  classificandole  tra  le  incerte 
beneventane. 

Nel  catalogo  di  vendita  della  raccolta  Marti- 
nori  ^'>  i  compilatori  di  quel  catalogo  dichiarano,  nella 
prefazione,  aver  lo  stesso  cav.  Martinori  prestato  loro 
il  sostegno  della  sua  valida  dottrina  nella  maggior 
parte  delle  attribuzioni  incerte  o  contrastate  ;  dob- 
biamo dunque  credere  che  V  illustre  Martinori,  se- 
guendo le  deduzioni  (come  nella  nota  del  catalogo 
a  pag.  31  è  detto)  contenute  nel  catalogo  del  British 
Museum,  abbia  attribuito  il  soldo  d'oro  mancuso 
conservato  nella  sua  raccolta,  a  Gisulfo  IL  Non  ci 
sembra  possibile  che  il  duca  Gisulfo,  nel  portare  una 
riforma  alle  sue  monete,  scegliesse  per  queste  un 
tipo  anonimo,  quando  la  monetazione  beneventana, 
pur  continuando  ad  essere  una  imitazione  di  quella 
bizantina,  aveva  acquistato  carattere  spiccatamente 
nazionale  da  che  portava  le  iniziali  dei  duchi,  di  cui 
egli  era  il  successore. 

Se  le  monete  mancuse  non  possono  dunque 
classificarsi  a  Gisulfo,  né  ad  epoca  posteriore  a  que- 
sto duca,  per  le  ragioni  sopraccennate,  dobbiamo 
considerarle  battute  (sino  a  quando  almeno  docu- 
menti certi  non  venissero  a  contradirci)  prima  del- 
l'avvento al  trono  del  figliuolo  di  Romualdo  II  e 
immediatamente  dopo  la  fine  del  ducato  di  Gode- 
scalco,  il  quale  coniò  monete  solo  al  tipo  di  Giusti- 
niano ;  dobbiamo  quindi  a  ragione  attribuirle  a  Liut- 
prando,  re  dei  Longobardi,  emesse  in  quell'epoca 
transitoria,  in  cui  le  monete  al  tipo  di  Giustiniano 
prendono  parte  nelle  serie  di  monete  di  nuovo  tipo 
modellato  su  quello  di  Artemio  Anastasio. 


(i)  Catalogo  delle  monete  di  zecche  italiane  componenti  la  raccolta 
del  cav.  ing.  E.  Martinori.  Perugia,  1913. 


96 


MEMMO   CAGIATI 


Così  classificate,  queste  monete  anonime  dal 
segno  della  mano  aperta,  la  cui  serie  vediamo  for- 
mata dal  soldo  e  da  una  tremisse  al  tipo  nuovo  di 
Artemio  Anastasio,  nonché  da  una  tremisse  al  vec- 
chio tipo  di  Giustiniano,  risponderanno  perfettamente 
alla  successione  dei  caratteri  monetali  dell'epoca,  la  cui 
serie  vedremmo  altrimenti,  senza  ragione,  interrotta 
stranamente  ;  il  segno  della  mano  aperta  col  brac- 
ciale troverebbe  la  sua  ragione  di  essere  nel  sim- 
bolo longobardo,  altra  volta  e  su  altro  tipo  di  mo- 
neta usato  dal  re  longobardo  (^';  l'anonimia  sarebbe 
spiegata  dal  non  potere  il  re  Liutprando  far  segnare 
la  sua  iniziale  a  quel  posto,  dove  di  solito  erano 
tracciate  quelle  dei  vari  duchi  precedenti,  iniziale 
che  avrebbe  livellato  lui  alla  serie  di  quelli  che  erano 
stati  suoi  dipendenti. 

ì  (Tipo  A). 


I.  Soldo  d'oro  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 

&  —  DNI  —  •••  —  INVSPP  Busto  di  prospetto,  diademato, 
tenendo  nella  destra  la  croce ,  con  la  sinistra 
il  volumen. 

9f  VICTOR  —  <GVSTO  —  CONOB  Croce  su  di  un  globo 
sorretto  da  quattro  gradini;  nel  campo  a  sinistra 


(i)  Che  il  segno  della  mano  sia  un  simbolo  longobardo  è  dimostrato 
dal  trovarsi  sulle  monete  di  Cuniperto,  di  Ariperto  li  e  dello  stesso 
Liutprando  (vedi:  Repertorio  generale  delle- Monete  di  G.  Sambon  ai  nu- 
meri 315,  327,  335  e  V.  Dessi,  1  tremissi  longobardi^  in  Riv.  Ital.  di  Nuvt., 
a.  XXI,  1908). 


LA    ZECCA   DI   BENEVENTO 


97 


mano    aperta,  il  cui   polso  è  ornato  da    bracciale 
{vedi  fig.).  R.  K 

Coli.  Cagiati. 


(Tipo  -B). 


1.  Tremisse  (Imitazione  del  tipo  di  Giustiniano  II). 

(&  —  DNI  —  IVSPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  tenendo 
nella  mano  destra  il  globo  crucigero. 

1^  —  VICI  —  VSTO  —  CONOB  Croce  su  di  un  gradino, 
nel  campo  a  destra  mano  aperta  {vedi  fig.).  R.  X 
Wroth,  British  Museum,  pag.  191,  n.  6,  pi.  XXV,  n.  12. 

2.  Idem. 

&  —  DNIO  —  IVSPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VICT  -  VSTO  -  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  K 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  n.  409. 


3.  Idem  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 

^   —  DNIO  —  IVSPP    Busto    di    prospetto,   diademato,  te- 
nendo nella  destra  la  croce,    nella    sinistra  il  vo- 
lumen, 
P    —  VICT  —  IVO  —  CONOB  Croce  su  di  un  gradino,  nel 
campo  a  destra  mano  aperta  {vedi  fig.).        R.  K 
Fr.  Fusco.  Tav.  Vili,  n.  8. 


4.  Idem. 

^  —  DN  —  IVSPP  Simile  al  precedente. 
9'    —  Vie  —  VSTO  Simile  al  precedente. 

Catalogo  della  coli.  Sambon,  n.  48,  tav.  II. 


R.  K 


13 


98  MEMMO   CAGIATI 


5.  Idem. 

B'  —  DN  —  I  —  INVSPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VICT  -  VSTO  -  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  M 
A.  Sambon,  Le  Musée,  voi.  VI,  pag.  io. 


« 
* 


GisuLFO  II  (742-751).  Finché  visse  il  re  Luit- 
prando  Gisulfo  rimase  fedele  al  suo  protettore  e 
mantenne  il  ducato  in  dipendenza  del  dominio  lon- 
gobardo ,  ma  quando ,  due  anni  dopo  il  ritorno 
a  Pavia ,  Liutprando  venne  a  morte ,  Gisulfo  si 
sentì  libero  d'ogni  impegno ,  volle  rendersi  indi- 
pendente, volle  dare  al  ducato  quell'autonomia  a  cui 
aveva  sempre  aspirato  e,  come  un  primo  atto  di  pro- 
testa della  sua  nuova  politica,  volle  confiscare  i  beni 
del  suo  predecessore  e  quelli  che  erano  stati  donati 
alle  fondazioni  ecclesiastiche,  tutto  distribuendo  ge- 
nerosamente tra  i  suoi  fedeli  (^). 

Ai  due  periodi  di  governo,  completamente  di- 
versi a  cui  il  duca  Gisulfo  si  orizzontò,  noi  crediamo 
debbano  assegnarsi  le  due  distinte  serie  di  monete 
emesse  dal  giovane  duca,  la  prima  al  vecchio  tipo 
di  Giustiniano  II,  omogenea  alle  monete  dei  suoi 
predecessori;  la  seconda  al  tipo  di  Artemio  Anasta- 
sio, perfettamente  simigliante  a  quelle  battute  per  la 
prima  volta,  due  anni  innanzi  nella  zecca  di  Bene- 
vento, dal  re  Liutprando,  alla  cui  memoria  Gisulfo 
serbò  sentimento  di  gratitudine  e  devota  venerazione. 

Non  abbiamo  alcun  dato  storico  o  paleografico 
che  ci  faccia  intuire  la  spiegazione  di  quella  sigla, 
che  insieme  alla  lettera  G,  ora  rivolta  in  su,  ora  in 
sotto,  ora  in  precedenza,  ora  a  seguito  della  iniziale, 


(i)  Trova,  V,  pag.  364  e  seg. 


LA    ZECCA    DI   BENEVENTO 


99 


compare  su  tutte  le  monete  di  Gisulfo.  dobbiamo 
quindi  supporla  un  qualche  simbolo,  longobardo  o 
ducale  beneventano,  che  sia  stato  usato  nella  prima 
emissione  di  monete,  a  distinguerle  maggiormente 
dalle  precedenti  che  ebbero  la  stessa  iniziale  G-,  e 
poi,  per  omogeneità  di  rappresentazione,  nelle  altre 
successive  emissioni  di  nuovo  tipo. 

La  storia  ne  ricorda  essere  stato  Gisulfo  gene- 
roso amico  della  chiesa,  facendo  ricchi  doni  a  mo- 
nasteri (')  ed  essendo  specialmente  largo  di  favori 
verso  Montecassino  (2);  che  a  lui  si  deve  la  edifi- 
cazione della  chiesa  di  S.  Sofia  in  Benevento  <3), 
così  splendidamente  compiuta  più  tardi  da  Arichi  II; 
che  ancor  giovane  venne  a  morte  nel  751  (4). 


(Tipo  A). 


r~^    1 


I.  Soldo  (foro  (Imitazione  del  tipo  di  Giustiniano  II). 

©'  —  DNI INVSPP    Busto  di  prospetto,  diademato, 

tenendo  nella  destra  il  globo  crucigero. 

9  —  VICTOR  -  GVSTO  —  CONOB  Croce  su  di  un  globo 
sostenuto  da  quattro  gradini,  a  sinistra  sigla,  a 
destra  G  {Gisulfus)  (vedi  fig.).  R.  K 

Coli.  Cagiati. 


(i)  Documenti,  in  Trova,  IV,  pag.  105,  124,  128,  150,  151,  171,  177, 
182,  250,  376. 

(2)  Chron.  S.  Bened.,  pag.  480.  —  Trova,  IV,  pag.  266. 

(3)  Leo  Ostiens,  I,  6.    —    Dello  stesso,  Relatio  de  causa  S.  Sofiae. 

(4)  L'ultimo  diploma  di  Gisulfo  è  del  febbraio  751  (Trova,  IV,  pa- 
gina 377.  Chroust,  Untersiichungen  ùber  die  langobardischen  Kónigs-iind 
Herzogs  Urkunden,  n.  33),  il  primo,  del  suo  successore,  del  dicembre  752 
(Trova,  IV,  pag.  443.  Chroust,  n.  38). 


lOO 


MEMMO   CAGIATI 


2.  Idem. 

^  —   DNI  —  •  •  •  —  INVSPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VICTOR  —  AGVSTO    —    CONOB    Simile   al   prece- 
dente. R.  Si 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  n.  397. 


3.  Idem. 

'^  —  DNI INVSPP    Busto  di  prospetto,  diademato, 

tenendo  nella  destra  il  globo  crucigero. 

^  -  VICTOR  -  AGVSTO  -ZCONOB  Croce  su  di  un 
globo  sostenuto  da  quattro  gradini,  a  sinistra  si- 
gla, a  destra^  G  {vedi  fig).  R.  K 
Wroth,  British  Museum,  pag.  162,  n.  i,  pi.  XXI,  n.  19. 


4.  Idem  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 

^  —  DL —  INVPP    Busto   di   prospetto,  diademato, 

tenendo  nella  destra  la  croce  e  nella  sinistra  il 
volumen. 

^  -  VICTRO  -  VGTVSV  -  CONOB  Croce  su  di  un 
globo  sorretto  da  quattro  gradini,  a  sinistra  G, 
a  destra  sigla  {vedi  fig.).  R.  M 

Fr.  Fusco.  Tav,  II,  n.  6. 


5.  Idem. 

^'  —  DN 


INVPP  Simile  al  precedente. 


LA   ZKCCA    DI    BENEVENTO 


lOI 


^    -  VICTROR  —  V&VSTV  —  CONOB    Simile    al    prece- 
dente. R.  S 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  n.  398,  tav.  VI. 

6.  Idem. 

^  —  DV  —  •  •  —  INVPP  Simile  al  precedente. 
9    —  VICTRV  -  VGVSTV  -  CONOB  Simile  al  precedente. 

R.  K 
Wroth,  British  Museum,  pag.  162,  n.  2,  pi.  XXI,  n.  20. 

7.  Idem. 

B'  —  HL  -  1NVSPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VICTOV  -  VGVSTV  -  CONOB  Simile  al  precedente. 

R.  K 

Coli,  dei  duca  Enrico  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 

(Tipo  B.). 


I.   Tremisse  (Imitazione  del  tipo  di  Giustiniano  U). 

^  —  DN  —  NVPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  tenendo 

nella  destra  il  globo  crucigero. 
^    —  VICO  —  VGTV  -  CONOa    Croce  su  di  un  gradino, 

a  sinistra  sigla,  a  destra  G  {vedi  fig.).  R.  AT 

Coli.  Cagiati. 


2.  Idem. 

^  —  DN  —  PETV  Busto  di  prospetto,  diademato,  tenendo 
nella  destra  il  globo  crucigero. 


102  MEMMO   CAGIATI 


^    —  VICV  —  VT8V  -  CONOB  Croce  su  di  un  gradino,  a 
sinistra  G,  a  destra  sigia  (vedi  fig.).  R.  N 

A.  Sambon,  Le  Musee,  pag.  7. 

3.  Idem. 

^  —  IVG  —  PP  Simile  al  precedente. 
19   —  VIGA    -  VTGV  -  CONOB  Simile  al  precedente. 
Sambon,  Le  Musée,  pag.  7. 


4.  Idem  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 

^  —  DNIO IVGPP    Busto    di    prospetto,   diademato, 

tenendo  nella  destra  la  croce  e  nella  sinistra  il 
volumen. 

I^  —  VICI  —  VGTO  —  CONOB  Croce  su  di  un  gradino, 
a  sinistra  G,  a  destra  sigla  {vedi  fig.).  R.  S 

Coli.  Cagiati. 

5.  Idem. 

S'  —  D    -  VGPP  Simile  al  precedente. 
P    —  VICV  —  VT8V  Simile  al  precedente.  R.  M 

Sambon,  Le  Musée,  pag.  7. 

6.  Idem. 

^  —  DN  —  NVPP  Simile  al  precedente. 
Ri    —  VlCOr  -  ASTV  -  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  M 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  n.  399. 

7.  Idem.   ' 

/©'  -^   DN  —  IVGPP  Simile  al  precedente. 
I^    —  Vie  —  AVTGV  -  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  X 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  in  nota  al  n.  399. 


LA    ZECCA   DI    BENEVENTO  I03 

8.  Idem. 

B^  —  D  —  VCPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VICAO  —  VGTV  —  CONOB  Simile  al  preced.    R.  N 
Wroth,  British  Museum,  pag.  163,  n.  22,  pi.  XXI,  n,  20. 

9.  Idem. 

©"  —  DN  —  NVPP  Simile  al  precedente. 
9    —  VICO  -  <GTV  -  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  N 
Fr.  Fusco.  Tav.  II,  n.  7. 

10.  Idem. 

&  —  DO  —  NVPP  Simile  al  precedente, 
^    -  VICO^  -  >STV  -  CONOB  Simile  al  preced.  R.  N 
Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 

11.  Idem. 

^  —  D  —  W&PP  Simile  al  precedente. 
9    —  Vie  -  VSTV  -  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  AT 
Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 

12.  Idem. 

^  —  Dti  —  IVGPP  Simile  al  precedente. 

P    —  VlCOr  -  VSTV  -  CONOB  Simile  al  preced.    R.  ^ 

Coli,  del  prof.  dell'Erba  di  Napoli. 

13.  Idem. 

1^  —  D  —  VGPP  Simile  al  precedente. 
9    —  VIO  —  VGTV  —  CONOB  Simile  al  preced.     R.  AT 
Coli.  Cagiati. 

14.  Idem. 

-©'  —   DN  —  VPP  Simile  al  precedente. 
9    —  VICOA  -  VSTV  —  CONOB  Simile  al  preced.     R.  N 
Catalogo  della  coli.  Ruggero,  n.  347,  tav.  XIX. 


104  MEMMO    CACI  ATI 


15.  Idem. 

/&  —  D  —  VGPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  tenendo 
nella  destra  la  croce,  nella  sinistra  il  volumen. 

P  —  VICV  —  VSTV  —  CONOB  Croce  su  di  un  gradino,  a 
sinistra  sigla,  a  destra  G  {vedi  fig.).  R.  M 

Coli.  Cagiati. 

16.  Idem. 

/©'  —  D  —  VG-PP  Simile  al  precedente. 
^    —  Vie  -  AVGTV  -  CONOB  Simile  al  preced.       R.  X 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  in  nota  al  n.  399. 

* 

*       * 

LiUTPRANDO  DUCA  C  ScAUNIPERGA  REGGENTE  (75 1 - 

755).  Alla  morte  di  Gisulfo,  rimase  naturale  successore 
del  trono  il  di  lui  figliuolo,  al  quale  era  stato  dato  il 
nome  di  Liutprando  in  onore  del  gran  re  longobardo, 
però,  essendo  ancora  bambino,  il  duca  Liutprando 
ebbe  a  reggente  sua  madre  Scauniperga  <^'.  Del  go- 
verno tenuto  da  costei,  che  sta  a  dimostrare  come 
in  Benevento  si  fosse  ripristinata  la  successione  ere- 
ditaria, pochi  documenti  ci  sono  giunti  che  rischia- 
rino la  storia  di  quell'oscuro  periodo. 

Le  iniziali  S— L,  nel  campo  del  retro  accosto  alla 
croce  longobarda,  in  queste  monete  ni  un 'altra  inter- 
pretazione possono  avere  che  i  nomi  della  reggente 
e  del  giovanissimo  duca. 


(i)  Un  documento  del  752  comincia:  "  Firmamus  atque  constituimus 
nos  d.  gli.  Scauniperga  et  d.  vir  gli.  Liutprand  summis  ducibus  gentis 
longobardae  „  (Trova,  IV,  pag.  443.  Chroust,  n.  38)  e  cosi  ugualmente 
cominciano  altri  documenti  sino  al  marzo  755. 


LA   ZECCA   DI    BENEVENTO 


105 


Il  Martinori  pubblicò  un  pregevolissimo  studio, 
che  illustra  esaurientemente  le  monete  appartenenti 
al  tempo  della  dominazione  di  Liutprando  e  Scau- 
niperga  (^),  e  noi  rimandiamo  il  lettore  a  questa  pub- 
blicazione, che  ha  importanti  cenni  anche  su  tutta 
la  interessante  monetazione  beneventana,  acconten- 
tandoci di  poter  pubblicare  qui  appresso,  tra  le 
altre,  una  variante  inedita  della  serie,  appartenente 
alla  ricca  raccolta  del  duca  Enrico  Catemario  di 
Quadri,  nummo  che  merita  l'attenzione  dei  numi- 
smatici, perchè,  se  non  si  dovessero  attribuire  ad 
errore  di  conio,  le  lettere  L— S  in  luogo  di  S-L  po- 
trebbero anche  farci  supporre  un  periodo  in  cui 
Liutprando,  pur  non  essendo  ancora  maggiorenne, 
cominciasse  a  reggere  lo  stato  assistito  soltanto  da 
sua  madre  Scauniperga. 

(Tipo  A). 


I.  Soldo  (Toro  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 
^  —  DM IVNPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  te- 
nendo nella  destra  la  croce  e  nella  sin,  il  volumen. 
P  -  VICTVIRA  -  VGVSTVI  -  CONOB  Croce,  su  di  un 
globo  sostenuto  da  quattro  gradini,  sormontata  da 
quattro  globetti,  a  forma  di  rombo;  nel  campo  a 
sinistra  S,  a  destra  L  {Scauniperga  e  Liutprandus) 
{vedi  fig.).  R.  S[ 

Coli.  Cagiati. 


(i)  E.  Martinori,  Zecca  di  Benevento.  Soldo  d'oro  di  Scauniperga  e 
Liutprando  minorenne,  duchi  {TSI-JJJ)  in  Rivista  Ital.  di  Num.y  A.  XXI, 
Milano,  1908,  pag.  219  e  segg. 


ió6 


MÉMMO  CAGIAtl 


2.  Idem. 

&  —  DN  —  ...  —  IVNPP  Simile  al  precedente. 
Vi    -  VICTORA  —  AGVSTV  —  CONOB    Simile    al    prece- 
dente. R.  A^ 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  8. 

3.  Idem. 

^  —  DN  —  •  •  •  —  IVNPP  Simile  al  precedente. 
P    —  VICTORV  —  VGVSTV  —  CONOB    Simile   al    prece- 
dente, la  croce  non  è  sormontata  dai  quattro  glo- 
betti.  R.  A^ 

Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 


Idem. 

^  —  DN IVNPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  te- 
nendo nella  destra  la  croce  e  nella  sin.  il  volumen. 

9  -  VICTOR  <  -  >GVSTVY  —CONOB-  Croce,  su  di  un 
globo  sostenuto  da  quattro  gradini,  sormontata 
da  quattro  globetti  a  forma  di  rombo;  nel  campo 
a  sinistra  L,  a  destra  S  {Liuiprandus  e  Scauni- 
perga)  {vedi  fig.).  Unico  K 

Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 

(Tipo  B). 


I.   Tremisse  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 
>&  —  DN  —  •••  —  IVNPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  te- 
nendo nella  destra  la  croce,  nella  sin.  il  volumetti 


LA    ZECCA    DI   BENEVENTO  I07 


I^    —  VTR<1  —  <GVT  -  CONOB  Croce  su  di  un  gradino, 
nel  campo  a  sin.  S,  a  destra  L  [vedi  fig.).   R.  ^ 
Fr.  Fusco.  Tav.  II,  n.  7. 

2.  Idem. 

b   —  DN  —  •  •  •  —  IVNPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VTR>  —  ^GVT-  CONOB  Simile  al  preced.   R.  K 
Wroth,  British  Museum,  pag.  164,  n.  i,  pi.  XXII,  n.  i. 

3.  Idem. 

B'  —  DN —  IVNPP  Simile  al  precedente. 

9  —  VITIR<  VGVTV  -  CONOB  Simile  al  precedente. 
La  croce  è  sormontata  da  quattro  globetti  a 
forma  di  rombo.  R.  K 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  8. 

4.  Idem. 

B'  —  DN  -  •  •  •  —  IVNPP  Simile  al  precedente. 
I^   —  VITVR^  -  >(yVTV  -  CONOB  Simile  al  prec.  R.  K 
Fr.  Fusco  Tav.  II,  a.  8. 

5.  Idem. 

&  —  DN  —  •  •  •  —  INPP  Simile  al  precedente. 
9    —  VITIRV  —  V&VTVI  Simile  al  precedente.  R.  AT 

Coli,  del  prof.  Dell'Erba  di  Napol-, 

6.  Idem. 

&  —  DN  -  •  •  •  —  VNPP  Simile  al  precedente. 
I^    —  VITIRV  -  VG-VTI  -  CONOB  Simile  al  preced.    R.  K 
Catalogo  della  coli.  Colonna,  tav.  I,  n.  i. 

7.  Idem. 

^  _   DI       VCNPP  Simile  al  precedente. 
I^    -    VITTR<1  -  >GVTV  -  CONOB  Simile  al  prec.  R.  .¥ 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  tav.  VI,  n.  401. 


Io8  MEMMO   CAGIATI 


« 

*       » 


LiuTPRANDO  DUCA  (755*758).  Mentre  non  ci  è  dato 
accertare  la  data  della  morte  di  Scauniperga,  da  un 
documento  dell'epoca  ^0  sappiamo  che  nel  giugno 
del  756  Liutprando  reggeva  da  solo  lo  stato  bene- 
ventano. Alla  fine  di  quell'istesso  anno  morì  Ari- 
stolfo,  che  era  succeduto  ai  re  longobardi  nel  cui 
dominio  erano  seguiti  interni  sconvolgimenti,  e  nel- 
l'animo del  giovane  duca  Liutprando  si  destò  la 
brama  di  sottrarsi  completamente  alla  dipendenza 
del  regno.  Molte  pratiche  egli  fece  allo  scopo,  che 
però  gli  riuscirono  inutili,  ed  in  ogni  modo  preferì 
di  sottoporsi  piuttosto  alla  sovranità  del  re  Pipino, 
mercè  la  mediazione  del  Papa  (2)^  che  rimanere  sot- 
tomesso alla  longobarda  dipendenza. 

Quando  poi  Desiderio  nel  757-758  gli  mosse 
contro  con  un  poderoso  esercitola),  Liutprando  perde 
ogni  fiducia  in  se  stesso,  nelle  sue  forze  e  nei  suoi 
alleati,  e  fuggì  ad  Otranto,  rinchiudendosi  in  quella 
forte  città  marittima  dove,  per  essere  privo  di  una 
flotta.  Desiderio  dovè  rinunciare  a  raggiungerlo,  ac- 
contentandosi di  prendere  Benevento  e  di  insediarvi 
duca  Arichi. 

Della  fine  di  Liutprando  nessuna  notizia  ci  dà 
la  storia,  però  il  Capasso  riporta  dalle  cronache  sa- 
lernitane l'epoca  della  sua  morte  al  759  (4). 


(i)  Un  diploma  del  756  comincia  :  "  Dum  in  nomine  d.  residentes 
nos  d.  vir  gli.  Leoprand  summus  dux  Lang.,  etc.  „  (Trova,  IV,  pag.  619. 
Chroust,  pag.  200). 

(2)  Con.  Carol,,  ep.  11  (JaflFè,  pag.  65,  ep.  17,  pag.  79).  Waitz.  Deutsche 
Verfassunigsgeschichte,  III,  pag.  90.  —  Bertolini,  pag.  263. 

(3)  Chron.  Salern.  (Mon.  SS.,  HI,  pag.  475). 

(4)  Capasso,  Chron.  Salern. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO 


109 


(Tipo  A). 


I       AT         1 


Soldo  d'oro  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 

-©'  —  DN IVNPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  te- 
nendo nella  destra  la  croce  e  nella  sin.  il  volutnen. 

5»'    —  VICTOR  <1  —  XtVSTV  —  CONO B    Croce,  su    di  un 

globo  sostenuto    da    quattro    gradini,  sormontata 

da  quattro  globetti,  a  forma  di  rombo;  nel  campo 

a  sinistra  L  {Lintprandus)  (vedi  fig.).  R.  K 

Coli.  Cagiati. 


2.  Idem. 

/B'   -  DN IVNPP  Simile  al  precedente. 

^    —  VICTVRV  —  VGVSTVI  —  CONOB    Simile  al   prece- 
dente. R.  A' 
Wroth,  British  Museum,  pag.  165,  n.  2,  pi.  XXII,  n.  2. 

3.  Idem. 

^  —  DN IVNPP  Simile  al  precedente. 

^    —  VICTOR  —  GVSTV  -  CONOB    Simile  al    precedente. 
Sulla  croce  non  vi  sono  i  quattro  globetti.  R.  K 
Catalogo  della  coli.  Rossi,  n.  350. 

4.  Idem. 

^  _  DN IVNPP  Simile  al  precedente. 

^    —  VICTROV  —  VGVSTV  —  CONOB   Simile  al    prece- 
dente. R.  S 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  9. 

5.  Idem, 

^  —  DN  -  —  -  VNVPP  Simile  al  precedente. 
9    —  VITORV  -  VGVSTI  -  CONOB  Simile  al  prec.  R.  A' 
Wroth,  British  Museum,  pag.  165,  n.  3,  pi.  XXII,  n.  3. 


no 


MEMMO   CAGIATI 


6.  Idem. 

B'  —  DH VNVPP  Simile  al  precedente. 

9    —  VICTRO  —  VGVSTV  Simile  al  precedente.         R.  N 
Coli,  del  prof.  Dell'  Erba  di  Napoli. 

7.  Idem. 

B^  —  D\\ VNPP  Simile  al  precedente. 

P    -  VICTOR  —  AGVSTV  —  CONOB  Simile  al  prec.  R.  N 
Wroth,  British  Museum,  pag.  165,  n.  4,  pi.  XXII,  n.  4. 

8.  Idem. 

/©'  —  DN IVNPP  Simile  al  precedente. 

^   —  VICTIR>  -  <GVSTV  -  CONOB    Simile    al    prece- 
dente {Falsificazione  dell'epoca).  R.  /E. 
Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 

9.  Idem. 

D'  —  DN IVNPP  Simile  al  precedente. 

P    —  VICTORV   —  VGVSTV   -   CONOB    Simile  al  prece- 
dente {Falsificazione  dell'epoca).  R.  JE 
Coli.  Cagiati. 


IO.  Idem. 

&  —  DN  —  •  •  —  L  —  NVSPP  Busto  di  prospetto,  diade- 
mato, tenendo  nella  destra  la  croce  e  nella  sini- 
stra il  volumen. 
^  —  VICTOR  —  VGVSTV  -  CONOB  Croce,  su  di  un  globo 
sostenuto  da  quattro  gradini;  nel  campo  a  de- 
stra sigla-monogramma  (L  DVX)  {Liutprandus  dux) 
{vedi  fig.).  R.  A' 

Fr.  Fusco.  Tav.  II,  n.  11.  ' 


LA    ZECCA    DI   BENEVENTO 


IJI 


11.  Idem. 

&  —   DN  —  •  •    —  L  —  NVSPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VICTORV  —  VGVSTV         CONOB    Simile   al   prece- 
dente. R.  N 

Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 

12.  Idem. 

'B'  —  DN  —  L NVSPP    Simile  al  precedente. 

RI   —  VICTOR  —  VGVSTV  -  CONOB  Simile  al  precedente 
{Falsificazione  dell'epoca).  R.  >E 

Coli.  Cagiati. 

13.  Idem. 

^  —  DNI —  INVSPP  Simile  al  precedente. 

^   —  VICTROV  —  VGVSTV  -  CONOB    Simile    al    prece- 
dente. R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  9. 

14.  Idem. 

^  —  DIN  —  INVSPP   Simile  al  precedente,  sopra  la  testa 

rosetta  formata  da  quattro  globetti. 
^    —  VICTOR  -  VGVSTV  -  CONOB  Simile  al  prec.  R.  K 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delie  Monete,  tav.  VI,  n.  404. 


15.  Idem. 

©'  —  DN  —  +  —  IVSPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  te- 
nendo nella  destra  la  croce,  nella  sin.  il  volumen. 

^  -  VICTOR  —  VSTV  —  CONOB  Croce  su  di  un  globo 
sostenuto  da  quattro  gradini  ;    nel  campo    a   sini 


112  MEMMO   CAGIATI 


stra  sigla-monogramma  (L  D),    a  destra  sigla-mo- 
nogramma (VX)  {Liuiprandus  dux)  [vedi  fig.).  R.  M 

Coli.  Cagiati. 

i6.  Idem. 

^  —  DN  -  •••  —  IVSPP  Simile  al  precedente. 
P    —  VICT  —  VSTO  -    CONOB  Simile  al  prec.  R.  .¥ 

G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  n.  406. 

(Tipo  B). 


1.  Tremisse  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 

^  —  DI  —  •  •  •  —  VNPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  te- 
nendo nella  destra  la  croce  e  nella  sin.  il  volumen. 

P  —  VTR  —  GVT  —  CONOB  Croce  su  di  un  gradino  nel 
campo  a  sinistra  L  {Liuiprandus)  [vedi  fig.).  R.  AT 

Coli,  Cagiati. 

2.  Idem. 

B^  —  DI  — VCNPP  Simile  al  precedente. 

R)    —  VICT  -  VITV  —  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  A' 
Sambon,  Le  Musée,  pag.  9. 

3.  Idem. 

©'  —   DN  —  •  •  •  —  VNPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VITRV  -  V&VTV  —  CONOB  Simile  al  preced.  R.  A^ 
Wroth,  British  Museum,  pag.  165,  n.  5,  pi.  XXII,  n.  5. 

4.  Idem. 

^    —   DN —  VNPP  Simile  al  precedente. 

9*    —  VITR  —  VGVT  -  CONOB  Simile  al  preced.        R.  N 
Wroth,  British  Museum,  pag.  165,  n.  6. 


La    zecca    di   BENEVENTO  I  13 

5.  Idem. 

.B'  —  DN  —  • VNPP  Simile  al  precedente. 

9    —  VICT<  —  >GTV  -  CONOB   Simile  al  preced.  R.  Al 
Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 

6.  Idem. 

/©"  —  DN —  VNPP  Simile  al  precedente. 

^    —  VICTIR>  —  ^VQ-TV  -  CONOB  Simile  al  prec.  R.  A' 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  in  nota  al  n.  403. 

7.  Idem. 

&  —  DN  — VGVPP  Simile  al  precedente. 

9    —  VICT  ~  V&TV  —  CONOB  Simile  al  preced.        R.  K 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  n.  403. 

8.  Idem. 

/^  —  D  —  •  • VGPP  Simile  al  precedente. 

9    —  VICT>  -  ^STV  -  CONOB  Simile  al  preced.    R:  A' 
Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 

9.  Idem. 

&  —  DN  — IVNPP  Simile  al  precedente. 

9    —  VITRV  —  VGVTI    Simile    al   precedente.  La  croce  è 
sormontata  da  quattro  globetti.  R.  K 

Coli   del  prof.  Dell'  Erba  di  Napoli. 

10.  Idem. 

^  —  DN  —  •  •  •  —  IVPP  Simile  al  precedente. 
^    —  VITORV  —  VOVTV  —  CONOB  Simile  al  prec.      R.  S 
Catalogo  della  xroii.  Martinori,  tav.  IV,  n.  277. 

11.  Idem. 

^  —  DI  — VNPP  Simile  al  precedente. 

^    —  VITR  -  VGVT  —  CONOB  Simile  al  preced.       R.  K 

Fr.  Fusco.  Tav.  II,  n.  io. 

15 


tI4  MEMMO  CAGIAtl 


12.  Idem. 

7^  —  DN L  -  VG-PP  Busto  di  prospetto,  diademato, 

tenendo  nella  destra  la  croce,  nella  sinistra  il 
volumen. 

^  -  VICTO  —  VGTV  -  CONOB  Croce  su  di  un  gradino, 
nel  campo  a  destra  sigla-monogramma  (L  DVX) 
{Liiitprandus  dux)  {vedi  fìg.)-  R.  K 

Fr.  Fusco.  Tav.  II,  n.  12. 

13.  Idem. 

^  —  DIN —  INVSPP  Simile  al  precedente. 

?    —  VICTOR  —  <GVSTV  —  CONOB  Simile  al  prec.  R.  R 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  n.  405. 

14.  Idem. 

^  —  DNI —  INVS  Simile  al  precedente. 

^    —  VICTOR  —  VNGTV  —  CONOB  Simile  al  prec.     R.  K 
Catalogo  della  Collezione  Sambon,  n.  42. 

15.  Idem. 

/B'  —  DN  — IVSPP  Simile  al  precedente. 

^    —  VICT  —  VSTO  -  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  K 
G.  Sambon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  in  nota  al  n.  405. 

16.  Idem. 

^  —  DN —  VGPP  Simile  al  precedente. 

9    —  VICTO  -  VGTV  Simile  al  precedente. 
Coli,  del  prof.  Dell'Erba  di  Napoli, 

17.  Idem. 

^  —  D  —  •  •  •  —  VGPP  Simile  al  precedente. 

'^   —  VICTOR  —  VNSTV  -  CONOB  Simile  al  preced.  R.  K 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag,  9. 


LA    ZECCA   DI    BENEVENTO 


II' 


i8.  Idem. 

^  —  D VGPP  Simile  al  precedente. 

^    —  VICTO  —  VSTV  —  CONOB  Simile  al  preced.     R.  .¥ 
Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 


19.  Idem. 

/©*  —  DI  —  VGPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  tenendo 
nella  destra  la  croce,  nella  sinistra  il  volumen. 

^    —  VICI  —  VSTO  —  CONOB    Croce    su  di  un  gradino  ; 

nel  campo  a  sinistra  sigla-monogramma  (L  D).    a 

destra  sigla-monogramma  (VX)  {Litttprandus  dux) 

(vedi  fig.).  R.  A' 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  9. 

20.  Idem, 

^  —  DN  —  IVSPP  Simile  al  precedente. 

^   —  VICT  —  VSTO  —  CONOB  Simile  al  precedente.  R.  A' 

Catalogo  della  coli.  Sambon,  n.  44. 


Arichi  II  DUCA  (758-774).  I  ducati  di  Spoleto  e 
di  Benevento  venivano  ancora  una  volta  sottoposti 
alla  dipendenza  del  regno  longobardo  quando  questo 
era  prossimo  alla  sua  fine. 

Desiderio,  come  il  re  Liutprando,  aveva  sosti- 
tuito ai  ribelli  i  duchi  di  sua  elezione,  a  Spoleto  Gi- 
sulfo,  a  Benevento  Arichi,  al  quale  volle  dare  in  mo- 
glie la  sua  figliuola  Adalperga  perchè  così,  legato 
da  vincolo  di  parentado,   gli  fosse   rimasto   sempre 


Il6  MEMMO   C AGIATI 


più  fedele  e,  sperando  di  poter  avere  un  giorno  nelle 
mani  il  fuggiasco  duca  Liutprando  per  essere  del 
tutto  tranquillo,  incitò  l'imperatore  Costantino  V  ad 
impadronirsi  di  Otranto,  in  cui  Liutprando  era  rifu- 
giato. Della  fine  di  Liutprando,  come  innanzi  dicem- 
mo, non  si  hanno  notizie,  ma  si  sa  che  Otranto  più 
tardi  diveniva  il  punto  di  appoggio  d'onde  il  dominio 
greco  si  distese  al  sud-est  d'Italia. 

Dei  primi  anni  del  ducato  di  Arichi  si  hanno 
poche  e  frammentarie  notizie,  le  quali  però  bastano 
a  dimostrare  come  nel  frattempo  in  cui  gli  avviluppi 
che  riuscirono  a  far  precipitare  il  regno  longobardo 
e  a  far  cadere  Desiderio  prigioniero  in  potere  di 
Carlo  Magno ,  Arichi  dovette  dare  al  ducato  di 
Benevento  una  così  perfetta  organizzazione  indipen- 
dente e  crearsi  una  signoria  assodata  in  tal  modo, 
che  ne  lo  stato  fu  scosso,  ne  fu  scossa  la  di  lui  po- 
tenza, dalla  catastrofe  del  regno  e  del  re  che  1'  uno 
e  l'altra  avevano  elevata.  Anzi  si  può  aggiungere 
che  la  rovina  del  regno  longobardo  fu  la  causa  prin- 
cipale che  innalzò  nel  774  Benevento  a  principato 
autonomo  e  che  die  ragione  a  questa  provincia  me- 
ridionale di  conservare,  fino  ai  più  tardi  secoli,  quel 
sentimento  nazionale  longobardo,  delle  cui  consue- 
tudini e  tradizioni  era  rimasta  erede. 

Le  prime  monete  che  Arichi  fece  battere  nel 
suo  dominio  sono  al  tipo  di  Artemio  Anastasio,  col 
volumen,  identiche  a  quelle  di  Liutprando,  ma  qual- 
che anno  prima  della  caduta  del  regno  longobardo, 
tra  le  riforme  date  alle  forze  economiche  del  du- 
cato, una  riforma  completa  ebbe  la  monetazione 
che  attirò  l'interessameuto  e  le  cure  del  giovane  in- 
telligente duca,  il  quale  tutta  la  sua  attenzione  ri- 
volse a  quanto  potesse  apportare  al  commercio  del 
suo  stato  i  più  preziosi  vantaggi.  Con  la  riforma 
monetaria  si  ebbe  un   nuovo  tipo  tra  le  serie  degli 


LA   ZECCA  DI  BENEN'ENTO 


117 


aurei  beneventani  che  riuscirono  apprezzatissimi  e 
ricercati  in  ogni  regione,  si  ebbe  un'abbondanza  di 
numerario  che  andò  di  conserva  con  T  impulso  che 
sempre  più  riusciva  ad  avere  il  commercio  locale 
con  le  prudenti  leggi  e  con  le  savie  riforme  di 
Arichi  II. 

(Tipo  A). 


1.  Soldo  (foro  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 
^'  —  DN —  VNPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  te- 
nendo nella  destra  la  croce,  nella  sin.  il  volumen. 

9   —  VICTIRV  —  VGVSTV  —  CONOB  Croce,  su  di  un  globo 
sostenuto  da  quattro  gradini,  sormontata  da  quat- 
tro globetti  a  forma  di  rombo,  nel  campo  a  sini- 
stra A  [Arechis)  {vedi  fig.).  R.  S 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  11. 

2.  Idem. 

^  —  OH  -  IVNPP  Simile  al  precedente. 
^   —  VICTIRV  -  VGVSTI  -  CONOB  Simile  al  prec.    R.  ^ 
Wroth,  British  Museum,  pag.  167,  n.  i,  pi.  XXII,  n.  7. 


3.  Idem  (Riforma  monetaria). 

^  —  DNSVI  -  +  -  CTORIA  Busto  di  prospetto,  diademato 
tenendo  nella  destra  il  globo  crucigero. 


ii8 


MEMMO  CAGIATl 


P    —  VICTIR<1  —  >VGVSTI  -  C  •  ONO  •  B  Croce  su  quat 
tro  gradini,  nel  campo  a  sin.    A,   sopra   la   croce 
quattro  globetti  a  forma  di  rombo  {vedi  fig).  R.  M 
Coli.  Cagiati. 

4.  Idem. 

Esemplare  simile  al  preced.,  ma  variante  di  conio.    R.  M 
Wroth,  British  Museum,  pag.  168,  n.  5,  pi.  XXII,  n,  11, 

5.  Idem. 

Altro  esemplare  simile  con  VGVSTV.  R.  S 

Wroth,  British,  Museum,  pag.  168,  n.  4,  pi.  XXlI,  n.  io. 

6.  Idem. 

B'  —  DNSVI  —  +  —  CTORIA  Simile  al  precedente. 
^   —  VICTORIV  -  GVSTV  —  C  •  ONO  •  B    Simile  al  prece- 
dente. R.  K 

Coli,  del  prof.  Dell'  Erba  di  Napoli. 

(Tipo  B). 


I.   Tremisse  (Imitazione  del  tipo  di  Artemio  Anastasio). 

^  —  DN  —  • VNPP  Busto  di  prospetto,  diademato,  te 

nendo  nella  destra  la  croce,  nella  sin.  il  volumen. 

9  —  VITIR-^  —  <GVTI  —  CONOB  Croce  su  di  un  gra- 
dino, sormontata  da  quattro  globetti  a  forma  di 
rombo;  nel  campo  a  sinistra  A  {vedi  fig).     R.  ^Y 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  11. 


2.  Idem. 
^  —  DN 


—  VNPP  Simile  al  precedente. 


LA   ZECCA    DI   BENEVENTO 


119 


9f    —  VTRV  —  VGVT  —  CONOB  Simile  al  preced.      R.  .¥ 
Wroth,  British  Museum,  pag.  167,  n.  3,  pi.  XXII.  n.  9. 

3.  Iqem. 

-B"  —  DN  —  •  • .  —  IVNPP  Simile  al  precedente. 
?    —  VICTIRV  —  VGVST  —  CONOB  Simile  al  prec.  R.  ^ 
Wroth,  British  Museum,  pag.  167,  n,  2,  pi.  XXII,  n.  8. 


t    AT     I 


4.  Idem  (Riforma  monetaria). 

^'  —  DNSVI  -  +  —  CTORIA  Busto  di  prospetto,  diade- 
mato, tenendo  nella  destra  il  globo  crucigero. 

9  -  VmR<  -  >JIVTV  -  CONO  B  Croce,  su  di  un 
gradino,  sormontata  da  quattro  punti  a  forma  di 
rombo,  nel  campo  a  sinistra  A  (vedi  fig.).  R,  K 
Coli.  Cagiati. 

5.  Idem. 

B'  —  DNSVI  -  +  —  CTORIA  Simile  al  precedente. 
^    —  VITIRV       VGVTV  -  CONOB  Simile  al  preced.  R.  K 
Coli,  del  duca  Catemario  di  Quadri  di  Napoli. 


6.  Idem. 
Altro  esemplare  simile  al  precedente  con  VGVTI. 
Wroth,  British  Museum,  pag.  168,  n.  7,  pi.  XXII,  n.  13. 


R.  K 


7.  Idem. 

Altro  esemplare  simile  al  prec,  con  variante  di  conio.  R.  A^ 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  12. 


120  MEMMO    C agiati 


8.  Idem. 

/B'  -   DNSVI  -  +  —  CTORIA  Simile  al  precedente. 
^    —  VITIRV  —  VGVTI  -  CONOB  Simile  al  preced.     R.  A^ 
Coli,  del  duca  Catemarlo  di  Quadri  di  Napoli. 

9.  Idem. 

Altro  esemplare  simile  al  precedente  con  VG-VTV.     R.  ^ 
Wroth,  British  Museum,  pag.  168,  n.  9,  pi.  XXII,  n.  15. 


{Contìnua)  Memmo  Cagiati. 


UNA  IMITAZIONE  DI  MONETA  SENESE 


La  moneta  che  intendiamo  illustrare  è  un  quat- 
trino rinvenuto,  anni  or  sono,  presso  Montalto  della 
Berardenga.  del  quale  non  si  conosce  la  vera  origine. 

Esso  appartiene  al  tipo  di  quelli  battuti  nella 
prima  metà  del  secolo  XVI  (i).  É  un  quattrino  cosi- 
detto  nero,  cioè  di  puro  rame  e  senza  lega,  come 
ne  furono  battuti  anche  dalla  Repubblica  Senese. 
Nel  suo  diritto  si  legge  :  VENA  •  VENA  •  nel  campo  la 
grande  S  sfogliata  ;  nel  rovescio  :  CIVITAS  CIVIGINI, 
nel  campo  la  solita  croce  gigliata.  Nel  rovescio  fra 
le  due  parole  sono  due  scudetti  di  forma  simile  a 
quello  che  si  vede  nel  principio  della  leggenda  nei 
quattrini  senesi;  pesa  gr.  0,57. 

Quarè  l'origine  di  questa  monetina  ?  Crediamo 
di  poter  proporre  tre  ipotesi,  delle  quah  l'ultima 
forse  potrebbe  presentare    maggior  verosimiglianza. 

Anzitutto  potrebbe  supporsi  che  si  tratti  di  una 
brutta  imitazione,  eseguita  in  Camerino,  della  moneta 
senese,  come  altre  ve  ne  furono,  del  genere  di  quella 


(i)  D.  Promis,  Monete  della  Repubblica  di  Siena.  Torino,  Stamperìa 
Reale,  1868,  pag.  55-57. 


IO 


122  PALMIERO   PALMIERI 


illustrata  dal  comm.  A.  Lisini  (^)  battuta  in  Recanati 
da  Pier  Venanzio  di  Niccolò,  zecchiere  in  quella 
città,  recante  nel  diritto  :  S.  FLAVIANVS  nel  campo  S, 
e  nel  rovescio:  RACANETO,  croce  gigliata.  Perciò  la 
leggenda  del  nostro  quattrino,  che  per  se  non  avrebbe 
significato,  potrebbe  far  pensare  che  grossolanamente 
mascheri  il  nome  di  una  zecca  (2). 

Ma  per  quanto  mi  sia  data  cura  d'investigare, 
non  mi  è  riuscito  scoprire  nulla  che  possa  dare  in- 
dizio di  una  imitazione  di  zecche  di  altre  città.  E  nem- 
meno ho  trovato  notizia  di  un  passaggio  di  Pier  Ve- 
nanzio di  Niccolò  zecchiere,  da  Recanati  a  Camerino, 
circostanza  che  avrebbe  potuto  dare  un  indizio,  sia 
pur  lieve,  in  riguardo  alla  monca  leggenda. 

Resterebbe  allora  l'altra  ipotesi,  che  cioè  si 
tratti  di  un  tentativo  di  falsificazione  da  parte  di 
persone  dello  Stato  di  Siena.  Che  l'abitudine  ci  fosse, 


(1)  A.  LisiNi,  Una  imitazione  del  quattrino  Senese.  Miscellanea  sto- 
rica senese,  a.  V,  1898,  nn.  11-12,  pag.  157. 

(2)  Il  Ch.mo  sig.  comm.  dott.  Alessandro  Lisini  direttore  del  R.  Ar- 
chivio di  Stato  di  Venezia,  così  cortesemente  mi  scriveva,  in  merito  a 
questa  moneta,  il  19  gennaio  1914:  "  Questa  mi  sembra  un'altra  imita- 
"  zione  uscita  dalla  zecca  di  Camerino.  La  leggenda  VENA  "  VENA  " 
"  vorrebbe  stare  per  S.  Venantius  patrono  di  Camerino,  l'altra  inulto 
"  confusa  starebbe  in  luogo  di  ClVIT  CAMERINI.  Sia  opera  dello 
"  stesso  Pier  Venanzio  passato  alla  zecca  di  Camerino?  In  ogni  modo 
"  escluderei  che  fosse  opera  di  falsari  Senesi.    Ad   essi  avrebbe  poco 

*  giovato,  in  caso  di  scoperta  l'alterazione  della  leggenda,  poiché  la 
"  falsificazione  del  quattrinello  Senese  rimaneva  troppo  evidente,  e  la 
"  condanna  non  sarebbe  stata  attenuata  „. 

Ed  il  Ch.mo  sig.  prof.  dott.  Luigi  Rizzoli  direttore  del  Museo  Civico 
di  Padova,  così,  non  meno  gentilmente,  mi  scriveva  in  data   13  marzo 

1914  :    "  Ho    esaminato   il    lucido    della  moneta  che  Le  interessa,  & 

"  Dopo  aver  dubitato  che  si  trattasse  di  una  vera  e  propria  moneta 
"  Senese  uscita  dalla  zecca  ribattuta,  sarei  venuto  a  concludere  con  il 
"  Lisini  trattarsi  di  una  nuova  contraifazione  Senese.  Stabilire  poi  il 
"  luogo  dove  fu  contraffatta  ed  indicare  senz'altro  Camerino  mi  sembra 
"  molto  azzardato.  Del  resto  il  Lisini  e  Lei,  che  conoscono  meglio  di 
"  me  i  prodotti  della  zecca  Senese,   e    quindi    anche   le  contraffazioni 

*  possono  giudicare  con  la  massima  competenza  anche  in  questo  caso  „. 


UNA   IMITAZIONE   DI   MONETA    SENESE  I23 

per  cui  il  caso  non  sarebbe  nuovo,  ce  lo  prova  il 
Lisini  stesso  ^^);  e  che  tale  frode  poi  fosse  comune 
anche  nei  Castelli  Senesi,  lo  apprendiamo  da  quanto 
ci  narra  V Anonimo  nel  Bellum  lulianum,  a  proposito 
dei  Martinozzi  di  Monte  li  Frè,  nella  descrizione  che 
fa  del  castello  prima  che  venisse  diroccato  :  «  ...  In 
«  proximo  crepido  ex  brupto  cum  brupeto  et  tor- 
«  culari  alcorio  intrusum  longo  recessu  locus  re- 
u  motior  a  omnibus  instrumentis  ad  cudendam  Mo- 
«  netam,  eo  loci  post  dirutam  Arcem,  invenuti  malici 
u  quoque,  et  incudes  reperti  et  cuprei  Nummi, 
«  nondum  signati,  sed  tantum  attonsi  forcipe,  Typi 
«  et  formule,  diversam  imaginem,  tanta  opportu- 
u  nitate  fretus  in  nove  liber  tatis  odium,  in  Patrie 
u  excidium,  Latronum  gregem  Johannes  Martinozius 
tf  alebat  »  (2). 

Il  castello  di  Montelifrè  cadde  in  potere  della 
Repubblica  Senese,  il  23  luglio  1526.  Proprio  in 
quest'anno  nel  quale,  sembra,  non  si  trascuravano 
i  lavori  monetari  in  Montelifrè,  la  Repubblica  di 
Siena  batteva  moneta  di  necessità!  (3). 


(i)  A.  Lisini,  Moneta  Senese.  Miscellanea  storica  senese,   a.  I,  1893, 
n.  2,  pag.  17. 

(2)  Pecci,  Storia  dello  Stato  di  Siena,  parte  VII,  pag.  105. 

(3)  "  Anno  1J26 

Moneta  di  rame  battuta  per  necessità  a  Siena. 

Nella  città  di  Siena  stava  senza  sospetto  delle  genti  della  lega,  non 
havendo  voluto  entrarvi,  benché  da  più  bande  ne  fusse  ricerca,  et  es- 
sendo fra  le  molte  spese  della  guerra  inhabile  a  trovar  denari  per 
altra  via,  poiché  per  assedio  ebber  tolto  la  fortezza  di  Montelifrè  a  Gio- 
vanni Martinozzi,  mandarono  a  bandi  i  Conservatori  della  libertà  e 
venderono  et  affittarono  molte  possessioni  de'  Cittadini,  ch'erano  ribelli, 
o  fuorusciti,  per  supplir  a'  bisogni,  occorrevano  per  servitio  pubblico 
dovendo  secondo  le  qualità  degli  accidenti,  che  giornalmente  nascevano, 
spender  in  condur  nuove  genti  d'arme,  e  fortificare  in  più  luoghi  con 
Baluardi  le  mura  della  Città,  le  quali  spese  conoscendo  di  non  potere 
mantenere  con  l'entrate  ordinarie  e  gravezze  solite   porsi    a   Cittadini, 


124  PALMIERO   PALMIERI 


Vi  ha  un'ultima  ipotesi  che  potrebbe  mostrar 
forse  maggior  verosimiglianza.  Essa  trae  origine  e 
conforto  dal  luogo  ove  la  moneta  fu  rinvenuta,  da 
Montalto  della  Berardenga.  Di  esso  scrive  il  Pecci  (^): 
«  Nella  provincia  della  Berardenga  vedesi  situato  un 
«  piccolo  Castelletto  o  piuttosto  antico  fortilizio,  che 
a  Mont'Alto  addimandasi,  perchè  posto  in  Poggio 
«  eminente,  sebbene  non  così  elevato  che  non  gli 
u  sovrastino  all'intorno  monti  superiori. 

«  Era  da  mura  castellane,  con  Barbacani  e  ter- 
«  rapieni  circondato  ma  questi  per  le  guerre,  e  per 
«  il  lungo  corso  degli  anni  in  gran  parte,  presente- 
«  mente  al  suolo  appianate,  danno  unitamente  con 
«  tre  Torri,  che  tuttora  restano  in  piedi,  sebbene 
«  abbassate  e  ridotte  a  uso  di  Colombaie  a  cono- 
«  scere  opere  di  remotissima  costruzione  ». 

E  più  avanti  <2)  :  «  Considerava  la  Repubblica  di 
«  Siena  questa  Fortezza,  che  gli  rimaneva  distante 
«  miglia  dieci,  come  Frontiera  fra  quella  parte  col 
«  dominio  Fiorentino  e  perciò  la  tenea  ben  guar- 
«  data  e  custodita  etc...   ». 

Appartenne  Montalto  ai  conti  Berardeschi,  ma 
nella  loro  decadenza,  con  le  altre  terre  e  castelli, 
cadde  in  potere  della  Repubblica  Senese  ;  la  quale 
nel  1481  accordò  agU  abitanti  diversi  privilegi,  allo 
scopo  di  aumentarne  la  popolazione,  e  di  tenere  il 
luogo  ben  fortificato.  Ma  poiché  gli  abitanti  ne  tra- 
scurarono la  difesa,  la  Repubblica  consegnò  il  ca- 
stello a  M.  Giovanni  Palmieri,    cittadino    autorevole 


fecion  battere  gran  quantità  di  quattrini  di  Rame  puro,  e  con  essi  spen- 
dendoli per  buoni  fecion  molte  spedizioni  etc...  „. 

(Historia  del  Sig.  Orlando  Malavolti  de  fatti  o  guerre  Sanesi,   cosi 

esterne  come  civili  etc In  Venetia,  MDXCIX  per  Salvestro  Marchetti 

libraro  all'  insegna  della  Lupa.  Libro  VII  della  III  parte,  pag.  132). 

(1)  Pecci,  op.  cit.,  pag.  331. 

(2)  Pecci,  op.  cit.,  pag.  332. 


UNA  IMITAZIONE   DI   MONETA   SENESE  I25 

ed  accreditato,  con  solenne  istrumento  rogato  da 
Ventura  Cigni  notaio  Lucignanese  il  15  giugno  1546. 
E  fu  concesso  con  patti  e  privilegi  tali  da  sembrare 
poi  effrenati,  al  Consiglio  della  Balia,  che  il  17  di 
ottobre  dell'anno  1557,  tolse  ogni  franchigia  e  pri- 
vilegio ai  discendenti  di  Giovanni  Palmieri,  non  la- 
sciando loro  che  il  possesso  del  luogo  con  il  titolo 
di  Signoria  ('). 

Ciò  premesso  sarebbe  fuor  di  luogo  supporre 
che  negli  ultimi  anni  che  precedettero  la  caduta  della 
Repubblica  Senese,  le  cui  finanze  non  erano  molto 
floride  al  pari  di  quelle  dei  suoi  Castellani,  per  sop- 
perire alle  spese  ed  al  soldo  degli  armati,  che  pur 
ve  ne  dovevano  essere  nel  castello,  a  Montalto 
non  si  sia  ripetuto  quanto  si  fece  a  Montelifrè  ?  ; 
e  che  la  leggenda  imbrogliata  sia  dovuta  ad  impe- 
rizia di  conio,  oppure  ad  una  artifiziosa  ed  ignoran- 
tesca  unione  di  mezze  parole,  per  togliere  l'appa- 
renza di  una  vera  e  propria  falsificazione  della  mo- 
neta di  Siena  o  di  quella  di  Camerino  o  di  altro 
luogo,  sistema  usato  appunto  dai  Gonzaga,  dagli  Ip- 
politi,  dai  Mazzetti,  e  da  altri  nel  contraffare  le  mo- 
nete di  altri  Stati  ? 

Ecco  l'ultima  ipotesi,  intorno  alla  quale  piacerà 
conoscere  l'autorevole  parere  del  Lisini,  che  così  si 
esprime  : 

«  Può  essere  benissimo  opera  di  qualche  fal- 
«  sario,  ma  non  mi  sembra  una  moneta  ossidionale, 
«  perchè  questa  sorta  di  monete  non  ricorreva  alle 
u  imitazioni.  Gli  stozzi  trovati  a  Montelifrè  dovettero 
«  servire  a  falsari  e  non  per  monete  legittime.  Mo- 
"  nete  false  Senesi  se  ne  fecero  in  molte  terre  e 
«  castelli  e  forse  in  Siena  stessa.  Non  si  può  quindi 
«  escludere  a  priori  che  anche  in  Montalto   non   se 

(I)  Peco,  op.  cit.,  pag.  131-134. 


126  PALMIERO   PAÌ.MIERI 


u  ne  siano  battute.  Però  non  si  deve  neppure  di- 
«  menticare  che  le  anomalie  delle  monete  in  genere 
«  e  nelle  medioevali  in  specie  sono  più  frequenti 
a  di  quanto  si  crede.  Imparaticci,  prove  di  stampe 
u  e  di  zecca.,  fanno  spesso  lambiccare  il  cervello  ai 
«  numismatici,  e  spesso  fanno  dir  loro  un  sacco  di 
«  corbellerie  !  ». 

In  ogni  modo,  sia  prezzo  dell'opera  nostra  l'aver 
richiamata  l'attenzione  dei  competenti  sull'origine  di 
questo  infusorio  della  numismatica,  secondo  la  frase 
dello  Chalon,  che  potrebbe  avere  una  storia  curiosa 
ed  interessante. 


Sovicille  (Siena),  22  febbraio  191 6. 

Palmiero  Palmieri. 


Contribuzione  al  «  Corpus  Nummorum  Italicorum  » 


Neir  intenzione  di  portare  un  modestissimo  con- 
tributo all'opera  veramente  grandiosa  del  nostro  So- 
vrano, mi  permetto  far  note  ai  lettori  della  Rivista 
le  seguenti  monete. 


CASA  SAVOIA. 
Carlo  Emanuele  II  duca  (1648-1675). 


Mezza  lira. 

B'  -  CAR  •  EMAN  •  Il  •  D BAVDI     Busto    a    destra  ; 

esergo  :  •  •  52  « 

P    —  PRIN  •  PEDEMON  o  REX  •  CYP Stemma    coro- 
nato ;  esergo  :  *  S  •  • 
Rame  inargentato.  —  Peso  gr.  6,10. 

Questa  moneta  che  ha  una  certa  rassomiglianza 
con  la  mezza  lira  descritta  nel  «  Corpus  Nummorum  » 
voi.  I  (Casa  Savoia)  a  pag.  342,  n.  28-34  ^  tav.  XXIV, 
n.  7,  riterrei  che  fosse  una  prova  di  conio,  poi  non 
eseguita. 


128  PALMIERO   PALMIERI   -  CONTRIBUZIONE  AL   «    CORPUS    n 

Zecche  minori  del  Piemonte. 

CARMAGNOLA. 

Lodovico  II  marchese  di  Saluzzo  (1475-1504). 

Soldino. 

^'  —  •  LVDOVICVS  •  M  •  SALTIAR    Scudo    ritto    coronato 

con  cimiero. 
I^   —  testina  •  SANCTVS  •  CONSTANTIVS  :  ^  :    Croce   gi- 
gliata, con  4  punti  agli  angoli. 

Argento.  —  Peso  gr.  1,05. 

Soldino. 

fì'  —  •  LVDOVICVS  •  M  •  SALTIA^f  •    Scudo    ritto  coronato 
con  cimiero. 

P    —  testina  •  SANCTVS  •  CONSTANTIVS  .'.     Croce  fiorata. 
Argento.  —  Peso  gr.  0,98. 

Michele  Antonio  marchese  di  Saluzzo  (1504-1528). 
Soldino. 

^  —  :  MCAEL  •  A  •  M  :  SALVTIA^I  :  Scudo  coronato. 
^    —  testina  :  SANCTVS  :  CONSTANTIVS  :  Croce  fiorata. 
Argento.  —  Peso  gr.  1,08. 

LOMBARDIA  —  Zecche  minori. 

SABBIONETA. 
Isabella  Gonzaga  e  Luigi  Carafa  duchi  {1591-1638). 


Sesino. 

^  —  ^  ALOI  •  C  •  ISAB ES    Nel  campo  :    grande  S 

fra  due  punti. 
R)    —  SANCT    VS    NICCOLAV--    11    Santo,    con    tre    palle 
nella  mano  destra. 
Mistura.  —  Peso  gr.  0,65. 

Palmiero  Palmieri. 


NECROLOGIE 


LUIGI   CORRERÀ. 


Il  24  gennaio 
scorso,  in  Na- 
poli, mancava  ai 
vivi  il  professor 
comm.  Luigi 
Correrà. 

Per  nulla  pre- 
sago della  pro- 
pria fine,  l'illu- 
stre uomo  in 
quella  stessa 
mattina  si  sen- 
tiva tanto  feli- 
ce pregustando 
la  gioia  del  ri- 
torno del  suo 
caro  figliuolo, 
che  nel  pome- 
riggio sarebbe 
giunto  dalla  fron- 
te della  nostra 
bella  guerra.  Le 

malinconie,  le  ansietà  dei  mesi  scorsi,  le  angosce  contenute 
e  severe  della  sua  anima  adusata  all'  immenso  sacrificio 
della  rassegnazione,  si  erano  dileguate,  ogni  amarezza  del 
suo  cuore  si  era  addolcita;  ma  nell'impaziente  attesa  dell'ora 
sospirata  si  era  sentito  agitato  da  una  inquieta  tenerezza,  da 
un  certo  struggimento  che  gli  fece  desiderare  di  muoversi 
e  di  distrarsi,  di  uscir  di  casa  con  una  delle   dilette  sue  fi- 


130  NEC  (^  OLOGIE 

gliuole  per  recarsi  dal  suo  avvocato,  più  che  per  conferire 
di  affari  con  lui  per  trovar  modo  d'ingannare  il  tempo. 

In  famiglia  si  era  rimasti  intesi  che  più  tardi  tutti  in- 
sieme si  sarebbero  incontrati  alla  stazione  ferroviaria,  all'ar- 
rivo del  treno  col  quale  doveva  giungere  il  caro  atteso; 
ed  il  treno  arrivò,  i  primi  sportelli  si  aprirono  e  ne  disce- 
sero i  viaggiatori  più  frettolosi,  ma  il  giovane  Ufficiale,  che 
era  tra  questi,  indarno  girò  lo  sguardo  ansioso  a  ricercare 
coloro  che  egli  era  sicuro  di  trovare  lì,  al  suo  arrivo,  con 
le  braccia  aperte  protese  verso  di  lui. 

Il  prof.  Correrà  qualche  ora  prima  era  stato  colto  da 
una  trombosi  cerebrale  nello  studio  del  suo  avvocato;  un 
valente  dottore,  chiamato  in  fretta,  era  accorso  presso  di  lui; 
però  ogni  soccorso  della  scienza,  per  quanto  sollecito,  non 
era  riuscito  efficace  a  strappare  al  male,  improvviso,  violento 
e  crudele,  l'uomo  che  sino  a  pochi  istanti  prima  era  stato 
sano  e  robusto,  vegeto  e  forte.  Dolorosa,  piangente  la  bella 
anima  di  Luigi  Correrà  si  era  allontanata  dal  mondo,  il 
padre  tenerissimo  non  aveva  avuta  la  gioia  di  sentirsi  an- 
cora una  volta  stretto  tra  le  care  braccia  del  suo  figliuolo  ; 
il  baldo  giovane,  reduce  dalle  trincee,  rivedeva  i  suoi  cari, 
affranti  dalla  più  penosa  angoscia,  accanto  alla  spoglia  esa- 
nime del  venerato  genitore! 

Si  divulgò  di  un  subito  in  città  la  triste  nuova  della 
morte  del  prof.  Correrà  destando  un  senso  d' incredulità  e 
di  doloroso  stupore  in  tutti  coloro  che  insino  a  pochi  giorni, 
a  poche  ore  innanzi,  avevano  incontrato  e  riverito  V  uomo 
stimatissimo,  il  benemerito  cittadino,  il  maestro  o  l'amico 
carissimo.  Le  onoranze  funebri  furono  degna  e  solenne  ma- 
nifestazione di  ammirazione  e  di  rimpianto  verso  l'illustre 
Estinto,  e  poi,  la  Casa  Correrà  rimaneva  immersa  nel  lutto, 
nel  vuoto  irreparabile  che  le  si  era  fatto  d'intorno;  il  gio- 
vane Ufficiale  tornava  al  suo  posto,  tra  le  fila  dei  prodi  sol- 
dati d'Italia! 

» 
*    * 

Luigi  Correrà,  il  degno  figliuolo  di  queir  illustre  giu- 
reconsulto   che    fu    Francesco    Saverio    Correrà,   nacque   in 


NECROLOGIE  13 1 

Napoli  il  1852  e  mostrò  precocemente  di  aver  sortito  da 
natura  eletto  ingegno,  carattere  fermo,  indole  mite,  una  este- 
riore autorità  —  specchio  dell'  animo  suo  —  uno  squisito 
equilibrio  tra  il  cuore  schietto  e  generoso  e  la  mente  lucida, 
ordinata,  aspirante  alle  più  alte  idealità.  Giovinetto,  avido 
come  era  di  sapere,  ingenerò  meraviglia  giustificata  nei  com- 
petenti, con  la  soda  cultura  classica  e  con  la  squisita  ten- 
denza all'arte  che  lo  rendevano  ammiratissimo;  senonchè 
il  padre  suo,  luminare  nelle  giuridiche  discipline,  non  voleva 
il  diletto  Luigi  avviato  a  divenir  letterato,  poeta  e  pittore, 
ma  vagheggiava  nel  figliuolo,  così  singolarmente  dotato,  il 
naturale  continuatore  delle  proprie  opere  e  della  sua  fama 
professionale. 

In  omaggio  al  desiderio  paterno  Luigi  Correrà  si  lau- 
reò giovanissimo  dottore  in  leggi,  però,  attratto  irresistibil- 
mente dalla  sua  passione  dominante  per  gli  studi  storici  e 
letterari  e. per  le  ricerche  archeologiche,  continnò  a  coltivare 
questi  suoi  studi  prediletti,  trascurando  i  codici  e  le  pandette. 
Quando  poi  un  sogno  d'amore  s' impadronì  del  suo  cuore, 
ed  il  matrimonio  che  a  lui  prometteva  la  felicità  di  tutta  la 
vita  ebbe  a  trovare  contrasto  insormontabile  nella  volontà 
dell'  inflessibile  genitore,  si  appalesò  tutta  la  fermezza  del 
carattere  di  Luigi  Correrà;  egli  rinunciò  ad  ogni  agiatezza 
abbandonando  la  casa  paterna,  affrontò  l' ignoto,  sposò  la 
fanciulla  adorata  e  andò  a  fissare  la  sua  residenza  in  Roma, 
dove  poco  dopo  si  laureò  Dottore  in  lettere  e  filosofia. 

Professore  pareggiato  nel  1889  insegnò  storia  antica 
nella  R.  Università  di  Roma  ;  storia  antica  ed  epigrafia  in- 
segnò poi  nella  R.  Università  di  Napoli,  dacché,  rientrato  fi- 
nalmente nelle  buone  grazie  del  padre,  potè  tornare  nella 
casa  del  grande  giurista  ed  allietarne  gli  ultimi  anni  di  vita, 
insieme  alla  sua  dolce  ed  eletta  compagna,  ai  suoi  cari  fi- 
glioletti. 

*    * 

Mente  vasta  e  lucidissima,  forte  fibra  di  lavoratore,  il 
prof.  Correrà  ebbe  campo  di  porre  in  valore  i  doni  largiti- 
gli da  natura  ;  la  sua  multiforme  attività  potè  svolgersi    se- 


132  NECROLOGIE 


renamente  nei  diversi  ambiti  degli  studi  coltivati,  nelle  molte 
pubblicazioni  edite  ed  inedite  che  ci  ha  lasciate  —  in  cui  è 
addensata  materia  tanto  vasta  e  così  varia  da  sbalordire  —  e 
tra  i  non  pochi  ed  importanti  incarichi,  che  in  varie  contin- 
genze dal  Governo  e  dalla  Città  natale  gli  vennero  affidati, 
in  cui  egli  portò  il  suo  metodo  di  coscienziosa  analisi  e  di 
perfetto  ordinamento,  in  cui  lasciò  orme  incancellabili  della 
sua  straordinaria  competenza,  della  sua  eccezionale  genialità, 
della  sua  intemerata  onestà. 

In  tutti  i  lavori  del  Correrà  è  da  ammirare  la  dottrina 
profonda,  la  logica  serrata,  la  rigorosità  di  metodo,  l'intuito 
artistico,  l'analisi  accuratissima,  la  coordinazione  mirabile;  i 
suoi  scritti  sono  quindi  pregevolissimi.  Articoli,  note  storiche 
ed  artistiche,  memorie  originali,  recensioni  sugli  argomenti 
più  diversi,  figurano  in  quasi  tutte  le  riviste  scientifiche  ita- 
liane e  straniere,  ma  non  ci  è  possibile  dare  di  essi  un  som- 
mario esame,  non  è  possibile  neanche  un  accenno,  »in  que- 
sta nota  fugace,  a  tutta  la  poderosa  opera  del  Maestro.  Ci 
limiteremo  quindi  a  citare  alcune  tra  le  produzioni  del  grande 
studioso,  le  quali  per  natura  di  contenuto,  si  debbono  ri- 
tenere più  idonee  ad  interessare  i  lettori  di  questa  Rivista, 
e  ricorderemo  ad  essi  : 

Le  piti  antiche  monete  di  Napoli.  Nota  letta  alla  R.  Ac- 
cademia di  Scienze  Lettere  ed  Arti.  Napoli,  1902. 

Ripostiglio  di  monete  romane  di  Potenza,  in  questa  Ri- 
vista. Milano,  1902. 

Osservazioni  intorno  ad  una  moneta  di  Neapolis,  in  Atti 
del  Congresso  internazionale  di  Scienze  storiche.  Roma,  1904, 
ed  in  questa  Rivista.  Milano,  1905. 

Ripostiglio  di  denari  repubblicani  in  Roma,  in  questa 
Rivista.  Milano,  1907. 

Note  di  Numismatica  tarantina,  in  Neapolis,  anno  J.  Na- 
poli, 1913. 

Saggio  sulla  Numismatica  tarantina,  in  Neapolis,  a.  I. 
Napoli,   1913- 

Un  ripostiglio  di  l/^ittoriati,  in  Rassegna  Numismatica 
del  Lanzi.  Roma,  1914. 

La  politique  monétaire  d'Athcnes  du  V  siede  avant  notre 
ère,  in  questa  Rivista.  Milano,   1914. 


NECROLOGIE  I33 


Ed  a  proposito  delle  pubblicazioni  numismatiche  del 
Correrà,  un'altra  ne  avremmo  avuta,  che  egli  andava  pre- 
parando, sulla  monetazione  delle  colonie  greche  d' Italia, 
che  avrebbe  certamente  preso  un  posto  importante  nella  bi- 
bliografia della  materia,  dando  gran  fama  all'Autore  e  grande 
profitto  agli  studiosi.  Egli  volle  dare  appunto  un  saggio 
della  sua  opera  in  preparazione  nelle  belle  conferenze  pe- 
riodiche, che  si  benignò  di  concedere  al  Circolo  numismatico 
napoletano,  del  quale  fu  Socio  fondatore  e  Consigliere,  ed 
in  esse  svolse,  tra  l'altro,  un  originale  suo  metodo  di  clas- 
sifica greco-classica,  una  magistrale  fusione  del  sistema  to- 
pografico con  quello  cronologico,  tenuto  conto  della  dipen- 
denza della  monetazione  delle  colonie  da  quello  delle  città 
di  origini,  metodo  perfettamente  rispondente  a  rendere  meno 
arduo  lo  studio  di  quella  numerosa  varietà  di  tipi  che  ci  ha 
lasciato  il  mondo  ellenico.  Quelle  lezioni,  che  il  Maestro  si 
compiaceva  di  chiamare  letture  amichevoli,  le  quali  tanto 
concorso  di  ascoltatori  richiamarono,  sono  rimaste  incom- 
plete, per  il  Sodalizio  un  ricordo,  che  oggi  acuisce  nei  Socii 
il  doloroso  rimpianto  per  la  impreveduta  scomparsa  del- 
l'acclamato conferenziere  ! 


Delle  tante  benemerenze  cittadine  del  prof.  Correrà  ri- 
corderemo il  notevole  atto  di  munificenza  da  lui  compiuto, 
regalando  alla  Biblioteca  Nazionale  di  Napoli  la  stupenda 
Biblioteca  del  padre  suo,  ricca  di  oltre  quattromila  volumi, 
nonché  di  tutte  le  dotte  alligazioni  giuridiche  dello  stesso. 
Non  meno  cospicuo  fu  il  dono  di  un  modello  di  officina  elet- 
trica —  del  valore  di  oltre  quindicimila  lire  —  da  lui  offerto 
al  Museo  Trinchesi  di  scienze  naturali,  allorché,  fungendo 
da  Assessore  per  la  Pubblica  Istruzione  della  città  di  Napoh, 
ebbe  occasione  di  curarne  il  riordinamento. 

Del  pari  lodevoli  sono  le  numerose  iniziative,  sponta- 
neamente da  lui  assunte,  e  quale  Consigliere  Comunale,  e 
quale  Ispettore  di  monumenti  e  scavi,  e  quale  Componente 
l'amministrazione  dei  Collegi  Riuniti  di  educazione  femminile. 
Il  saggio,  provvido  ordinamento  delle  antichità  —  venute  a 


134  NECROLOGIE 


mano  a  mano  in  luce  durante  i  lavori  pel  risanamento  di 
Napoli  e  nello  sgombero  dei  monasteri  femminili  —  la  felicis- 
sima sistemazione  delle  stupende  sale  di  Donna  Regina  —  bar- 
baramente votate  alla  devastazione  dall'inqualificabile  van- 
dalismo burocratico  —  rendono  imperitura  la  riconoscenza 
della  Città  verso  il  benemerito  suo  figlio. 

Vivendo  di  un  costante  lavoro,  tra  i  suoi  libri  e  le  sue 
raccolte,  coltivando  nella  sua  cella,  come  modestamente  so- 
leva chiamare  il  suo  studiolo  prezioso,  studi  profondi  e  dif- 
ficoltose ricerche,  il  prof.  Correrà  rivelava  tra  gli  intimi  e 
tra  i  suoi  discepoli  una  giocondità  che  l'avvolgeva  di  una 
grande  simpatia;  però,  quante  volte  nel  corso  della  sua  vita, 
non  scevra  di  disavventure,  egli  dovè  ricercare  nella  sua 
coscienza  intemerata,  nella  fede  cristiana,  nel  culto  della  fa- 
miglia, la  pace  per  la  sua  anima  nobilissima  e  generosa  ! 
quante  volte  l'amore  per  la  scienza  e  per  l'arte,  la  stima 
affettuosa  e  devota  dei  suoi  amici  e  dei  suoi  discepoli,  la 
meticolosa  cura  per  i  suoi  libri  e  per  le  sue  raccolte,  lo  aiuta- 
rono a  nascondere  le  grandi  amarezze,  perfino  la  violenza 
brutale  del  dolore,  sotto  un  sorriso  costantemente  dolcissimo 
che  si  è  spento  d'un  tratto  ! 

*    * 

Rievocando  oggi  il  nome  caro  e  riverito  di  Luigi  Cor- 
rerà dobbiamo  ricordare,  come  egli  non  inaridì  mai  la  sua 
anima  di  artista  squisito  della  dottrina  tra  le  antiche  carte 
e  i  libri,  di  cui  rivelò  ai  giovani  ogni  fastigio  col  religioso 
culto  dell'amante,  coli' inalterata  coscienza  dell'apostolo,  e  che 
seppe  raggiungere,  nella  sua  nobilissima  esistenza  di  studioso 
geniale,  la  perfetta  armonia  tra  la  scienza  e  la  vita,  quale 
egli  le  volle:  una  continua  aspirazione  ad  ogni  umano  ideale. 
Il  Correrà,  maestro  di  storia  e  di  archeologia,  fu  sommo 
conoscitore  del  mondo  greco  e  del  mondo  romano,  grecista 
e  latinista  perfetto,  epigrafista  e  numismatico  di  grande  va- 
lore, le  cui  opere  non  ebbero  altra  mira  piìi  agognata  che 
la  illustrazione  di  queste  regioni  meridionali  d'Italia  che  egli 
amava  di  amore  profondo.  Dei  nostri  studi  di  storia  e  di 
arte  locale    il    Correrà    si   occupò   amorosamente,  fino  agli 


NECROLOGIE  I35 


ultimi  giorni  di  sua  vita  ;  fino  agli  ultimi  giorni  suoi  egli  ha 
studiato  ed  amato,  è  stato  esempio  di  operosità  e  di  virtù 
non  comuni.  Con  Luigi  Correrà  è  scomparso  uno  dei  na- 
poletani che  più  hanno  onorata  la  Patria  con  il  vigore  dell'in- 
gegno, con  la  vastità  della  dottrina,  con  l'austerità  della  vita 
e  con  la  nobiltà  degli  intenti. 
Onore  alla  sua  memoria  ! 
Napoli,  Aprile  19 16. 

Memmo  Cagiati. 


LUIGI    RIZZOLI    (SENIORE) 

—;-.—-"  Di  Luigi  Rizzoli  seniore  (fu  Giu- 
seppe) defunto  il  io  gennaio  1916 
nella  tarda  età  di  quasi  86  anni, 
profondamente  commosso  m' ac- 
cingo a  rievocare  la  nobile  esi- 
stenza con  la  gratitudine  di  chi 
ebbe  in  lui  una  guida  amorevole 
allo  studio  della  Numismatica  e  alla 
pratica  conoscenza  delle  antiche 
monete,  con  l'ammirazione  di  chi 
per  essere  a  lui  succeduto  nel- 
l'ufficio di  Conservatore  del  Museo 
Bottacin  potè  più  e  forse  meglio  degli  altri  apprezzarne  il 
lungo,  proficuo  e  sempre  diligentissimo  lavoro  compiuto  a 
vantaggio  del  Museo,  con  l'animo  di  un  nipote  che  a  lui  fu 
affezionatissimo. 

Nato  a  Padova  da  Giuseppe  Rizzoli  e  da  Camilla  Re- 
nato (28  marzo  1830)  e  cresciuto  accanto  al  padre  noto  an- 
tiquario che  a  Padova  conduceva  un  avviatissimo  negozio 
al  quale  avevano  confluito  incessantemente  le  più  preziose 
opere  d'arte  scultoria  e  pittorica,  antiche  armi  e  pregevoli 
monete,  e  dove  avevano  trovato  convegno  i  dotti  della  città 
per  intrattenersi  sugli  argomenti  più  disparati  di  scienza, 
d'arte  e  di  letteratura,  Luigi  Rizzoli  senza  aver  potuto  se- 
guire un  corso  regolare  di  studi  s'era  creato  un  patrimonio 


136  NECROLOGIE 


COSÌ  cospicuo  di  cognizioni  storielle,  numismatiche  ed  arti- 
stiche, particolarmente  padovane,  da  essere  ben  presto  ap- 
prezzato e  consultato  per  la  varia  e  soda  coltura  da  emi- 
nenti studiosi  italiani  e  stranieri.  Conseguita  in  pari  tempo 
la  pratica  del  commercio  antiquario,  e  favorito  dall'esempio 
del  padre  che  meritamente  legò  il  suo  nome  alla  scultura 
in  avorio  (i),  s'era  provato  egli  pure  con  successo  a  scolpire 
l'avorio,  l'alabastro,  la  madreperla  e  ad  eseguire  artistici  in- 
tarsi nei  legni  più  ricercati  per  colore  e  durezza  (2).  Aveva 
inoltre  il  Rizzoli  continuato  con  ogni  cura  a  dare  incre- 
mento ad  una  piccola  ma  interessante  collezione  di  monete, 
medaglie,  tessere  e  bolle  padovane  (3),  felicemente  iniziata 
dal  fratello  Pietro,  studente  d'ingegneria,  morto  a  Padova 
nel  1851  in  seguito  ad  infezione  malarica  contratta  a  Bron- 
dolo  e  a  Chioggia  durante  l'assedio  di  Venezia,  ch'egli  con 
ardore  patriottico  aveva  raggiunto  per  offrirle  il  braccio 
contro  lo  straniero  oppressore  (4). 

E  Luigi  Rizzoli  pure,  sebbene  non  avesse  partecipato 
direttamente  alle  guerre  per  l'indipendenza  nazionale,  perchè 
trattenuto  presso  il  padre  che  aveva  bisogno  d'assistenza 
per  continuare  nell'azienda  antiquaria,  aveva  informato  il  suo 
animo  ai  più  sinceri  sensi  d' italianità,  come  ne  diede  prova 
nel  luglio  del  1866  all'  ingresso  in  Padova  del  magnanimo 
Re  Vittorio  Emanuele  IL  Allora  egli,  in  unione  ad  altro  pa- 
triotta,  il  prof.  E.  N.  Legnazzi,  ideò  e  fece  costrurre  in  le- 
gname sulla  piazza  delle  Erbe  un  grandioso  arco  trionfale 
ornato  con  trofei  d'armi  antiche  e  moderne  e  con  bandiere 
nazionali,  che  attestasse  la  gioia  e  la  gratitudine  di  Padova 
al  suo  Liberatore. 

Rigido  di  carattere,  onesto  fino  allo  scrupolo,    religioso 


(i)  Giuseppe  Rizzoli  padovano  scultore  in  avorio  e  antiquario  {Nozze 
d'oro  Berti- Rizzoli).  Padova,  1890. 

(2)  La  famiglia  Rizzoli  possiede  non  pochi  di  siffatti  oggetti  arti- 
stici dovuti  all'abilità  ed  al  buon  gusto  di  Luigi  Rizzoli. 

(3)  Questa  collezioncina  fu  dal  Rizzoli  stesso  ceduta  nel  1900  al 
Museo  Bottacin  ;  cfr.  Collezione  numismatico-sfragistica  padovana  [in 
*  Bollettino  del  Museo  Civ.  di  Padova  „,  a.  III].  Padova,  1900. 

(4)  SoLiTRo  Giuseppe,  Un  valoroso  dimenticato  {Pietro  Rizzoli  i82'j- 
i8ji)  [estratto  da  "  Il  Risorgimento  Italiano  „,  anno  V  (1912)].  Torino, 
Bocca,  1912. 


NÈCftOLOGlE  137 


senza  ostentazione,  il  Rizzoli  godette  non  soltanto  le  sim- 
patie di  quinti  ebbero  occasione  d'avvicinarlo,  ma  strinse 
anche  numerose  amicizie,  che  si  resero  sempre  più  salde  nel 
periodo  in  cui  prestò  la  sua  opera  come  impiegato  del  Ci- 
vico Museo  di  Padova,  al  quale  fu  assunto  nel  1865,  dopo 
che  cioè  Egli  aveva  fatto  ritorno  da  Trieste  dov'arasi  recato 
per  incarico  del  Comune  di  Padova  a  ricevere  le  raccolte 
numismatiche,  che  il  comm.  Nicola  Bottacin  aveva  a  Padova 
generosamente  donate <i).  A  questo  proposito  anzi,  parmi  quasi 
doveroso  ricordare,  per  averlo  udito  ripetere  più  volte, 
quanto  abbiano  influito  a  ben  disporre  l'animo  del  munifico 
donatore  verso  la  nostra  città  i  rapporti  amichevoli  incomin- 
ciati verso  il  1855  fra  il  Bottacin  e  il  Rizzoli,  il  quale  già 
al  principio  del  1864  conosceva  la  nobilissima  risoluzione 
presa  dallo  stesso  Bottacin  di  favorire  largamente  la  città 
di  Padova,  cedendo  per  l'appunto  a  questa  tutte  le  sue  ric- 
che raccolte  numismatiche  (^). 

Ad  una  prima  sommaria  elencazione  di  dette  raccolte 
ed  alla  preventiva  loro  disposizione  e  materiale  custodia  at- 
tese assiduamente  il  Rizzoli  fino  al  1870,  nel  quale  anno 
venne  chiamato  dal  Consiglio  comunale  a  dirigerle  col  ti- 
tolo di  conservatore  il  sig.  Carlo  Kunz,  che  alla  pratica  co- 
noscenza delle  monete  aggiungeva  (cosa  ambita  dal  Bottacin) 
la  garanzia  di  esserne  anche  un  ottimo  illustratore  (3).  Con- 
tinuò pertanto  il  Rizzoli  la  sua  opera  di  colto  e  zelante  im- 
piegato nel  Civico  Museo,  dove  lo  volle  il  benemerito  diret- 
tore d'allora,  prof.  Andrea  Gloria.  Senonchè  al  principio  del 
1874,  avendo  il  Kunz  accettata  la  direzione  del  Museo  Ar- 
cheologico di  Trieste,  il  Rizzoli  fu  nuovamente  preposto, 
ma   sempre  con  carattere    provvisorio,    al    Museo  numisma- 


(i)  Museo  Civico  di  Padova.  Aiti  ufficiali:  Lettera  del  Podestà  di 
Padova  al  Direttore  del  Civico  Museo  in  data  16  dicembre  1865  (num. 
prot.  99). 

(2)  Rizzoli  Luigi,  Nicolò  comm.  Bottacin.  Trieste,  1876,  Lloyd,  a 
pag.  5;  Gloria  Andrea,  Museo  Civico  di  Padova.  Cenni  slorict.  Padova, 
1880,  a  pag.  22. 

(3)  Carlo  Kunz  nel  1869  aveva  già  pubblicato  il  volume:  //  Museo 
Bottacin  annesso  alla  Civica  Biblioteca  e  Museo  di  Padova  (Firenze,  1869), 
col  quale  T  autore  aveva  data  notizia  della  Raccolta  Bottacin  e  delle 
monete  più  meritevoli  di  rimarco. 

18 


I38  NECROLOGIE 


tico,  in  considerazione  ch'Egli  era  "  la  sola  persona,  non 
del  Museo  Civico  soltanto  e  del  Municipio,  ma  di  Padova 
tutta,  la  quale  avesse  maggiore  conoscenza  dei  medaglieri, 
al  cui  ordinamento  era  stato  per  molti  anni  applicato  ,^  (i), 
finché  il  28  luglio  1876  venne  definitivamente  confermato 
nella  carica  di  conservatore  (2). 

Ottenuta  la  stabilità  nel!'  ufficio,  divenuto  tanto  più  caro 
al  Rizzoli  in  quanto  il  Bottacin  stesso  morendo  glielo  aveva 
caldamente  raccomandato  (3),  il  Nostro  potè  infine  godere 
quella  tranquillità  di  spirito  che  si  rendeva  necessaria  ad 
un  lavoro  veramente  proficuo  per  il  Museo,  lavoro  che  Egli 
continuò  per  oltre  22  anni  fino  al  1898,  in  cui  ottenne  il 
meritato  riposo  (4).  Durante  questo  periodo  l'operosità  del 
Rizzoli  si  esplicò  esclusivamente,  quasi  avesse  voluto  Egli 
adempiere  ad  un  dovere  impostogli  dalla  fiducia  che  in  lui 
aveva  riposta  il  comm.  Bottacin,  nell' incrementare,  nelTor- 
dinare  e  nel  catalogare  con  criteri  in  tutto  moderni  e  scientifici 
le  preziose  raccolte  alle  sue  cure  affidate.  A  questo  periodo 
di  tempo  risalgono  gli  inventari  e  i  cataloghi  delle  collezioni 
numismatiche,  i  quali  rappresentano  quanto  di  più  perfetto 
si  possa  immaginare  e,  come  giustamente  ebbe  a  notare  il 
prof.  Andrea  Moschetti  attuale  benemerito  direttore  del  nostro 
Museo,  possono  essere  additati  a  modello  a  qualsiasi  Meda- 
gliere itahano  e  straniero;  allo  stesso  periodo  appartengono 
numerosi  importantissimi  cimelii  numismatici  che  costituiscono 
ora  il  vanto  delle  nostre  raccolte,  cimelii  che  furono  da  lui 
con  fine  discernimento  acquistati  o  che,  grazie  alle  amicizie 
da  lui  godute,  furono  donati  a  decoro  e  lustro  del  Museo. 
Alla  grande  estimazione  anzi  ch'Egli  aveva  meritata  tra  i  più 
dotti  e  cospicui  suoi  concittadini  ed  al  suo  sempre  vivo   in- 


(1)  Museo  Civico  di  Padova.  Atti  ufficiali:  Lettere  di  A.  Gloria  al 
Sindaco  di  Padova  in  data  7  e  24  gennaio  1874  (nn.  prot.  641  e  659)  e 
30  gennaio  1874. 

(2)  Ibidem.  Atti  ufficiali:  Lettera  e,  s.  in  data  7  agosto  1876  (num. 
prot.  121 7). 

(3)  Carcassonnk  Achille,  Cenni  intorno  alla  vita  di  Nicola  Bottacin. 
Trieste,  1877,  ^  P^o»  26. 

(4)  Atti  del  Consiglio  comunale  di  Padova.  Padova,  1898  (cfr.  ver- 
bali delle  sedute  del  28  febbraio  e  del  5  e  26  aprile  1898). 


NECROLOGIE  I39 


teressamento  per  quanto  concerneva  l'arte  e  la  storia  della 
sua  città  dobbiamo  se  buon  numero  di  altri  doni  pervenne 
ad  accrescere  anche  le  raccolte  archeologiche,  artistiche 
e  bibliografiche  de!  Civico  Museo  (0. 

Non  rifiutò  mai  il  Rizzoli  il  suo  autorevole  e  disinte- 
ressato giudizio  a  quanti  glielo  richiesero  desiderosi  di  sa- 
pere il  valore  storico  ed  artistico  di  opere  scultorie  o  pitto- 
riche, o  quello  numismatico  e  commerciale  di  antiche  mo- 
nete; così  pure  consigliò  ed  aiutò  egli  molto  spesso  quanti 
studiosi  ricorsero  a  lui,  consapevoli  della  competenza  ch'egli 
possedeva. 

Avrebbe  potuto  il  Rizzoli  farsi  anche  autore,  con  van- 
taggio degli  studi,  di  numerose  pubblicazioni  d'argomento 
storico,  artistico  e  numismatico,  ma  l'abituale  modestia  e  forse 
una  scrupolosa  severità  di  giudicare  sé  stesso,  troppo  ne  lo 
trattenne.  A  stampa  non  abbiamo  di  Lui  che  una  breve  Bio- 
grafia del  comm.  Nicola  Bottacin  (2);  alcune  notizie  sulla  sco- 
perta da  lui  fatta  nella  chiesa  di  S.  Benedetto  in  Padova  di 
un  Gruppo  di  otto  figure  in  terracotta,  rappresentante  la 
Deposizione,  gruppo  attribuito  allo  scultore  padovano  del  se- 
colo XV  Bartolommeo  Bellano  (3)  ;    ed  un  elenco  di  Monete 


(i)  Il  dott.  Agostino  Palesa  nel  1871  lasciò  al  Museo  Civico  di  Pa- 
dova l' intera  sua  biblioteca  costituita  di  lioooo  volumi,  biblioteca  che, 
senza  l' interessamento  del  Rizzoli  amico  e  consigliere  del  Palesa,  sa- 
rebbe passata  alla  città  di  Bassano.  Così  pure  devesi  all'  interessa- 
mento del  prof.  A.  Gloria  e  di  L.  Rizzoli  se  alla  città  di  Padova,  an- 
ziché a  Rovigo,  passarono  nel  1887  le  raccolte  artistiche  e  archeolo- 
giche, che  l'ab.  cav.  Stefano  Piombin  aveva  con  intelligenza  ed  amore 
riunite  a  Monselice. 

(2)  Rizzoli  Luigi,  Nicolò  comm.  Bottacin^  cit. 

(3)  Di  queste  notizie,  che  vennero  pubblicate  dal  giornale  di  Padova 
"  La  Specola  „  del  18  marzo  1893,  si  conserva  il  manoscritto  autografo 
dell'autore  nella  Civica  Biblioteca  di  Padova.  Per  quanto  riguarda  l'at- 
tribuzione al  Bellano  del  gruppo  in  terracotta  surricordato  è  bene  si 
sappia  che,  mentre  il  noto  critico  dott.  C.  Fabriczy  credette  di  negare  tale 
attribuzione  e  di  assegnare  l'opera  allo  scultore  Andrea  Briosco  (cfr.  Fa- 
briczy C,  Giovanni  Mineìlo;  Berlin,  1907),  il  professore  Andrea  Mo- 
schetti escluse  in  modo  assoluto  l'attribuzione  al  Briosco  ed  assegnò  il 
gruppo  ad  uno  scolaro  deficente  e  mal  destro  del  Bellano  stesso  (cfr. 
Moschetti,  Di  alcune  ter  recotte  ignorate  di  Andrea  Briosco,  nonché  la  re- 
censione fdtta  dallo  stesso  Moschetti  a  :  Fabriczy,  Giovanni  Mine/Io,  in 
"  Boll,  del  Mus.  Civico  di  Padova  „  a.  1907,  pag.  58  e  77). 


140  NECROLOGIE 


rinvenute  negli  scavi  dell'Arena    di  Padova  spettanti  al   pe- 
riodo antico  romano  e  italiano  medioevale  i^). 

Manoscritti  invece  trovansi  nel  Museo  Bottacin  i  surri- 
cordati inventarii  riguardanti  le  serie  numismatiche  romana 
consolare  ed  imperiale,  e  quelle  numismatico-sfragistiche  ita- 
liana medioevale  e  moderna,  veneta,  padovana,  nazionale 
dell'indipendenza  e  napoleonica,  inventarii  che  a  buon  di- 
ritto potrebbero  essere  pubblicati  oggi  così  come  sono,  tanto 
coscienziosamente  e  sapientemente  fu  curata  la  loro  com- 
pilazione- 
Pure  nel  Museo  Bottacin  si  conservano  autografi  del 
Rizzoli  :  un  Catalogo  della  raccolta  padovana  di  monete, 
medaglie,  sigilli  e  tessere,  posseduta  da  L.  R.,  ricco  di  no- 
tizie storico-illustrative  e  di  disegni  (2),  ed  un  altro  Catalogo  di 
ijo  medaglie  onorarie  di  uomini  illustri  che  nacquero  o  di- 
morarono in  Padova,  ordinate  alfabeticamente  secondo  il  co- 
gnome dei  personaggi  ai  quali  esse  appartengono,  catalogo 
molto  interessante  perchè  non  vi  mancano  cenni  biografici 
intorno  alle  persone  che  ebbero  l'onore  delle  medaglie  o 
agli  artisti  che  le  medaglie  eseguirono,  e  perchè  vi  sono  ri- 
cordati il  metallo  ed  il  diametro  di  ciascun  pezzo  descritto, 
le  opere  a  stampa  che  lo  riportano  od  illustrano,  nonché  le 
collezioni  che  lo  possedono  (3).  Inoltre  devesi  al  Rizzoli  un 
breve  ma  succoso  lavoro,  frutto  di  pazienti  ricerche  e  di 
geniali  osservazioni  sopra  alcune  Monete  e  tessere  carra- 
resi ÌA),  che  fu  pure  da  me  con  notevole  vantaggio  com- 
pulsato quando  assieme  al  cav.  Q.  Perini  m'accinsi  a  rifare 
la  storia  dell'antica  zecca  di  Padova  e  della  sua  produzione 
monetaria. 


(i)  Fu  pubblicato  in  appendice  al  volume  :  Tolomei  A.,  La  Cappella 
degli  Scrovegni  e  l'Arena  di  Padova.  Padova,  1881,    a   pag.  49  e  sgg. 

(2)  È  il  catalogo  della  collezione  che  il  Rizzoli  stesso  possedeva  e 
che  da  lui  fu  ceduta  nel  1900  al  Museo  Bottacin.  È  ms.  autografo  di 
pa?.  149,  in-8. 

(3)  Rizzoli  Luigi  fu  Giuseppe,  Catalogo  delle  medaglie  d'uomini  il- 
lustri che  nacquero  o  dimorarono  in  Padova.  È  manoscritto  autografo 
di  pag.  21,  in-fol. 

(4)  Monete  e  tessere  carraresi  edite  ed  inedite.  Note.  È  ms.  autografo 
di  Luigi  Rizzoli  (dicembre  1898);  e  di  pag.  8  in-8,  con  18  disegni,  ed  è 
posseduto  presentemente  dall'autore  di  questi  cenni  biogratìci. 


NECROLOGIE  I4I 


Numerose  sono  ancora  le  note  marginali,  che  trovansi 
sparse  in  molti  libri  posseduti  dalla  biblioteca  del  Museo  Bot- 
tacin,  scritte  dal  Rizzoli  con  l' intendimento  di  rettificare 
qualche  inesatta  affermazione  o  d'aggiungere  qualche  idea  o 
notizia  nuova  sopra  argomenti  di  storia  e  di  biografia  pado- 
vana o  d'arte  e  di  numismatica  in  generale. 

Del  resto  Egli  non  fu,  come  dissi,  uno  scrittore  nel  vero 
senso  della  parola  ;  egli  si  sentiva  pago  d'arricchire  la  mente 
di  cognizioni  per  soddisfare  ai  bisogni  dello  spirito  e  per 
rendersi  ad  un  tempo  sempre  più  utile  al  suo  Museo  ed  agli 
studiosi  che  non  di  rado  misero  in  evidenza  con  la  più  viva 
gratitudine  il  nome  del  Rizzoli  ne'  loro  scritti.  Basterà  qui 
eh'  io  accenni  alla  deferenza  verso  di  lui  dimostrata  dal  chia- 
rissimo numismatico  comm.  Fr.  Gnecchi  in  un  suo  dotto  ar- 
ticolo sopra  un  rarissimo  medaglione  bronzeo  dell'imperatore 
Adriano,  dov'è  detto  fra  altro  che  il  Rizzoli  "  così  compe- 
tente in  materia  avrebbe  potuto  assai  facilmente  assumersene 
l'incarico  di  pubblicarlo  egli  stesso  „  (*). 

Il  faticoso  lavoro  da  lui  durato  per  tanti  anni  nell'esami- 
nare,  classificare  e  studiare  le  antiche  monete  ne  aveva  così 
fortemente  pregiudicata  la  vista,  che  quand'Egli  si  ritirò 
dall'ufficio  aveva  già  perduto  l'uso  di  un  occhio  ed  era  pros- 
simo pur  troppo  a  perdere  anche  quello  dell'altro.  Ciò  non 
pertanto  il  Rizzoli  continuò  ad  interessarsi  del  Museo,  degli 
studi  numismatici,  di  quanto  s'atteneva  ai  monumenti  arti- 
stici ed  alla  storia  della  sua  Padova,  finché  divenuto  cieco, 
appartatosi  anche  dal  mondo  intellettuale  che  aveva  fino  al- 
lora costituita  una  delle  ragioni  principali  di  sua  esistenza, 
trascorse  gli  ultimi  anni  in  una  profonda  tristezza  mitigata 
soltanto  dagli  amorosi  conforti  e  dalle  cure  assidue  e  affet- 
tuose della  consorte  e  dei  nipoti.  In  tal  modo  si  spense  la 
vita  intemerata  di  un  cittadino  esemplare  per   rettitudine  ed 


(i)  Gnecchi  Francesco,  Un  medaglione  inedito  di  Adriano^  in  "Ri- 
vista Ital.  di  Num.  „  a.  IV,  1891,  fase.  I-II,  a  pag.  3.  Che  al  Rizzoli 
siano  state  tributate  lodi  e  rivolti  ringraziamenti  dai  numismatici  più 
illustri  del  suo  tempo  è  facile  desumerlo,  oltreché  dalle  suaccennate 
pubblicazioni,  dalla  corrispondenza  epistolare  non  soltanto  privata  del 
Rizzoli  stesso,  ma  anche  da  quella  ufficiale  del  Museo  Bottacin. 


142  NECROLOGIE 


onestà,    di   uno    studioso   benemerentissimo    delle   discipline 
numismatiche  (i). 

A  titolo  d'onore  ricorderò  che  Egli  fu  nel  1869  chiamato 
a  far  parte  della  Commissione  provinciale  conservatrice  dei 
pubblici  monumenti  in  Padova  e  che  fin  dal  1893  appartenne 
quale  Membro  Effettivo  alla  Società  Numismatica  Italiana  (2), 

Padova,  febbraio  igi6. 

Luigi  Rizzoli  jun.  (fu  Antonio). 


FLAVIO    VALERANI. 

La  Rivista  annucia  con  dolore  il  decesso  del  cavaliere 
ufficiale  dott.  Flavio  Valerani  di  Casale  ;  uno  dei  suoi  va- 
lenti Collaboratori. 

Nato  nel  1840,  in  Giarole  Monferrato,  compieva  gli  studi 
medi  nel  Ginnasio  e  Liceo  di  Alessandria,  terminati  i  quali, 
concorreva  ad  un  posto  gratuito  nel  Collegio  delle  Provincie 
di  Torino,  che  otteneva  per  i  suoi  meriti  speciali.  Laurea- 
tosi in  medicina,  chirurgia  ed  ostetricia  nella  R.  Università  di 
questa  capitale  del  Piemonte,    si   presentava    ad   un  nuovo 


(i)  Generale  fu  in  Padova  la  manifestazione  di  cordoglio  profondo 
per  la  dipartita  dell'amato  e  benemerito  cittadino.  Il  Civico  Museo  ri- 
mase chiuso  in  segno  di  lutto  per  l' intera  giornata  dei  funerali,  che 
ebbero  luogo  alle  ore  9  del  12  gennaio.  Parlò  alla  Porta  dei  Savona- 
rola per  dare  l'estremo  saluto  alla  salma  il  prof.  cav.  Andrea  Moschetti, 
benemerito  direttore  del  Museo  di  Padova.  Quindi  il  feretro  fu  fatto 
proseguire  per  il  Cimitero  comunale  e  sepolto  nella  tomba  della  fa- 
mìglia Rizzoli.  Per  notizie  particolareggiate  in  proposito,  veggansi  i 
giornali:  //  Veneto,  La  Provincia  di  Padova  ed  il  Gazzettino  dei  giorni 
II,  12  e  13  gennaio  1916. 

(a)  Museo  Civico  di  Padova.  Archivio  civico  moderno  :  Atti  della 
Comtnissione  provinciale  conservatrice  dei  Monumenti  (stanza  N)  ;  Ri- 
vista Ital.  di  Nuin.  (a.  1893)  a  pag.  515  e  sgg.  :  "  Elenco  dei  Membri 
componenti  la  Società  Numismatica  Italiana  pel  1893  »• 


NECROLOGIE  I43 

concorso  per  una  borsa  gratuita  di  perfezionamento  all'estero, 
ed  anche  questa  volta  era  vincitore.  Dapprima  si  tratteneva 
per  qualche  tempo  in  Vienna,  quindi  si  trasferiva  a  Berlino 
dove  rimaneva  a  iung-o,  studiando  e  frequentando  con  pro- 
fìtto le  scuole,  le  cliniche  ed  i  laboratori  di  quella  rinomata 
Università. 

Ritornato  in  Alessandria  presso  la  sua  famiglia,  nel- 
l'anno 1868,  veniva  nominato  chirurgo  primario  nella  sezione 
donne  del  Civico  Ospedale  di  Casale  e  rimaneva  in  tale  ca- 
rica fino  all'anno  1905;  nel  quale  dovette  ritirarsi  per  il  li- 
mite d'età,  fissato  dal  Regolamento  dell'Ospedale,  d'anni  65. 

Durante  la  sua  permanenza  in  detto  Ospedale  il  dot- 
tore Valerani,  dava  alla  luce  parecchie  memorie  sui  casi 
più  importanti  che  ebbe  a  curare  nella  sua  sezione.  In  breve 
tempo  acquistava  fama  di  erudito  e  valente  chirurgo  ;  l'Ac- 
cademia di  medicina  di  Torino  e  quella  di  Bologna  lo  no- 
minavano Membro  corrispondente,  ed  il  Governo  lo  chiamava 
a  far  parte  del  Consiglio  sanitario  della  Provincia  di  Ales- 
sandria e  gli  conferiva  l'onorificenza  della  Croce  di  Cava- 
liere della  Corona  d'Italia,  poi  quella  di  Ufficiale  dello  stesso 
Ordine. 

In  pari  tempo,  per  il  suo  forte  e  versatile  ingegno.  Egli 
attendeva  allo  studio  della  Numismatica  e  della  Storia,  più 
specialmente  della  regione  Monferrina;  i  suoi  lavori  numi- 
smatici furono  stampati  in  questa  Rivista  e  quelli  storici  nella 
Rivista  di  Storia,  Arte  e  Archeologia  della  Provincia  di 
Alessandria. 

In  tutte  le  sue  elucubrazioni  è  rimarchevole  una  gentile 
fluidità  di  stile  che  ne  rende  la  lettura  amena  ed    istruttiva. 

Quattro  anni  or  sono,  desiderando  di  giovarsi  delle  Bi- 
blioteche, delle  Collezioni,  dell'Archivio  di  Stato  di  Torino, 
onde  rendere  sempre  più  perfetti  e  facili  i  suoi  lavori,  deci- 
deva di  trasferirsi  in  quella  Città  ;  ma  la  sorte  non  gli  arrise, 
perchè,  dopo  un  anno  di  residenza,  veniva  colpito  da  una 
malattia  che  gli  amareggiava  la  vita,  e,  nel  giorno  9  feb- 
braio alle  ore  10,30  lo  spegneva. 

Col  suo  testamento  disponeva  che  la  sua  salma  venisse 
trasportata  a  Giarole  e  tumulata  nel  sepolcreto    di  famiglia. 

Siccome  in  detto  testamento  Egli  rifiutava  i  fiori,  così  i 


144 


NECROLOGIE 


colleghi,  gli  amici  e  gli  ex-clienti  di  Casale  apersero  una 
sottoscrizione  destinando  il  denaro  ricavato  alla  cura  della 
Montagna  per  i  bambini  poveri  che  ne  abbiano  bisogno  ; 
istituzione  per  la  quale  il  defunto  ebbe  sempre  una  speciale 
preferenza. 

Pochi  giorni  prima  del  suo  decesso  raccomandò  a  voce 
alla  sua  cara  consorte  che,  amorosamente  lo  assisteva,  di 
dare  il  suo  ricco  Medagliere  al  Museo  Civico  Casalese  del 
quale  fu  sempre  caldo  promotore  ;  ed  Ella,  scrupolosa  ese- 
cutrice della  di  Lui  volontà,  non  solo  rimise  al  Museo  il 
prezioso  dono,  ma  vi  aggiunse  numerose  opere  di  Numi- 
smatica, rendendosi  in  tale  modo  benemeriti  amendue  della 
loro  patria  e  della  Numismatica. 

A  nome  dei  cultori  della  Scienza  Numismatica  la  Rivista 
manda  alla  desolata  vedova,  signora  Annetta  Negri  di  Ca- 
sale, le  sue  sincere  condoglianze  e  fa  voti  che  le  dimostra- 
zioni di  affetto  e  di  stima  per  il  suo  caro  estinto  valgano  ad 
infonderle  conforto  e  rassegnazione. 

Doti.  Giuseppe  Giorcelli. 


POM  PEO    MONTI 


Pompeo  Monti,  spento  in  Milano  il 
24  gennaio  da  una  malattia  che  da  molto 
tempo  lo  insidiava,  era  notissimo  nell'am- 
biente numismatico  milanese. 

La  passione  per  la  Numismatica  lo 
prese  fin  da  giovanetto  e  ad  essa  dedi- 
cava il  suo  tempo  ed  i  suoi  risparmi. 
Più  tardi  altre  cure  lo  costrinsero  a  trascurare  i  suoi  studi 
prediletti,  ma  verso  il  1892  iniziò  una  nuova  collezione  di 
monete  romane  imperiali,  dedicando  ad  essa  tutte  le  sue 
migliori  energie,  e  di  ciò  non  soddisfatto  si   adoperò   a   tra- 


NECROLOGIE  145 


sfondere  in  altri  la  sua  passione  mediante  una  propaganda 
assidua,  intesa  a  far  sorgere  nuovi  collezionisti  ed  a  far  me- 
glio apprezzare  la  numismatica  alle  persone  di  media  cul- 
tura; la  sua  competenza  era  nota  e,  come  addetto  all'Ufficio 
tecnico  Municipale,  a  Lui  si  rivolgevano  i  funzionari  del  me- 
desimo per  schiarimenti  sulle  monete  rinvenute  negli  scavi 
pei  lavori  comunali. 

Nel  1902  fu  tra  i  fondatori  del  Circolo  numismatico  mi- 
lanese e,  in  unione  al  nipote  Laffranchi  da  Lui  iniziato  agli 
studi  numismatici,  collaborò  assiduamente  nel  Bollettino  del 
Circolo  stesso  trattando  specialmente  la  vessata  questione 
del  "  Tarraco  o  Ticinum?  „  poi  divenuto  socio  della  nostra 
Società  nel  1905,  pubblicò  in  quell'anno  una  memoria  sulla 
Rivista. 

La  notizia  della  sua  morte,  quantunque  lo  si  sapesse  da 
molto  tempo  ammalato,  ha  dolorosamente  colpito  la  famiglia 
numismatica  milanese  che  di  Lui  ammirava  le  ottime  qualità 
di  mente  e  di  cuore. 


PUBBLICAZIONI  NUMISMATICHE  DI  POMPEO  MONTI 

IN  COLLABORAZIONE  CON  LODOVICO  LAFFRANCHI 


A)  nel  Bollettino  di  Numismatica. 

1.  I  due  Massimiani  (Erculeo  e  Galeno),  anno  1903,  fascicolo  I  ;   1904, 

fascicoli  V  e  VI. 

2.  Contributo  al  Corptts  Numuiorum,  a.  1903,  fase.  II,  V,  VI  e  XII. 

3.  Tarraco  o  Ticinum  ?  a.  1903,  fase.  Ili  e  IV. 

4.  Le  sigle  monetarie  della  zecca  di  Ticinum,  dal  274  al  325,   a.  1903, 

fase.  Vili,  IX  e  X. 

5.  Tarraco  o  Ticinum?  (Risposta   al   Aìonatsblatt  di  Vienna),   a.  1904, 

fase.  III. 

6.  Le  sigle  di  due  zecche,  riunite  su  alcuni  GB  della  Tetrarchia,  a.  1904, 

fase.  IX. 

7.  Ancora  Tarraco  o  Ticinum  ?   (Risposta    a    Jules   Maurice),    a.  1904, 

fase.  X. 

8.  Non  Tarraco  ma  sempre  Ticinum  e  Mediolanum,  1905,  fase.  I. 

19 


146  NECROLOGIE 


9.  La  data  di  coniazione  delle  monete  di  Elena  nella  zecca  di  Antio- 
chia, a.  1905,  fase.  V. 

IO.  Per  concludere  intorno  alla  zecca  di  Ticinum,  a.  1905,  fase.  VII. 

ir.  Contributi  al  Corpus  delie  monete  imperiali,  a.  1906,  fase.  I,  II,  III, 
IV  e  VII. 

12.  La  Monetazione  del  bronzo  ad  Aquileia  da  Diocleziano  a  Massenzio, 

a.  1907.  fase.  1. 

13.  Contributi  al  Corpus  delle  monete  imperiali,  a.  1908,  fase.  I. 

14.  Bibliografia  numismatica  romana  : 

Recensioni  a  Blanchet,  Voetter  ed  Ambrosoli,  a.  1904,  fase.  II. 
Idem,  risposta  a  Markl  ed  a  Piccione,  a.  1904,  fase.  VI. 
Idem,  recensione  a  Maurice,  a.  1905,  1  e  VII. 
Idem,  recensione  a  Dattari,  a.  1905,  fase.  X. 

B)  nella  Rivista  Italiana  di  Numismatica. 
Costantino  II  Augusto,  anno  1905,  fascicolo  ili. 


BIBLIOGRAFIA 


LIBRI    NUOVI    E    PUBBLICAZIONI 


Cagiati  (Memmo).  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie 
da  Carlo  I  d'Angiò  a  Vittorio  Emanuele  II  (fase.  VIII, 
parte  II).  Le  zecche  minori  del  Reame  di  Napoli  {conti- 
nuazione). Napoli,  1916. 

E  apparso  un  altro  fascicolo,  l'ottavo,  di  questa  bellis- 
sima e  interessante  pubblicazione  del  nostro  chiarissimo  Col- 
lega e  Collaboratore.  In  esso  sono  comprese  le  zecche  di 
Manoppello,  Ortona,  Pizzo,  Reggio,  S.  Giorgio,  Sansevero, 
Sora,  Sulmona,  Tagliacozzo,  Teramo,  Tocco,  Torre  del  Greco 
e  Vasto.  Alcuni  di  questi  nomi,  e  precisamente  quelli  di 
Pizzo,  Reggio,  Sansevero,  Tocco  riusciranno  nuovi  o  quasi 
aa;li  studiosi  ed  amatori,  che  non  hanno  grande  pratica  di 
queste  zecche  minori  del  Reame  di  Napoli;  e  bene  ha  fatto 
il  eh.  Autore  a  comprenderle  in  questa  illustrazione,  dando 
così  il  risultato  delle  ultime  ricerche  fatte  sulle  interessanti 
monete  di  questa  serie.  Diciamone  qualche  parola. 

Pizzo.  Su  questa  zecca  il  eh.  Autore  aveva  già  pubbli- 
cato nel  1913  un  documento  scoperto  dal  prof.  Eugenio 
Scacchi,  in  cui  si  parla  di  *  armellini  che  foro  lavorati  in  lo 
castello  de  piczo  de  la  provincia  de  Calabria  „.  Finora  però 
non  si  conoscono  monete  effettive  da  potersi  attribuire  a 
questa  officina. 

Reggio.  L'A.  dà  il  disegno  e  la  descrizione  di  cinque 
monete  attribuite  a  questa  zecca,  dietro  l'opinione  di  G.  V. 
Fusco  e  di  A.  Sambon. 

Sansevero.  Il  compianto  numismatico  generale  Giuseppe 
Ruggero  pubblicava    nel  1903    in    questa  Rivista    "  Un  tor- 


148  BIBLIOGRAFIA 


nese  di  Sansevero  „.  In  esso  egli  attribuiva  a  questa  zecca 
un  tornese  unico  della  collezione  di  S.  M.  il  Re.  Il  cav.  Ca- 
giati,  accettando  tale  attribuzione,  ci  dà  la  descrizione  e  il 
disegno  di  questa  moneta. 

Tocco.  A  questa  zecca  fu  assegnato  da  A.  Sambon  un 
tornese  di  Ladislao  colla  leggenda  IN  TOCCHO,  contraria- 
riamente  all'opinione  dello  Schlumberger  e  del  De  Petra, 
che  vi  avevano  data  diversa  «ttribuzione. 

Quanto  alla  zecca  di  Torre  del  Greco  l'A.  ne  parla  a 
lungo  concludendo  che  "  il  tradizionale  equivoco  sulla  zecca 
"  di  Torre  del  Greco  nel  1622  va  corretto  ;  che  i  documenti 
"  finora  pubblicati  dal  Prota,  mentre  accennano  all'esistenza 
"  di  un'officina  monetaria  in  Torre  dell'Annunziata,  ci  dicono 
"  che  essa  battè  moneta  all'  ingegno,  o,  a  quanto  dire,  con 
'*  i  nuovi  bilancieri  venuti  dalla  Germania  ;  che  queste  mo- 
"  nete  zeccate  all'  ingegno  non  sono  quelle  del  1622,  ma 
"  specie  di  prove,  di  cui  il  Prota  ed  altri  nostri  egregi  cul- 
"  tori  di  numismatica  daranno  a  suo  tempo  ragguagli  „. 

In  appendice  a  questa  seconda  parte  il  eh.  A.  ha  ag- 
giunto le  così  dette  monete  di  Orbetello,  ossia  quelle  coniate 
a  Napoh  per  i  Reali  Presidii  dà  Ferdinando  IV,  re  di  Na- 
poli ;  le  tre  interessanti  e  rarissime  monete  d'argento  (due 
scudi  e  un  mezzo  scudo)  fatte  coniare  a  Roma  dallo  stesso 
re  Ferdinando  nel  1800  durante  la  sua  provvisoria  occupa- 
zione di  quella  città,  e  finalmente  una  contraffazione  del 
pezzo  da  io  tornesi  di  Napoli  colla  data  1859,  battuta  a  Roma, 
da  Ferdinando  II  Borbone,  nel  tempo  in  cui  egli  "  ospite 
*  del  Pontefice,  sperava  ancora  di  poter  ritornare  nel  per- 
"  duto  regno,  ed  aveva  ingente  bisogno  di  numerario  „. 

E.  G. 


Donati  (Giovanni).  Dizionario  dei  Motti  e  Leggende  delle 
monete  italiane,  pubblicazione  fatta  a  cura  del  Circolo 
Numismatico  Milanese,  con  prefazione  di  Serafino  Ricci. 
Milano,  Crespi,  1916,  voi.  di  pag.  VIII-90.  Estratto  dal 
Bollettino  ital.  di  numismatica  e  di  arte  della  medaglia. 

Il  volume,  che   qui    presentiamo    al    pubblico,    è   uscito 
quest'anno,  ma  i  lettori  del  Bollettino  del  Circolo  Numisma- 


BIBLIOGRAFIA  I49 


tico  Milanese  lo  conoscevano  da  tempo,  perchè  per  vari 
anni  consecutivi  apparve  sulle  puntate  del  Bollettino,  e  si  te- 
meva anzi  di  non  vederlo  in  volume.  Quantunque  questo  nella 
sua  prima  edizione  non  si  presenti  esente  da  mende  di  com- 
pilazione e  di  tipografia,  è  certamente  una  raccolta  molto 
utile,  tanto  per  il  numismatico  studioso,  quanto  per  il  colle- 
zionista di  monete  medioevali  e  moderne  italiane,  e  riesce 
complemento  all'opera  iniziata  dal  Bazzi-Santoni  e  dall'Am- 
brosoli  anni  fa,  e  non  mai  compiuta  in  modo  esauriente. 

Giovanni  Donati  volle  preporvi  un'avvertenza  prelimi- 
nare, nella  quale  acutamente  prospetta  l'utilità  di  una  tale 
opera,  anche  in  un  ordine  più  elevato  di  studi,  cioè  nel  campo 
delle  considerazioni  filosofiche,  religiose,  economiche  della 
storia  d'Italia,  nelle  quali  lo  spirito,  l'uso,  la  forma  rara  o 
ripetuta  di  un  certo  motto,  di  una  certa  leggenda,  in  una 
data  serie  di  monete  italiane,  oppure  sulle  monete  di  una 
data  città,  o  su  un  certo  gruppo  costante  di  zecche  italiane, 
possono  dare  origine  a  deduzioni  e  a  induzioni  abbastanza 
apprezzabili  per  gli  studi  storici  ed  economici. 

"  Illustrare  storicamente  —  scrive  il  Donati  —  la  scelta 
dei  motti  e  delle  leggende  sarebbe  invero  argomento  di 
studio  e  di  erudite  ricerche,  con  risultato  apprezzabile  circa 
l'indole  e  lo  spirito  dei  personaggi  e  dei  tempi. 

"  Se  infatti  molto  spesso,  come  nelle  monete  dei  papi, 
il  motto  è  semplice  e  solenne  affermazione  di  fede  (col  ri- 
portare le  parole  dei  sacri  testi,  o  coll'esprimere  qualche 
concetto  morale),  avviene  pure  che  l'impresa  venga  assunta, 
quasi  direi  inalterata,  come  affermazione  di  personalità,  e 
documento  di  fatti  ed  episodi  che  si  vollero  perpetuare  nella 
storia.  Ecco  il  vero  campo  alla  erudizione  :  ecco  un  lavoro 
ulteriore  possibile  ;  non  quello  che  volli  fare  „. 

E  qui  il  Donati  spiega  il  suo  scopo  molto  più  modesto, 
ma  non  meno  utile,  quando  il  Dizionario  dei  motti  e  delle 
leggende  sia  compilato  senza  errori  od  omissioni,  e  col  con- 
trollo costante  delle  monete,  alla  cui  fonte  occorre  che  lo 
studioso  volta  per  volta  risalga. 

Neil'  introduzione    che    il    prof.    Ricci   premette  al  testo 

prima  di  licenziare  il  Dizionario  dei  Motti  e  Leggende  delle 

monete  italiane  alla  stampa  e  al  pubblico  „,  egli  dice  candida- 


150  BIBLIOGRAFIA 


mente  che  la  perfezione  non  è  raggiunta  in  questa  prima 
edizione  né  nella  sostanza,  né  nella  forma.  E  lealmente  ac- 
cenna ai  difetti,  giustificandoli  caso  per  caso,  ma  prevenen- 
doli, affinché  altri  non  li  facciano  rilevare  per  conto  loro. 
Prendendo  atto  di  questa  dichiarazione,  la  Rivista  non  può 
chiudere  questa  recensione  che  con  la  speranza  e  l'augurio 
che  lo  stesso  prof.  Ricci  esprime,  offrendo  al  pubblico  il 
primo  tentativo  del  Dizionario  : 

"  Non  solo  io,  ma  tutta  la  Presidenza  e  il  Consiglio 
Direttivo  del  Circolo  Numismatico  Milanese  ci  auguriamo 
una  cosa  sola  :  che  tutti  i  soci  e  gli  abbonati,  e  anche  i  non 
soci  e  i  non  abbonati  che  si  occupano  di  numismatica  ita- 
liana, acquistino  tosto  con  animo  indulgente  questa  prima 
edizione,  quantunque  si  trovi  in  condizioni  poco  presentabili, 
affinché  il  loro  acquisto  renda  possibile  due  cose  :  al  Circolo 
di  preparare,  sùbito  dopo,  la  seconda  edizione  riordinata  e 
corretta,  a  Loro  personalmente  di  correggere  gli  errori  di 
fatto  e  le  sviste  tipografiche  non  solo,  ma  di  aggiungere 
anche  le  eventuali  leggende  e  gli  eventuali  motti  che  tro- 
vassero dimenticati  „. 

La  Direzione. 

Corpus  Nummorum  Italicorum.  È  uscito  in  questi  giorni 
il  VII  volume  della  splendida  opera  del  nostro  Augusto  So- 
vrano. Il  volume  (di  584  pagine  con  20  tavole)  illustra  la 
prima  parte  della  Zecca  di  Venezia,  dai  suoi  primordi  fino 
al  doge  Marino  Gr intani  (1595- 1605).  Ne  diamo  per  ora  il 
semplice  annuncio,  riservandoci  di  parlarne  diffusamente  in 
seguito. 


VARIETÀ 


La  medaglia  della  Redenzione  Italica.  —  A  perpe- 
tuare il  ricordo  della  quarta  guerra  dell'indipendenza  italiana 
e  della  nuova  gloria  delia  più  grande  Italia,  raggiunta  con 
la  redenzione  di  Trento  e  di  Trieste,  lo  stabilimento  Stefano 
Johnson  di  Milano  coniò  recentemente  una  bella  medaglia, 
modellata  dallo  scultore  triestino  cav,  Giovanni  Marin,  i  cui 
primi  esemplari  furono  presentati  a  S.  M.  il  Re,  al  Gene- 
rale Cadorna,  al  Ministro  Salandra  e  al  Ministro  Barzilai  dalla 
Associazione  Trento  e  Trieste  di  Milano,  quando  egli  parlò 
al  Conservatorio  per  il  prestito  nazionale. 

Eccone  brevemente  la  descrizione  : 


Diametro,  mill.  80. 
^  —  Campeggia,  nel  centro,  l' eroe  italiano,  volto    verso 
destra,  che  fiacca  il  tiranno,  comprimendolo  a  terra 


152  VARIETÀ 

con  il  ginocchio  e  con  il  braccio  sinistro,  strap- 
patagli col  destro  l'alabarda  di  Trieste.  Lo  scul- 
tore avvolge  entrambi  i  combattenti  in  un  drappo 
che,  spiegandosi  a  forma  di  grande  S>  pare  indichi 
la  dinastia  dei  Savoia,  che  abbraccia  nel  suo  do- 
minio Trieste  redenta.  Nello  sfondo  il  golfo  di 
Trieste  con  la  Penisola  dell'Istria.  Intorno,  a  cer- 
chio, la  leggenda  scultorea  nella  sua  classica  bre- 
vità IMMORTALE  •  ODIVM  NVMQVAM  •  SANABILE  • 
VVLNVS  • 


51I  —  Entro  una  grande  corona  di  quercia,  chiusa  in  basso 
da  una  targa  romana  coi  numeri  degli  anni  sto- 
rici di  questa  guerra  MCMXV  —  MCMXVI,  domina 
un'aquila  romana,  col  capo  volto  a  destra,  posata 
su  una  roccia,  che  ha  dintorno  gli  stemmi  delle 
provincia  redente  all'Italia.  Essa  protegge  con  le 
grandi  ali  raccolte  questi  stemmi,  e  soprattutto  sul 
dinanzi  quelli  di  Trento  e  di  Trieste.  Nello  sfondo, 
dal  lato  di  Trento  si  delineano  le  cime  rocciose, 
dal  lato  di  Trieste  se  ne  stende  lontanando  il  golfo. 


VARIETÀ  153 

La  medaglia,  specialmente  sul  diritto,  pel  quale  l'artista 
non  fu  inceppato  dalle  figurazioni  araldiche,  e  potè  dare 
slancio  alla  fantasia  e  al  sentimento  patriottico,  si  presenta 
una  forte  opera  d'arte,  alla  quale  aggiunsero  vigoria  l'alto 
rilievo,  uscente  libero  dal  cerchio,  e  la  figura  quasi  diviniz- 
zata dell'eroe,  che  si  protende,  nella  bella  nudità  classica 
degli  eroi  greci  e  romani,  contro  l'eterno  oppressore.  Questi 
è  ormai  ridotto  all'  impotenza,  quantunque  sia  armato  degli 
strumenti  della  tortura,  coi  quali  per  tanto  tempo  martoriò 
i  nostri  infelici  fratelli  di  stirpe,  di  gloria  e  di  dolore. 

Non  si  può  osservare  senza  commozione  questa  nuova 
opera  dello  Stabilimento  Johnson.  Esso  non  lascia  passare 
alcun  avvenimento  importante  che  non  lo  rievochi  con  qual- 
che durevole  contributo  alla  medaglistica  nazionale.  E  noi 
gli  siamo  questa  volta  doppiamente  grati,  perchè  la  sua  me- 
daglia è  per  sé  stessa  il  più  fervido  augurio,  la  più  ferma 
promessa  per  la  prossima  completa  liberazione  delle  terre 
irredente  dall'odiato  giogo  straniero.  E  un  atto  di  coraggio 
e  di  fede. 

S.  Ricci. 


La  vendita  Ratti  e  la  Collezione  sfragistica  al 
Museo  Municipale  di  Milano.  —  Durante  la  seconda  metà 
dello  scorso  marzo  ebbe  luogo  a  Milano,  nelle  sale  del  Cova, 
la  vendita  della  collezione  del  fu  dott.  Luigi  Ratti,  costituita 
da  stampe,  libri,  oggetti  d'arte,  documenti,  sigilli,  monete  e 
medaglie  riferentisi  all'epoca  napoleonica  e  specialmente  alla 
città  di  Milano  e  alla  Lombardia. 

La  parte  più  completa  della  collezione  era  la  serie  dei 
sigilli,  dalla  dominazione  spagnuola  venendo  fino  all'austriaca; 
ma  la  bella  serie  di  circa  800  pezzi,  subendo  la  sorte  co- 
mune di  tutto  il  resto,  andò  frazionata  nei  giorni  della  ven- 
dita fra  numerosi  acquirenti,  sebbene  tanto  la  Commissione 
quanto  il  Conservatore  del  Castello,  non  avessero  trascurato 
di  tentare  in  precedenza  di  assicurare  al  Comune  l' intera 
collezione.  Le  trattative  abortirono  e  si  dovette  addivenire 
all'asta  pubblica,  nella  quale  la  gara  si   svolse    specialmente 

20 


451  VARIETÀ 

per  talune  serie  di  sigilli,  concorrendovi  anche  il  Governo 
nell'intento  di  contestare  il  disperdimento  fra  i  privati. 

Per  accordi  intervenuti  a  mezzo  del  Conservatore,  oggi 
si  può  dire  che  la  raccolta  dei  sigilli  sia  assicurata  nella  sua 
quasi  totalità  al  Comune,  essendovi  stata  destinata  in  buona 
parte  il  fondo  del  lascito  Galeazzo  Visconti,  per  incremento 
dei  Musei  d'Arte.  Con  ciò  si  può  affermare  fondato  il  museo 
sfragistico  milanese,  e,  intorno  a  questo  robusto  primo  nu- 
cleo, sarebbe  bene  che  venissero  a  riunirsi  gli  esemplari  che 
tutt'ora  si  trovassero  vaganti,  senza  scopo,  presso  i  privati. 
Coloro  fra  questi  che  fossero  possessori  di  qualche  esem- 
plare di  sigilli,  riguardanti  Milano  e  la  Lombardia,  qualunque 
ne  sia  l'epoca,  dovrebbero  affrettarsi  a  offrirlo  alla  nuova 
collezione  sfragistica  del  Castello.  Un  esemplare  isolato  o 
pochi  esemplari  non  hanno  che  un  piccolissimo  interesse  ; 
ma  ne  acquistano  invece  uno  grandissimo,  riuniti  in  un  tutto 
organico,  come  è  quello  che  costituisce  già  oggi  il  nuovo 
museo.  Possiamo  anzi  già  affermare  che  qualche  privato  ha 
sentito  il  dovere  di  offrire  qualche  pezzo  che  conservava 
in  famiglia. 

Sarebbe  desiderabile  che  tale  buon  esempio  avesse  molti 
imitatori. 

La  Direzione. 


II  commiato  dal  [pubblico  del  ''  Supplemento  al- 
l'opera :  Le  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie  „  di 
Memmo  Cagiati  (i).  —  L'ultimo  fascicolo  di  questa  interes- 
sante pubblicazione,  che  ha  il  vanto  non  solo  d'aver  conte- 
nuto quelle  correzioni  ed  aggiunte  ai  fascicoli  dell'opera  : 
Le  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie  da  Carlo  I  d'Angiò  a 
Vittorio  Emanuele  IL  che  poi  troveranno  posto  in  uno  spe- 
ciale volume,  ma  di  essere  stata  la  squilla  di  incitamento  ai 
collezionisti,  ricercatori,  numismatici  e  storici  dell'  Italia  Me- 


(i)  Anno  V,  nn.  3-4,  Napoli,  luglio-dicembre  1915,  del  Supplemento 
all'opera  "  Le  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie  da  Carlo  I  d'Angiò  a 
Vittorio  Emanuele  li  ^  a  cura  dell'autore  Memmo  Cagiati. 


VARUETÀ  155 

ridionale  per  collegarsi  a  un  lavoro  di  ricerca  utile  e  lode- 
vole, contiene  un  gentile  commiato  del  Consigliere  Delegato 
del  Circolo  Numismatico  Napoletano,  nella  sua  qualità  di 
fondatore  e  direttore  del  Supplemento  stesso. 

Partendo  dal  concetto,  ormai  riconosciuto  da  tutti,  che  il 
maggior  merito  della  pubblicazione  del  Cagiati  è  stato  quello 
di  riunire  in  una  associazione  seria  e  fiorente,  quale  è  il  Cir- 
colo numismatico  napoletano,  i  cultori  di  studii  numismatici 
d'ogni  parte  d' Italia,  il  Cagiati  riporta  per  intero  la  delibe- 
razione del  Consiglio  Direttivo  stesso  del  Circolo,  come  è 
stata  determinata  nel  processo  verbale  della  seduta  consi- 
gliare del  5  ottobre  scorso  :  *   Il  Consiglio,  ad  unanimità  di 

*  voti,  delibera  la  pubblicazione  trimestrale  del  Bollettino 
"  del  Circolo  Numismatico  Napoletano  affidato  alle  cure  ed 
"  alla  responsabilità  dell'Ufficio  di  Presidenza,  che  ne  assu- 
"  mera  la  Direzione  e  l'Amministrazione.  Plaude  alla  pro- 
"  posta  del  Consigliere  Delegato,  sig.  Cagiati,  ed  alla  sua 
"  decisione  di  cedere  in  omaggio  all'Associazione,  specie 
"  quando  poteva  dal  suo  Periodico,  il  Supplemento^  ricavare 
"  onore  ed  utile  personale,  il  diritto  di  pubblicare  una  Ri- 
"  vista  numismatica  per  le  provincie  meridionali  d'Italia.  Sta- 
"  bilisce  che  il  Bollettino  del  Circolo  Numismatico  Napole- 
"  tano  sia  del  formato  e  del  tipo  del  Supplemento  all'opera 
"  del  Cagiati,  in  16  pagine  di  testo  con  illustrazioni,  coper- 
"  tina  a  parte,  stampato  in  quel  numero  di  copie  necessario 
"   per  essere  distribuito  gratuitamente  a  tutti  i  Soci  del  So- 

*  dalizio  dal  marzo  1916    (epoca    in    cui    sarà    pubblicato  il 
primo  numero)  ed  ai  non  soci  per  abbonamento  „. 

Mentre  a  Memmo  Cagiati  dà  tutto  il  suo  plauso,  la  So- 
cietà Numismatica  Italiana,  che  ha  l'onore  di  averlo  suo  Con- 
sigliere, augura  al  nuovo  Bollettino  il  miglior  successo,  come 
quello  che  riunisce  gli  sforzi  delle  altre  pubblicazioni  numi- 
smatiche italiane  in  una  sola  azione  nazionale,  dalle  Alpi  al 
mare,  per  tenere  alto  e  rispettato,  specialmente  in  faccia  allo 
straniero,  lo  studio  delle  nostre  discipline  numismatiche  e 
medaglistiche  nelle  tre  loro  massime  manifestazioni  :  le  pub- 
blicazioni delle  ricerche  o  scoperte  scientifiche,  i  cataloghi 
delle  collezioni  pubbliche  o  private,  gli  insegnamenti  per  for- 
mare nuovi  numismatici,  studiosi  e  collezionisti,  che  manten- 


156  VARIETÀ 

gano  la  nobile  tradizione  italiana  nel  nostro  campo  prediletto 
di  indagine  scientifica. 

Il  fascicolo  di  commiato  di  Memmo  Cagiati  contiene  un 
Indice  particolareggiato,  ordinato  per  nome  di  Autore,  di 
quanto  è  contenuto  nelle  cinque  annate  1911-15  del  Periodico 
Supplemento  all'opera:  "  Le  Monete  del  Reame  delle  Due  Si- 
cilie da  Carlo  I  d'Angiò  a  Vittorio  Emanuele  IL  Questo  in- 
dice è  seguito  da  un  secondo  dei  sommarli  di  ciascun  nu- 
mero per  le  cinque  annate  sopradette  del  Periodico  Supple- 
mento e  dall'elenco  delie  opere  numismatiche  di  Memmo  Ca- 
giati, fra  le  quali  primeggiano  le  Monete  del  Reame  delle 
Due  Sicilie  da  Carlo  I  d'Angiò  a  Vittorio  Emanuele  II,  edi- 
zione in  300  esemplari  numerati  e  firmati  dall'Autore,  divisa 
in  tre  grandi  parti,  di  cui  la  prima,  illustrante  la  Zecca  di 
Napoli,  la  seconda  illustranti  le  Zecche  minori  del  Reame  di 
Napoli  sono  già  pubblicate;  la  terza  parte,  comprendente  le 
Zecche  Siciliane,  è  in  corso  di  stampa. 

S.  Ricci. 


Riunione  delle  Collezioni  Numismatiche  di  Milano. 

—  Il  Consiglio  Comunale  di  Milano  approvò  definitivamente, 
in  prima  lettura,  nella  seduta  del  28  gennaio  e,  in  seconda, 
nella  seduta  del  25  febbraio,  la  Convenzione  col  Governo 
relativa  alla  riunione  delle  Collezioni  numismatiche,  quale 
l'abbiamo  data  nell'ultimo  fascicolo. 


Finito  di  stampare  il  15  aprile  1916. 
RoMANENGHi  Angelo  FRANCESCO,  Gerente  responsabile. 


FASCICOLO  IL 


APPUNTI  DI  NUMISMATICA  ROMANA 


CXI  e  CXII. 

LA  FAUNA   E  LA  FLORA 

NEI 

TIPI    MONETALI. 

(Continuazione  e  fine,  vedi  fase.  I,  1916,  pag.  11  a  83). 


PARTE  IL 
LA     FLORA. 

(Tav.  V  e  VI). 

La  Flora  seguì  immediatamente  la  Fauna  nei  tipi  delle 
più  antiche  monete.  Nel  primo  periodo  greco,  al  Toro,  al  Del- 
fino, alia  Civetta  vennero  subito  ad  aggiungersi  la  Spiga  di 
grano,  il  Grappolo  d'uva,  la  Palma,  la  Foglia  d'Acanto  e 
la  Rosa;  e  il  medesimo  fatto  si  veritìcò  nella  monetazione 
romana. 

La  serie  della  Flora  è  assai  meno  numerosa  di  quella 
della  Fauna  ;  ma  ciò  non  vuol  punto  significare  che  essa  sia 
meno  interessante. 

Come  nella  Fauna,  così  anche  nella  Flora,  varia  è  l'im- 
portanza dei  diversi  soggetti,  come  varia  è  la  loro  durata. 
Alcuni  non  sono  che  occasionali  e  passeggeri,  altri  accompa- 
gnano la  monetazione  romana  dalle  sue  origini  alla  sua  fine. 
La  Rosa,  il  Cipresso,  il  Fico,  il  Pino  non  vi  fanno  che  una 
rapida  apparizione  e  con  pochissimo  interesse,   mentre  l'Ai- 


i6o 


FR.  GNECCHI 


LA  FAUNA  E  LA  FLORA 


loro,  la  Quercia,  la  Palma  e  la  Spiga  di  grano  spiegano  la 
loro  lunghissima  vita  con  una  espressione  non  certo  minore 
dei  più  importanti  soggetti  della  Fauna.  La  loro  allegoria 
non  è  meno  significativa  e  il  loro  allacciamento  con  la  storia 
politico-sociale  non  è  meno  stretto  ed  è  altrettanto  continuo. 
Essi  pure  —  e  mettiamo  in  prima  linea  l'Alloro  e  il  Fru- 
mento, quello  per  la  parte  morale,  questo  per  la  parte  ma- 
teriale —  rappresentano  le  glorie  e  gli  interessi  più  impor- 
tanti del  popolo  e  dello  stato. 

Alcuni  soggetti  della  Flora,  come  parecchi  della  Fauna, 
sono  talora  rappresentati  quali  Tipi,  e  specialmente  l'Alloro, 
la  Spiga  di  grano,  la  Palma  e  la  Quercia  ;  ma  più  spesso 
ai  vegetali  tocca  una  posizione  meno  elevata,  non  essendo 
rappresentati  che  quali  attributi,  emblemi,  accessori!  o  sem- 
plicemente quale  ornamento,  sempre  però  con  un  significato 
allusivo. 

Al  pari  di  alcuni  soggetti  della  Fauna,  ne  troviamo  nella 
Flora  parecchi,  che  non  sono  esclusivi  della  monetazione  ro- 
mana; ma  che  riconoscono  la  loro  origine  nella  numismatica 
greca  ed  hanno  una  continuazione  nella  medioevale  italiana 
e  nella  moderna,  come  si  andrà  accennando  di  volta  in  volta. 

Discorrendo  della  Fauna,  abbiamo  notato  come  talora 
vi  hanno  differenze  di  significato  fra  l'uno  e  l'altro  sesso.  No- 
teremo ora  come  dei  vegetali,  talora  sia  il  solo  fiore  o  il  frutto 
che  viene  rappresentato,  talora  la  fogha,  la  fronda,  il  ramo 
o  anche  l'albero  intero. 

La  Flora  comprende  15  voci,  ossia  : 


Alloro 

Giunco 

Quercia 

Cipresso 

Loto 

Rosa 

Edera 

Palma 

Ulivo 

Fico 

Papavero 

Vite 

Frumento 

Pino 

Vegetali  diversi 

NEI    TIPI    MONETALI    ROMANI  l6l 


ALLORO. 

Il  caso  che,  alfabeticamente,  nel  nostro  idioma,  assegnò 
il  primo  posto  nella  Fauna  all'Aquila,  l'assegna  nella  Flora 
all'Alloro.  Come  l'Aquila  primeggia  fra  gli  animali,  il  Laurus 
nobilis  è  quello  fra  i  vegetali,  che  ha,  nella  tipologia  romana, 
se  non  il  posto  più  importante,  certamente  il  più  alto  e  più 
glorioso.  L'Aquila  e  l'Alloro,  indicati  in  origine  a  rappresen- 
tare la  vittoria,  la  potenza  e  la  gloria,  divennero  in  seguito 
gli  emblemi  più  chiari  e  più  caratteristici  della  divinità  dap- 
prima, poi   del  potere  e  della  dignità  imperiale. 

Dell'Alloro  sono  rappresentati  nelle  monete  il  ramo  e 
la  corona,  più  raramente,  l'albero. 

Troviamo  il  ramo  la  prima  volta  accanto  alla  sedia  cu- 
rule,  nel  denario  di  Q.  Pompeo  Rufo,  58  a.  C,  e  una  se- 
conda, accanto  alla  Lira,  nel  denario  di  Q.  Cepione  Bruto, 
44-43  a.  C.  Due  festoni  di  lauro  ornano  la  vera  di  pozzo  di 
L.  Scribonio  Libo,  54  a.  C.  Due  rami  d'alloro  pendono  dal 
tripode  nell'aureo  di  C.  Cassio  Longino,  42  a.  C.  e  due  rami 
d'alloro  troviamo  pure  nell'aureo  di  P.  Licinio  Stolo,  17  a.  C. 
(Grueber,  11,  81),  fiancheggianti  le  insegne  pontificali. 

Con  Augusto  il  ramo  d'alloro  fa  la  sua  più  larga  appa- 
rizione. Nell'aureo  di  Caninio  Gallo  due  rami  fiancheggiano 
una  porta,  che  dovrebbe  essere  quella  del  palazzo  imperiale. 
E  i  due  rami  troviamo  ancora  in  aurei  e  denarii  dello  stesso 
Augusto.  In  un  primo  tipo  (Coh.,  47-48)  l'effige  anepigrafa 
dell'  imperatore  è  fregiata  della  corona  civica,  e,  alla  corona 
imperiale,  pare  suppliscano  i  due  rami  d'alloro  che  stanno 
al  rovescio,  con  la  leggenda  CAESAR  AVGVSTVS.  In  altro  tipo 
(Coh.,  50  a  53)  i  due  rami  d'alloro  sono  posti  ai  lati  dello  scudo 
votivo.  In  un  terzo  la  moneta  è  senza  effigie  (Coh.,  206  a  208). 
Il  rovescio  è  dedicalo  alla  corona  civica,  con  la  solita  leg- 
genda GB  CIVIS  SERVATOS.  e,  al  diritto  i  due  lauri,  con  la 
leggenda  CAESAR  AVGVSTVS,  oltre  che  a  commemorare  le 
due  vittorie  di  Tiberio  in  Pannonia  e  di  Druso  in  Germania, 
stanno  a  sostituire  l'effigie  imperiale. 

In  tutti  i  sesterzii  poi  coniati    dai    monetarii  d'Augusto, 


l62  FR.    GNECCHI    —   LA    FAUNA    E    LA    FLORA 

recanti  la  corona  civica  (vedi  Quercia),  questa  è  sempre  fian- 
cheggiata dai  due  rami  d'alloro. 

I  due  rami  d'alloro  d'Augusto  vennero  riprodotti  da 
Vespasiano  (Coh.,  109-110)  e  da  Tito  (Coh.,  47)  nell'occasione 
del  centenario  già  piii  volte  citato  a  diverse  voci  della  Fauna. 
Dopo  questi  e,  dopo  alcuni  piccoli  bronzi  di  Domiziano 
(Coh.,  525  a  529),  rappresentanti  un  Corvo  poggiato  su  di  un 
ramo  di  lauro,  in  alcuni  dei  quali  (Coh.,  526  a  528),  un  ramo 
d'Alloro  figura  pure  al  diritto  della  moneta,  come  simbolo 
di  gloria,  davanti  alla  testa  d'Apollo,  esso  non  appare  più 
che  quale  simbolo  di  vittoria,  nelle  mani  dell'Imperatore,  del 
Senato,  o  di  qualche  divinità. 

E  veniamo  alla  Corona,  il  simbolo  che,  sempre  nel  si- 
gnificato del  massimo  potere,  accompagna  tutta  la  moneta- 
zione romana  dalla  sua  aurora  al  suo  tramonto  e  che  cronolo- 
gicamente ci  si  presenta  prima  del  ramo  e  prima  dell'albero. 

La  testa  di  Giove  è  coronata  d'alloro  nel  semisse  della 
monetazione  pesante  e  lo  è  sempre  in  seguito,  ogni  volta 
che  viene  riprodotta  nelle  monete  della  Repubblica,  come 
lo  sono  quelle  di  Giano,  di  Saturno,  d'Apollo. 

La  corona  d'alloro  figura  pure  in  diversi  altri  modi  in 
molte  monete  d'ogni  metallo.  Già,  durante  la  Repubblica,  la 
troviamo  dapprima  come  simbolo  in  monete  anonime,  poi  in 
quelle  delle  famiglie  Acilia,  Aelia,  Aemilia,  Antonia,  Arria, 
Aurelia,  Caecilia,  Carisia,  Cornelia,  Fabia,  Fonteia,  Hosidia, 
lulia,  Lucilia,  Manlia,  Plaetoria,  Valeria,  Vibia,  talora  esposta 
veramente  quale  Tipo,  talora  circondante  l'effigie  del  diritto 
oppure  la  rappresentazione  o  la  leggenda  del  rovescio. 

Ciò  avviene  più  raramente  durante  l' impero,  ove  però 
i  voti:  VOTA  o  VOTIS  X,  XV,  XX.  SIC  XX,  SIC  XXX,  ecc.,  o 
altre  leggende  importanti  sono  iscritte  in  una  corona  laurea. 

La  corona  d'Alloro  è  l'attributo  più  espressivo  e  più 
costante  della  Vittoria  e  talvolta  anzi  la  sostituisce  e  la  rap- 
presenta, come  ne  abbiamo  un  esempio  nei  bronzi  di  Nerone, 
nei  quali  il  tipo  di  Roma  è  abbondantemente  rappresentato. 
Nel  sesterzio  la  dea  Roma  regge  una  piccola  Vittoria,  mentre 
nei  moduli  minori,  a  questa  è  sostituita  la  semplice  corona. 

Come  attributo  della  Vittoria,  essa  ha  una  rappresenta- 
zione estremamente  numerosa. 


NEI   TIPI  MONETALI  ROMANI  163 

La  troviamo  per  la  prima  volta  accoppiata  alla  Palma  nella 
dramma  della  Campania,  e  da  allora  possiamo  dire  d'avere 
un  seguito  ininterrotto  di  Vittorie  e  quindi  di  corone  sulle 
monete  di  ogni  magistrato  monetario  e  d'ogni  imperatore. 
La  Vittoria  non  cessa  di  reggere  la  corona,  se  non  quando 
cessa  d'avere  significato  e  l'Alloro  scompare  contempora- 
neamente all'Aquila,  ai  tempi  della  decadenza. 

Ma  l'ufficio  più  alto  e  più  glorioso  delia  corona  d'Al- 
loro è  quello  che  essa  compie  quale  ornamento  delle  effigi 
imperiali. 

Col  principio  dell'impero,  con  l'assunzione  del  principe 
a  una  dignità  semidivina,  che  permetteva  di  dedicargli  un 
culto,  come  testificano  le  monete,  nelle  quali  è  rappresentato 
il  tempio  a  Roma  e  ad  Augusto  —  ROìH{ae)  ET  hW(r{usio)  — 
la  corona  d'Alloro  passa  dal  capo  di  Giove,  d'Apollo  o  d'al- 
tra divinità  a  quello  dell'Imperatore  romano.  Essa  non  è  più 
un  semplice  segno  di  Vittoria,  ma  riassume  il  significato  del 
potere  imperiale,  e  il  suo  posto  non  è  più  solamente  al  ro- 
vescio delle  monete,  sia  pure  quale  Tipo;  ma  al  diritto  ove, 
quale  marchio  del  supremo  potere,  cinge  il  capo  dell*  impe- 
ratore. 

Il  Tipo  che  consacra  questo  fatto  l'abbiamo  in  alcuni 
bronzi  d'Augusto,  coniati  dai  suoi  monetarii  P.  Lucio  Agrippa 
e  Salvio  Ottone,  in  cui  si  vede,  dietro  al  capo  dell'  impera- 
tore, una  piccola  Vittoria  che  gli  sta  allacciando  la  corona 
(Coh.,  447,  517  a  519). 

Non  sono  che  i  pochi  principi  abusivi,  i  tiranni,  che  non 
osarono  assumere  la  corona  di  lauro,  come  Pacaziano,  Gio- 
tapiano.  Marino,  Regaliano,  Mario,  Vaballato. 

Tutti  i  veri  imperatori  la  portarono  e  non  venne  abban- 
donata, se  non  quando  gli  imperatori  decadenti,  vedendosi 
sfuggire  di  mano  il  potere  reale,  non  trovarono  di  meglio 
che  accontentarsi  delle  apparenze.  E,  come,  avendo  perduto 
l'arte  dei  bei  medaglioni  di  bronzo,  credettero  supplirvi  col 
valore  intrinseco  del  metallo,  coniandone  dei  miserevoli  in 
oro,  alla  semplicità  della  verde  corona  d'alloro,  sostituirono 
uno  sfarzoso  diadema  di  pietre  preziose. 

La  corona  d'alloro  non  è  certamente  ornamento  fem- 
minile. Assai  meglio  alla  donna  si  adatta  il  filo  di  perle  o  il 


164  FR.    GNFXCHI    —    LA    FAUNA    E    LA   FLORA 

diadema  ;  ma  però   ne    troviamo    qualche    volta    eccezional- 
mente ornata  la  testa  di  Sabina  (Coh.,  19,  20,  92). 

Non  occorre  quasi  accennare  come  l'Alloro  a  guisa  del- 
l'Aquila, abbia  perdurato,  senza  interruzione,  a  occupare  un 
posto  eminente  nella  numismatica  medioevale  e  nella  moderna. 

L'albero  figura  ancora  talvolta  come  Tipo  e  citerò  il 
testone  di  Francesco  II  Sforza  per  Milano  col  vecchio  Alloro 
che  non  cede  all'imperversare  del  vento  NEC  SORTE  NEC 
FATO. 

Il  ramo  lo  vediamo  innumerevoli  volte  sporgere  dalle 
corone  gentilizie,  reali  o  imperiali,  oppure  dagli  stemmi, 
frammisto  ad  altro  di  Palma  o  d'Ulivo. 

E  così  pure  è  grandissimo  il  numero  delle  teste  di  re- 
gnanti cinte  di  corona  laurea,  la  quale  passò  coi  tempi  da 
Augusto  a  Carlo  Magno,  a  Carlo  V  e  a  Napoleone. 

La  corona  d'alloro  figura  sempre,  anche  al  giorno  d'oggi 
in  un  sì  gran  numero  di  monete  e  di  medaglie,  che  non  è  il 
caso  di  fare  citazioni. 

CIPRESSO. 

Eliogabalo  teneva  come  albero  sacro  il  Cipresso,  e  ap- 
punto di  tale  albero  può  interpretarsi  il  ramo  che  talvolta 
tiene  nella  destra  (Coh.,  213). 

EDERA. 

La  Vite  e  l'Edera  sono  le  due  piante  sacre  al  dio  del- 
l'ebbrezza e  della  giocondità.  11  perchè  della  prima  non  abbi- 
sogna di  spiegazione;  ma,  siccome  di  questa  era  facile  l'abuso, 
la  seconda  serviva  di  antidoto,  volendo  la  fama  che  fosse 
un  calmante  ai  soverchi  ardori  provocati  dal  bacchico  liquore. 
Oltre  a  ciò,  l'Edera,  come  arbusto  sempre  verde,  simboleg- 
giava la  perpetua  giovinezza.  E  per  l'uno  e  per  l'altro  mo- 
tivo, la  troviamo  sempre  collegata  a  Bacco  e  a*  suoi  seguaci, 
più  ancora  che  non  la  Vite.  D'Edera  è  quasi  sempre  coronata 
la  testa  di  Bacco,  di  Sileno  il  suo  educatore,  di  Libera  e  di 
Feronia.  La  più  antica   testa    di    Bacco   coronata   d'Edera  è 


Mei  tipi  monetali  romani  165 


quella  che  ci  presenta  il  bes  di  C.  Cassio  Longino,  109  a.  C.  ; 
riprodotta  in  seguito  nei  quinarii  di  M.  Porcio  Catone,  loi 
a.  C,  nel  denario  di  Q.  Tizio,  90  a.  C,  in  quello  di  M.  Vol- 
tejo,  88  a.  C.  e  di  C.  Vibio,  43  a.  C. 

L.  Cassio,  79  a.  C,  ha  un  denario  con  la  testa  del  Li- 
bero Padre  da  un  Iato,  coronato  d'Edera  e  quella  di  Libera 
dall'altro,  coronata  di  pampini  ;  C.  Vibio  Pansa,  90  a.  C,  ci 
offre,  oltre  alla  testa  di  Bacco,  quella  di  Silene,  pure  coro- 
nata d'Edera. 

E  arrivianjo  ai  cistofori  di  Marc'Antonio,  in  cui  l'Edera 
cinge  la  testa  imperiale,  oppure,  mista  a  grappoli  d'uva  corre 
tutto  air  ingiro  della  rappresentazione  del  rovesciò  (Coh.,  i). 

Nelle  monete  imperiali  bisognerebbe  seguire  tutte  le  rap- 
presentazioni bacchiche,  per  intravvedere  nelle  minutissime 
proporzioni  l'Edera  che  circonda  il  capo  di  Bacco,  o  che  si 
intreccia  sul  suo  tirso,  talvolta  frammista  ai  pampini. 

Una  sola  volta,  a  mia  cognizione,  è  rappresentata  la 
testa  di  Bacco  nel  campo  della  moneta  ed  è  nel  rarissimo 
antoniniano  di  Gallieno  dal  rovescio  CONSERVATOR  EXERC 
(Coh.,  139  (i))  ed  è  in  questa  sola  che  possiamo  chiaramente 
discernere  le  foglie  d'edera  che  ne  costituiscono   la  corona. 

FICO. 

Non  entra  nella  numismatica  romana  che  il  Fico  Rumi- 
nale e  che  forse  meglio  si  direbbe  Romilare,  —  quello  cioè 
sotto  cui  la  leggenda  racconta  che  il  Pastore  Faustolo  incontrò 
la  Lupa  allattante  i  Gemelli.  —  L'episodio  è  rappresentato 
dal  denario  già  descritto  nella  Fauna  {Lupa)  di  Sesto  Pompeo 
Faustolo,  129  a.  C,  e,  dopo  d'allora,  non  ritroviamo  più 
traccia  di  quest'albero. 

FRUMENTO. 

Il  Chicco  di  grano  e  la  Spiga  sono  gli  emblemi  della 
Fertilità  e  dell'Annona,  rappresentano  cioè  la  base  dell'ali- 
mentazione. Era  naturale  che  ne  dovesse  ben  presto  appro- 


(i)  Rettificato  nella  Rivista  Hai.  di  Nutn.,  1913.  V.  Franc.  Gnecchi, 
Bacco,  pag.  151  e  segg. 


l66  FR.  GNECCHI  —  LA  FAUNA  K    LA    FLORA 

fittare  la  monetazione  romana,  come  già  aveva  fatto  la  greca, 
specialmente  nelle  Provincie  dell'  Italia  Meridionale. 

Il  Chicco  di  grano  già  si  trova  in  parecchi  bronzi  italici 
primitivi  del  Lazio  e  dell'Italia  Centrale,  e  già  la  Spiga  fi- 
gura nell'oncia  di  Lucerà  e  in  un  rarissimo  bronzo  quadri 
latero. 

In  seguito,  il  Chicco  fu  abbandonato  e  la  Spiga  prese 
il  sopravvento.  Essa  figura  nel  quadrante  della  Campania 
e  in  alcune  monete  anonime,  certamente  nel  significato  di 
fertilità  dei  campi,  come  la  vediamo  in  seguito  formare  la 
corona  di  Cerere  in  denarii  di  C.  Cassio  Ceiciano,  90 
a.  C,  M.  Fannio  e  L.  Critonio,  89  a.  C. ,  di  L.  Furio 
Brocco,  53  a.  C,  di  Q.  Cornuficio,  46  a.  Ce  nell'aureo 
di  Mussidio  Longo,  43-42  a.  C.  Anzi  in  quest'ultimo,  non 
solo  forma  l'ornamento  del  capo  di  Cerere;  ma  è  ripetuta 
quale  Tipo  monetale  nel  rovescio,  come  lo  è  pure  in  un 
denario  di  Q.  Fabio  M.  Eburneo,  123  a.  C,  e  in  altro  di 
Postumio  Albino,  4342  a.  C. 

Ma,  durante  la  repubblica  e  anche  durante  l' impero,  la 
Spiga  che  appare  sovente,  dapprima  isolata  nel  campo  della 
moneta,  poi  sporgente  dal  modio,  o  quale  attributo  e  orna- 
mento di  Cerere,  più  che  la  fertilità  della  terra,  era  dedicala 
a  significare  l'Annona  o  l'approvigionamento  dello  Stato,  e 
quasi  sempre  rammenta  e  glorifica  i  fatti  che  vi  riferiscono. 

C.  Minucio  Augurino,  129  a.  C.,  ad  esempio,  rappresen- 
tando nel  suo  denario  il  monumento  eretto  tre  secoli  avanti 
al  Console  L.  Minucio,  vi  pianta  due  Spighe  allato,  onde  ri- 
cordare come  quel  monumento  fosse  stato  la  ricompensa  per 
l'approvigionamento  di  Roma. 

M.  Marcio,  119  a.  C,  mette  nel  suo  denario  le  Spighe 
per  glorificare  il  padre,  che  aveva  saputo  fornire  a  Roma  il 
frumento  al  prezzo  infimo  di  un  asse  per  misura. 

C.  Norbano,  84  a.  C,  pure  volle  glorificare  il  padre, 
che,  durante  la  guerra  sociale,  seppe  così  bene  approvigio- 
nare  la  città  di  Reggio,  che  i  nemici  ne  dovettero  abbando- 
nare l'assedio. 

Fausto  Cornelio  Siila,  64  a.  C,  allude  colla  Spiga  al- 
l'approvigionamento  di  Roma  eseguito  da  Pompeo. 

E  altri  parecchi  magistrati  ricordano    col    simbolo  della 


NEI   TIPI    MONETALI   ROMANI  J67 

Spiga  le  cariche  di  edili,  come  T.  Vettio  Sabino,  69  a.  C, 
onorevolmente  sostenute  da  loro  stessi  o  da  qualche  loro 
antenato. 

La  Spiga  isolata  nel  campo  non  figura  che  eccezional- 
mente nelle  monete  imperiali,  come,  per  esempio,  due  Spighe 
stanno  davanti  all'effigie  della  Spagna  in  un  denario  auto- 
nomo di  Galba  (Coh.,  429). 

Tiberio,  in  un  raro  suo  bronzo  (Coh.,  io),  unisce  due 
Spighe  al  Caduceo,  per  indicare  il  connubio  del  Commercio 
e  dell'Agricoltura.  In  denarii  e  medii  bronzi  di  Vespasiano 
(Coh.,  163-4,  16970)  e  di  Tito  (Coh.,  87,  89,  90)  due  mani 
giunte  stringono  un  Caduceo  e  due  Spighe  con  la  leggenda 
FIDES  PVBLICA,  quasi  per  collocare  il  felice  connubio  sotto 
r  invocazione  della  pubblica  lealtà.  Il  medesimo  simbolo  è 
ripetuto  da  Antonino  Pio  (Coh.,  344,  833,  871  a  873,  920, 
1056),  quantunque  vi  manchi  la  leggenda. 

Quale  7  ipo  poi  figura  più  spesso  il  mazzo  di  Spighe, 
del  quale  Augusto  diede  il  primo  esempio  coi  suo  cistoforo, 
imitato  in  seguito  da  parecchi,  da  Nerva  fino  a  Giulia  Donina; 
oppure  il  canestro  di  Spighe,  di  cui  abbiamo  il  primo  esempio 
in  Domizia  (Coh.,  13  a  15),  seguito  poi  da  Pescennio  e  da 
Sett.  Severo  con  la  leggenda  FELICITAS  TEMPORVM. 

Di  Cerere,  sulle  monete  imperiali  non  è  più  rappresen- 
tata l'effigie,  ma  la  personificazione,  e  la  corona  di  Spighe 
dalla  testa  della  bionda  regina  dei  campi  passa  a  quella  di 
alcune  Auguste,  specialmente  votate  al  suo  culto. 

Livia,  che  apparteneva  a  questa  schiera,  non  è  coronata 
di  Spighe  che  nelle  sue  monete  coloniali  ;  ma,  ne!  seguito 
della  serie  romana,  abbiamo  Antonia  in  un  aureo  (Coh.,  i) 
e  in  un  denario  (Coh.,  2),  Agrippina  giovane  in  un  meda- 
glioncino  d'argento,  al  rovescio  di  Claudio  (Coh.,  3),  Domizia 
in  diversi  piccoli  bronzi  (Coh.,  13  a  18),  Sabina  in  bronzi 
(Coli.,  21  a  23,  41,  42,  61,  63),  in  denarii  (Coh.,  32,  44,  56), 
in  un  aureo  (Coh.,  28)  e  nell'unico  suo  medaglione  (Gn.   i). 

Qualcuno  credette  vedere  la  corona  di  Spighe  su  alcuni 
aurei  di  Gallieno,  fra  cui  quelli  dedicati  alla  dea  Galliena 
GALLIENÀE  AVGVSTAE  ;  ma  ormai  è  ammesso  che  si  tratta 
sempre  della  corona  di  Giunco.  Ved.  a  questa  voce. 

La  personificazione    di   Cerere    nelle    monete   impenali, 


l68  FR.  GNECCHI  —  LA  FAUNA  E  LA  FLORA 

tiene  ordinariamente  in  mano  due  o  tre  Spighe,  talvolta  due 
Spighe  e  un  Papavero  e  appare  in  un  numero  grandissimo 
di  monete,  incominciando  da  Giulio  Cesare,  proseguendo 
quasi  senza  interruzione,  fino  a  Caracalla  ;  alla  quale  epoca 
cessa,  per  non  riprendere  che  eccezionalmente  con  Claudio 
Gotico  (?)  e  Giuliano  IL 

Parecchie  volte  ancora  ricorre  la  Spiga  anche  in  mani 
diverse  da  quelle  di  Cerere,  come  per  esempio  in  quelle  di 
Livia  d' Augusto  poi  dell'Annona ,  dell'Abbondanza,  della 
Speranza,  di  Mercurio,  di  un  Genio,  di  qualche  Augusta.  Nei 
medaglioni  introdotti  da  Adriano  e  spesso  ripetuti  in  seguito 
col  tipo  delle  quattro  Stagioni,  rappresentate  da  quattro  put- 
tini,  nelle  mani  dell'Estate,  vediamo  costantemente  le  Spighe. 

Fino  dalla  repubblica  e  continuando  coll'impero,  la  Spiga 
è  adibita  a  indicare  in  modo  speciale  la  fertilità  dell'Africa 
e  ne  diviene  uno  degli  emblemi  ;  così  nel  denario  di  Q.  Me- 
tello Scipione  e  in  quello  del  legato  Eppio,  48-44  a.  C. 

Nelle  monete  imperiah,  quando  venne  introdotta  la  Per- 
sonificazione dell^Africa  e  specialmente  dell'Egitto,  vediamo 
la  Spiga  spuntare  dalla  terra,  nei  bronzi  di  Adriano  dalla 
leggenda  RESTITVTORI  AFRICAE,  oppure  sporgere  dal  cor- 
nucopia che  tiene  il  fiume  Nilo,  in  rappresentanza  dell'Egitto. 
Vedansi  le  numerose  monete  di  Adriano,  dalla  leggenda 
NILVS  (Coh.,  982  a  1002). 

L'Ippopotamo,  il  Coccodrillo  e  lo  Scorpione  non  sono 
che  gli  emblemi  puramente  geografici  dell'Egitto;  la  Spiga 
è  qualche  cosa  di  più,  accennando  alla  fecondità  del  suolo, 
e  pare  che  a  questo  significato  tendessero  in  modo  speciale 
le  rapprentazioni  di  quel  fertile  paese.  Io  credo  anzi  che 
tale  medesima  significazione  abbiano  i  piccoli  bambini  che 
talvolta  si  vedono  scherzare  intorno  al  colosso  del  vecchio 
Nilo.  Chi,  in  quei  bambini,  vuole  riconoscere  i  confluenti 
del  massimo  fiume  dell'Egitto,  non  riflette  che,  in  tal  caso, 
il  loro  numero  dovrebbe  essere  fisso  e  costante,  mentre  il 
numero  varia  da  uno  a  tre  nelle  monete,  e  diviene  assai  più 
considerevole  nelle  grandi  sculture.  Nel  più  splendido  esem- 
plare delle  rappresentazioni  del  Nilo,  che  si  conserva  nel 
Braccio  Nuovo  del  Vaticano,  il  numero  dei  bambini  scher- 
zanti e  saltellanti,  sale  a  sedici  ! 


NEI  TIPI  MONETALI   ROMANI  169 

D'altronde,  i  confluenti  del  Nilo  sono  tanto  lontani  dal- 
l'Egitto abitato  e  civile  d'allora,  che  assai  probabilmente  a 
quell'epoca  non  erano  conosciuti.  E  poi  ancora,  i  bambini 
sono  discendenti,  rappresentano  cioè  la  posterità  —  e  potreb- 
bero in  ogni  caso  alludere  alle  diramazioni  del  delta  — 
mentre  i  confluenti  sono,  se  vogliamo  così  chiamarli,  gli 
antenati  o  i  progenitori  del  fiume.  Mi  pare  quindi  più  ovvio 
e  piti  razionale  di  pareggiare  quei  pargoletti  alle  Spighe, 
riunendoli  a  queste  nella  significazione  della  fecondità  di 
quella  terra,  portata  appunto  dal  Nilo. 

Un'emblema  che  equivale  alla  Spiga  pel  significato  è  il 
modio.  La  sua  figurazione  come  Tipo,  già  iniziata  da  L.  Se- 
stio,  44-42  a.  C,  nel  suo  quinario  e  da  Livinejo  Regolo, 
43-42  a.  C,  nel  suo  denario,  prende  un  grandissimo  sviluppo 
durante  l'impero.  La  sua  più  importante  apparizione  quale 
Tipo,  l'abbiamo  in  un  sesterzio  di  Nerva  con  la  leggenda 
PLEBEI  VRBANAE  FRVMENTO  CONSTITVTO,  rammentando 
con  ciò  la  riorganizzazione  del  servizio  annonario  in  Roma. 

Il  modio,  da  cui  generalmente  emergono  alcune  Spighe 
e  spesso  anche  il  Papavero,  figura  ancora  qualche  volta 
come  Tipo  in  piccoli  bronzi  di  Claudio  (Coh.,  72  a  75),  di 
Adriano  (Coh.,  472)  e  in  monete  di  Antonino  Pio  (Coh.,  183, 
834,  874-75).  Più  spesso  lo  vediamo  quale  copricapo  del 
Genio  del  Popolo  romano  o  di  qualche  divinità  come  Iside, 
Serapide,  Plutone,  in  segno  di  ricchezza  e  di  abbondanza. 

Ma  la  sua  serie  più  grande  è  quella  che  accompagna  le 
Personificazioni  dell'Abbondanza  e  dell'Annona,  e  special- 
mente di  quest'ultima,  di  cui  diventa  l'attributo  indispensa- 
bile. L'Abbondanza  e  l'Annona  vengono  riprodotte  quasi 
ininterrottamente  sulle  monete  di  tutti  gli  imperatori,  da  Ne- 
rone fino  a  Gallieno,  ed  eccezionalmente  anche  più  in  là. 

L'Annona  poi,  il  vero  simbolo  dell'approvigionamento, 
non  ha  solo  il  modio  come  proprio  emblema;  ma  ne  pos- 
siede un  altro  molto  più  grandioso.  Assai  sovente,  al  se- 
condo piano  delle  monete  raffiguranti  l'Annona,  si  vede  spor- 
gere la  prora  di  una  nave,  la  quale,  in  questi  casi,  non  è 
l'espressione  della  forza  marinara  della  nazione;  in  senso 
bellico;  bensì  della  sua  flotta  mercantile,  adibita  in  modo 
speciale  al  rifornimento  dei  viveri. 


170  FR.    GNECCHI   —   LA    FAUNA    E    LA    FLORA 


Già  sotto  Nerone  troviamo  nella  sua  monetazione  colo- 
niale rappresentate  delle  navi  accompagnate  dalla  leggenda 
ADVENTVS  AVGVSTI  (Coh.,  403  a  409);  ma  venendo  alle  mo- 
nete di  Roma,  tutte  le  triremi  che  costituiscono  il  Tipo  di 
molti  bronzi  o  denarii  di  Adriano,  di  M.  Aurelio,  di  L.  Vero 
e  d'altri  imperatori  non  hanno  altra  espressione  che  quella 
sopra  accennata.  Esse  non  parlano  di  distruzione,  di  rovine  o 
di  guerra,  ma  unicamente  di  pace  e  di  abbondanza.  Sono  le 
navi  che  portano  i  prodotti  dell'Africa  e  della  Sicilia  all'Urbe 
e  rappresentavano  la  vita  del  popolo  romano,  il  quale  le 
salutava  allegramente  al  loro  arrivo.  Ciò  dà  la  chiave  delle 
leggende  che  le  accompagnano,  le  quali  altrimenti  rimar- 
rebbero inesplicabili. 

FELICITATI  AVO-  leggiamo  in  gran  numero  di  bronzi  e  in 
qualche  denario  d'Adriano  (Coh.,  651  a  713)  e  l'iscrizione  tal- 
volta è  collocata  sulla  vela,  in  bronzi  di  M.  Aurelio  (Coh., 
188  a  195),  di  L.  Vero  (Coh.,  69  a  84)  e  in  un  aureo  di  Gal- 
lieno (Coh,,  207),  FELICITATI  CAES  in  un  bronzo  di  Com- 
modo (Coh.,  118),  FELICITAS  TEMP  in  un  bronzo  d'Elioga- 
balo  (Coh.,  27),  PROVID  AVG  in  un  medaglione  di  Commodo 
(Gn.,  122)  e  in  altri  suoi  bronzi  (Coh.,  635  a  639),  FELICITAS 
AVG  in  bronzi  di  Carausio  (Coh.,  65-66),  LAETITIA  AVG  m 
piccoli  bronzi  di  Postumo  (Coh.,  164  a  186),  di  Alletto  (Coh., 
17  a  22),  ABVNDANTIA  AVG  in  un  piccolo  bronzo  di  Caro 
(Coh.,  5).  E  probabilmente  a  questa  serie  vanno  aggiunte 
anche  le  altre  monete  rappresentanti  una  trireme,  senza 
leggenda  che  vi  alluda,  come  quelle  d'Adriano  (Coh.,  445-49) 
dalla  semplice  iscrizione  COS  III. 

In  quelle  triremi  sta  la  più  potente  espressione  di  quel 
chicco  di  grano,  che  sotto  svariate  forme,  ora  solitario,  ora 
raccolto  nella  buccia  della  Spiga,  oppure  ammucchiato  nel 
modio  o  più  grandiosamente  accumulato  sulle  navi,  s'infiltra 
in  tutta  la  monetazione  romana  e  tutta  la  pervade  dal  prin- 
cipio alla  fine,  mettendovi  una  nota  di  felicità  e  di  ricchezza. 

Anche  al  giorno  d'oggi  arrivano  d'oltre  oceano  i  tran- 
santlantici  carichi  di  grano  per  la  vecchia  Europa,  che  non 
produce  abbastanza  pel  suo  consumo;  ma  la  poesia  se  n'è 
andata.  L'impressione  che  ne  hanno  i  popoli  non  è  più  la 
schietta  gioia  di  vivere  ;  ma  piuttosto  il  dolore  dell'oro  occor- 


NEI   TIPI   MONETALI    ROMANI 


lente  a  pagarne  l'importazione;  a  cui  bisogna  aggiungere... 
proprio  nel  momento  in  cui  scriviamo...,  anche  la  trepidazione 
e  l'incubo  dei  siluranti  nemici,  che  attendono  i  carichi  al 
varco,  per  calarli  proditoriamente  a  picco! 

La  simbolica  Spiga  durò  anche  oltre  l'epoca  romana: 
ma  nel  medio  evo  quando,  più  che  alla  fecondità  della  pace, 
si  pensava  alle  agitazioni  della  guerra,  essa  non  vi  fece  che 
poche  comparse. 

Nel  vero  significato  antico  non  troverei  che  le  due  Spighe 
nel  pezzo  da  quattro  scudi  d'oro  di  Alessandro  Vili  (1689- 
1691)  per  Roma  coi  due  bovi  aggiogati  all'aratro  e  la  leg- 
genda RE  FRVMENTARIA  RESTITVTA  ;  mentre  negli  altri 
esempi  che  si  possono  citare,  è  d'uopo  riconoscere  che  il 
movente  era  stato  piuttosto  l'ostentazione  che  la  realtà.  Ab- 
biamo il  mazzo  di  Spighe  nello  zecchino  di  A.  Teodoro  Tri 
vulzio  del  1676  {Corpus,  i),  con  la  leggenda  VIRTVTIS  MESSIS, 
nella  parpagliola  di  Filippo  II  di  Spagna  per  Milano  coniata 
nel  1593  con  DONVM  DEI,  falsificata  poi  dalla  zecca  di  Pas- 
serano,  nello  scudo  di  Innocenzo  XII  (1691-700)  per  Roma 
con  la  leggenda  DET  DEVS  DE  COELO  e  in  varie  monete  di 
Filippo  III  e  Filippo  IV  di  Spagna  per  Napoli  e  in  altre 
della  repubblica  napoletana  del  1648...  ma  erano  sempre 
tempi  di  miseria! 

La  Spiga  risorse  nel  suo  vero  significato  nell'età  moderna 
quando  tornò  a  spirare  l'aura  di  libertà  e  di  progresso. 

Nel  mezzo  scudo  della  Repubblica  Cisalpina  (1797-1802) 
essa  corona  il  capo  della  Repubblica.  E  più  copiosamente 
figura  nel  primo  progetto  per  la  monetazione  della  Repub- 
blica Italiana  del  1802-1803,  tutto  dedicato  all'Agricoltura  e 
al  Commercio.  Mentre  i  pezzi  d'argento  erano  ornati  al  di- 
ritto d'una  ghirlanda  di  Spighe,  quelli  di  rame  da  i,  2  e  5 
denari  portavano  pure  al  diritto,  come  Tipo  e  nello  stesso 
tempo  come  indicazione  di  valore  espresso  in  cifre  al  rove- 
scio, una,  due  e  cinque  Spighe. 

Il  grano  ha  pure  una  parte  importante  nella  nostra  mo- 
netazione moderna.  La  moneta  d'oro  rappresenta  l' Italia 
Agricola  che  sta  arando  e  nello  stesso  tempo  tiene  —  forse 
anticipando  gli  eventi  —  un  grosso  manipolo  di  Spighe. 


172  FR.  GNECCHI  —  LA  FAUNA  E  LA  FLORA 

La  Spiga  figura  pure  nel  20  centesimi  di  nichelio,  e 
figurerà  anche  presto  nel  pezzo  da  io  centesimi,  di  pros- 
sima coniazione.  In  questi  momenti  torbidi  e  tristi  la  Spiga 
ci  sia  buon  augurio  di  pace  e  di  prosperità. 

"  Non  divitiae  pacem,  sed  pax  divitias  „. 

GIUNCO. 

Il  Giunco  o  canna  palustre  è  uno  degli  attributi  delle 
(IfMtà  marine,  fluviali  o  lacustri,  come  il  remo,  l'urna  da  cui 
sgorga  l'acqua,  l'Ippopotamo  o  il  Pesce. 

Lo  troviamo  quindi  nei  bronzi  di  Nerone  (Coh.,  250 
a  254),  di  Vespasiano  (Coh.,  404)  e  di  Trajano  (Coh.,  525-26), 
nell'aureo  d'Adriano  (Coh.,  11 13),  nei  medaglioni  d'Antonino 
Pio  (Gn.,  I  a  3)  e  ne'  suoi  bronzi  (Coh.,  817  a  825)  e  nel 
medaglione  di  M.  Aurelio  (Gn.,  24)  col  Tevere;  nei  bronzi 
di  Trajano  con  l'Eufrate  e  il  Tigri  (Coh.,  39),  col  Danubio 
(Coh.,  136)  o  con  l'Acqua  Trajana  (Coh.,  20  a  25);  nei  me- 
daglioni di  Adriano  (Gn.,  48,  49,  104)  con  l'Oceano. 

E,  per  non  dilungarci  troppo  in  citazioni,  ci  limiteremo  al- 
l'aureo di  Gallieno  (Coh.,  828),  nel  rovescio  del  quale  l'im- 
peratore è  rappresentato  con  un  Giunco  in  mano,  fra  il  Reno 
e  il  Meno,  i  quali  pure  sono  forniti  del  Giunco. 

Ma  con  Gallieno  il  Giunco  è  assunto  all'onore  di  cin- 
gere quale  corona  il  capo  imperiale.  In  un  medaglione  unico 
di  bronzo  (Gn.,  24)  dal  comunissimo  rovescio  delle  Tre  Mo- 
nete e  in  parecchi  aurei  dal  rovescio  VBIQVE  PAX  e  VICTO- 
RIA AVG-  (Coh.,  1078)  e  con  la  strana  e  curiosa  leggenda 
al  diritto  GALLIENAE  AVGVSTAE,  il  capo  dell'imperatore  è 
ornato  della  corona  harundinacea. 

Molto  si  è  discusso  intorno  a  questi  aurei,  ai  quali  per 
lungo  tempo  si  volle  attribuire  un  significato  satirico,  che 
però  non  regge  alla  critica.  Pare  invece  molto  più  natu- 
rale l'ipotesi,  che  queste  monete  siano  state  coniate  in 
omaggio    alla    Ninfa    Galliena,    divinità  acquatica  (i).  Questa 


(i)  Vedasi  in  Num.  Circular^  1899.  R-  Movat,  Les  Médailles  de  Gal- 
lien  à  l'effigie  couronnée  de  roseaux,  pag.  3449  e  in  Rivista  Hai.  di  Num., 
a.  1905.  L.  Naville,  Quelques  moimaies  de  Gallien  en  or  et  en  bronae, 
pag.  179  e  Francesco  Gnkcchi,  idem,  1906,  Ubique  Pax,  pag.  151. 


NEI   TIPI    MONETALI   ROMANI  I^S 

ipotesi  spiega  nel  medesimo  tempo  in  modo  esauriente  tanto 
la  leggenda  femminile,  da  interpretarsi  in  senso  dedicatorio 
alla  Ninfa,  cui  Gallieno  prestava  un  culto  speciale,  quanto  la 
corona  di  Giunco,  eccezionalmente  adottata  in  omaggio  alla 
medesima  Ninfa, 

Un  altro  caso,  che  con  questo  ha  qualche  analogia  è  quello 
di  una  piccola  tessera  incerta  dell'alto  impero,  che  porta  la 
testa  di  un  bambino  velato  e  coronato  di  Giunchi,  mentre 
al  rovescio  ha  le  semplici  lettere  S-C-  in  una  corona  d'ulivo. 
Questa  tessera  è,  assai  probabilmente,  il  ricordo  funebre  del 
piccolo  Annio  Vero,  figlio  di  M.  Aurelio,  morto  a  sette  anni, 
forse  votato  in  quell'occasione  a  una  Ninfa  o  a  una  divinità 
acquatica. 

Vedasi  alla  voce  Vite,  ove  si  descrive  una  tessera  simile 
attribuita  al  medesimo  fanciullo  vivente. 

LOTO. 

Quale  veramente  fosse  la  pianta  di  Loto  che  godeva 
culto  in  Egitto,  e  piiì  anticamente  in  India,  non  sappiamo. 
Si  trattava  però  d'una  pianta  acquatica,  d'una  ninfea.  Era 
perciò  intesa  quale  simbolo  della  generazione,  prevenendo 
così  la  scienza  moderna  che  dall'acqua  ritiene  formato  il 
protoplasma. 

Il  fiore  di  Loto  ebbe  già  una  vita  nella  numismatica 
greca  e,  nella  romana,  non  l'ha  che  per  riflesso  della  mito- 
logia egiziana.  Non  è  che  l'ornamento  del  capo  d'Iside  in 
qualche  bronzo,  come  Adriano  (Gn.,  130-31;  Coh.,  1369),  An- 
tonino Pio  (Coh.,  26),  Faustina  seniore  (Gn.,  37),  Faustina 
juniore  (Gn.,  42  a  44)  e  piii  tardi  nelle  molte  rappresenta- 
zioni della  dea  egiziana,  che  ci  offrono  parecchi  piccoli  bronzi 
di  Giuliano  II  ed  Elena. 

PALMA. 

Il  Palmizio  o  albero  di  Palma  (e  s'intende  generalmente 
la  Phoenix  dactilifera),  ha  un  significato  molto  differente 
dalla  semplice  fronda,  a  cui  pure  si  dà  il  nome  generico  di 
Palma. 

83 


174  ^^'    GNECCHI    —   LA    FAUNA    E    LA    FLORA 

Il  primo  non  ha  che  un  significato  geografico.  Indicava 
anticamente  la  Fenicia  ;  ma,  nella  numismatica  romana,  è 
specialmente  chiamato  a  indicare  la  Palestina,  ossia  la  Giudea. 

La  Palma  invece,  ossia  la  fronda,  veniva  offerta  dai 
Greci  ai  vincitori  dei  pubblici  giuochi  e  restò  in  seguito  sim- 
bolo di  Vittoria  in  guerra.  In  tale  significato  generale  rima- 
sero parecchie  frasi  nel  linguaggio  comune,  come  riportare 
la  Palma,  le  Palme  accademiche,  la  Palma  del  martirio. 

La  Palma  appare  assai  prima  del  Palmizio  nella  numi- 
smatica romana  e  già  la  troviamo  in  un  sestante  primitivo  del- 
l'Umbria, dopo  il  quale  passa  e  si  perpetua  nelle  monete  della 
Repubblica  e  dell'Impero.  Raramente  però  ci  appare  come 
Tipo  e  ben  pochi  sono  gli  esempi  che  si  possono  citare  ;  il 
primo  in  un  denario  di  Q.  Licinio,  49  a.  C.,  in  cui  la  Palma 
è  associata  al  caduceo  e  alla  corona  d'alloro  ;  il  secondo  in 
altro  denario  di  C.  Mario  Tromentino,  17  a.  C.,  nel  quale  la 
Palma  ha  un  posto  estremamente  onorifico,  figurando  sola 
in  una  quadriga  trionfale.  E  da  quest'epoca,  per  ritrovarla 
come  Tipo,  dobbiamo  saltare  fino  al  terzo  secolo,  nelle  mo- 
nete costantiniane. 

In  alcuni  denarii  d'argento  sono  rappresentate  tre  Palme 
sorgenti  dal  suolo,  col  nome  dell'imperatore  e  del  Cesare 
in  <:iro,  CONSTÀNTINVS  CAESAR  (Coh.,  82),  CONSTANTIVS 
AVG-  (Coh.,   10-11).  Altrove  non  è  che  attributo. 

Augusto  ha  un  denario  (Coh.,  295),  nel  quale  due  Palme 
ornano  il  Clipeo  votivo  S  P  Q  R    CL    V- 

E  Vitellio  scolpì  una  Palma  davanti  alla  sua  effigie  in 
alcuni  denarii  (Coh.,  100,  to8)  al  cui  rovescio  la  Vittoria  non 
porta  che  uno  scudo  colla  scritta  S  P  Q  R. 

Talvolta  infine  si  vede  nei  bassi  tempi  una  Palma  sor- 
gere accanto  a  Giove  o  alla  Vittoria  o  al  Genio  del  popolo 
romano,  e  due  Palme  stanno  molte  volte  accanto  alla  leg- 
genda nelle  monete  e  nei  n^edaglioni  votivi,  specialmente 
d'argento,  dalle  leggende  SIC  X,  SIC  XX,  SIC  XXX    e  simili. 

La  Palma  però  ha  una  serie  numerosissima,  quale  attri- 
buto della  Vittoria,  quasi  sempre  associata  alla  corona  d'al- 
loro. Essa  è  portata  dalle  innumeri  Vittorie,  e  non  solo  da 
queste,  ma  benanco  da  Venere  vincitrice  VENVS  VICTRIX  o 
dai  militi  scortanti  i  carri  trionfali  e,  per  via  di  tutte  queste 


NEI   TIPI   MONETAU   ROMANI  175 

figurazioni,  s'infiltra  nelle  monete  in  numero  stragrande,  per 
tutta  la  durata  della  Repubblica  e  dell'Impero. 

Un'altra  Personificazione,  che  ha  per  suo  arredamento, 
insieme  al  cornucopia  la  Palma,  non  in  senso  di  vittoria  ; 
ma  di  gioia  e  di  festa,  è  la  Giocondità  HILÀRITAS.  Vedansi  le 
monete  di  Adriano  (Coh.,  378,  818-820),  Antonino  Pio  (411  12), 
M.  Aurelio  (Coh.,  230  a  234),  Faustina  juniore  (Coh.,  109  a 
117),  Lucilla  (Coh.,  28  a  32),  ecc.  ecc. 

La  Palma,  come  simbolo  di  premio  al  vincitore  nei 
giuochi,  si  trova  sovente  incisa  e  talvolta  ageminata  in  ar- 
gento, sui  Contorniati. 

Il  Palmizio  o  albero  di  Palma  non  incomincia  a  compa- 
rire che  con  la  conquista  della  Giudea  e  numerose  monete 
di  Vespasiano  (Coh.,  224  a  247,  591,  621  a  629)  e  di  Tito 
(Coh.,  107  a  119,  383  a  385,  391-2)  ricordano  quell'impresa, 
rappresentando  la  Giudea  accasciata  e  piangente,  appiedi  di 
un  Palmizio,  con  le  leggende  IVDAEA,  IVDAEA  CAPTA.  IVDAEA 
DEVICTA  o  talora  semplicemente  con  VICTORIA  AVG-VSTI  o 
anche  anepigrafi,  nelle  quali  è  rappresentala  la  Vittoria,  che 
sta  scrivendo  VIC  AVG  oppure  OB  CIV  SER  su  di  uno  scudo 
appeso  al  tronco  di  un  Palmizio,  appiè  del  quale  sta  la 
Giudea  piangente. 

Sempre  alla  Giudea  si  riferiscono  il  sesterzio  di  Vespa- 
siano con  un  Palmizio  (Coh.,  495),  il  bronzo  anepigrafo  di 
Domiziano  con  un  elmo  e  uno  scudo  appiedi  di  un  Palmizio 
(Coh.,  535)  e  altri  simili  piccoli  bronzi  della  famiglia  dei  Flavii. 

Segue  il  bel  sesterzio  di  Nerva  con  la  leggenda:  FISCI 
IVDAICI  CALVMNIA  SVBLATA  commemorante  la  soppressione 
degli  abusi  e  la  riorganizzazione  dell'  amministrazione  in 
Giudea.  Il  solo  Palmizio  vi  è  rappresentato  a  simboleggiare 
la  Provincia,  cui  la  leggenda  si  riferisce. 

Anche  la  personificazione  della  Giudea  quando  nella 
scena  non  v'ha  il  Palmizio,  è  sempre  accompagnata  da  uno 
due  o  ire  bambini  che  recano  una  Palma  (vedi  Adriano, 
Coh.,  51  a  57,  871-72). 

Per  una  sola  volta  con  Antonino  Pio,  il  Palmizio  ritorna 
alla  sua  antichissima  significazione,  in  un  sesterzio  ricordante 
la  Fenicia  PHOENICE,  come  antico  simbolo  di  questa  pro- 
vincia (Coli.,  596). 


176  FR.    GNECCHI    —    LA    FAUNA   E    LA    FLORA 

I!  Palmizio  è  ripetuto  qualche  volta  in  seguito,  da  Set- 
timio Severo  (Coh.,  723  a  734),  Caracalla  (Coh.,  636  a  644), 
Geta  (Coh.,  224),  celebranti  i  trionfi  britannici.  Queste  mo- 
nete rappresentano  una  o  due  Vittorie,  in  atto  di  appen- 
dere uno  scudo  al  tronco  di  un  Palmizio.  Ma,  se  tale  figu- 
razione aveva  la  sua  ragione  nella  Vittoria  giudaica  di  Tito; 
la  riproduzione  dei  Severi  non  ne  è  che  una  servile  imita- 
zione, priva  di  significato...  a  meno  che  vi  sia  una  allusione 
che  non  so  afferrare. 

A  un  tronco  di  Palma  la  Vittoria  appende  lo  scudo  vo- 
tivo VO  DE  in  monete  di  Commodo  (Coh.,  663  a  672)  con 
la  leggenda  SAECVLI  FELICITAS. 

Il  Palmizio  nel  Medio  Evo  non  lo  trovo  rappresentato 
che  una  volta  nel  raro  giulio  dei  conti  Ippoliti  di  Gazzoldo 
1590-1663)  con  la  leggenda  INCLINATA  RESVRGIT  [Corpus,  i) 
e  una  seconda  nell'osella  di  Francesco  Morosini  (1688-94)  '" 
rappresentazione  del  Peloponneso. 

La  Palma,  o,  per  essere  più  esatti,  la  fronda  di  Palma, 
conservò  tutto  il  suo  valore  nella  numismatica  medioevale  e 
anche  moderna  nel  suo  significato  quale  simbolo  di  merito 
e  di  vittoria  in  genere,  quantunque  non  abbia  più  l'estesa 
applicazione  che  ebbe  in  antico. 

Nelle  monete  del  Medio  Evo  il  più  delle  volte  la  Palma 
figura  nelle  mani  dei  martiri. 

Nelle  monetazioni  degli  ultimi  secoli,  la  Palma  si  vede 
talora  uscire  dalle  corone,  frammista  ai  rami  d'Ulivo  o  di 
Alloro.  Due  Palme  fiancheggiano  lo  stemma  in  tutta  la  mo- 
netazione di  Maria  Teresa  per  Milano  (1740- 1780)  e  in  buona 
parte  di  quella  de'  suoi  successori.  Al  Palmizio  non  rimase 
che  una  vaga  allusione  all'Africa  o  ai  paesi  caldi  in  generale. 

PAPAVERO. 

È  noto  come  il  Papavero  sia  il  simbolo  di  Morfeo  ;  ma 
il  Papavero  nella  numismatica  è  ben  lontano  dall'alludere  al 
sonno  e  all'oblìo.  Dobbiamo  cercarne  altrove  il  significato. 
Notiamo  anzitutto  che  quello  che  si  vede  emergere  fra  le 
Spighe  non  è  un  fi  ore  di  Papavero  ;   ma   la  capsula  che  ne 


NEI    TIPI   MONETALI    ROMANI  177 

contiene  i  semi,  ossia  il  frutto  maturo,  che  ha  completamente 
perduto  i  petali.  Ora  il  Papavero  è  uno  dei  vegetali  che 
produce  il  maggior  numero  di  semi  e  può  essere  preso 
come  simbolo  di  fecondità  e  d'abbondanza.  Si  dice  che  il 
Papavero  è  tanto  largo  nella  produzione  di  semi,  che,  in  un 
breve  giro  d'anni,  coprirebbe  il  mondo  della  sua  vegetazione, 
se  tutta  la  terra  fosse  a  sua  disposizione. 

Giova  poi  anche  notare  come  il  Papavero  nella  natura 
si  associ  facilmente  al  frumento.  Il  biondeggiante  campo  di 
grano  è  sempre  abbellito  e  rallegrato  dalle  macchie  rosse 
del  fiore  di  Papavero  e  anche  questa  naturale  associazione 
può  avere  contribuito  a  far  accogliere  il  Papavero  quale 
augurio  di  messe  copiosa. 

Difatti  il  Papavero  non  compare  mai  solo  nelle  monete, 
ma  sempre  in  compagnia  della  Spiga  e  ne  forma,  per  così 
dire,  il  complemento.  Lo  vediamo  di  solito  fra  le  due,  quat- 
tro o  sei  Spighe  che  sporgono  dal  modio  o  dal  canestro  e 
talvolta  anche  fra  le  due  Spighe  che  stanno  nelle  mani  di 
Cerere,  dell'Augusta,  dell'Annona  o  d'altra  personificazione. 
La  sua  presenza  fra  le  Spighe  però  non  è  mai  determinata 
da  circostanze  speciali,  ma  solo  dall'opportunità  d'arte  o  di 
spazio  e  non  muta  e  neppure  varia  il  significato  della  rap- 
presentazione. 

Per  questi  motivi  mi  parve  opportuno  accennare  il 
fatto  genericamente  senza  tenere  nota  particolareggiata 
delle  sue  apparizioni  e  senza  dargli  un  posto  nel  prospetto 
sinottico  finale. 

PINO. 

Di  un  ramo  di  Pino  è  coronato  Silene  nel  denario  di 
D.  Giunio  Silano,  89  a.  C. 

E  può  essere  di  Pino  anche  il  ramo  che  talvolta  si 
vede  nelle  mani  di  Pane  in  alcuni  medaglioni  della  buona 
epoca. 

QUERCIA. 

Prima  dell'albero  apparve  il  frutto  e  già  troviamo  la 
Ghianda  in  alcune  piccole  frazioni  della  monetazione   italica 


178  FR.    GNECCHI    —    LA   FAUNA    E   LA   FLORA 

primitiva.  È  però  probabile  che  il  significato  allora  non  fosse 
quello  della  forza  e  che  quel  frutto  non  accennasse  che  alla 
buona  vegetazione  delle  foreste  o  anche  alla  prosperità  dei 
consumatori  di  ghiande,  che  certo  formavano  allora  una  parte 
cospicua  del  patrimonio  sociale. 

Del  resto  la  Ghianda,  rappresentata  da  sola,  incomincia 
e  finisce  con  l'oncia  del  Lazio  e  in  seguito  non  appare  che 
sui  rami  di  Quercia,  frammista  alle  foglie. 

Nella  litra  della  Campania  vediamo,  dietro  alla  testa  di 
Marte,  un  ramo  di  Quercia  e  qui  la  Quercus  robur^  ha  cer- 
tamente il  significato  della  forza  ;  ma  anche  questa  forma  di 
rappresentazione  è  unica  e  tutta  l'importanza  della  Quercia 
è  concentrata  nei  due  rami  allacciati  e  formanti  corona. 

Neppure  la  rappresentazione  di  questa  è  molto  estesa 
e  certamente  non  può  paragonarsi  a  quelle  della  corona  di 
alloro  ;  ma  a  questa  però  segue  immediatamente  come  im- 
portanza. 

La  Corona  laurea  costituiva  il  vero  serto  imperiale,  la 
Corona  querna  costituiva  invece  la  corona  civica,  la  quale 
non  era  stata  creata  appositamente  pel  capo  imperiale  ;  ma 
aveva  un'origine  più  antica  e  una  storia. 

La  corona  civica  era  data  come  premio  a  chi,  in  bat- 
taglia, avesse  salvato  un  milite  compagno,  abbattendo  un 
nemico  ;  corrispondeva  cioè  alla  moderna  medaglia  al  valore. 
Era  un  distintivo  eminentemente  onorifico  e  le  teste  impe- 
riali non  la  sdegnarono. 

Anticamente  era  intessuta  di  due  rami  d'Elee  Quercus 
sempervirens,  poi  si  adottò  il  Castano,  e  infine  si  venne  alla 
Quercia.  È  nella  corona  civica  che  la  Quercia  assolve  il  suo 
più  alto  e  glorioso  mandato. 

La  corona  civica  è  assunta  da  Augusto,  che  ne  fa  pompa 
in  aurei,  denari,  assi,  con  la  leggenda  S  P  Q  R  (Coh.,  284, 
285)  e  talvolta  vi  iscrive  lOVI  VOT  SVSC  PRO  SAL  CAES 
AVG  S  P  Q  R  (Coh.,  183),  in  altri,  o  sola  o  circondante  il 
Clipeo  votivo  (Coh.,  206  a  216)  con  la  leggenda  OB  CIVIS 
SERVATOS.  In  altro  ancora  (Coh.,  30)  ne  affida  la  custodia 
all'Aquila  imperiale,  che  vi  sovrasta,  tenendola  fra  gli  artigli. 

La  ripetono  in  suo  nome,  quale  Tipo,  nei  loro  aurei  i  tre 
monetarii  d'Augusto,  Aquillio  Floro,   M.  Durmio  e  Petronio 


NEI    TIPI    MONETALI    ROMANI  179 

Turpiliano.  Essi  coniarono  due  aurei  per  ciascuno,  diremo 
simmetricamente,  uno  portante  un  diritto  allegorico  e  al  ro- 
vescio, qiinle  Tipo,  la  corona  civica  con  la  leggenda  CAESAR 
AVGVSTVS  O  C  S  oppure  AV&VSTO  OB  C  S,  l'altro  con  ro- 
vescio allegorico,  mentre  al  diritto  vi  figura  la  testa  d'Augu- 
sto con  la  Corona  querna.,.  quantunque  i  cataloghi  anche 
moderni,  seguendo  gli  antichi,  si  ostinino  ancora  a  dire  : 
Testa  d'Augusto  laureata...  come  dicono  sempre  laureata  la 
testa  di  Galba,  mentre  in  molti  de'  suoi  seslerzii  sia  vera- 
mente coronata  di  Quercia. 

La  corona  civica  d'Augusto  è  poi  ripetuta  nei  sesterzi, 
fra  i  rami  d'alloro  e,  sola,  negli  assi  e  nei  dupondii  di  tutti 
i  suoi  triumviri  monetali  pel  bronzo,  Q.  Elio  Lamia  (Coh., 
340-41),  Asinio  Gallo  (Coh.,  368-69),  Cassio  Celere  (Coh., 
408-9),  Gallio  Luperco  (Coh.,  434-36),  Licinio  Stolone  (Coh., 
440-42),  Marcio  Censorino  (Coh.,  452-54),  Nevio  Sordino 
(Coh.,  471-73),  Plozio  Rufo  (Coh.,  501-2),  M.  Sanquinio  (Coh., 
520-21),  Q.  Crispino  Sulpiciano  (Coh.,  505  a  510),  T.  Sem- 
pronio Gracco  (Coh.,  524-25). 

Ed  è  pure  ripetuta  nei  bronzi  coniati  da  Tiberio  in  me- 
moria ed  onore  d'Augusto  (Y.  Coh.,  n.  252  e  301  d'Augusto). 

La  ritroviamo  poi  in  seguito  in  un  raro  bronzo  dello 
stesso  Tiberio  PONTIF  MAX  (Coh.,  io)  e  in  monete  di  Caligola 
SPQR  OB  CIVES  SERVATOS  (Coh.,  18  a  26),  di  Claudio 
EX  se  PP  OB  CIVES  SERVATOS  (Coh..  86  a  98),  di  Galba 
SPQR  OB  CIV  SER  EX  S  C  OB  CIVES  SER  (Coh.,  285  a  305), 
di  Vitellio  SPQR  OB  CIV  SER  (Coh..  85  a  87).  di  Vespa 
siano.  S  P  OR  (Coh.,  515  a  517),  SPQR  ADSERTORI  LI- 
BERI ATIS  PVBLICAE  (Coh.,  518  a  521),  SPQR  OB  CIV 
SER  (Coh.,  523  a  532),  di  Tito  SPQR  OB  CIV  SER  (Coh., 
265),  di  Trajano  SPQR  OPTIMO  PRINCIPI  (Coh.,  581  a  584) 
e  finalmente  in  monete  e  medaglioni  d'Adriano  SPQR  ÀN 
FF  HADRIANO  AVG  PP  (Ch.,  1424,  Gn.,  38)  e  d'Antonino 
Pi"  SPQR  OPTIMO  PRINCIPI  (Coh.,  791  a  793)  SPQR  AM 
PLIATCRI  CIVIVM  (Gn.  43),  SPQR  AN  FF  OPTIMO  PRIN- 
CIPI PIO  (Gn.  44). 

E  da  quest'epoca  la  Quercia  scompare  completamente, 
a  meno  che  una  corona  di  Quercia  si  sia  voluto  rappresen- 
tare nelle  monete  di  M.  Aurelio  portanti  la  leggenda   PRIMI 


l8o  FR.    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E    LA    FLORA 

DECENNALES  fCoh.,  491-499)  e  in  un  bronzo  di  Commodo 
S  PQR  LAETITIAE  C  V  (Coh.,  713),  ove  però,  se  tale  era  l'in- 
tenzione, l'incisore  non  sarebbe  riuscito  a  imprimervi  quel 
carattere  deciso  che  non  lascia  luogo  a  incertezze. 

Poche  esplicazioni  ha  la  Quercia  nella  numismatica  me- 
dioevale. Come  Tipo  l'albero  figura  nel  pezzo  da  due  doppie 
del  1590  di  Vincenzo  I  Gonzaga  duca  di  Mantova  e  del 
Monferrato  col  motto  ROBVR  SISTIT. 

E  la  troviamo  nelle  monete  papali  di  Sisto  IV  (1471-84) 
e  di  Giulio  II  (1503)  come  stemma  della  famiglia  Della  Rovere, 
come  pure  sulle  monete  dei  duchi  della  Rovere,  Signori  di 
Pesaro  e  Urbino. 

La  corona  di  Quercia,  saltando  il  Medio  Evo,  riappare 
nelle  monete  moderne.  Essa  orna  lo  scudo  della  Repubblica 
Cisalpina  e  figura  nel  rovescio  di  tutte  le  monete  di  uno 
dei  progetti  per  la  Repubblica  Italiana.  Una  corona  contesta 
di  un  ramo  d'alloro  e  uno  di  Quercia  forma  il  rovescio  delle 
belle  monete  del  Governo  Provvisorio  di  Lombardia  del  1848, 

Una  Corona  di  Quercia  portavano  le  ultime  monete  di 
bronzo  austriache  pel  Lombardo-Veneto  (1859-60)  e  una  co- 
rona d'Alloro  e  di  Quercia  portano  le  monete  di  rame  del 
Regno  d' Italia  fino  al  1902,  ossia  fino  alla  nuova  mone- 
tazione. 

ROSA. 

È  notoria  l'abbondanza  dei  rosai  che,  fino  dagli  antichi 
tempi,  abbellirono  l'isola  di  Rodi,  la  resero  celebre  e  le 
diedero  il  nome.  La  Rosa  restò  così  il  simbolo  della  bellis- 
sima isola  e  le  sue  antiche  monete  ne  portano  il  tipico  ricordo. 

Fu  precisamente  per  ricordare  la  sua  vittoria  sui  Ro- 
diani,  che,  in  uno  de'  suoi  denarii,  C.  Cassio  Longino,  42 
a.  C,  il  socio  di  Bruto  nell'assassinio  di  Cesare,  stampò  la 
Rosa  di  Rodi  sotto  il  Granchio  che  stringe,  fra  le  sue  bran- 
che, l'acrostolio. 

Questo  è  l'unico  caso  in  cui  possiamo  assicurare  d'avere 
una  rosa  sulle  monete  romane. 

In  qualche  altra  moneta,  come  per  esempio  in  altro  de- 


NEI  TIPI   MONETALI   ROMANI  ifii 

nario  dello  stesso  Cassio  Longino,  è  rappresentato  un  acro- 
stolio,  del  quale  alcuni  vorrebbero  vedere  le  punte  termi- 
nanti in  rose.  E  può  essere,  pel  motivo  ora  esposto  ;  ma, 
sia  in  questo,  come  in  altri  simili  casi,  le  rappresentazioni 
sono  ridotte  a  proporzioni  tanto  microscopiche,  che  nessuno 
può  assicurare  che  si  tratti  veramente  di  rose,  piuttosto  che 
di  gigli  o  d'altro  fiore,  oppure  di  un  semplice  ornato  floreale. 

La  Rosa  ha  trovato  nella  numismatica  medioevale  e  se- 
mimoderna uno  sviluppo  assai  maggiore  che  non  nella  ro- 
mana. 

La  zecca  di  Livorno  ha  la  Rosa  nelle  piastre  di  Ferdi- 
nando II  Medici  (1655-70)  e  in  quelle  di  Cosimo  III  Medici 
(1670-1723)  ed  anche  in  monete  d'oro  di  quest'ultimo,  che 
appunto  si  chiamano  pezza  e  mezza  pezza  della  Rosa. 

Si  trova  pure  in  uno  zecchino  di  Ferdinando  Gonzaga 
duca  di  Mantova  (1612-26),  cui  si  dava  il  nome  di  zecchino 
della  Rosa. 

E  ancora  la  troviamo  in  uno  zecchino  per  Roma  di  Be- 
nedetto XIII  (1724-30). 

Anche  nelle  Oselle  veneziane  la  Rosa  ha  la  sua  parte. 
Alvise  II  Mocenigo  (1700-1709)  rappresenta  un  rosaio,  a  cui 
varia  le  leggende  ETIAM  RIGENTE  HYEME  VIRESCIT.  SOLVM 
PROVOCATA  FERII.  Oppure,  colla  rappresentazione  di  Venezia, 
FVLCITE  ME  FLORIBVS.  o,  con  la  luna  splendente  nel  cielo, 
MAGIS  REDOLE!  LVNA  SERENA. 

Francesco  Lovedano  (i 752-1 762)  vi  scrive  ROSA  SVPER 
RIVOS  AQVARVM. 

ULIVO. 

Ci  troviamo  davanti  a  un  vegetale  che  olimpicamente  è 
sacro  a  Minerva  e  forma  uno  de'  suoi  attributi,  geografica- 
mente rappresenta  la  Spagna  e  moralmente  simboleggia 
la  Pace. 

Nelle  monete  repubblicane  1'  Ulivo  non  appare  forse  che 
una  volta,  nel  denari©  di  Fausto  Cornelio  Siila,  53  a.  C,  nel 
quale  è  rappresentato  Bocco,  re  di  Mauretania,  inginocchiato 
davanti  al  propretore,  in  atto  di  offrirgli  un   ramo   d'Ulivo. 

u 


l82  FR.    GNECCHI    —    LA    FAUNA    E  LA    FLORA 

Durante  l' impero,  incontriamo  dapprima  aurei  e  denarii 
di  Augusto,  nei  quali  uno  o  due  militi  (Coh.,  130  a  135)  pre- 
sentano rami  d'Ulivo  all'imperatore. 

In  un  piccolo  bronzo  di  Domiziano  (Coh.,  300)  che  porta 
al  diritto  il  busto  di  Pallade,  al  rovescio  è  dato  come  Tipo 
un  ramo  d'Ulivo  con  la  leggenda  IO  -  IO  TRIVMP  (Coh.,  300). 

Nell'aureo  anepigrafo  di  Trajano  (Coh.,  659)  con  la  Fe- 
nice, questa  è  poggiata  su  di  un  ramo  d'Ulivo. 

Dopo  di  che,  il  ramo  non  figura  più  quale  Tipo  ;  ma 
dobbiamo  accontentarci  di  trovarlo  quale  emblema  nelle  mo- 
nete d'Adriano  riferentesi  alla  Spagna  (Coh.,  37  a  41,  821  a 
844,  1258  a  1274)  oppure  nelle  mani  di  Minerva  nei  meda- 
glioni e  nelle  monete  di  parecchi  imperatori,  quando  le  leg- 
genda è  MINERVA  PACIFERA,  d'Ercole  HERCVLI  PACIFERO, 
di  Mercurio  e  anche  di  Marte,  il  quale  è  volgarmente  chia- 
malo il  dio  della  guerra;  ma  pure  molte  volte  compie  anche 
azioni  di  pace  e,  in  queste  occasioni  appunto,  le  monete  sono 
intitolate  MARTI  PACIFERO. 

Personificazioni  allegoriche  che  spesso  portano  il  ramo 
d'Ulivo  sono  la  Pace,  la  Felicità,  la  Sicurezza  e  la  Provvi- 
denza, PAX,  FELICITAS,  SECVRITAS,  PROVIDENTIA  e  più  ra- 
ramente la  Tranquillità  QVIES,  in  Diocleziano  (Coh.,  428)  e 
in  Massimiano  Erculeo  (Coh.,  494).  Spesso  lo  portano  pure 
l'Imperatore,  i  Cesari,  il  Senato. 

L'albero  d'Ulivo  figura  più  raramente.  Quale  emblema 
della  Spagna  non  trovo  da  citare  che  il  bronzo  già  citato  di 
Adriano  (Coh.,  1068).  Quale  emblema  di  Minerva,  si  possono 
accennare  alcuni  medaglioni  di  M.  Aurelio  (Gn.,  45,  46,  49 
e  67)  e  alcune  monele  di  Geta  (Coh.,  108  a  no). 

Come  la  Spiga  e  come  la  Quercia,  l'Ulivo  non  fece  che 
qualche  rara  apparizione  nel  Medio  Evo,  durante  il  quale 
ricorderò  il  grosso  di  Vincenzo  II  Gonzaga  duca  di  Mantova 
(1626-27)  nel  quale  da  un  lato  un  ramo  d'Ulivo  è  incrociato 
alla  spada,  mentre  al  rovescio  sta  la  leggenda  IVSTITIA  ET 
PAX  OSCVLATAE  SVNT,  lo  scudo  d'oro  di  Clemente  XI  (1700- 
1720)  coH'albero  d'Ulivo  e  la  leggenda  FIAT  PAX,  l'osella 
di  Silvestro  Valier,  nel  quale  si  vede  una  Colomba  che  vola, 
tenendo  nel  becco  un  ramo  d'ulivo,  con  la  leggenda  VICTRIX 


1 


NEI  TIPI   MONETALI   ROMANI  183 

CAVSA  DEO  PLACVIT,  ed  altra  di  Alvise  III  Mocenigo,  in  cui 
la  Pace  tiene  il  ramo  d'Ulivo  e  il  cornucopia,  con  la  leg- 
genda IN  VIRTVTE  ET  ABVNDANTIA  PAX. 

D'una  ghirlanda  d'Ulivo  circondano  le  leggende  delle 
loro  oselle  i  dogi  Alvise  Pisani  {1735-1741),  Pietro  Grimani 
(i  741-1752). 

Ma,  a  guisa  della  Spiga  e  della  Quercia,  l' Ulivo  risorse 
rigoglioso  nelle  monete  e  nelle  medaglie  moderne.  Il  ramo 
si  vede  sovente  associato  a  quello  d'Alloro  e  di  Palma  ador- 
nanti le  corone,  sempre  nel  medesimo  significato  biblico  di 
Pace,  che  gli  era  stato  attribuito  al  suo  primo  apparire  PAX 
HOMINIBVS  BONAE  VOLVNTATIS. 

11  più  antico  accenno  all'Ulivo  è  certamente  quello  del 
ramoscello  riportato  dalla  Colomba  lanciata  dall'arca  del 
padre  Noè  in  esplorazione.  Esso  era  l'annuncio  della  cessa- 
zione dell'  ira  divina,  e  dell'apparizione  dell'arco  baleno,  an- 
nunciatore di  pace  alla  terra  rattristata  e  sconvolta  dall' im- 
perversare degli  elementi. 

Dopo  tanti  secoli,  è  sempre  nel  medesimo  significato  che 
il  ramo  d'Ulivo  culminante  nelle  mani  della  Pace  sull'arco 
di  trionfo  che  da  essa  prende  il  nome,  qui  nella  nostra  Mi- 
lano, è  pure  brandito  come  segnacolo  delle  universali  aspi- 
razioni, dall'Italia,  nella  nostra  nuova  moneta  d'argento. 

E  sempre  a  quel  ramo  che  stanno  rivolti  tutti  gli  sguardi 
della  parte  civile  d' Europa,  in  trepida  attesa  che  il  desiderato 
augurio  possa  verificarsi,  perchè  il  mondo  insanguinato  e 
oppresso  dalle  barbare  stragi  e  dalle  immense  catastrofi, 
ritorni  alla  vita,  alla  tranquillità,  alla  Pace,  a  quella  pace  uni- 
versale, come  desiderava  il  nostro  Cavour,  che,  coUegata  colla 
liberta  dei  popoli,  sarebbe  il  piti  gran  beneficio  largito  dalla 
divina  Provvidenza! 

VITE. 

Il  grappolo  d'uva,  che  già  aveva  figurato  nella  numi- 
smatica greca,  appare  in  qualche  bronzo  della  serie  grave 
del  Lazio,  poi  ritorna  come  simbolo  in  parecchi  bronzi 
anonimi  della  Repubblica,  unitamente  a  una  Farfalla  che  vi 
si  posa.  Difficile  dire  il  significato  tanto  del  semplice  grap- 
polo come  della  riunione  del  grappolo  alla  Farfalla. 


184  FR.    GNECCHl     -    LA   FAUNA   E   LA   FLORA 

Più  facile  ci  riesce  rilevarlo,  quando  vediamo  i  pampini 
accompagnare  le  rappresentazioni  di  Bacco,  il  quale  aveva 
per  suoi  emblemi  la  Vite  e  l'Edera,  e  valga  quanto  si  è  detto 
a  quest'ultima  voce.  Talvolta  i  due  emblemi  sono  frammisti 
e  riesce  difficile  fare  una  netta  divisione. 

La  Vite  è  sempre  espressione  di  festività,  d'allegria  di 
gioventù.  Una  tessera  di  bronzo  (Coh.,  31),  di  attribuzione 
incerta  perchè  anepigrafa;  ma  sicuramente  della  buona  epoca 
imperiale,  rappresenta  da  un  lato  la  testa  d'un  bambino  co- 
ronato di  pampini,  il  petto  circondato  da  una  ghirlanda  di 
grappoli.  E  assai  probabile  che  si  tratti  del  piccolo  Annio 
Vero,  figlio  di  M.  Aurelio.  Al  rovescio  1^  tessera  porta  le 
sole  lettere  S  C  in  una  corona  di  pampini  e  d'uva. 

Qui  la  Vite  non  avrebbe  evidentemente  che  significato 
di  giocondità  e  di  gioventù,  come  il  Giunco  avrebbe  avuto 
quello  della  mestizia  e  del  dolore  nell'altra  tessera  che  forse 
è  l'antitesi  di  questa  e  ricorda  la  morte  dello  stesso  Annio 
Vero  (Vedi  Giunco). 

La  Vite  però  è  anche  simbolo  di  fertilità,  e  tale  signi- 
ficato è  supponibile  avesse  il  grappolo  d'uva  nella  moneta- 
zione primitiva. 

Sul  sesterzio  di  Trajano  rappresentante  la  Dacia  (Coh., 
125),  uno  dei  due  bambini,  che  le  stanno  accanto,  porta  delle 
spighe,  l'altro  un  grappolo  d'uva. 

Probabilmente  deve  interpretarsi  coUiC  un  grappolo  l'og- 
getto spesso  indistinto,  che  sta  in  mano  alla  VBERITAS  in 
Trajano  Decio,  Etruscilla,  Erennio,  Ostiliano,  Gallo,  Volu- 
siano,  Gallieno,  Salonina,  Postumo,  i  Tetrici,  Claudio  11^ 
Quintino,  Aureliano,  Tacito,  Floriano,  e  in  tal  caso  sarebbe 
sempre  alla  fertilità,  che  esso  allude. 

In  simile  significato  troviamo  pure  la  Vite  in  due  me- 
daglioni colle  rappresentazioni  della  Terra  e  di  Pomona.  La 
Terra,  TELLVS  STABILITA,  in  Adriano  (Gn.,  90),  Antonino  Pio 
Gn.  99),  Faustina  juniore  (Gn.,  5),  Commodo  (Gn.,  125  a  131) 
sta  sdraiato  all'ombra  di  una  Vite,  e,  posando  la  destra  sul 
globo  terrestre  che  le  sta  accanto  e  sul  quale  quattro  put- 
tini  rappresentano  le  stagioni,  si  appoggia  col  gomito  sini- 
stro a  un  canestro  ricolmo  di  grappoli  d'uva.  Questa  figu- 
razione è  ripetuta  in  un  bronzo  di  Giulia  Donina  dalla  leg- 
(genda  FECVNDITAS  (Coh.,  34  a  38). 


NEI    TIPI    MONETAU   ROMANI  185 


Pomona  nel  medaglione  di  Commodo  TEMPORVM  FE- 
LICITAS  (Gn.  133-4),  sta  seduta  con  due  Spighe  e  un  seme 
di  Papavero  nella  sinistra,  indicando  con  la  destra  due  fan- 
ciulli ignudi  che  le  stanno  davanti  in  una  tinozza.  Il  primo  in 
piedi,  coglie  dalla  Vite  i  grappoli,  il  secondo  li  sta  pigiando, 
mentre  un  terzo  in  fasce  sembra  godere  della  scena. 

Il  Medio  Evo  e  l'Evo  moderno,  trascurarono  quasi  com- 
pletamente la  Vite  nel  campo  numismatico.  Nel  primo  non 
trovo  da  citare  che  un  grappolo  d'uva  nei  tornesi  della  Re- 
pubblica napoletana  (1648).  E  nella  numismatica  semimoderna 
dobbiamo  citare  ancora  una  volta  il  primo  progetto  per  la 
monetazione  della  Repubblica  Italiana,  dedicato  in  modo  spe- 
ciale all'Agricoltura.  Un  grappolo  d'uva  figura  nei  pezzi  di 
argento,  accanto  al  caduceo. 

VEGETALI   IN   GENERE. 

Come  nella  Fauna  v'è  l'Uccello  inqualificabile,  così  av- 
viene parecchie  volte  nella  Flora  di  non  potere  in  alcun 
modo  precisare  di  quali  soggetti  vegetali  veramente  si  tratti 
ed  è  necessario  riassumerli  in  un  tutto  indeterminato. 

Molte  volte  si  incontrano  altari,  tripodi,  templi  inghirlan- 
dati. Quelle  ghirlande  sono  formate  da  foglie,  di  fiori  e  di 
frutti;  inutile  cercare  di  quale  specie  siano  quelle  foglie,  quei 
fiori  e  quei  frutti. 

La  personificazione  della  Speranza  è  data  da  una  gio- 
vane che  cammina  portando  un  fiore.  La  Musa  Erato  ha 
per  simbolo  un  fiore.  Il  Corvo  nel  sestante  della  Campania 
reca  nel  rostro  un  fiore.  Ma  chi  potrebbe  identificare  questi 
fiori  ? 

Così  vi  sono  cornucopie  e  canestri  ricolmi  di  frutti  e  di 
fiori  indefinibili,  e  che  del  resto  avrebbero  sempre  il  me- 
desimo significato  anche  quando  si  potesssero  definire.  Erano 
semplicemente  frutti  e  fiori  in  genere,  con  evidente  allusione 
a  festa,  ad  abbondanza,  a  ricchezza,  a  giocondità. 

Aquillio  Floro,  avendosi  scelto  come  suo  stemma  genti- 
lizio un  Fiore,  ce  lo  offre  in  oro  e  in  argento  ingrandito, 
tanto  da  occupare  tutto  il  campo  della  moneta. 


l86  FR.    GNECCHI    —   LA   FAUNA    E   LA    FLORA 

Eppure  nessun  botanico  lo  saprebbe  classificare,  perchè 
così  volle  appunto  chi  inventò  quel  fiore. 

L'emblema  di  Floro  doveva  essere  un  fiore;  ma  un 
fiore  indeterminato,  astratto,  generico  e  per  ciò  stesso  inclas- 
sificabile. 

A  questo  proposito  Aquillio  Floro  possiede  un'altro  de- 
nario,  in  cui  sta  una  quadriga  con  un  fiore,  e  alcuni  vor- 
rebbero che  anche  questa  alludesse  al  suo  nome.  Credo  che 
qui  la  spiegazione  non  calzi,  e  non  sia  più  l'allusione  al  nome 
che  dobbiamo  ricercare.  E  vero  che  da  quella  quadriga 
sporge  qualche  cosa  di  somigliante  a  un  fiore;  ma  quella 
quadriga  non  è  speciale  ad  Aquillio  Floro,  poiché  il  mede- 
simo denario  fu  pure  coniato  dai  suoi  due  colleghi  M.  Dur- 
mio  e  Turpiliano,  Non  potendo  supporre  che  questi  l'abbiano 
fatto  in  omaggio  a  Floro,  bisogna  trovare  un'altra  ragione 
a  quel  tipo,  che  sia  comune  ai  tre  magistrati.  E  tale  spie- 
gazione si  trova  facilmente  quando,  in  quella  quadriga,  si  ri- 
conosca il  carro  trionfale,  che  in  una  delle  cerimonie  dei 
misteri  Eleusini,  recava  il  calathus  o  canestro  di  fiori  che 
era  consuetudine  offrire  a  Venere. 

Ciò  non  toglie  però  che  le  due  quadrighe  entrino  nella 
categoria  delle  rappresentazioni  di  Vegetali  in  genere. 

Ai  fiori  indeterminati  si  possono  aggiungere  gli  alberi 
del  bosco  ove  caccia  Diana,  oppure  dove  Ercole  sta  ripo- 
sando delle  sue  fatiche  o  Igea  sta  nutrendo  il  Serpente  di 
Esculapio.  Sono  elei,  roveri,  uHvi  ?   Chi  li  può   distinguere  ? 

Finalmente,  nelle  monete  imperiali  e  specialmente  nei 
medaglioni,  si  trovano  figure  di  Deità  bocchereccie.  Pane, 
Silvano,  che  talora  tengono  in  mano  un  ramo,  che  nessuno 
potrà  mai  dire  se  sia  di  Quercia  piuttosto  che  di  Pino. 

Questi  sono  i  frammenti  del  mondo  vegetale  che  entrano 
qua  e  là  a  far  parte  della  decorazione  monetaria.  Essi  sono 
così  frazionati  e  così  indistinti,  che  basterà  averli  accennati 
in  blocco,  senza  scendere  a  una  più  minuta  descrizione. 

Nel  prospetto  sinottico  che  segue  non  poteva  mancare 
un  posto  per  questi  Vegetali  in  genere,  i  quali,  benché  ra- 
ramente abbiano  un'importanza  propria,  entrano  moltissime 
volte  nelle  rappresentazioni  e  spesso  anche  con  uno  speciale 
significato. 


PROSPETTO  SINOTTICO 

DELLA    FAUNA    E   DELLA    FLORA 
NEI    TIPI    MONETALI    DI    ROMA 

DAI    TEMPI    PIÙ    REMOTI 
FINO   ALLA   CADUTA   DELL'IMPERO   D'OCCIDENTE 


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Elefante             1 

Farfalla 

Fenice                ! 

Gallo 

Monetazione 

Italica 

Primitiva 

Quadrilateri 

Monetazione 
Campano- 
Romana 

Repubblica 

Monete  Anonime 

Aburia   .... 
Accoleia     .     .     . 
Acilia      .... 

Aelia 

Aemilia  .... 
Afrania  .... 
Annia      .... 
Antestia      .     .     . 

Antia 

Antonia  .... 
Appuleia    .     .     . 
Aquillia  .... 

Arria 

Asinia     .... 

Atia 

Atilia 

Aufidia  .... 
Aurelia  .... 
Autronia    .     .    . 

Axia 

Baebia    .... 

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Caninia  .... 
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Cassia    .... 
Cestia     .... 

Cipia 

Claudia  .... 
Cloulia    .... 
Clovia    .... 
Coelia     .... 
Considia.    .    .    . 
Coponia.    .     . 
Cordia    .... 
Cornelia.    . 
Cornuficia  .    .    . 
Cosconia     .     .     . 
Cossutia.    .    .    . 
Creperia     .     .     . 
Crepusia     .     .     . 
Critonia.    .    .     . 
Cupiennia  .    .     . 
Curatia  .... 
Curtia     .... 

Decia 

Decimia.    .     .     . 
Domitia  .... 
Durmia  .... 
Egnatia  .... 
Egnatuleia .     .    . 

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Fabia 

Fabrinia     .    .     . 
Fannia   .... 
Farsuleia    .    .     . 
Flaminia     ,     .     . 
Flavia     .... 

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Maliia     .... 
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Memniia.     .     . 
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Plaetoria    .    .     . 
Plancia  .... 
Plautia   .... 

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Pompeia     .     .     . 
Pomponia  .     .     . 
Porcìa    .... 
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Procilia  .... 
Quinctia.    .    .     . 
Quinctilia    .    .    . 
Renia     .... 
Roscia    .... 
Rubria   .... 
Rustia     .... 
Rutilia    .... 
Salvia     .... 
Sanquinia  .     .     . 
Satriena     .    .    . 
Saufeia  .... 
Scribonia    .     .     . 
Sempronia .    .    . 
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Ottone    . 
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Vespasiano 
Domitilla 
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Domiziano 
Domizia. 
Nerva     . 
Trajano  . 
Plotina   . 
Marciana 
Matidia  . 
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Sabina    . 
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Faustina  M 
M.  Aurelio 
Faustina  F 
Lucio  Vero 
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Caracalla    .    .     . 
Plautina  .... 

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Diadumeniano    . 
Eliogabalo .     .     . 
G.a  Paola   .    .    . 
Aquilia  Severo  . 
G.a  Soemiade 
G.a  Mesa    .    .     . 
Sev.  Alessand.  . 
Orbiana.    .     . 
Mammea    .    .    . 
Massimino  I    .     . 
Paolina  .... 
Massimo     .    .     . 
Gordiano  I     .     . 
Gordiano  II    .     . 
Balbino  .    .     .    . 
Pupieno.     .    .    . 
Gordiano  III  .    . 
Tranquillina  .    . 
Filippo  P.  .    .     . 
Otacilla  .... 
Filippo  F.  .    .    . 
Pacaziano  .     .    . 
Giotapiano.    .     . 
Trajano  Decio    . 
Etruscilla   .    .     . 
Erennio  .... 
Ostiliano     .    .    . 
Treb.o  Gallo  .     . 
Volusiano  .    .    . 
Emiliano     .    .    . 
Cor.  Supera    .     . 
Valeriane  P. .    . 

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Quieto    . 
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Mario 
Tetrico  P 
Tetrico  F, 
Claudio  Gotico 
Quintino 
Aureliano 
Severina 
Vaballato 
Tacito    , 
Floriano 
Probo     . 
Caro  .    . 
Numeriano 
Carino   . 
M.a  Urbica 
Nigriniano 
Giuliano  tir. 
Diocleziano 
Massimiano 
Carausio     . 
Alletto    .     . 
D."  Domiziano 
Cost.0  Cloro 
Elena      .    . 
Teodora 
Gal."  Massim 
Severo  II    . 
Massimino  D 
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Costantino  M,     . 
Fausta    .... 
Crispo    .... 
Delmazio    .    .     . 
Anniballiano  .     . 
Costantino  II  .     . 
Costante  I  .     .     . 
Costanzo  II    .    . 
Nepoziano .    .     . 
Vetraniano.     .    . 
Magnenzio.     .     . 
Decenzio    .     .     . 
Cost.e  Gallo    .    . 
Giuliano  II.    .     . 
Elena      .... 
Gioviano     .    .    . 
Valentiniano  I    . 
Valente  .... 
Procopio     .    .    . 
Graziano    .    .    . 
Valentiniano  II  . 
Teodosio  I      .     . 
Flacilla  .... 
Massimo     .    . 
Vittore  .... 
Eugenio.     .     .     . 
Onorio    .... 
Costanzo  III   .    . 
Placidia  .... 
Costantino  III     . 
Costante     .     .    . 
Massimo  tir." .    . 
Giovino  .... 
Sebastiano.     .    . 

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Valenliniano  III . 
Petr.  Massimo 
Avito      .... 
Maggioriana   .     . 
Severo  III .     ,     . 
Antemio     .     .     . 
Eufemia      .     .     . 
Olibrio   .... 
Glicerio  .... 
Giulio  Nepote     . 
Romolo  Aug. 

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NB.  —  In  questo  prospetto  sinottico^  per  ragione  di  spazio,  furono 
omessi,  sia  nella  Fauna,  come  nella  Flora,  i  soggetti  meno  importanti  o 
che  ricorrono  il  minor  numero  di  volte.  Esso  va  quindi  integrato  con  le 
seguenti  aggiunte,  fra  le  quali  si  trova  pure  una  voce  nuova,  la  Mosca, 
che  non  figura  nella  serie,  la  quale  risulterà  quindi  complessivamente  di 
7/  voci,  in  luogo  di  J4. 


Bove  a  faccia  umana  — 


Cicala 
Coleottero  . 
Conchiglia  . 
Cornacchia. 
Gabbiano    . 
Giraffa 
Granchio 
Minotauro  . 
Mosca 
Orso  . 

Pantera  alata 
Pesce. 
Rana  . 
Rinoceronte 
Rombo 


FAUNA. 

Campania 

Durmia  .        .        .        . 

Monetazione  primitiva. 


Antestia         .... 

Fabia 

M.  Aurelio    .... 
Cassia-Sevcilia  —  Durmia  . 
Caracalla       .... 
Monete  anonime  . 
Settimio  Severo  —  Caracalla 

Antonino  Pio 

Monetazione  primitiva  —  Anniballiano 
Monetazione  primitiva 

Domiziano 

Proculeia      ...... 


Geta 


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Alloro 

Edera 

Frumento 

Giunco 

Palma 

Quercia 

Ulivo 

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.     .     2 

.    •    3 
.     .     2 

Satiro 
Scarabeo 
Sorcio 
Struzzo 
Toro  alato 


—  Antonino  Pio 

—  Monetazione  primitiva. 

—  Quinctia. 

—  Trajano. 

—  Antonino  Pio 


Cipresso 
Fico   . 
Leto  . 


Papavero 
Pino  . 
Rosa  . 


FLORA. 

Eliogabalo 

Pompeia 

Adriano  —  Antonino  Pio  —  Faustina  se- 
niore —  Faustina  juniore  —  Giuliano  II 
—  Elena 


Eliogabalo 
Cassia    . 


Errata  corrige: 

pas.  23  Ariete  (rìsa  1 1  )  in  luogo  di  Gn.  29,  lessasi  Cn.  80,  69. 

pas-  40  Civetta  b  luogo  di  Grueber,  voi.  I,  pas.  342,  lessa»  voi.  1,  pas.  584. 

Per  una  svista  tipografica  nel  Prospetto  Sinottico  fu    omesso   il    sesno   indicante   la   prewnza,    pei 
Buenti  sossetti: 

Asino  a  Traiano  Dedo,  Gallieno,  Aureliano. 

Cicogna,  Corvo,  Ippocampo  a  M.  Antonio. 

Ibi»  ad  Adriano,  Antonino  Pio,  Gallieno. 

I-epre  ad  Adriano,  Antonino  Pio,  Faustina  iun.,  Commodo,  Treb.  Callo,  Probo,  Caro  e  Carino. 

Tigre  a  Settimio  Severo,  Caracolla  e  Geta. 


2o8 


FR.    GNECCHI     —    LA    FAUNA    E    LA    FLORA 


PROSPETTO    RIASSUNTIVO 

DELLE  APPARIZIONI   DI   CIASCUN  SOCGETTO  DELLA   FaUna  E  DELLA   Flora 

NELLA   NUMISMATICA  ROMANA 


FAUNA 

Aquila 

Ariete 

Asino 

Bove 

Bove  a  faccia  umana 

Camello 

Cane 

Capra-Capro    .     .     . 
Capricorno  .... 

Cavallo 

Centauro     .... 

Cerbero  

Cervo      

Cicala 

Cicogna 

Cinghiale     .... 

Civétta 

Coccodrillo  .... 
Coleottero   .... 

Colomba 

Conchiglia  bivalve 
Conchiglia  elicoidale. 

Coniglio 

Cornacchia  .... 

Corvo 

Delfino 

Drago      

Elefante 

Farfalla 

Fenice 

Gabbiano    .... 

Gallo 

Gazzella 

Giovenca     .... 
Granchio      .... 

Grifone 

Ibis 

Idra 

Ippocampo  .... 
Ippopotamo.     .     .     . 

Leone     

Lepre 

Lupa 

Minotauro    .... 
Mosca 


38 

7 

82 
16 

6 

3 
13 

2 

— 

3 

2 

II 

II 

9 
8 

I 

IO 

113 
3 

90 
6 

6 

I 

3 
8 

5 
16 

3 

IO 

4 

9 

2 

4 

I 

— 

3 

4 

I 

— 

I 

— 

— 

3 

I 

— 

5 

5 

9 

20 

— 

5 

II 

34 

2 

— 

I 
3 

16 

3 

I 

IO 

— 

4 

2 

— 

.  3 

5 

— 

3 

— 

4 

4 

2 

78 

4 
44 

— 

IO 

6 

24 

— 

I 

I 

— 

120 

23 

3 

19 

2 

5 
20 

19 

II 
203 

9 

5 
22 

I 

6 

18 

13 
6 

I 

7 
I 

I 

3 
I 

IO 

29 

5 
45 

2 
16 

I 

6 
II 

4 
2 

3 
3 

4 
6 

4 
122 

IO 

30 
I 

I 


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a.  a. 

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Mula-Mulo  . 

Orso  .     .  .  . 

Pantera  .  .  . 
Pantera  alata, 

Pavone   .  .  . 

Pegaso   .  .  . 

Pesce     .  . 

Polipo     .  .  . 

Pollo  .     .  .  . 

Porco      .  .  . 

Rana .     .  .  . 

Rinoceronte.  • 

Rombo    .  .  . 

Satiro     .  .  . 

Scarabeo  .  . 

Scorpione  . 

Scrofa    .  .  . 

Serpente  .  ■ 

Sfinge     .  .  . 

Sirena     .  .  . 

Sorcio     .  .  . 

Struzzo  .  . 

Testuggine  .  ■ 

Tigre.     .  .  . 

Toro  .     .  .  . 
Toro  alato. 

Tritone  .  .  . 

Uccello   .  .  . 

Vitello     .  .  . 


FLORA 


Alloro 

Cipresso 

Edera 

Fico  . 

Frumento 

Giunco 

Loto  . 

Palma 

Papavero 

Pino  . 

Quercia 

Rosa  . 

Ulivo  . 

l/ite    . 

Vegetali  diversi 


1 

12 

— 

3 

2 

9 

— 

I 

6 

27 
5 

I 
1 

I 

I 

I 

7 

3 

I 

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4 

I 

2 

2 

17 

4 
60 

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6 

2 
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2 

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7 

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29 

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15 
6 

32 

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16 

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126 

13 

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27 

II 

2 

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1 
I 
6 
6 

77 
7 
2 
I 
I 
3 
4 

32 
I 

II 

4 
6 


274 
I 

14 
I 

95 

15 

6 

153 

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38 
I 

71 
31 

'47 


LA  MONETAZIONE  DI  AUGUSTO 


PARTE  QUARTA. 

ZECCHE    DELLA    BITINIA. 

Poche  classificazioni  cronologiche  hanno  subito 
tanti  spostamenti  quanto  quella  delle  monete  che  sto 
per  descrivere,  carattei  izzate  dalle  epigrafi  CAESAR 
DIVI  F  ed  IMP  CAESAR  ;  monete  le  quali  debbono  ora 
subire  anche  un  necessario  spostamento  geografico. 

Il  Cohen  (i>  nella  sua  descrizione  delle  monete 
di  Augusto,  che  comprende  anche  quelle  emesse 
sotto  la  Repubblica,  attribuisce  loro  la  data  719  35. 
726/28  a.  C.  Babelon  (^)  invece  le  considera  come 
prettamente  repubblicane,  assegnando  la  loro  origine 
agli  anni  715  40  a.  C.  per  la  prima  serie  e  126  28 
per  la  seconda.  Cabrici  incidentalmente  (3)  ne  ac- 
cenna facendone  una  emissione  della  zecca  romana 
dal  71836  al  726/28.  Finalmente  Grueber  (4)  asse- 
gnandole anch'egli  a  Roma  attribuisce  ad  esse  la 
data  36-27  a.  C. 

Ma  i  lettori  hanno  già  appreso,  nelle  trattazioni 
precedenti,  i  motivi  che  si  oppongono  a  tale  asse- 
gnazione. Infatti  la  maniera  artistica  alla  quale  si  in- 
formano le  monete  suddette,  prettamente  greca,    di- 


ti) Monnaies  Imperiales,  seconda  edizione,  Augusto. 

(2)  République  Roniaine,  volume  secondo,  lulia. 

(3)  La  Numismatica  iti  Augusto  in  Studi  e  Materiali  di  Archeologia 
e  di  Numismatica,  II,  1902. 

(4)  Op.  cit.,  voi.  II,  pag.  8-17. 


2fÓ  LODOVICO   LAFFRANCHl 


mostra  la  insostenibilità  delle  ipotesi  affacciate  dal 
Grueber  per  trovare  una  spiegazione  alla  mancanza 
dei  nomi  tresvirali,  mancanza  assolutamente  inespli- 
cabile su  monete  che,  se  coniate  a  Roma  sarebbero 
state  precedute  da  quelle  coi  nomi  dei  tresviri  Vo- 
conius  e  Sempronms,  nonché  seguite  da  quelle  coi 
nomi  di  Aquillins,  Diirmius  e  Petronius,  e  credo  an- 
che di  aver  sufficentemente  lumeggiati  i  motivi  po- 
litici che  giustificano  il  mancato  funzionamento  della 
zecca  di  Roma  durante  questo  periodo. 

Però  a  chi  fosse  lento  nel  percepire  la  diff'erente 
abilità  artistica  alla  quale  sono  improntati  i  prodotti 
delle  due  monetazioni,  potrei  additare  un  confronto 
dei  più  persuasivi,  quello  tra  la  Venere  rappresen- 
tata sull'aureo  emesso  a  Roma  da  Vibius  Varus 
(tav.  VII,  n.  i)  durante  la  monetazione  repubblicana 
che  precede  quella  di  Augusto,  rappresentazione  ca- 
ratteristica per  la  sua  goffaggine,  che  è  poi  quella 
di  tutti  i  tipi  monetali  coniati  a  Roma  anteriormente 
a  Tiberio,  e  la  Venere  di  proporzioni  scultorie  e 
d'arte  veramente  greca  quale  noi  vediamo  sulle  mo- 
nete con  CAESAR  DIVI  F  (Tav.  VII,  n.  2). 

Anche  gli  altri  tipi  religiosi  quali  Diana,  Apollo 
e  Nettuno,  comunissimi  sulle  monete  locali  dell'Asia 
e  della  Grecia,  appaiono  semplicemente  delle  copie 
adattate  al  nuovo  compito  di  esprimere  simbolica- 
mente le  vittorie  di  Naulocos  e  di  Azio,  e  persino 
il  tipo  della  Vittoria  Aziaca  non  è  se  non  la  modifica- 
zione della  Vittoria  di  Samotracia  che  vediamo  sulle 
monete  di  Demetrio  Poliorcete. 

È  però  grande  sfortuna  che  non  siano  perve- 
nuti dall'Oriente  dei  ripostigli  intatti  delle  monete 
in  questione,  giacche  il  loro  studio  avrebbe  maggior- 
mente suff'ragata  la  mia  tesi,  quantunque  la  sola  cri- 
tica d'arte  basti  per  affermare  la  loro  origine  greco- 
asiatica. 


LA  MONETAZIONE  DI  AUGUSTO  211 


» 


È  alle  zecche  della  provincia  di  Bitinia  che  io 
assegno  l' intero  gruppo  levato  alla  zecca  di  Roma, 
ove  rappresentava  una  indebita  intrusione,  e  ad  in- 
durmi a  tale  assegnazione,  ebbero  forza  le  monete 
municipali  a  leggenda  greca  di  Nicomedia  e  di  Nicea 
emesse  quando,  in  data  incerta,  la  reggenza  di  detta 
provincia  era  affidata  al  proconsole  Turio  Fiacco  : 
alla  quale  reggenza  si  può  ora  assegnare  con  cer- 
tezza la  data  28-27  a.  C. 

^  —  Testa  nuda  di  Augusto  a  sinistra,  dietro  in  leggenda 

verticale  NIKAIEflN. 

(Tav.  VII,  n.  43). 

^    —  Eni  ;i  ANTinATOY  il  OflPIOY  9AAKK0Y  verticalmente 
m  leggenda  formata  da  tre  linee.  La  Vittoria  an- 
dante a  destra  tenendo  la  corona  e  la  palma,  nel 
campo  monogramma  vario. 
MB.,  mill.  27,  Babelon  (i),  Nicea,  n.  13,  14,  15. 


ly  —  Testa  nuda  di  Augusto  a  destra,  dietro  in  leggenda 

verticale  NIKOMEAEinW. 

(Tav.  VII,  n.  41). 

I^    —  Leggenda  come  la  precedente  in  quattro  linee  ver- 
ticali. La  Pace  a  sinistra  tenendo   colla   destra   il 
caduceo  e  colla  sinistra  un  ramo  d'ulivo  abbassato, 
nel  campo  monogramma  vario,  all'esergo  EIPHNH. 
MB.,  mill.  27,  Bab.,  Nicomedia,  n.  io. 

Che  il  conio  del  n.  41  sia  l'opera  del  medesimo 
artista  che  eseguì  quello  del  denaro  n.  37,  ed  altret- 
tanto si  debba  dire  dei  nn.  43  e  39,  mi  sembra   in- 


{I  )  Babelon,  Waddington  e  Reinach,  Recueil  generale  des  Monnaies 
d'Asie  Mineure,  fase.  III. 


LODOVICO    LAFFRANCHl 


dubitabile  per  l' impressionante  identità  di  maniera 
colla  quale  sono  trattate  le  effigi,  specialmente  per 
quanto  riguarda  la  capigliatura  ;  e,  dato  il  legame 
epigrafico  e  stilistico  esistente  fra  tutte  le  monete 
imperatorie  che  sto  per  descrivere,  rimane  provata 
l'esattezza  della  loro  assegnazione  alla  Bitinia. 

Non  deve  però  recar  meraviglia  la  emissione  di 
monete  imperatorie  dei  metalli  nobili  in  questa  pro- 
vincia poiché,  come  dimostrerò  in  ulteriori  pubbli- 
cazioni, essa  fu  anche  più  tardi  la  sede  di  una  zecca 
non  solo  per  le  monete  imperatorie  ma  anche  per 
le  senatorie  (sesterzi,  dupondi,  ed  assi  con  SC)  si- 
milmente alla  Provincia  d'Asia. 

L' intera  monetazione  imperatoria  della  Bitinia 
emessa  sotto  Augusto  appartiene  ad  almeno  due 
zecche  :  Nicomedia  capoluogo  della  provincia  e  Nicea 
che  ne  era  la  zecca  pili  importante  per  la  moneta- 
zione municipale  a  leggenda  greca;  ma  sarebbe  af- 
fatto empirico  il  voler  segnare  una  separazione  fra 
i  prodotti  di  esse,  attribuendo  alla  prima  le  monete 
colla  testa  di  Augusto  rivolta  a  destra,  ed  alla  se- 
conda quelle  colla  medesima  testa  rivolta  a  sinistra; 
soluzione  la  quale  d'altra  parte  avrebbe  il  torto  di 
lasciar  insoluto  il  problema  delle  monete  senza  ef- 
fige imperiale. 

Tornando  al  tema  della  cronologia,  il  Grueber 
a  mio  avviso  pecca  di  esagerazione  attribuendo  alla 
monetazione  di  cui  si  tratta  una  durata  di  nove  anni, 
(36-27  a.  C.)  giacche  il  quantitativo  degli  esemplari 
piuttosto  scarso  in  confronto  di  quello  delle  emis- 
sioni avvenute  più  tardi  in  Ispagna,  non  ci  permette 
di  protrarre  oltre  ai  tre  anni  questa  durata.  Il  Grue- 
ber credette  di  dover  stabilire  al  36  a.  C.  l'inizio 
della  serie  con  CAESAR  DIVI  F  perchè  volle  scor- 
gere in  essa  una  connessione  tipologica  cogli  avve- 
nimenti di  quest'almo,  e  principalmente    colla    scon- 


LA  MONETAZIONE    DI   AUGUSTO  21 3 


I 


fitta  di  Sesto  Pompeo  a  Naulocos,  ma  se  noi  osser- 
viamo attentamente  le  monete  suddette,  è  facile  in- 
travvedere  che  il  concetto  tipologico  chiaramente 
espresso  da  esse  è  la  pacificazione  definitiva  (vedi 
n.  9-12  della  descrizione)  ottenuta  per  merito  di  una 
grande  vittoria  di  Ottaviano  (n.  i-8)  quale  quella  di 
Azio  nel  31  a.  C.  ;  la  sconfitta  di  Sesto  Pompeo  era 
di  troppo  lieve  importanza  per  produrre  gli  effetti 
suddetti  ai  quali  alludono  le  monete. 

Una  prova  sicura  per  motivare  con  sufficente 
esattezza  le  date  d'inizio  e  fine  delle  serie  monetali 
in  questione  sembra  a  prima  vista  mancare,  pur  es- 
sendo ormai  certo  che  la  loro  coniazione  fu  poste- 
riore alla  battaglia  d'Azio  :  in  effetto  però  abbiamo 
due  monete  che  ci  offrono  la  })rova  desiderata  poi- 
ché ricordano  il  consolato  VI  ed  il  VII  che  Otta- 
viano assunse  nel  28  e  nel  27  a.  C. 

La  prima  di  queste  monete  reca  il  noto  tipo 
del  coccodrillo  unito  alla  epigrafe  AEGYPTO  CAPTA 
che  ricorda  la  conquista  dell'Egitto  e  venne  dal 
Grueber  '')  separata  dalle  altre,  attribuendo  ad  essa 
sola  la  sua  vera  origine  orientale  anziché  romana. 
Con  ragione  però  il  Cabrici  ^2)  osservò  che  queste 
monete  non  potevano  scindersi  dalle  altre  che  re- 
cano la  medesima  parentela  artistica,  e  devono  perciò 
seguire  la  loro  sorte;  ebbe  però  il  torto  di  assegnare 
le  une  e  le  altre  alla  zecca  di  Roma  basandosi  su 
malfondate  supposizioni. 

La  moneta  colla  eccezionale  epigrafe  CAESAR 
COS  VI  e  quella  emessa  l'anno  dopo  con  CAESAR 
COS  VII  CIVIBVS  SERVATEIS  hanno  il  medesimo  ruolo 
di  quelle  già  osservate  nelle  zecche  di  Colonia  Pa- 
trizia con  COS  XI  TR  FOT  VI  e  di  Roma  con  TR  P  VII 


(1)  Op.  cit.,  voi.  II,  pag.  536. 

(2)  Un  denaro  di  Augusto  col  toro  campano,  nota  a  pag.  6. 


214 


LODOVICO    LAFFRANCHI 


e  Vili;  esse,  pur  appartenendo  ad  emissioni  ordinarie, 
hanno  delle  epigrafi  straordinarie  con  date  che  si 
riferiscono  ai  loro  tipi  di  eccezionale  significato.  È 
assai  verosimile  che  i  sopraintendenti  alle  zecche 
datando  queste  monete  intendessero  datare  l' intera 
emissione  alla  quale  appartenevano. 

È  perciò  logico  assegnare  alle  monete  impera- 
torie della  Bitinia  la  data  29-28  a.  C.  per  la  serie 
con  CAESAR  DIVI  F  e  COS  VI,  e  quella  28-27  a.  C.  per 
la  serie  con  IMP  CAESAR  e  COS  VII. 

Quest'ultima  contro  l'opinione  del  Grueber  si 
protrasse  certamente  anche  dopo  il  conferimento  del 
titolo  di  «  Augustus  »  che  figura  per  eccezione  al  ro- 
vescio dell'aureo  datato,  giacche  vedemmo,  trattando 
della  zecca  di  Roma,  che  questa  qualifica  non  in- 
cominciò a  far  parte  della  titolatura  ufficiale  se  non 
dal  20  a.  C.  in  occasione  dei  decennalia  di  Azio  ed 
anche  dopo  quest'epoca  abbiamo  a  Roma  ed  a  Co- 
lonia Patrizia  delle  monete  colla  sempfice  qualifica 
IMP  CAESARl.  D'altra  parte  anche  l'Oriente  stesso,  in 
una  moneta  che  descriverò  più  tardi  e  che  il  Grueber 
medesimo  gli  ha  già  attribuito,  mostra  di  aver  tra- 
scurato il  titolo  di  «  Augustus  M  su  monete  che,  ricor- 
dando il  VII  consolato,  debbono  esser  state  emesse 
dopo  il  conferimento  di  questo  titolo. 

Volendo  poi  trovare  una  spiegazione  al  fatto  di 
tipi  che,  ancora  quando  era  cessato  l'eco  delle  vittorie 
di  Naulocos  e  d'Azio,  alludono  ad  esse,  si  è  costretti 
ad  ammettere  che  il  compito  di  queste  monete  d'ar- 
gento era  precisamente  quello  di  ricordare  i  meriti 
che  ad  Ottaviano  procurarono  l' alta  qualifica  di 
«  Augustus  »  inscritta  solamente  sull'aureo. 


LA   MONETAZIONE    DI  AtJGUSTO  2l5 


Venendo  finalmente  alla  parte  descrittiva,  ho 
pensato  di  classificare  il  materiale  numismatico  delle 
due  serie,  in  sottogruppi  secondo  l'analogia  dei  tipi 
allo  scopo  di  meglio  sintetizzarne  il  significato  ti- 
pologico. 


Prima  Emissione  —  (28-29  a.  C). 

A)  Tipi  riferentisi  alla  vittoria  d'Azio. 

^  —  La  Vittoria  a  destra  sopra  una  prora,  tiene  la 
palma  e  protende  la  corona.  (Modificazione  del 
tipo  della   Vittoria  di  Samotracia). 

(Tav.  VII,  n.  i6). 

i.  9*    —  CAESAR  •  DIVI  •  F  all'esergo,    Quadriga    ornata  di 
bassorilievi  andante  a  destra  in    cui   Ottaviano 
che  tiene  le  redini,  protende    un    ramo  d'ulivo. 
Ar.,  Cohen,  n.  75.  (Tav.  VII.  n.  17). 

Questa  moneta,  tanto  nel  diritto  che  nel  rovescio  venne  restituita 
da  Vespasiano  (i)  il  quale  copiò  il  tipo  della  Vittoria  su  prora  a  destra, 
anche  sui  medii  bronzi  suoi  e  dei  figli  colle  leggende  Victoria  Na- 
valis  e  Victoria  August. 

^  —  Testa  nuda  di  Ottaviano  a  destra  od  a  sinistra. 

(Tav.  VII,  n.  3,  7). 
2.  5*    —  CAESAR  •  DIVI  •  F   nel   campo  orizzontalmente.  La 
Vittoria  a  sinistra  sopra  un   globo   protende  la 
corona  e  tiene  la  palma. 
Ar.,  Cohen,  n.  64,  65.  (Tav.  VII,  n.  io). 


(i)  Ved,  Un  Centenario  numismatico  nelFantichità  in  Rivista  Ital.  di 
Numismatica,  anno  191 1, 


2i6  Lodovico  LAFfRANdril 


^  —  Come  il  precedente. 

3.  j^    —  Come  il  precedente,  ma  la  Vittoria  a  destra. 

Ar.,  Coh.,  n.  66. 
Tipo  restituito  da  Vespasiano. 

^  —  Come  al  n.  2. 

4.  ^    —  CAESAR  •  DIVI  •  F    all'esergo,   Vittoria  in  quadriga 

veloce  a  destra  tenendo  le  redini  e  protendendo 
la  palma. 

Oro,  Coh.,  n.  63.  (Tav.  VII,  n.  4). 

/©'  —  Come  al  n.  2. 

5.  9'    —  Come  il  prec,  ma  la  quadriga  a  sin. 

Oro,  Coh.,  n.  68. 

/©"  —  Come  al  n.  2. 

6.  H)    —  CAESAR  •  DIVI  •  F  all'esergo,  Quadriga  lenta  a  de- 

stra ornata  di  bassorilievi  e  sormontata  da  una 
piccola  quadriga  veloce. 
Oro,  Coh.,  n.  77.  (Tav.  VII,  n.  6). 

Questo  tipo  e  la  variante  successiva  vennero   più   tardi,  come  ve- 
demmo, copiati  dalla  zecca  di  Colonia  Patrizia. 

^  —  Come  al  n.  i. 

7.  I^   —  Come  il  prec,  ma  la  quadriga  a  sin. 

Oro,  Coh.,  n.  76. 

^  —  Busto  alato  della  Vittoria  a  destra. 

(Tav.  VII,  n.  11). 

8.  ;^    —  CAESAR  DIVI  •  F    nel  campo,    Nettuno    a    sinistra, 

col  piede  destro  posato  su  di  un    globo,    tiene 
V acrostolium  e  si  appoggia  al  tridente. 
Ar.,  Coh.,  n.  60.  (Tav.  VII,  n.  12). 

Tipo  restituito  da  Vespasiano  e  modifìcato  da  Adriano. 


LA    liONETAZIONE    HI    AUGUSTO  ùì"^ 

B)  Tipi  allusivi  alla  pacificazione  generale 

ED    AL    CONSEGUENTE    RIFIORIMENTO    ECONOMICO. 

^  —  Testa  diademata  della  Pace  a  destra. 
9.  R)    —  CAESAR  DIVI  •  F  orizzontalmente   nel    campo,   Ot- 
taviano in  abito  militare,  andante  di  corsa  a  si- 
nistra protendendo  la  destra  in  atto    di    pacifi- 
catore e  tenendo  colla  sin.  l'asta  trasversale. 
Ar,.  Coh.,  n,  70  71.  (Tav.  VII,  n.  15). 

T^  —  Testa  diademata  della  Pace    a    destra,    dietro  un 
cornucopia,  davanti  un  ramo  d'ulivo. 

(Tav.  VII,  n.  13). 

10.  R'    -    Medesima  legg^.,    Ottavio,    in    abito    militare,    an- 

dante a  destra  tenendo  lo  scettro    sulla    spalla 
sin.  e  levando  la  des.  in  atto  di  pacificatore. 
Ar.,  Coh.,  n.  72.  (Tav.  VII,  n.  14). 

Tipo  ciipiato  da  Traiano  per  un'aureo  emesso  verso  il  108  ti.  C. 
in  occasione  dei  suoi  decennalia  e  da  Adriano  per  un  altro  del  128 
pure  in  occasione  dei  decennalia. 

^  —  Testa  nuda  di  Ottaviano  a  des.  od  a  sin. 

11.  P    —  CAESAR  •  DIVI  •  F  all'esergo,    Ottaviano  a  cavallo, 

galoppando  a  sin.  protendendo  la  des.    in    atto 
di  pacificatore. 
Oro,  e  oh.,  n.  73.  (Tav.  VII,  n.  5). 

'B'  —  Come  il  prec. 

12.  R)    —  CAESAR  DIVI  •  F   in  legg.  esterna    da    des.  a  sin., 

la  Pace  a  sin.  tenendo  colla  des.  il  ramo  d'uliva 
e  colla  sin.  il  cornucopia. 
Ar.,  Coli.,  n.  69.  (Tav.  Vii,  n.  8). 

Il  Grueber  (i)  separò  questa  moneta  dalle  precedenti,  da  lui  asse- 
gnate a  Roma,  attribuendo  solo  essa  all'Oriente,  perchè  non  tenne 
conto  delia  identità  d'arte  e  di  paleografia  che  le  accomuna. 


(1)  Voi.  II,  pag.  535. 

28 


2l8  LODOVICO   LAfFRANCril 


B'  —  Come  al  n.  tt. 
13-  ^  —  CAESAR  DIVI  •  F  orizzontalmente  nel  campo,   Mer- 
curio (i)  seduto  a  des.  su  di  una  roccia  tenendo 
la  lira,  ha  il  petaso  dietro  le  spalle. 
Ar.,  Coh.,  n.  6i.  (Tnv.  VII,  n.  9). 

C)  Tipo  ali.usivo  ai.  culto  famigliare  della  gente  Giulia. 

&  —  Come  al  n.  11. 
14.^    —  Legg-,  come  il  prec,  Venere  vincitrice  a  des.  ap- 
poggiata ad  una  colonnetta  tenendo  la  galea  e 
l'asta,  dietro  di  essa  un  clipeo. 
Ar.,  Coli.,  11.  62,  63.  (Tav.  VII,  n.  2). 

Tipo  restituito  da  Vespasiano,  da  Tito  e  da  Traiano  che   lo    acco- 
munò alla  effigie  di  Giulio  Cesare. 

D)  Tipo  allusivo  alla  conquista  dell'Egitto. 

T>'  —  CAESAR  COS  VI  •  Testa  di  Ottaviano  a  des.  od  a 
sin.,  dietro  il  lituo. 

(Tav.  VII,  n.  30). 
15.  R)    —  AEGYPTO    orizzontalmente    in    alto.    CAPTA    allV- 
sergo,  Coccodrillo    andante    a    des.    colle  fauci 
spalancate. 
Ar.,  Coh.,  n.  2,  3.  (Tav.  VII,  n.  29). 

L'aureo  ed  ti  denaro  colla  variante  del  coccodrillo  a  fauci  chiuse  ver- 
ranno descritti  piti  avanti  nella  Parte  V. 


Seconda  Emissione   -  (28-27  a.  C). 

A)  Tipi  allusivi  alle  vittorie  di  Navlocos  e  d'Azio. 

i^'  —  Vittoria  su  prora  come  al  n.   i. 

(Tav.  VII,  n.  16). 


(i)  Identificazione  di  Grueber,  op.  cit.,  voi.  II,  pag.  11. 


LA   MONETAZIONE    DI    AUGUSTO  21 9 

16.  I^    —   IMP  •  CAESAR  all'esergo.  Quadriga  come    a!  n,   i. 

Ar.,  Coh.,  n.  115.  (Tav.  VII,  n.  18). 

Moneta  che  diflferisce  dal  n.  i    solo   per  l'epigrafe  ed  è  altrettanto 
comune  quanto  l'altra  è  rarissima. 

i^'  —  Testa  galeata  (ii  Marte  a  destra,  sotto  IMP. 

(Tav.  VII,  n.  25). 

17.  R)    —  CAESAR  scritto   sull'orlo    di    un    clipeo    coll'umbo 

ornato  di  un  astro,    dietro    spuntano    due   laste 
incrociate. 
Ar.,  Coli.,  n.  44.  (Tav.  VII,  n.  26). 

i  >'  —  Busto  della  Diana  di  Sicilia  a  d.  con  arco  e  faretra. 

(Tav.  VII,  n.  19). 

18.  I^    —   IMP  CAESAR  sul  fregio  di  un  tabernacolo  tetrasiilo, 

col    timpano    ornato    della    triquetra;    entro    si 
scorge  un  trofeo  navale. 
Oro,  Coh.,  n.  121.  (Tav.  VII,  n.  20). 

i^  —  Testa  di  Ottaviano  a  des.  od.  a  sin. 

(Tav.  VII,  n.  31,  39). 

19.  i^    —  Trofeo  navale. 

Ar.,  Coh.,  nn.  119,  420.  (Tav.  VII,  n.  40). 

Il  tipo  rappresenta  un  particolare  del  tipo  precedente. 

B)  Tipi  allusivi  alle  onoranze  rese  ad  Ottaviano. 

f^'  —  Come  al  n.   19. 

20.  I^    —  IMP  CAESAR  •  sul  fregio  di  un   arco    trionfale    or- 

nato   di    aquile    militari    e    sormontato    da    una 
quadriga  che  porta  Ottaviano. 
Ar.,  Coh.,  n.  123.  (Tav.  VII,  n.  32). 

H'  —  Como  al  n.  19. 

21.  l>    —  IMP  CAESAR  nel  campo.    Erma    di    Priapo  posato 

su    di    un    lulmine,    ha    là    testa    laureata   ed   i 
tratti  di  Ottaviano. 
Ar.,  Coh.,  n.  114.  (Tav.  Vili,  n.  33). 


220  LODOVICO   LAIFKANCHI 


B'  —  Particolare  del  tipo  di  ^  suddetto,  cioè  busto  di 
Ottaviano  in  forma  di  erma  a  des.  con  testa 
laureata  dietro  il  fulmine. 

(Tav.  VII,  n.  21). 

22.  I^    —   Legg.  come  il  prec,  Ottaviano  Niceforo  seduto  a 

sin.  in  sedia  curule  tenendo  la  vittoriola. 
Coli.,  II.  116.  (Tav.  VII,  n.  22). 

rB'  —  Testa  laureata  di  Ottaviano  a  destra. 

(Tav.  VII,  11.  27). 

23.  FI)    —  1-egg.  come  il  prec,  Colonna  rostrata    ed    ornata 

di  due  ancore,  sulla  quale  è    la  statua  di  Otta- 
viano in  attitudine  eroica  tenendo   il   parazonio 
ed  appoggiandosi  all'asta. 
Ar.,  Culi.,  n.  124.  (Tav.  VII,  11.  28). 

È  difficile  stabilire  se  questo  tipo  ha  un  carattere  puramente  alle- 
gorico, oppure  se  riproduce  un  vero  e  proprio  monumento.  Esso  venne 
restituito  da  Vespasiano  e  da  Tito,  ed  il  Milani  (i)  basandosi  esclusi- 
vamente sulle  costoro  monete,  nelle  quali  la  statua  di  Ottaviano  porta 
la  corona  radiata,  credette  di  vedervi  il  colosso  di  Nerone. 

Q  Tipi  allusivi  alla  fondazione  delle  colonie  latine 
IN  Oriente  {Apafnea,  Parium,  Sinope,  Antiochia  Pisidia,  ecc.). 

^  —  Testa  laureata  di  Apollo  a  destra. 

(Tav.  VII,  n.  23). 

24.  )^    —   IMP  CÀESAR  all'esergo.  Sacerdote  velato  che  tiene 

il  flagello  e  guida  l'aratro  tirato  da  due  buoi  a  d. 
Ar.,  Coh.,  n.  117.  (Tav.  VII,  n.  24). 

D)  Tipo  allusivo  ad  un  monumento  locale 
[Basilica  di  Ntceà). 

^  —  Testa  nuda  di  Ottaviano  a  destra. 

(Tav.  VII,  n.  31,  37). 

25.  yp    —  Una  delle  facciate  della  Basilica  di  Nicea,    a    due 

piani  con  avamportico,  fregio  su    cui    lii    legge 
IMP  CÀESAR,  e  timpano  ornato    da  un    bassori- 

(i)  Di  alcuni  ripostigli  di  monete  romane,  pag.  51. 


LA    MONETAZIONK    DI    AUGUSTO  221 

lievo  che  rappresenta  una  figura  seduta  e  sor- 
montato al  vertice  da  una  Vittoria  di  fronte 
sopra  un  globo  porgendo  la  corona  e  tenendo 
il  vessillo,  ed  ai  due  lati  da  figure  con  asta  e 
parazonio  (?)  rivolte  entrambe  verso  la  Vittoria. 
Coh.,  n.  122.  (Tav.  VII,  n.  34). 

II  tipo  è  quasi  identico  a  quello  che  si  vede  sui  GB  greci  colla  ef- 
fige di  Messalina  (i)  coniati  verso  il  46  d.  C.  a  Nicea  che  riproducono 
una  delle  facciate  della  Basilica  di  questa  città  (Tav.  VII,  n.  42).  Il  caso 
di  edifici  a  due  piani  nell'architettura  numismatica  è  troppo  raro  perchè 
si  possa  accusare  di  temerità  questa  interpretazione,  quantunque  sul 
GB  in  questione  il  timpano  non  sia  decorato  da  statue  ma  da  sem- 
plici acroteri,  essendo  abbastanza  comune  l'esempio  di  monumenti  che 
ricompaiono  più  tardi  modificati  sulle  monete. 

L'altra  facciata  della  Basilica,  che  differisce  da  questa,  perchè  il 
coronamento  ne  è  costituito  da  un  arco  fiancheggiato  da  antefissi,  non 
è  rappresentato  che  sui  bronzi  di  Claudio  e  Messalina  (2)  appartenenti 
alla  medesima  emissione,  e  altrettanto  si  dica  di  un  terzo  tip>o  con  due 
ordini  di  colonne  senza  coronamento  che  a  mio  avviso  rappresenta  il 
fianco  dalla  Basilica  stessa. 

/&  —  Come  al  n.  25. 

(Tav.  VII,  n.  37). 

26.  I^    —  IMP  CAESÀR  nel  campo,  Vittoria    di  fronte  sopra 
un  globo,  colla  des.    porge    la   corona   e  colla 
sin.  tiene  lo  stendardo. 
Coh..  n.  113.  (Tav.  VII,  n.  38). 

Particolare  della 'Statua  sul  timpano  della  Basilica;  questo  tipo, 
venne  più  tardi  riprodotto  sui  quinari  aurei  di  Colonia  Patrìzia  che  ho 
già  descritto. 


(i)  Vedi  Babslon,  op.  cit.,  Nicea  e  tavola  relativa. 

(2)  Un  significante  esempio  dei  progressi  fatti  dai  professionisti  della 
falsificazione  è  dato  da  un  preteso  GB  di  Messalina  a  questo  tipo  che 
figurava  alcuni  anni  fa  su  un  catalogo  dell' Hirsch  di  Monaco.  Si  tratta 
di  un  GB  di  Faustina  jun.  col  diritto  rifatto  nella  leggenda  e  nella  ef- 
fige alla  quale  venne  cambiata  l'acconciatura  dei  capelli  ;  in  quanto  al 
rovescio,  l'antico  tipo  fatto  scomparire  interamente  era  sostituito  da 
quello  della  lacciata  con  arco  ed  antefissi,  il  tutto  meravigliosamente 
imitato  anche  nelle  peculiarità  paleografiche.  La  mistificazione  era  però 
tradita  dalla  effigie  che  conservava  intatto  il  profilo  di  Faustina  jun.,  e 
da  un  errore  epigrafico  costituito  dall'etnico  NEIKAEAN  '"vece  di 
nEIKAIEON. 


LODOVICO    L AFFRANCHI 


E)  Tipo  allusivo  al  conferimento  del  titolo 

DI     «    AVGVSTVS    ». 

1>    —  CAESAR  COS  VII  CIVIBVS  SERVATEIS  Testa  nuda 
a  destra. 

(Tav.  VII,  n.  35). 

27.  ]ji    —  AVGVSTVS  in  alto,  Aquila   di    fronte  guardante  a 
sin.,  tiene  fra  gii  artigli  la  corona  di  quercia  e 
seminasconde  colle    ali    due    rami    d'alloro,  nel 
campo  al  basso  S  C. 
Oro,  Coh.,  n.  30.  (Tav.  VII,  n.  36). 

Questo  tipo  venne  più  tardi  copiato  dalle    monete    alessandrine  di 
Aureliano  emesse  nel  273. 

Milano,  Marzo  1^16. 

L.  Laffranchi. 


à 


LE  MONETE  CONIATE  IN  CATANIA 
IN  MEMORIA  DEI    «  PII  FRATRES  » 


Gli  scrittori  non  sono  tutti  concordi  nel  deter- 
minare l'epoca  di  quella  famosa  eruzione  dell*  Etna, 
che  diede  occasione  di  essere  grandemente  celebrata 
la  gloriosa  azione  dei  fratelli  pii  catanesi,  non  es- 
sendovi che  poche  e  magre  notizie  delle  antichis- 
sime eruzioni  prima  dell'era  volgare,  sebbene  da 
alcuni  monumenti  e  dalle  numerose  lave  apparisce 
chiaramente  che  dal  vulcano  ne  scoppiarono  delle 
poderose  in  tempi  preistorici. 

Alcuni  hanno  reputato  per  favoloso  che  le  lave 
del  vulcano  abbiano  potuto  incenerire  tutti  quei  cit- 
tadini, che,  abbandonata  la  città  di  Catania,  se  ne 
fuggivano  portando  seco  le  loro  ricchezze  ed  abbiano 
lasciati  illesi  i  due  fratelli,  che  si  erano  prefissi  di 
salvare  i  loro  genitori,  incapaci  a  potere  fuggire 
innanzi  l' igneo  torrente,  ricordando  che  questo  fatto 
fin  dai  tempi  di  Alessandro  il  Macedone  era  consi- 
derato per  favoloso,  come  espressamente  riferisce 
Licurgo  nella  orazione  contro  Leocrate  e  poi  basan- 
dosi che  non  esistono  nelle  vicinanze  di  Catania 
delle  vestigie  di  quelle  lave  preistoriche  e  che  le 
fabbriche  greche  della  città  non  mostrano  affatto 
delle  tracce  di  una  distruzione  operata  da  quella  lava. 

Aristotele  P.s,  in  De  muncio^  6  e  in  Mirab., 
154,  descrive  questa  eruzione  accaduta  dopo  quella 


2:^4  Salvatore  mironè 


che  avvenne  all'epoca  di  Fetonte,  senza  determinarne 
l'epoca,  accenna  ai  due  fratelli  catanesi  senza  nomi- 
narli e  fa  intervenire  il  soccorso  divino  per  tale  sal- 
vamento. 

Strobeo,  in  Serm.,  198,  dice  di  avere  ricavato 
dalle  storie  di  Eliano  che  il  fatto  accadde  nell'Olim- 
piade LXXXI,  errando  però  i  nomi  dei  due  eroi 
catanesi. 

Strabene,  nella  Geograf.,  VI,  2-3,  non  precisa 
alcuna  epoca,  pur  facendo  menzione  del  fatto. 

Pausania,  X,  28-4,  pur  raccontando  l'avveni- 
mento, non  li  chiama  a  nome. 

Solino,  5-T5,  rammenta  questo  fatto  ed  aggiunge 
che  i  catanesi  H  chiamavano  Anapia  ed  Anfìnomo, 
mentre  i  siracusani,  che  gliene  contrastavano  la 
gloria,  h  chiamavano  Emanzio  e  Critone. 

Molti  scrittori  moderni  invece  sostengono  che 
nel  secolo  V  prima  dell'era  volgare,  secondo  un 
racconto  popolare,  vi  sarebbe  stata  una  di  quelle 
poderose  e  terribili  eruzioni  dell'  Etna,  che  avevano 
atterrito  i  primi  naviganti  greci,  ma  che  non  reca- 
vano piti  spavento  agli  arditi  calcidesi,  che,  dopo 
avere  per  lungo  tempo  costeggiato  il  mare  Jonio, 
si  erano  stabiliti  in  diversi  punti  della  costa  orien- 
tale della  Sicilia,  fondandovi  delle  opulente  città,  fra 
le  quali  Catania. 

Durante  questa  eruzione,  un  torrente  di  lava 
(qualcuno  afferma  che  sarebbe  stato  emesso  da  Mon- 
pilieri  e  qualcheduno  da  Monte  vergine)  minacciava 
la  città  di  Catania  ed  i  suoi  dintorni,  tanto  che  tutti 
gli  abitanti  premurosamente  cercarono  di  mettere 
in  salvo  tutte  le  loro  ricchezze  ed  i  loro  tesori, 
mentre  i  due  fratelli  Anapia  ed  Anfinomo,  non  cu- 
ranti dell'  imminente  pericolo  e  disprezzando  di  sal- 
vare i  loro  averi,  si  caricavano  di  un  più  venerato 
peso,  sudantes  venerando  pendere,  portando  sulle  spalle 


Le  Monete  coNiAtE  in  CAtANiA,  ecc.  aa^ 


l'uno  il  padre  e  l'altro  la  madre,  incapaci  di  potersi 
salvare  stante  la  loro  età  decrepita.  1  due  fratelli, 
non  potendo  camminare  speditamente  a  cagione  di 
quel  peso,  furono  dalla  lava  quasi  circondati  e  sta- 
vano per  essere  inghiottiti  dal  fiume  di  luoco,  quando 
la  Natura,  dopo  aver  loro  mostrato  il  grande  peri- 
colo corso,  rispettava  quella  gloriosa  azione.  Ed  in- 
fatti il  torrente  di  lava  si  ripartiva  e  lasciava  loro 
libero  il  passo  onde  potersi  salvare  insieme  ai  loro 
cari  genitori. 

Non  sarebbe  qui  il  luogo  di  discutere  se  fos- 
sero nel  vero  gli  uni  o  gli  altri  scrittori  e  se  il  fatto 
fosse  accaduto  o  pur  no,  avendo  noi  solamente  in- 
tenzione di  occuparci  fugacemente  delle  monete  co- 
niate in  Catania  in  memoria  degli  sj«fi««:;,  ma  pur 
tuttavia  necessariamente  dobbiamo  analizzare  questo 
avvenimento,  che  ha  rivestito  in  quella  città  una 
grande  importanza. 

Racconta  Tucidide,  nella  Storia,  111-116,  che 
dacché  i  greci  si  posero  ad  abitare  la  Sicilia  fino  al 
tempo  in  cui  viveva,  non  si  contano  che  tre  eruzioni 
dell'  Etna.  La  prima  —  della  quale  egli  non  riferisce 
l'epoca  —  si  crede  probabilmente  sia  avvenuta  ai 
tempi  di  Pitagora.  La  seconda  trovasi  registrata  nei 
famosi  marmi  arundulliani  dell'  isola  di  Paros  ed  ac- 
cadde l'anno  secondo  dell'Olimpiade  LXXV  sotto 
l'Arcontato  di  Santippo,  che  corrisponde  al  479  a.  C. 
La  terza  accadde  ai  tempi  di  questo  grande  storico 
precisamente  nell'anno  sesto  della  guerra  del  Pelo- 
ponneso, coincidendo  con  l'anno  secondo  dell'Olim- 
piade LXXXVIII,  cioè  426   prima   dell'era  volgare. 

Gli  accennati  scrittori  antichi,  ai  quali  si  devono 
aggiungere  Seneca,  De  bene/..  III.  37-2;  Valerio  Mas- 
simo, De  factorum  et  dictorum,  V,  4  ;  Marziale,  VII, 
24-5  ;  Ausonio,  Ordo  urb.  nob.,  16  e  carni.  X  Ds 
claris  civitatibtis;  Luciano,  Aetna,  626;  gli  onori  pre- 

29 


226  SALVATORE    MIRONF: 


stati  fin  dall'epoca  di  Pausania  ;  i  poemi  di  Severo, 
Aetna,  e  di  Silio,  XIV,  197  ;  le  statue  per  cui  Clau- 
diano  compose  un  carme  ;  la  iscrizione  dell'epoca  di 
Zosimo,  che  ancora  si  conserva  nel  museo  dei  padri 
cassinensi;  le  dotte  osservazioni  di  Cluverio,  Car- 
rera.  Amico,  Somma  ed  altri  confermano  che  quel- 
l'avvenimento in  Catania  avvenne.  Vero  si  è  che 
fra  i  siracusani  ed  i  catanesi  vi  fu  una  forte  disputa 
nell'antichità  intorno  alla  patria  dei  due  fratelli  pii. 
tanto  che  i  primi  li  chiamavano  Emanzio  e  Critone 
e  pretendevano  che  i  due  fratelli  fossero  loro  con- 
cittadini. 

Ma  questa  pretesa  cade  quando  si  pensi  che 
la  cittadinanza  siracusana,  la  quale  serbava  memo- 
ria nelle  sue  monete  del  forte  Leucaspi,  che  lottò 
contro  Ercole  di  Ligdamo,  vincitore  dei  Fancrazia- 
nisti  nei  giuochi  istmici  e  di  altri  eroi  dell'evo  an- 
tico, non  avrebbe  lasciato  di  ricordare  un  si  grande 
avvenimento  nei  marmi  e  nelle  monete  della  patria. 
L'avvenimento  quindi  è  dovuto  succedere  con  cer- 
tezza, se  non  nella  città,  nei  dintorni,  a  monte  verso 
r  Etna,  per  il  motivo  che  le  fabbriche  greche  non 
hanno  alcuna  vestigia  di  tale  lava  preistorica  e  so- 
lamente l'epoca  dell'eruzione  è  incerta.  Difatti  dalla 
narrazione  di  Aristotele,  che  rincula  tale  gloriosa 
azione  ad  un'epoca  più  remota  dell'Olimpiade  81  e 
tale  che  tocca  l'età  favolosa,  e  dalla  storia  di  Tuci- 
dide, che  afferma  di  esservi  state  tre  eruzioni  dallo 
stabilimento  dei  greci  in  Sicilia,  si  può  supporre 
che  l'eruzione  detta  dei  fratelli  pii  (di  cui  vi  è  una 
carta  topografica  compilata  dall'  ing.  Sciuto-Patti,  Ca- 
tania 1875)  fosse  accaduta  ai  tempi  precedenti  la 
nostra  storia  e  prima  che  Catania  sia  stata  abitata 
dalla  colonia  calcidese  di  Evarco  nell'anno  729  a.  C. 
L'avvenimento  da  quell'anno  in  poi  sarebbe  stato 
con  certezza  storica  segnato;  vero  si  è  che   i    detti 


1 


LE   MONETE   CONIATE   IN    CATANIA,    ECC.  227 

fratelli  hanno  nomi  greci  e  può  darsi  il  caso   che  i 
nomi  siano  stati  modificati  nella  lingua  greca. 

Analizzando  poi  il  racconto  del  miracoloso  sal- 
vamento dei  due  fratelli  insieme  ai  loro  genitori  si 
possono  fare  tre  congetture  : 

i.^  o  che  il  torrente  di  lava  incontrando  delle 
accidentalità  nel  terreno  si  sia  fermato  per  alcuni 
giorni  quasi  dimostrando  di  volere  estinguere  la  sua 
attività  distruttrice  e  che  all'improvviso  più  a  monte 
un  braccio  di  lava  secondario  si  sia  staccato  da 
quello  principale,  come  è  avvenuto  in  varie  eruzioni, 
ed  abbia  minacciato  la  città  da  una  direzione,  da 
cui  i  cittadini  si  credevano  sicuri,  incutendo  mag- 
giore spavento  per  la  repentina  irruzione; 

2.^  o  che  il  torrente  di  lava,  che  pareva  quasi 
estinto,  si  sia  momentaneamente  risvegliato  e  sia 
corso  con  una  certa  velocità,  data  la  natura  del 
terreno  ; 

3.^  od  in  ultimo  le  bocche  eruttanti  lava  siano 
state  vicinissime  alla  località  in  cui  si  svolse  l'azione. 

Nei  primi  due  casi  è  da  escludersi  completa- 
mente che  l'igneo  torrente  abbia  potuto  inseguire  i 
cittadini  fuggitivi,  perchè  in  linea  generale  un  braccio 
di  lava,  lontano  vari  chilometri  dalle  bocche  d'eru- 
zione ed  in  un  terreno  non  troppo  scosceso,  procede 
sempre  leggermente  avanzando  pochi  chilometri  per 
ora  e  dà  il  tempo  necessario  agli  abitanti  di  poter 
sgombrare  con  le  loro  masserizie,  mentre  nel  terzo 
caso  la  lava,  quasi  liquida  avanza  con  una  certa 
velocità  pericolosa  per  coloro  che  sono  vicini,  perchè 
i  lapilli  e  le  ceneri  infuocate  non  permettono  di  ve- 
dere ad  una  piccola  distanza.  Quindi  è  da  conchiu- 
dere che  il  fatto  è  stato  grandemente  esagerato  at- 
traverso il  racconto  popolare  tramandato  ai  posteri. 


228  SALVATORE    MIRONK 


* 
*       * 


Grande  dovette  essere  la  devozione  della  citta- 
dinanza catanese  per  tale  glorioso  fatto  ed  in  premio 
di  tale  pietà  filiale  i  due  fratelli  Anapia  ed  Anfinomo 
ebbero  erette  delle  statue,  splendidamente  descritte 
da  Claudiano  nel  carme  De  piis  fratribus  et  de  statuis 
quae  sunt  apud  Catinam,  il  luogo  del  loro  sontuoso 
sepolcro  fu  chiamato  campo  dei  fratelli  pii  (sOffefifejv  x^po?) 
o  campo  della  pietà,  dove  fu  trovata  un'iscrizione 
così  tradotta  dal  greco  in  latino,  Piorum  inclyta  urbs 
beatum  virum  in  sublime  posuit,  ecc.  ecc.,  e  che  se- 
condo C.  Gemellaro  corrisponde  alla  località  presso 
Catania  detta  Pampiu  parola  corrotta  di  Campus 
Piorum,  e  la  loro  immagine  venne  scolpita  in  alcune 
monete  coniate  nella  città  di  Catania. 

Le  zecche  siciliane,  ultima  quella  di  Siracusa, 
nell'anno  212  a.  C,  nei  primi  tempi  della  conquista 
dei  romani  o  furono  chiuse  o  furono  ridotte  a  co- 
niare monete  di  rame,  avendo  Roma  tolto  alle  città 
della  Sicilia  il  diritto  di  coniare  monete  di  metalli 
nobili,  cioè  oro  e  monete  d'argento  di  grosso  taglio. 
Catania,  che  era  scomparsa  dalla  storia  dopo  il  suo 
soggettamento  alla  città  di  Siracusa  per  opera  di 
Dionisio  il  Vecchio,  sotto  la  dominazione  dei  romani 
aveva  la  sua  zecca  e  fra  tutte  le  città  siciliane  con- 
tinuò ad  averla  fino  all'epoca  bizantina;  questo  latto 
potrebbe  essere  messo  in  relazione  con  l'altro  che 
appunto  questa  città  seguitò  più  a  lungo  ad  avere 
monete  proprie. 

Nel  tedioso  periodo  della  dominazione  romana 
la  numismatica  siciliana  è  rappresentata  da  una  ricca 
serie  di  monete  di  bronzo,  in  cui  lo  stile  si  fa  sempre 
più  basso  e  scadente  e  certamente  i  tipi  più  inte- 
ressanti della  città  e  di  tutta  V  isola  sono  le  monete 


LE    MONETE    CONIATE    IN    CATANIA,    ECC.  229 

coniate  in  Catania  per  onorare  la  memoria   dei  due 
fratelli  Anapia  ed  Anfinomo. 

Le  monete  di  bronzo  sono  cinque  e  sono  le 
seguenti  : 

1.  &  —  Testa  di  Bacco  a  destra,  coronata  di  pampini,    so- 

pra AAZIO  e  dietro  un  monogramma  della  forma 
di  un  quadrilatero,  di  cui  il  lato  sinistro  è  ri- 
piegato verso  il  centro,  formando  quasi  due 
rettangoli  ;  poggiato  sul  lato  superiore  vi  è  un 
piccolo  cerchio. 
R)  —  KATAN  Anfinomo  ed  Anapia  che  adducono  a  salva- 
mento i  loro  genitori. 
Bromo,  gr.  8,15. 

2.  Simile  al  precedente. 

Bronzo,  gr.  5,86. 

3.  Altro  simile  KATANAIflN. 

Bronzo,  gr.  3,68. 

4-  ^  —  KATANAIflN  uno  dei  fratelli  che  conduce    a   salva- 
mento uno  dei  genitori. 
9'    —  Lo  stesso  tipo. 
Bronzo,  gr.  3,96. 

5.  Simile  al  precedente,  ma  di  minore  modulo. 
Bronzo,  gr.  1,96. 

Il  Paruta  sostiene  che  il  capo  del  giovane  sia 
coronato  di  frondi  di  quercia  -  simbolo  della  libertà  — 
perchè  coloro  che  liberavano  in  battaglia  un  citta- 
dino erano  coronati  di  quercia.  Soggiunge  poi  che 
la  parola  AAIIO  è  oscura  e  che  se  vi  fosse  scolpito 
lAllO  mostrerebbe  che  la  moneta  fu  consacrata  a 
Fasio,  figliuolo  di  Giove,  marito  od  amico  di  Cerere 
secondo    Diodoro    Siculo.    Infine    il    Paruta  sostiene 


230  SALVATORE   MIRONE 


che  Lasio  sia  stato  qualche  celebre  catanese  devoto 
ai  fratelli  pii  dopo  il  glorioso  avvenimento.  Invece 
molti  autori  sostengono  che  AAIIO  con  tutta  certezza 
doveva  essere  un  nome  locale  di  Dionisio  ed  il  si- 
gnificato della  parola  :  chiomato,  folto  di  pelo,  pe- 
loso, è  bene  appropriato  al  dio,  che  aveva  la  pelosa 
pelle  di  un  cerbiatto  per  caratteristico  vestito. 

Questi  tipi  di  monete  ci  riferiscono  quanto  vivo 
sia  stato  sin  dalla  più  remota  antichità  il  culto  in 
onore  di  Bacco  a  Catania  e  nei  dintorni,  ove  la  col- 
tivazione della  vite  era  molto  diffusa  ed  ove  si  pro- 
duceva un  vino  prelibato.  Quell'appellativo  di  chio- 
mato, di  peloso,  ci  rivela  l' indole  ed  il  carattere 
della  popolazione  dell'antica  città,  che  scherzevol- 
mente affibbia  un  sopranome  alla  suddetta  divinità 
e  lo  fa  trascrivere  in  alcune  monete. 

Le  cinque  monete  non  sono  rimarchevoli  sotto 
il  rapporto  dell'arte,  ma  pur  tuttavia  posseggono  il 
notevole  pregio  di  rappresentare  in  questo  periodo 
della  decadenza  dell'arte  numismatica  greca  la  rea- 
zione contro  il  monopolio  di  accentramento  che  eser- 
citava Roma  nelle  provincie  conquistate  e  di  rialzare, 
sebbene  sotto  dominazione  straniera,  per  poco  le 
sorti  della  lunga  ed  artistica  serie  delle  monete 
greco-sicule.  Nel  periodo  deirassoggettamento  ai  ro- 
mani si  era  perduto  il  carattere  proprio  delle  sin- 
gole città  greche,  mentre  le  dette  monete  ci  confer- 
mano che  la  civiltà  greco-sicula  non  era  stata  per 
nulla  sopraffatta  dalla  cultura  romana  e  che  anzi  le 
due  civiltà  romana  e  greca  si  combattevano  in  Si- 
cilia senza  che  nessuna  delle  due  fosse  riuscita  ad 
acquistare  un'  importanza  speciale,  senza  che  Tuna 
avesse  avuta  superiorità  sull'altra. 

Il  pregio  speciale  di  tali  tipi  di  monete  si  è  che 
mentre  il  simbolo  di  molte  monete  greche  era  de- 
stinato a  richiamare  un   avvenimento,    una    vittoria, 


Le   monete  coniate:   in  CAtANlA,  ECC.  à3t 

un  trionfo,  che  interessavano  un'intiera  popolazione, 
una  città,  il  simbolo  di  queste  cinque  monete,  che 
rappresenta  la  pietà  filiale,  richiamava  un  avveni- 
mento, che  si  riferiva  ad  una  sola  famiglia,  che  ri- 
cordava semplicemente  un'azione  eroica  di  due  cit- 
tadini, ma  che  giustificava  il  pubblico  culto  profes- 
sato nella  città  di  Catania  in  memoria  degli  £•j^efi£^. 
Infine  bisogna  conchiudere  che  tali  tipi  di  mo- 
nete, sebbene  come  sopra  si  è  detto,  non  contengano 
i  notevoli  pregi  d'arte  del  periodo  classico  della  nu- 
mismatica greca,  pur  tuttavia  gli  incisori  della  zecca 
catanese,  quantunque  già  privi  del  genio  creatore 
che  segna  le  grandi  epoche,  serbano  in  parte  le  tra- 
dizioni del  bello  in  tali  monete  e  forniscono  delle 
utili  lezioni  ai  vincitori,  rialzando  con  la  confazione 
di  poche  monete  l'arte  siciliana  dell'incisione. 


Un  simile  tipo  di  moneta  s'incontra  nel  denaro 
d'argento  fatto  coniare  in  Catania  da  Sesto  Pompeo, 
durante  il  periodo  nel  quale  il  figlio  di  Pompeo  il 
Grande  governava  1*  isola  (42-36  a.  C). 

Ecco  la  descrizione  del  denaro  : 

/B*  —  Testa  nuda  di  Pompeo  Magno  a  dritta  ;  dietro  un 
vaso  da  sacrifizio  e  dinanzi  il  liuto.  MAG  •  PIVS 
(IMP    ITER). 

^  —  Anapia  ed  Anfinomo  che  salvano  i  loro  genitori. 
In  mezzo  Nettuno  a  sinistra,  con  il  piede  sopra 
la  prora  di  una  nave  e  con  l'acrostolio  nella  de- 
stra. PR>EF  •  I  CLAS  •  ET  •  OR/E  !  NR  •  T  •  EX  •  S  •  C  • 
Argento.  Denarìiis,  gr.  1,1137. 

La  zecca  siciliana,  una  fra  le  principali  della 
Sicilia,  ebbe  la  concessione  di   poter  coniare  questo 


23^  Salvatore  MiRoNf. 


tipo  di  moneta,  quasi  come  un'eccezione,  perchè  la 
fabbricazione  provinciale  ed  urbana  di  monete  d'ar- 
gento non  era  più  permessa  nelle  provincie  siciliane 
pochi  anni  prima  dell'era  volgare. 

Mentre  si  agitava  la  guerra  civile  in  Sicilia, 
36  anni  a.  C,  racconta  Appiano  che  vi  fu  nell'Etna 
una  ferocissima  eruzione.  La  lava  dovette  essere 
vomitata  dall'alto  cratere  del  vulcano  per  potere  es- 
sere veduta  dai  soldati  romani  accampati  vicino  il 
colle  Miconico,  che  è  posto  alla  parte  sinistra  di 
Milazzo  e  si  estende  verso  il  Peloro;  da  quel  luogo 
non  poteva  certamente  vedersi  scorrere  la  materia 
rovente  se  non  fosse  eruttata  dal  cratere  principale 
dell'Etna  od  al  più  dall'estrema  parte  della  sua  ul- 
tima regione,  poiché  da  quel  luogo  si  scorge  l'ultimo 
dorso  con  il  cratere  principale  del  vulcano. 

Quindi  vi  sono  delle  buone  ragioni  per  ritenere 
che  Sesto  Pompeo,  avendo  assistito  a  quell'eruzione 
dell'Etna,  perchè  allora  si  trovava  in  Sicilia  ed  ispi- 
randosi al  gruppo  delle  statue  dei  fratelli  Anapia  ed 
Anfinomo,  che  esisteva  ancora  in  Catania  e  che  è 
stato  descritto  egregiamente  da  Claudiano  nel  suo 
immortale  carme,  abbia  ordinato  di  fare  coniare  nella 
zecca  di  Catania  tale  tipo  di  moneta  d'argento,  nel 
cui  rovescio  vi  sono  rappresentati  i  due  fratelli  pii, 
che  salvano  i  loro  genitori  e  nel  mezzo  Nettuno,  che 
invece  del  suo  tridente,  simbolo  della  sua  regale  di- 
gnità, porta  l'acrostolio  nella  destra  e  tiene  il  piede 
destro  poggiato  sopra  una  prora  di  nave. 

Geniale  è  stata  l' idea  del  grande  generale  ro- 
mano, quando  si  pensi  che  il  denaro  d'argento  ^ 
venne  coniato  in  ricorrenza  di  un  altro  avveni- 
mento terrestre  dell'Etna,  per  il  quale  i  due  fra- 
telli catanesi  avevano  potuto  esplicare  la  loro 
azione  eroica  ed  hanno  avuta  quella  rinomanza 
nell'antichità    e    quindi  la  fabbricazione    di    tale   de- 


LK    MONFTÉ   coniate    in   CAtANIA,    ECC.  2^3 

naro  riveste  il  carattere  di  una  medaglia  comme- 
morativa. 

Esaminando  l' incisione  di  tale  denaro,  si  osserva 
una  notevole  difì'erenza  rispetto  alle  monete  romane, 
che  erano  allora  in  circolazione  ;  vi  è  una  visibile 
perfezione  nella  fabbricazione  e  poi  vi  si  ammira 
molta  semplicità  di  stile  congiunta  ad  una  certa  grazia 
ed  eleganza  d'esecuzione,  difficile  a  trovarsi  in  un 
periodo  di  decadimento  della  numismatica.  Il  rovescio 
di  tale  denaro  riproduce  il  gruppo  delle  statue  dei 
due  fratelli  e  pare  che  l'incisore  si  sia  ispirato  ad 
esso  :  il  vecchio  padre,  con  il  braccio  alzato,  mostra 
l'immane  eruzione  e  la  madre  sta  in  atto  d'invocare 
gli  dei. 

Un  animoso  orrore  si  scorge  nei  due  giovani  ; 
l'uno  alzava  la  destra  contento  di  aver  portato  a 
salvamento  il  padre  e  l'altro  usa  tutte  le  precauzioni 
dovendo  portare  la  madre,  appartenente  al  sesso  più 
debole.  Riproduzione  che  si  osserva  anche  nelle 
cinque  monete  di  bronzo. 

Concludendo,  questi  tipi  di  monete  confermano 
ancora  una  volta  che  fra  i  greci  della  Sicilia  non 
era  del  tutto  spenta  l'inclinazione  a  vestire  ogni 
cosa  di  elettissime  forme  e  che,  sebbene  sotto  domi- 
nazione straniera,  i  greco-siculi  seguitavano  a  consi- 
derare la  moneta  non  solamente  come  strumento  ai 
commerci,  ma  anche  come  affermazione  dell'  arte 
greca  dell'  incisione,  non  ancora  scomparsa,  del  sen- 
timento verso  la  patria  asservita. 

/?.  Università  di  Torino. 

Dott.  Salvatore  Mironf. 


30 


^34  Salvatore  miroNf! 


BIBLIOGRAFIA. 

Fra  i  numerosi  autori  che  si  sono  occupati  nell'antichità 
e  nell'epoca  moderna  del  glorioso  fatto  dei  fratelli  pii  di 
Catania  e  delle  monete  coniate  in  memoria  di  essi,  si  citano 
solamente  alcuni  moderni,  tralasciando  di  cennare  gli  antichi 
e  molti  moderni,  considerata  la  modestia  del  lavoro. 

Hill,  Coins  of  Ancient  Sicily,  Westminster,  1903. 

HoLM,  Geschichte  Siciliens  in  Altertum.  Leipzig,   1898. 

Freeman,   The  History  of  Sicily. 

Barklay  V.  Head,  Historia  Numorum,  A  Manual  of  g^reek 

numismatics.  Oxford,  191 1. 
CoRDARo  Clarenzo,  Ossevvaziofii  sopra  la  storia  di  Catania. 

Catania,  1833. 
Recupero,  Storia  naturale  e  generate  dell'Etna.  Catania,  1815. 
Gregorio,  Opere  scelte.  Palermo,   1857. 
Alessi,  Storia  critica  di  Sicilia.  Catania,  1835. 
Catalogo  generale  dei  musei  d'antichità.  Roma,   1881. 
Torremuzza  (di),  Opuscoli  di  numismatica  siciliana. 
Paruta,  La  Sicilia  descritta  con  medaglie  e  ristampata  con 

aggiunte  da  Leonardo  Agostinl  Lione,  1697. 

Cohen,  Description  des  monnaies  frappées  sous  l'empire  ro- 
main  jusqu'à  la  chùte  de  /'  empire  d' Occident.  Paris, 
1880-1892. 


I   MEDAGLIONI 

DI 

Galeazzo  Maria  Sforza  e  di  Bona  di  Savoia 


Torna  inutile  ripetere  qui  le  notizie,  già  ben 
note,  sulla  magnificenza  di  Galeazzo  Maria  Sforza 
nella  serie  copiosa  delle  sue  monete  e  medaglie.  Ba- 
sterebbe, a  documentarne  l'alta  importanza  artistica, 
una  scorsa  alle  belle  tavole  prodotte  nelle  opere 
monumentali  dei  fratelli  Gnecchi  e  di  S.  M.  il  Re^'). 
li  Biondelli,  solo  per  dare  una  pallida  idea  dello 
straordinario  loro  valore  metallico,  accennò  al  ren- 
diconto dei  maestri  di  zecca  del  1471,  pubblicato 
nel  1565  dal  compianto  Muoni  ^2)  per  la  coniazione 
di  sei  medaglie  d'oro,  tre  colla  effigie  del  duca  stesso 
e  tre  con  quella  della  duchessa  Bona,  sua  moglie, 
le  quali  sole  importarono  la  spesa  di  ducati  63  488 
e  7  16,  equivalenti  a  circa  762,000  lire  italiane  <3). 

Per  il  primo  e  fin  dal  1844  il  Mulazzani,  altro 
benemerito  della  numismatica  milanese,  aveva  ac- 
cennato alla  esistenza  di  quattro  di  siffatte  medaglie 
nel  tesoro  ducale  (^\  riferendosi  ad  un  diploma  di  Ga- 

(i)  Le  Monete  Ut  Ali/ano.  Milano,  1883  e  Corpus  Nwnmoruni  Itati- 
corum,  voi.  V  (Milano).  Roma,  1914- 

(2)  La  zecca  di  Aliiano  nel  sec.  XV  in  Rivista  della  Numismatica  an- 
tica e  moderna,  fase.  IV.  Asti,  1865. 

(3)  Biondelli.  La  secca  e  te  monete  di  Milano.  Milano,  1869,  pag.  135; 
Ricordo  della  zecca  di  Milano  in  Arch.  Stor.  Lombardo,  fase.  III.  1878, 
pag.  456  e  nella  Prefazione  all'opera  citata  dei  fratelli  Gnecchi,  pag.  lv. 

(4)  aitila  secca  di  Milano  dal  secolo  XIII  fino  ai  giorni  nostri  \n  Ri- 
vista Europea,  1844  e  ripr.  dai  fratelli  Gnecchi  in  Tre  opuscoli  di  nutni- 
:intntica  milanese  del  conte  Giovanni  Mnlaazani  ristampati.  Milano,  1889, 
pag.  24. 


236  EMILIO    MOTTA 


leazzo  Maria  Sforza,  stesso,  già  posseduto  dal  pro- 
fessore Aldini,  datato  da  Pavia  il  4  marzo  1476.  in 
cui  si  approvavano  i  conti,  e  se  ne  dava  intiera  li- 
berazione a  Gabriele  Paleari  per  la  gestione  della 
tesoreria  tenuta  dopo  la  morte  del  tesoriere  generale 
Antonio  Anguissola  di  Piacenza,  dal  23  agosto  1473 
al  19  ottobre  1474. 

Quelle  medaglie  erano  così  descritte:  «  quatuor 
medaliae  aureae  magni  ponderis,  valoris  ducatorum 
circiter  decem  milia  prò  qualibet,  quarum  duae  no- 
strani, et  duae  ili.*""'  consortis  nostrae  effigiem  sculp- 
tam  habebant  »  ;  del  valore  o  peso,  stimato  dal  Mu- 
lazzani  medesimo  di  almeno  4000  odierni  zecchini 
per  cadauna  <^K 

Ben  più  tardi  il  Caffi  e  lo  scrivente  ^^^  aggiunge- 
vano documenti  a  provare  che  dieci  furono  i  meda- 
glioni d'oro  battuti  dal  duca  di  Milano,  cinque  con 
la  sua  effigie,  cinque  con  quella  della  duchessa.  Il 
Muntz  e  l'Armand  ne  accoglievano  le  notizie  nei 
loro  scritti,  calcolandone  il  peso  a  circa  35  chili  di 


(1)  11  Mulazzaiii  si  diftonde  nella  interpretazione  dei  diecimila  du- 
cati attribuiti  ad  ognuna  delie  quattro  medaglie,  che  erano  del  valore 
e  peso  ognuna  di  diecimila  veri  e  pesanti  ducati  d'oro  ossia  zecchini. 
Volendo  comporre  di  quella  massa  prodigiosa  d'oro  un  calcolo  più  mo- 
derato possibilmente  e  che  nello  stesso  tempo  illeso  mantenesse  il  con- 
cetto delle  grandi  dovizie  sforzesche,  egli  tramutò  i  ducati  reali  d'oro 
in  ducati  immaginari  composti  di  soldi  32  d'argento  che  dalla  fine  del 
secolo  XIV,  regnando  il  primo  duca  Gian  Galeazzo  Visconti,  correvano 
quale  moneta  di  conto,  frammisti  ai  veri,  in  Milano  e  vi  ebbero  corso 
fino  al  Governo  Spagnuolo.  Considerati  pertanto  i  diecimila  ducati  al 
valore  di  soldi  3*,  si  hanno  lire  16,000  di  quell'epoca  per  valore  di  ogni 
medaglia.  Valendo  poi  il  ducato  effettivo  d'oro  lire  4  e  soldi  2,  ne  segue 
che  lire  16,000  erano  l'equivalente  in  quel  tempo  a  poco  meno  di  quat- 
tromila veri  e  pesanti  ducati  d'oro,  come  sopra  riferito. 

(2)  Cakki,  Anlica  arte  lombarda.  Oreficeria  in  Arch.  Star.  Lombardo, 
1880,  pag.  590  ;  MoiTA,  Nuovi  documenti  ad  illustrazione  della  cecca  dt 
Milano  nel  secolo  XV  in    Gazsdla  Numismatica    dell'Ambrosoli,    a.    IV, 

n.  5,  1884. 


I   MEDAGLIONI    DI   G.    M.    SFORZA   E    DI    BONA    DI   SAVOIA  237 

metallo  ed  iscrivendo  fra  i  medaglisti  i  nomi  di  Za- 
netto  Bugato  e  di  Maffeo  da  Givate  (^^. 

Ora  è  finalmente  il  momento  di  ripresentare, 
come  molti  anni  sono  promettevano  ^^\  questo  mate- 
riale archivistico,  completandolo  con  qualche  altro 
documento  sopravvenuto,  anche  ad  illustrazione  so- 
bria degli  artefici  di  quei  medaglioni.  Sulla  fede  dei 
documenti,  editi  od  inediti,  dell'Archivio  di  Stato  di 
Milano  <3)  confermeremo  che  le  medaglie  in  numero 
di  IO,  e  del  valore  superiore  ai  10,000  ducati  fu- 
rono diffatti  coniate  sul  finire  del  1470  e  nei  primi 
mesi  del  successivo  1471.  Artefici  quel  Zanetto  Bu- 
gato pittore,  valentissimo  sopra  tutti  nel  fare  di  ri- 
tratto e  perciò  appunto  scelto  da  Galeazzo  Maria 
fino  dal  T467  a  delineare  le  fattezze  di  Bona  che  era 
allora  sua  fidanzata  U);  Maffeo  da  Ctvate,  fra  i  più 
rinomati  orafi  del  '400  <5)  e  Fraìicesco  Rossi  da  Man- 
tova, bombardiere  ben  noto  al  servizio  ducale  ^^\ 

(i)  Muntz,  L'arie  italiana  nel  '400.  Milano,  1894,  pag.  177;  Armano, 
Les  médaitleurs,  seconda  ediz.,  t.  3,  pag.  io  e  sgg.  Paris,  1887. 

(2)  Cfr.  i  nostri  Documenti  Visconteo-Sforzeschi  per  la  storta  della 
secca  di  Milano  in  questa  Rivista,  1896  ai  nn.  a68  e  270  dei  regesti. 

(3)  Si  avverte  che  i  documenti  prodotti  stanno  nelle  sezioni  :  Car- 
teggio Sforzesco,  Potenze  Sovrane  (A-Z,  medaglie  e  gioielli),  Autografi 
(Artisti  diversi,  medaglie). 

(4)  Morto  nel  1476  (Boll.  Star,  della  Svizzera  Italiana,  1884,  pag.  79). 
La  bibliografia  intorno  al  Bugati  è  ricca.  Ci  limitiamo  a  citare  i  più 
recenti  del  Malaguzzi  in  suoi  Pittori  Lombardi  del  Quattrocento  ed  in 
Rassegna  d'Arte,  dicembre  1911. 

(5)  La  famiglia  dei  da  Givate,  al  pari  di  quella  dei  Crivelli,  è  tutta 
una  famiglia  d'orefici  valentissimi.  Il  nome  Maffeo  vi  si  ripete  da  padre 
in  figlio,  e  due  di  tal  nome  piìi  degli  altri  si  distinsero  come  orafi  e 
zecchieri  ;  il  secondo  Maffeo  operò  nelle  zecche  di  Desana  e  di  Saluzzo 
nel  primo  quarto  de!  secolo  XVL  Rimandiamo  ad  altra  occasione  di 
ragionare  meglio  dei  due  Maffeo  da  Givate,  del  resto  già  abbondante- 
mente ricordati  dal  Caffi,  dal  Beltrami,  dal  Promis,  dal  Muntz,  dal  Ma- 
genta, dal  Ceruti,  dal  Roggiero  e  forse  ultimo  dal  Biscaro  (Archivio 
Stor.  Lombardo,  I,  1914,  pag.  86). 

(6)  figura  come  bombardiere  già  nei  1460.  Nel  1471  getto  una  ben 
riuscita  spingarda  e  fallì  il  getto  di  un'altra  bombarda.  Assentatosi  dal 


238      '  EMILIO    MOTTA 


Ecco  il  primo  documento,  un  ordine  ducale  del 
12  novembre  1470  al  tesoriere  Antonio  Anguissola  : 

Dhx  Mediolani  eie. 

Antonio.  Volimo  che  havuta  questa  faci  fare  duy  stampi 
grandi  de  forma  corno  sonno  le  medaglie  de  marmore  sonno 
lì  in  la  camera  nostra,  di  quali  luno  stampisca  la  testa  no- 
stra al  naturale  cum  queste  lettere  in  cerco  :  Galeaz  Maria 
Sfortia  Viceeomes  Dux  Mediolani  quintus,  et  l'altro  stampo 
stampisca  la  testa  dela  111.""^  nostra  consorte  pur  al  naturale 
con  queste  littere:  Bona  Viceeomes  Ducissa  Mediolani  quinta; 
et  forniti  dicti  stampi,  faray  stampire  de  luno  et  de  laltro  in 
piombo  una  forma  quale  ne  mandaray.  Dat.  Viglevani  die 
xij  novembris  1470. 

ClCHUb. 

Al  quale  primo  ordine    ne    seguiva    l'indomani 
un  secondo  più  chiaro. 

Dux  Mediolani  etc. 

Antonio.  Per  una  altra  nostra  te  havemo  scritto  come 
tu  dovessi  far  fare  uno  stampo  de  medaya  alla  forma  de 
una  de  quelle  de  marmerò  che  sono  in  castello  nela  nostra 
camera.  Ma  acciò  che  tu  sij  meglio  chiaro  dela  intentione 
nostra  te  dicemo  cosi  che  tu  debij  fare  fare  una  massa  de 
piombo,  tonda  de  la  grandeza  del  cerchio  mazore  che  è  de- 
signato in  lo  incluso  foglio  et  che  sij  de  quella  grosseza  che 
seria  ad  farne  una  de  peso  de  x."  ducati  d'oro,  et  facta  che 
la  sia  subito  ne  la  manderà^-  qua.  Ma  in  ciò  non  gli  perdere 
tempo  alcuno  perchè  poy  te  avisaremo  de  quanto  haveray 
ad  fare.  Dat.  Viglevani  die  xiij  novembris  1470. 

ClCHUb. 


servizio  Sforzesco  vi  è  richiamato  nel  1473.    Nel  dicembre    1478   e    nel 
1480-81  lo  vediamo  occupato    ai    castelli    di    Bellinzona.    Di    casato   era: 
Rossi  e  tale  si  rivela  dall'  istromento  di  vendita  di  Mesocco  a  Gian  Gia- 
como Trivulzio  del  20  dicembre  1480.  Mori  ai  19  marzo  1492  (cfr.  Motta, 
Morti  in  Milano  in  Ardi.  Sior.  Lombardo,  fase.  II,  1895,  pag.  264. 


I    MEbAGLIONI    Ì>1    G.    M.    SFORZA    E    DI    hONA    DI   SAVoia  23^ 


Ai  3  dicembre  nuova  missiva  del  duca  al  suo 
tesoriere  ;  e  da  essa  si  intende  che  la  lorma  portata 
dal  pittore  Zanetto  era  piaciuta  allo  Sforza,  e  che 
delle  medaglie  se  ne  dovevano  coniare  io  del  va- 
lore di  10,000  ducati,  coll'effigie  del  duca  su  di  un 
canto  e  della  duchessa  sull'altro.  Le  medaglie,  come 
dal  documento  precedente,  dovevano  aver  la  forma 
e  la  grandezza  delle  medaglie  in  marmo  che  si  tro- 
vavano nel  castello  a  Milano  (^*. 

Dux  Mediolani  etc. 

Antonio.  L'altro  dì  te  scrissemo  corno  deliberavamo  far 
fare  dece  medaglie  de  valore  di  decemilia  ducati  luna,  et 
così  per  possere  meglio  vedere  la  forma  te  dicessemo  ne 
fesse  butare  una  de  piombo,  di  quella  grandeza  et  grosseza 
dovevano  essere  quelle  de  oro,  cum  il  stampo  di  la  nostra 
testa  da  uno  canto  et  da  l'altro  quella  dela  nostra  111.'"*  Con- 
sorte. La  qual  forma  portata  per  messer  Zaneto  habiamo 
vista  et  piazene  la  grandeza  et  forma  dessa.  Pure  aciò  che 
alla  nostra  venuta  lì  a  Milano  possiamo  vedere  butare  diete 
medaglie  dece  de  pexo  di  x™  ducati  luna  utsupra,  volemo 
metti  in  ordine  lo  oro  et  le  altre  cose  necessarie  in  modo 
che  non  gli  manchi  altro,  salvo  dargli  il  stampo.  Dat.  Vigle- 
vani  die  iij.°  decembris  1470. 

Jacobus. 
Galeaz  subscripsi,  cum  corniola. 

Dell'ultimo  di  dicembre  è  un'altra  lettera  du- 
cale. La  medaglia  d'oro  importava  15,000  anziché 
10,000  scudi  e  lo  Sforza  impartiva  i  necessari  ordini 


(i)  Le  dimensioni  esatte  di  questi  medaglioni  non  ci  sono  note.  Si 
può  tuttavia  farsene  un'  idea,  ricordando,  come  giustamente  osserva 
l'Armand,  che  le  teste  erano  di  grandezza  naturale  ed  uguali  ai  meda- 
glioni in  marmo,  tuttora  nel  Museo  del  Castello  e  nella  collezione 
G.  Dreyfus  a  Parigi.  Quindi  un  diametro  di  circa  60  centimetri  ed  uno 
spessore  non  inferiore  ai  6  o  7  millimetri,  per  raggiungere  il  peso  di 
10,000  ducati. 


ù^ò  f.UtUÒ   MOttA 


airAnguissola  pello  sborso  di  quella  somma.  Gio- 
vanni Antonio  Pirovano  e  Giacomo  Alfieri  assistes- 
sero al  getto  dell'oro.  L'opera  fosse  eseguita  dal 
bombardiere  Francesco  da  Mantova,  dal  pittore  Za- 
netto  Rugati  e  dall'orefice  Maffeo  da  Civaie,  ricordati 
precedentemente. 

Dux  Mediolani  eie. 

Antonio.  Perchè  havemo  deliberato  comò  tu  sai  di  far 
butare  una  medaglia  doro  cum  la  nostra  testa  da  mestro 
Francesco  da  Mantoa  nostro  bombarderò,  da  mestro  Zaneto 
depinctore  et  da  mestro  Mafeo  da  Giva  (Givate)  aurifice,  al 
compimento  de  la  qua!  medaglia,  secundo  il  parere  de  dicto 
mesero  Mafeo  anderà  ducati  quindeximilia,  semo  contenti  et 
volemo  daghi  a  Johanne  Antonio  da  Piroano  tuo  cancellerò 
dicti  ducati  xv™,  videlicet  ducati  dodexe  milia  doro  in  oro 
larghi  et  ducati  tremilia  venetiani  in  tanto  oro  :  qua!  Johanne 
Antonio  starà  presente  a  veder  butare  dieta  medaglia  una 
cum  Jacobo  Alfero  corno  habiamo  ordinato.  Intendendo  sopra 
li  ducati  vcc™  avanzano  nell'anno  m.°  ecce."  Ixxj.  Dat.  in 
castro  Porte  Jovis  Mediolani  die  ultimo  decembris  1470. 

Jacobus. 
Galeaz  subscripsi. 

Ai  15  gennaio  147 1,  troviamo  che  due  medaglie 
erano  già  state  battute,  e  che  il  duca  in  quel  giorno 
insisteva  perchè  fossero  portate  ad  esecuzione  le 
altre  otto,  come  dalla  seguente  sua  missiva  da  Monza: 

Modoetie  die  xv  Januarij  147 1. 
Antonio  Anguissole. 

Antonio.  Havendo  nuy  per  ogni  modo  deliberato  comò 
tu  say  de  far  fare  dece  medaglie  doro  videlicet  cinque  da  la 
nostra  testa  et  altre  cinque  da  la  testa  de  la  nostra  III."'*  con- 
sorte et  cum  quello  reverso  habiamo  ordinato  cum  mestro 
Zaneto  et  mestro  Francisco  da  Mantova,  de  precio  et  valore 
de  decemmilla  ducati  luna,  in  modo  che  siano  in  suma  du- 


I 


1    MEDAGLIONr    DI    r..    M.    SFORZA    F    DI    RONA    DI    SAVOIA  24 1 


cati  centomillia  cum  quelle  doe  che  sono  butate  :  le  quale 
aciò  siano  simile  ale  altre  le  faray  rebucare.  Volemo  adun- 
cha  che  usi  ogni  diligentia  te  sia  possibile,  che  diete  meda- 
glie siano  butate  et  facte  per  mestro  Mafeo  da  Givate,  me- 
stro  Zaneto  et  mestro  Francesco  da  Manloa,  secondo  la 
forma  de  la  commissione  ha  havuta  da  nu^-  diete  mestro 
Zaneto.  Siche  faray  desfare  tutti  quilli  ducati  te  sarano  ne- 
cessari] per  satisfare  ad  questa  nostra  mente. 

Jacobus. 
Galeaz  subscripsi  cum  corniola. 

Dei  3  marzo  successivo  è  il  conto  dettagliato 
di  quelle  medaglie,  reso  già  noto  dal  compianto  nu- 
mismatico e  storiografo  Damiano  Muoni,  ma  che  qui 
è  duopo  riportare  di  bel  nuovo: 

Die  iij  martij  1471  portati  per  mano  de  Job  de  la  Croxe. 

Conto  de  sexe  medalie  fabricate  con  la  efigia  del  nostro 
Illustrissimo  Sig."^*  et  de  la  nostra  Illustrissima  Madonna  du- 
chesa  comò  appare  qui  de  soto  videlicet. 

Primo  j   Medalia  con  la  effigia  del  nostro  J.  Signore  pexa 

marca  168  onze  5  denari  12  vale  ducati  11302  7i«  i 
lietn  j    Medalia  con  la  effigia  del   nostro    J.    Signore    pexa 

m.*  148  onze  5  den.  12  vale  due.  9962  ; 
Item  j    Medalia  con  la  effigia  del   nostro    J.    Signore    pexa 

m.'  155  onze  4  den.  12  vale  due.  10422  %  ; 
Item  j    Medalia  con  la  effigia  dela  nostra   J.  duchesa    pexa 

m."  165  onze  i  den.  6  vale  due,   11065  Vj  ; 
Item  j   Medalia  con  la  effigia  de  la  nostra  j.  Duchesa  pexa 

m.^  153  onze  4  den.  12  vale  due.  10388  Vi  ; 
Item  j    Medalia  con  la  Effigie  dela  nostra   J.  duchesa  pexa 

m.*  155  onze  7  den.  7  vale  due.  10447  ^/^. 

Le  suprascripte  medalie  6  pexeno  in  summa  m.*  947 
onze  4  denari  18,  valeno  ducati  63488  '/,«. 

I  documenti  sono  interrotti  per  alcuni  mesi.  Ma 
le  medaglie,  furono  battute;  non  v'ha  dubbio.  Ce  lo 


242  "  EMILIO    MOttÀ 


confermano  gli  ordini  27  e  28  giugno  1471  da  Mi- 
rabello  al  tesoriere  Anguissola  ed  al  conte  Giovanni 
Attendolo,  castellano  di  Pavia  di  farne  pulire  e  pre- 
parare al  giusto  peso  due,  intendendo  lo  Sforza  por- 
tarle seco  a  pompa  nella  sua  gita  a  Mantova  (^>. 

Scriveva  all'Attendolo  la  duchessa  Bona  di  Sa- 
voia : 

Mirabelli  xxvij  Jiinij  1471. 

Corniti  Johanni  de  Attendolis. 

Dilectissime  noster.  Perchè  deliberanno  in  questa  nostra 
andata  in  Mantuana  portare  con  no}-  duy  de  quelle  nostre 
metaglie  sonno  in  la  camera  del  Thesoro  de  quello  nostro 
Castello  in  vostre  mane,  semo  contenti  et  volenio  dagati  a 
Jop  da  la  Croce  raxonato  et  mandatario  de  Antonio  Anguis- 
sola, nostro  generale  Thesaurero,  doy  de  diete  mettaglie  per 
portare  ad  esso  Antonio  acciò  che  le  possa  fare  netezare, 
polire  et  adiustare  secondo  gli  è  stato  comesso  et  diete  me- 
taglie  volemo  siano  una  della  testa  del  nostro  111.™°  consorte 
et  l'altra  della  nostra  testa.  Dat.  Mirabelli  die  xxvij  Junij  1471. 

Jacobus. 

Subscript.  :  Bona  duchesa  de  Mediolani,  cum  corniola. 

Il  duca,  avute  le  due  medaglie  le  rimetteva,  a 
mezzo  del  ricordato  Job  della  Croce,  all'Anguissola, 
come  dalla  seguente: 

Dux  Mediolani  etc. 

Antonio.  Per  Job  de  la  Cruce  te  mandiamo  due  meda- 
daglie  de  la  testa  nostra  et  de  la  nostra  111.*""  Consorte  aciò 
che  tu  le  facij  nettezare  et  adiustare  al  peso  imodo  che  siano 
aconzo  a  laudata  nostra  in  Mantuana,  quale  sarà  prestissima. 
Siche  non  ghe  perderai  una  bora  del    tempo    perchè    siano 


(i)  UOrfeo  del  Poliziano  venne  per  la  prima  volta  rappresentato 
alla  corte  di  Mantova,  appunto  nel  luglio  del  1471,  nell'occasione  delle 
feste  datevi  per  l'accoglienza  del  duca  di  Milano. 


I    iMEUAGLIONI    DI    G.    M.    SFORZA    E    DI    BONA    DI    SAVOIA  243 

finite  più  presto  sia  possibile.  Et  più  volemo  che  mandi  qui 
in  questo  nostro  castello  imano  del  Conte  Joanne  nostro  Ca- 
stellano tanti  denari  in  oro  quanti  sarano  le  diete  due  me- 
daglie adiustate  che  siano,  per  non  mancare  al  numero  che 
tu  say  corno  te  scriveremo  più  copiosamente  per  un  altra 
nostra  secondo  li  ordini.  Dat.  Mirabelli  die  xxviij  Junij  147 1. 

Jacobus. 

Nuova  missiva  ducale  del  giorno  susseguente, 
da  Pavia,  sempre  al  tesoriere  suo  : 

Antonio  Anguesole. 

Antonio.  Credemo  a  questa  hora  per  Job  dalla  Croce 
habij  recevute  le  due  medaglie  quale  te  mandiamo  aciò  che 
tu  le  facij  netezare,  polire  et  adiustare  per  portare  cum  noy 
in  Mantuana  el  più  presto  sia  possibile,  et  perchè  non  vo- 
lemo mancare  al  numero  che  tu  say  et  in  questo  nostro  ca- 
stello de  Pavia,  semo  contenti  remandi  altrettanti  denarj  qui 
in  oro  quanto  erano  o  vero  serano  de  peso  diete  medaglie 
justate  che  siano  et  alla  tornata  nostra  de  Mantuana  te  or- 
dineremo quello  se  deve  fare  de  diete  metaglie.  Dat.  Papié 
die  xxviiij.*»  Junij  1471. 

Sig.  Jacobus. 
Subseript.  Galeaz,  cum  corniola. 

Dei  3  settembre,  sempre  del  medesimo  anno,  è 
l'ordine  dello  Sforza  da  Pavia  all'AnguissoIa  di  man- 
dargli, consegnandole  al  castellano  conte  Attendolo, 
due  di  quelle  medaglie,  avvisandolo  «  quanti  denari 
se  ritrovarano  in  capsa  a  chalende  de  februaro  pro- 
ximo  che  seguirà  satisfacendo  alle  spese  tute  metute 
in  lista  in  l'anno  presente  1471  habiando  sborzato 
sì  più  denari  che  non  sonno  in  assignatione  del  pre- 
sente anno  ». 

Il  carteggio  ducale  riguardo  i  medaglioni  non 
riprende  che  due  anni  dopo.  Maffeo  da  Givate  e 
compagni    erano    davvero    in  aspettativa    di    essere 


44  KMILIO    MOTTA 


ricompensati  «  de  la  manifactura  de  le  due  medaglie 
d'oro  novamente  facte  per  loro  mane  »,  Dimanda- 
vano ducati  50  per  cadauna.  Il  tesoriere  e  segre- 
tario Gabriele  Paleari,  cui  spettava  accertare  l'opera 
e  pagarla  non  osava  proporre  una  perizia  del  fatto 
lavoro  opera  che  «  ali  nostri  tempi  non  è  facta  la 
simile  »  per  tema  che  i  periti  lo  valutassero  a  ^omma 
maggiore  e  riuscì  a  farli  «  restare  contenti  di  ducati 
25  per  ciaschuna  ».  Ma  ecco  la  lettera  del  Paleari 
tal  quale  al  duca  di  Milano  : 

111.""*  Signore  mio.  Como  sa  V.  S.  essendo  quella  qui 
alli  giorni  passati  Magistro  Maffeo  da  Chivà  orefice  gli  do- 
mandò lo  facesse  satisfare  luy  et  li  compagni  de  la  mani- 
factura de  le  dece  medaglie  doro  novamente  facte  per  loro 
mane.  Et  quella  gli  respose  me  trovasse  mi.  Esso  magistro 
Maffeo  con  li  altri  compagni  per  le  predicte  parole  più  volte 
me  hanno  richiesto  el  pagamento,  et  jo  ho  voluto  intendere 
que  volevano  per  la  dieta  mercede  et  loro  me  hanno  do- 
mandato ducati  cinquanta  per  cadauna,  poy  son  venuti  a  xl 
et  poy  a  trenta,  ofTerendosse  loro  de  farle  estimare  et  stare 
a  quello  che  fussero  estimate.  Io  vedendo  questa  essere 
opera  che  ali  nostri  tempi  non  è  facta  la  simile,  non  lo  vo- 
luto lassare  estimare  perchè  seriano  estimate  più  che  forse 
loro  domandino,  li  ho  tirati  et  facti  restare  contenti  de  du- 
cati vinticinque  per  ciaschuna  desse  medaglie.  Dilchè  me 
parso  avisarne  V.  Ex.*^'*  pregandola  me  facia  rescrivere  se] 
la  vele  chio  paghi  esse  medaglie  al  pretio  suprascripto  de 
ducati  XXV  per  caduna.  Poy  anchora  se  la  vole  chio  paghi 
esso  Magistro  Maffeo  et  Mag.'°  Zaneto  pictore  del  tempo 
hanno  perduto  circa  el  laborare  desse  medaglie  el  paga- 
mento di  qualli,  computato  certo  carbone  et  altre  spese  gli 
son  andate,  montarà  circa  ducati  quaranta.  Me  recomando  a 
V.  Celsitudine.  Ex  arce  porte  Jovis  Mediolani  die  xv  octo- 
bris  1473. 

Ejusdem  IH."'*  dominationis 

fidelissimus  servitor  Gabriel  Palearius. 


1   MEDAGLIONI    DI   G.    M.   SFORZA   E    DI    BONA    DI    SAVOIA  245 

Cinque  giorni  dopo  il  duca  autorizzava  il  paga- 
mento, rispondendo  colla  seguente  : 

Papié  XX  octobris  1474. 
Gabrieli  Paleario. 

Gabrieli.  Tu  ne  scrive  bavere  reducte  Mag/°  Mafeo  da 
Cbivà  orefice  et  compagni  ad  essere  contenti  per  la  mani- 
factura  dele  dece  medaglie  novamente  facte  ad  computo  de 
ducati  XXV  l'una,  benché  essi  ne  domandasseno  prima  ducati 
cinquanta,  et  che  dubiti  facendola  estimare,  saria  forse  esti- 
mata più  deli  ducati  xxv.  Pertanto  siamo  contenti  faci  questo 
tale  pagamento,  comò  te  pare  che  habiamo  ad  usarne  me- 
glio :  similmente  satisfaray  ad  esso  Mag/**  Mafeo,  et  Mag/** 
Zaneto  per  lo  tempo  consumato  circa  e!  laborare  desse  me- 
daglie, et  per  le  spese,  corno  te  parerà  che  habiano  meri- 
tato, fin  ala  somma  de  li  quaranta  ducati,  segondo  tu  scrive. 
Quali  tu  retegnaray  poy  sopra  qualche  exatione. 

Jacobus. 
Galeaz  subscripsi,  cum  corniola. 

Altri  documenti  ci  mancano  a  provare  se  real- 
mente il  completo  pagamento  venne  eseguito  od  an- 
cora tirato  per  le  lunghe,  cosa  non  rara  nell'ammi- 
nistrazione sforzesca. 

E  pur  troppo  quei  preziosi  tesori  dell'arte  no- 
stra scomparvero.  Nel  1492  gli  ambasciatori  ve- 
neti, capitati  a  Milano,  li  ammirarono  ancora  nel 
tesoro  ducale,  almeno  è  a  credere  che  fossero  tra 
quelle  «  XII  medaglie  tutte  doro  massizo,  cum  le 
effigie  deli  signori  preteriti,  dele  qual  alcune  valeno 
X  milla  ducati,  alcune  XII  et  alcune  XV  mille,  cosa 
stupenda   »  (^>. 

Sappiamo  pure  la  fine   di    uno    dei    medaglioni 

U)  SiMONsFELD,  Itinerario  di  Germania  delfanno  1492.  Venezia  (Mi- 
scellanea VenetaX  1903,  pag.  54. 


246  EMILIO    MOTTA 


coircffigie  di  Bona,  grazie   all'  illustrazione   curatane 
dall'Avignone  <'). 

Quello  straordinario  pezzo  d'oro  massiccio,  del 
peso  di  libbre  113,  oncie  i  e  denari  12,  venne  con- 
segnato ai  6  novembre  1495  dai  figli  del  qd."'  Ben- 
dinelli  Sauli  alla  zecca  di  Genova  dove  non  avrà 
tardato  a  squagliarsi  nei  crogiuoli!  Non  v'ha  dubbio 
trattarsi  d'uno  dei  nostri,  nell'atto  notarile  di  con- 
segna (not.  Lorenzo  Costa)  ^^^  essendo  chiaramente 
identificato  : 

Medaglia  una  auri  in  qua  ab  una  parte  sculpta  est  imago 
capitis  et  ab  humeris  supra  unius  mulieris  et  circum  circa 
litere  legibiles  que  leguntur  ut  infra  :  BONA  •  VICECOMES  • 
DVCISSA  •  MEDIOLANI  •  QVINTA  •  EJVS  •  VXOR,  ab  alia  parie 
diete  medagie  scuke  i.uiii  ai  bores  tres  palmeiorum  cum  zi- 
liis  quatuor  :  in  capite  arboris  ex  dictis  tribus  existentis  in 
medio  litere  que  leguntur  ut  infra  :  BONA  •  et  in  capite  alia- 
rum  duarum  arborum  alie  litere  que  leguntur  etiam  ut  infra: 
VICE  COMES  :  et  in  medio  dictarum  arborum  alie  litere  que 
etiam  leguntur  ut  infra  DVCISA  MLI  QVINTA  :  et  in  fine  : 
OPVS  ZANETI  PICT  •  et  ad  pedes  arborum  predictorum  litere 
que  cuam  leguntur  ut  infra  MIT  •  ZAIT  •  (s). 

I  Sauli  l'ebbero  dalla  disgraziata  Bona  di  Sa- 
voia in  pegno  od  in  vendita  ?...  ^4). 

Quel  medaglione,  secondo  il  calcolo  istituito  dal- 

(1)  Di  un  medaglione  di  Bona  di  Savoia  in  Aiti  della  Società  Ligure 
di  Storia  Patria,  voi.  Vili,  1868,  pag.  731  e  segg. 

(2)  Il  documento  venne  pubblicato  d'in  su  l'Archivio  notarile  di  Ge- 
nova dall'Alizeri  nelle  sue  Notizie  dei  professori  del  disegno,  1,  382,  ma 
numismaticamente  divulgato  dall'Avignone. 

(3)  Lodovico  da  Foligno  orefice  e  medaglista  ferrarese  fece  una 
medaglia  di  Bona  di  Savoia,  mandata  in  regalo  a  Lorenzo  il  Magnifico 
(Cfr.  Rossi  U.  in  Gazzetta  numismatica  di  Como,  a.  VI,  1886,  nn.  9-11). 

(4)  La  duchessa  Bona,  maltrattata  da  Lodovico  il  Moro,  abbando- 
nava appunto  nel  1495  la  Lombardia,  passando  in  Francia  (Cfr.  Rosmini, 
St.  di  Milano,  IV,  186  e  sgg.). 


I    MFftAGf.IONl    ni    G.    M.    SFORZA   E    DI    RONA    DI    SAVOIA  24^ 


l'Avignone,  si  rileverebbe  essere  il  minore  fra  le  sei 
medaglie  notate  nel  conto  del  T471  pubblicato  dal 
Muoni  ed  ivi  indicata  per  la  quinta  **). 


Si  sa  che  Galeazzo  Maria  Sforza  fece  anche 
battere  dei  rarissimi  pezzi  da  io  ducati  :  monete  o 
meglio  medaglie  aft'atto  eccezionali  e  quasi  sempre 
apprestate,  come  giustamente  osservò  il  Biondelli, 
cogli  stessi  coni  del  doppio  ducato,  differendone  solo 
nel  peso  proporzionato  al  rispettivo  valore  <^>.  Non 
si  sapeva  però,  a  debole  nostro  parere,  che  quel 
duca  ne  avesse  fatto  approntare  nel  marzo  1472 
cinquanta,  del  valore  complessivo  di  500  ducati,  da 
mettersi  in  due  cassettine  d'oro,  poggiate  sul  dorso 
di  un  cammello  d'oro,  guidato  a  mano  da  un  mo- 
retto, pure  d'oro,  un  vero  gioiello  dell'oreficeria  lom- 
barda e  d'altrettanta  spesa  dei  ducati  ordinati.  La 
prova  sta  nel  seguente  documento  : 

Dux  Mediolani  etc. 

Antonio,  Te  mandiamo  qui  alligata  una  medaglia  de  la 
nostra  testa,  quale  né  dicto  pexare  ducati  dece  ad  ciò  ne 
faci  fare  cinquanta  daltre  del  pexo  di  questa,  zoè  che  pexino 
dece  ducati  luna,  pur  su  questo  medesimo  stampo  :  quale 
cinquanta  vegnarano  ad  valere  in  tutto  ducati  cinquecento. 
Appresso  volemo  ne  faci  fare  uno  Camello  d'oro  con  un 
Moro  pur  d'oro.  Zercharay  li  megliori  magistri  habij  Millano 

(i)  Il  MoRBio,  Opere  storico-numismaiiche.  Bologna,  1870,  pag.  69, 
menziona  una  moneta  d'oro  del  peso  di  12  zecchini  nel  Museo  Mulaz- 
zani,  ora  venduto  e  disperso.  Altro  pezzo  insigne  ammiravasi  nel  Museo 
Palagi,  che  da  Milano  passò  a  Torino  e  da  ultimo  a  Bologna. 

(2)  Ci  sembra  utile  far  rilevare  che  dei  testoni  di  Galeazzo  Maria 
e  Bona  Sforza  ne  disegnò  le  effigie  Ambrogio  figlio  di  Maffeo  da  Gi- 
vate, nel  1470  (Cfr.  Motta  in  Gazzetta  Numismatica,  a.  VI,  n.  i.  1884). 


24^  KM  ILIO   Moti' A 


per  tale  artificio,  et  ordinarali  che  Facino  el  Camello  con 
due  casse  su  el  dosso,  l'una  da  un  canto,  l'altra  da  l'altro, 
pur  d'oro,  quale  habiano  le  soe  serrature  et  chiavete.  Vo- 
lemò  chel  Moro  meni  el  Camello  ad  mane  con  una  cadenella 
d'oro  et  habia  le  diete  chiavete  alla  centura.  In  diete  cassete 
volemo  mettere  li  suprascripti  ducati  l,  quali  devi  far  fare 
zoè  vinticinque  da  l'uno  canto  et  xxv  da  l'altro.  Siche  ordi- 
naray  la  soa  grandeza  ala  proportione  dela  tenuta  deli  xxv 
ducati.  La  spesa  del  Camello  et  moro  et  cassete  volemo  sij 
de  ducati  cinquecento  in  modo  che  li  ducati  l  et  tutte  queste 
cose  vegnino  ad  costarne  ducati  mille  in  tutto.  Ma  prove- 
deray  omnino  che  habiano  queste  cose  expedite  el  sabato 
sancto,  facendo  mettere  el  smaldo  al  camello  et  moro  se- 
gondo  parerà  conveniente  alli  magistri.  Et  quisti  mille  ducati 
te  li  faremo  rendere  questo  mese  de  mazo  proximo  de  li 
denari  d'una  compositione  havemo  con  quilli  de  la  Somalia. 
Ma  sborsaray  ti  de  presenti  li  mille  ducati  adciò  possiamo 
bavere  l'opera  al  termine  soprascripto  del  sabbato  sancto, 
raosta  ogni  exceptione.  Havendo  bona  advertentia  chel  Ca- 
mello, Cassete  et  Moro  siano  facti  ala  soa  proportione  se- 
gondo  richederà  la  spesa  de  li  dicti  ducati.  Non  volemo  chel 
Camello  passi  cinque  o  sey  digiti  pollici  de  alteza.  Ex  Vi- 
glevano  xvij  martij  1472. 

Jacobus. 
Galeaz  subscripsi,  cum  corniola. 

Al  lavoro  fu  tosto  dato  principio  e  se  ne  con- 
servò il  conto  particolareggiato  che  qui  facciamo 
seguire,  a  chiusa  di  questa  nostra  qualsiasi  memoria  : 

Nota.  Uno  camillio  con  dove  capsete  fuxe  e  medalie  50 
in  diete  capsete  da  ducati  10  luna  con  uno  morato,  tute  dete 
cose  doro,  sono  costade  le  dete  cose  in  summa  libre  3986 
soldi  19  denari  3.  Va  detracto  per  spexa  de  manifatura  dele 
diete  opere  e  colo  de  l'oro  in  summa  lib.  830  soldi  9  den.  3. 
Et  sic  resta  de  neto  libre  3  [56  soldi  io,  è  fu  principiato  a 
fabricar  deta  opera  adì  18  de  martio  1472. 


Emilio  Motta. 


CONTRAFFAZIONE   INEDITA 

DEL 

TALLERO  OLANDESE 


Per  molto  tempo  fui  riluttante  a  pubblicare  la 
presente  moneta,  non  potendo  riuscire  a  decifrare  a 
quale  zecca  essa  appartenesse;  mi  rivolsi  quindi  per 
consiglio  ad  un  valente  numismatico,  vero  specialista 
in  materia  di  contraffazioni  italiane.  Dopo  accurato 
esame  e  numerosi  confronti  con  altre  monete  di  tipo 
estero  contraffatte  e  che  dalle  impronte  e  nelle  leg- 
gende non  rivelano  la  loro  emissione,  il  suddetto 
numismatico  diede  un'  ingegnosa  spiegazione  della 
moneta  stessa,  che  porto  senz'altro  a  conoscenza  dei 
lettori  della  Rivista,  convinto  che  non  sia  tanto  fa- 
cile di  trovare  altra  soluzione  migliore. 

Ecco  la  descrizione  dell'  interessante  tallero  : 

Nel  campo  del  diritto  la  nota  figura  del  guer- 
riero a  mezzo  busto,  con  mantello  svolazzante,  ri- 
volto a  sinistra  e  sormontante  lo  stemma  nel  quale 
è  raffigurato  il  leone   nascente    dalle    onde    marine, 

32 


•2^0  CONTRAFF.    INÈDItA    DEL   TALLFRO    OLANDESE    -    E.    ÒOSCO 

corrispondente  allo  stemma  di  Zelanda.  Attorno  la 
leggenda:  Y  MO  Y  NO  ARG  *  ORDIN  *  N3L  Y  sotto  lo 
stemma  la  data  1  —  01.  Nel  campo  del  rovescio  il 
leone  del  Brabante  con  la  leggenda  :  (rosa)  Y  OON- 
FIDE  Y  S  Y  DON  MOVETVRA  I  Y. 

La  leggenda  del  diritto  andrebbe  così  comple- 
tata :  fAOnefa  fiOva  kR&ni/ca  ORDÌtin/a  tiEL-^(i-i)ì  (op- 
pure 17-01).  Quella  del  rovescio  non  è  che  una 
strana  contraffazione  del  solito  motto:  CONFIDENS  • 
DOMINO  •  NON  •  MOVETVR  •  comune  ai  talleri  genuini 
della  Confederazione  Belgica;  le  ultime  lettere  della 
medesima  leggenda  fornirebbero  la  chiave  della  so- 
luzione, potendosi  interpretare  come  un  monogramma 
di  AN  •  I  o  ANT  •  I  ossia  Antonio  I. 

Dato  lo  stile  della  moneta  ed  anche  la  circo- 
stanza che  il  tallero  olandese  (Leeuwendaalder)  venne 
pure  contraffatto  dalle  più  fiorenti  città  commerciali 
italiane  tra  cui  Genova  e  Monaco,  sul  finire  del  se- 
colo XVII,  detto  monogramma  apparterrebbe  ad 
Antonio  I  Grimaldi,  principe  di  Monaco  (1701-1721) 
mentre  l'altro  tallero  già  conosciuto  del  1668,  col 
leone  dal  cuore  fusato  e  la  leggenda:  PLACET  •  ET  • 
POLLERE  •  VIDETVR,  venne  coniato  in  Monaco  dal  suo 
predecessore  principe  Lodovico  I  Grimaldi  (1662- 
170T). 

Sarei  pertanto  grato  in  particolar  modo  al  cor- 
tese lettore  che  volesse  favorirmi  qualche  ulteriore 
informazione  al  riguardo,  atta  a  chiarire  meglio  la 
questione. 

Torino,  ij  marzo  1916. 

Ing.  Emilio  Bosco. 


BIBLIOGRAFIA 


LIBRI    NUOVI    E    PUBBLICAZIONI 


La    Zecca   di    Tripoli   d'Occidente   nell'opera  di  M.'  Valen- 
tine  (I). 

L'opera  del  Valentine  ha,  dopo  la  conquista  libica,  un 
certo  interesse  anche  per  noi  italiani  essendo  un  capitolo  di 
essa  dedicato  alla  zecca  di  Tripoli  d'Occidente  sotto  il  do- 
minio degli  Ottomani.  Poiché,  per  altro,  la  descrizione  e  l'as- 
segnazione delle  monete  di  rame  descritte  nel  capitolo  stesso 
non  sono  immuni  da  errori  e  la  serie  di  esse,  quantunque 
rilevata  dalla  collezione  del  British  Museum,  dall'opera  del 
Neumann  (2),  dalla  collezione  del  Fonrobert  e  da  quella  del 
sig.  Daniel  F.  Howorth,  non  comprende  che  45  tipi  con  64 
varietà,  mentre  nella  collezione  fatta  sul  luogo  dallo  scri- 
vente se  ne  contano  fino  ad  ora,  nel  solo  rame,  oltre  cento, 
con  un  numero  di  varietà  di  circa  cinquecento,  ho  cre- 
duto non  del  tutto  inutile,  nell'attesa  di  documenti  e  notizie 
che  possano  gettare  della  luce  nella  oscura  materia  della 
monetazione  ottomana  in  Africa,  di  assoggettare  ad  un  esame 
critico  i  risultati  ai  quali  è  pervenuto  il  sig.  Valentine,  allo 
scopo  di  correggere  le  inesattezze  dell'opera  che,  per  il  col- 
lezionista di  monete  appartenenti  alla  nostra  nuova   colonia. 


(i)  Valentine  W.  H.,  Modem  Copper  Coins  0/  the  Muhantmadan 
States.  London,  Spink  &  Son,  1911.  Un  volume  di  pag.  203,  litografato 
con  carte  geografiche  e  riproduzioni  in  tavole  di  tutte  le  monete  descritte. 

(2)  Beschreibtmg  der  bekanntesien  Kupferinunzen. 


252  BIBLIOGRAFIA 


rappresenta  il  solo  punto  di  appoggio  che  attualmente 
esista  (i). 

Tripoli  d'Occidente  [Tarabulus  gharb)  o^^  ij'^^S^ 
cadde,  com'è  noto  sotto  la  dominazione  turca  nel  1551  {958 
dell' E.),  quando  l'ammiraglio  Sinan  Pascià  la  tolse,  dopo 
averla  assediata,  ai  Cavalieri  di  Malta  ai  quali  la  città  era 
stata  concessa  da  Carlo  V. 

Regnava  in  quell'anno  il  sultano  Suleiman  I  ben  Selim, 
il  Magnifico,  al  quale  successe  Selim  II  nel  1556.  Né  il  primo 
né  il  secondo  di  questi  due  sultani,  come  neppure  i  loro 
successori  fino  ad  Ahmed  I  che  salì  al  trono  nel  1603,  avreb- 
bero coniato  moneta  a  Tripoli  d'Occidente.  Infatti  la  serie 
delle  monete  della  zecca  tripolina  s'inizia  con  una  monetina 
di  Ahmed  I  che  porta  nel  diritto  la  scritta  :  Sultan  Ahmed 
khan  e  nel  rovescio  un  esagramma  o  sigillo  di  Salomone, 
figura  che  si  trova  comunemente  nelle  monete  ottomane 
d'Africa  ed  è  composta  di  due  triangoli  intrecciati. 

Se  delle  quattro  monete  che  l'A.  assegna  a  questo  sul- 
tano, la  prima,  che  non  porta  indicazione  della  zecca,  e  la 
quarta,  che  è  stata  coniata  sicuramente  a  Tripoli  {Tarabulus, 
^^i}j\>  com'è  scritto  nella  monetazione  più  antica),  possono 
attribuirsi  ad  Ahmed  I,  la  seconda  (n.  298,  voi.  5,  Cat.  British 
Museum)  e  la  terza  (n.  297,  idem)  appartengono  sicuramente 
ad  Ahmed  III  che  salì  al  trono  nel  1703  (n.  1115  dell' E.), 
e  cioè  un  secolo  dopo.  Infatti  l'esemplare  descrtitto  al  n.  2 
che  è  stato  assegnato  ad  Ahmed  I  perchè  nel  diritto  si  legge 
il  nome  di  tale  sultano,  porta  nel  rovescio,  in  un  segmento 
di  cerchio  (il  solo  visibile  dei  tre  che  son  tracciati  negli 
esemplari  completi  di  questo  tipo)  un  segno  particolare  al 
quale  non  s'è  data  alcuna  importanza.  Esso  è,  invece,  una 
cifra  della  data  e  precisamente  un  4  della  forma  più  usata 
in  quell'epoca,  come  si  rileva  dalle  monete  di  Muham- 
mad  IV,  e  la  data  che  appare  chiarissima  in  parecchi  esem- 
plari della  collezione  dello  scrivente,  è  l'anno  1134  in  cui 
regnava  appunto  Ahmed  III.  Anzi,    per    essere    più    precisi, 

(i)  Qualclic  rara  moneta  tripolina  trovasi  descritta  anche  nella 
lidia  opera  di  Ahmed  Ziya  (deputato  turco),  stampata  a  Costantinopoli 
nel   1910,  in  turco  ed  nrabo. 


BIBLIOGRAFIA  253 


la  moneta  appartiene,  come  vedremo,  all'epoca  dei  Cara- 
manli,  giacché  a  quel  tempo  il  principe  Ahmed  Caramanli 
si  era  da  ii  anni  insediato  come  Pascià  a  Tripoli  battendo 
moneta  al  nome  del  sultano,  come  fecero  tutti  i  suoi  succes- 
sori. A  confortare  la  nostra  asserzione,  se  ve  ne  fosse  il 
bisogno,  si  potrebbe  aggiungere  che  il  sistema  di  segnare 
la  data  in  tre  segmenti  di  cerchio  tracciati  intorno  ai  lati  di 
un  triangolo  è  caratteristica  della  monetazione  ottomana  del- 
l'epoca e  pili  precisamente  del  primo  periodo  della  moneta- 
zione dei  Caramanli  in  Tripoli,  come  risulta  dall'esemplare 
descritto  dall'A.  al  n,  27,  coniato  col  nome  del  sultano  Abdul 
Hamid,  figliuolo  di  Ahmed  III.  E  si  potrebbe  notare  inoltre 
che  il  contorno  della  moneta  in  discussione  non  è  formato 
pa  puntini  come  le  monete  dei  predecessori  di  Ahmed  III, 
ma  da  virgolette  oblique  come  quello  delle  monete  di 
Ahmed  III  e  dei  suoi  successori. 

Non  vediamo  poi  la  ragione  per  la  quale  la  moneta  n,  3  è 
stata  assegnata  ad  Ahmed  I  e  non  ad  Ahmed  III  quando 
essa  non  è  che  una  varietà  dei  nn.  19  e  20  assegnati  giu- 
stamente ad  Ahmed  III.  La  data  i[i5  che  si  legge  in  molti 
esemplari  da  noi  raccolti  toglie  ogni  dubbio  essendo  tale 
data  quella  dell'assunzione  al  trono   di   quest'ultimo  sultano. 

Passando  ai  nn.  5,  6,  7  e  8  che  sono  assegnati  al  suc- 
cessore di  Ahmed  I  e  cioè  al  fratello  Mustafa  I  che  regnò 
un  anno  nel  161 7  ed  un  anno  nel  1621  (anni  1026  e  1031 
dell' E.),  è  opinione  dello  scrivente  che  questo  sultano  non 
abbia  coniato  affatto  monete  in  Tripoli  e  tale  opinione  è  con- 
fortata dal  fatto  che  lo  stesso  A.  non  ha  potuto  attribuirgli 
con  sicurezza  alcuna  moneta  neanche  nei  capitoli  che  ri- 
guardano la  Turchia,  l'Egitto  e  la  Tunisia.  Le  quattro  mo- 
nete sopraindicate,  meno  la  settima  forse,  possono  esser 
quindi  di  Mustafà  II  (1106-1115  dell'E.)  del  quale  l'A.  non  ha 
trovato  alcuna  moneta  coniata  a  Tripoli.  Anzi  la  sesta 
(n.  325  B.  M.)  è  sicuramente  di  quest'ultimo  sultano,  perchè 
1  numerosi  esemplari  di  questo  tipo  posseduti  dallo  scrivente 
portano  qualcuno  tutte  e  quattro  e  taluno  le  tre  ultime  cifre 
(sistema  in  uso)  della  data  di  coniazione  sul  ba  della  parola 
gliarb.  E  tale  data,  chiarissima,  ora  è  il  108,  ora  il  no.  Que- 
st'ultimo è,  probabilmente  l'anno  segnato  sull'esemplare  n.  6 


254  BIBLIOGRAFIA 


in  discussione  sul  quale  i  due  i  si  leggono  chiaramente  e 
stanno  ad  ogni  modo  ad  escludere  che  si  tratti  di  una  mo- 
neta di  Miistafà  I.  A  Mustafà  II  vanno  poi  assegnati,  secondo 
lo  scrivente,  gli  esemplari  descritti  ai  nn.  23  e  24  ed  attri- 
buiti dall'A.  a  Mustafà  III  (117J-1187  dell'E.)  e  ciò  per  varie 
ragioni.  Le  due  monete,  infatti,  non  sono,  a  ben  guardarle, 
che  delle  varietà  del  n.  6  (assegnato  a  Mustafà  I,  ma  appar- 
tenente a  Mustafà  II  come  s'è  detto).  La  prima,  inoltre,  porta 
delle  cifre  (che  sulla  seconda  non  si  leggono  per  cattiva 
conservazione  dell'esemplare)  sempre  sul  ba  della  parola 
gharb,  le  quali  se  possono  sembrare  HA  (118)  sono  invece 
molto  probabilmente  II  •  A  (1108),  giacché  anche  sugli  esem* 
plari  identici  posseduti  dallo  scrivente,  lo  zero  (•)  è  qualche 
volta  appena  visibile,  pur  esistendo  senza  dubbio.  In  ogni 
caso,  per  essere  di  Mustafà  III,  le  tre  cifre  segnate  non  do- 
vrebbero essere  le  tre  ultime  della  data  e  dovrebbe  almeno 
esservi  un  punto  finale  (1180)  di  cui  non  v'è  traccia.  È  da 
notare  poi  che  in  questa  moneta  la  parola  Tarabulks  è  scritta 
con  la  uau  (9)  dopo  il  lam,  come  nelle  monete  di  Mustafà  II 
ed  in  quelle  dei  precedenti  sultani,  mentre  nelle  altre  due 
assegnate  giustamente  a  Mustafà  III  (nn.  25  e  26)  ed  in  quelle 
dello  scrivente  che  portano  chiara  la  data  d»  coniazione  (1171) 
ed  appartengono  pertanto  sicuramente  a  Mustafà  III,  il  nome 
della  città  è  scritto  senza  la  semivocale  uau,  come  si  co- 
minciò a  praticare  da  Ahmed  III  in  poi.  Per  esse  vale  poi 
l'osservazione  fatta  precedentemente  sul  contorno  composto 
da  puntini  mentre  quello  degli  esemplari  ai  nn.  25  e  26  è 
composto  da  virgolette  come  in  tutti  gli  altri  tipi  riconosciuti 
come  sicuramente  appartenenti  a  Mustafà  III. 

La  moneta  descritta  al  n.  7,  che  abbiamo  più  sopra  ec- 
cettuata, non  è,  a  nostro  modo  di  vedere,  né  di  Mustafà  I 
né  di  Mustafà  II,  sibbene  di  Mustafà  III  per  lo  speciale  ro- 
vescio (sigillo  di  Salomone  con  lettere  nell'interno)  che  si 
trova  con  frequenza  nelle  monete  di  quest'ultimo  sultano. 

Con  Othman  II  ben  Ahmed  (1027-1031  dell'E.)  che  suc- 
cesse a  Mustafà  1  e  del  quale  l'A.  non  ci  dà  alcuna  moneta, 
comincia,  diremmo  quasi  in  modo  sicuro  se  non  fosse  per 
la  moneta  descritta  al  n.  4  che  porta  T indica/ione  della 
zecca  e  viene  attribuita  ad  Ahmed  1  senza  che  vi  siano   ra- 


BlBl.lOGRAFlA  255 


gioni  decisive  in  contrario,  la  monetazione  dei  sultani  otto- 
mani a  Tripoli  d'Occidente,  perchè  in  quanto  alle  altre  mo- 
nete precedentemente  descritte  dall'A.  e  da  noi  prese  in 
esame,  o  si  tratta  come  abbiamo  visto,  di  monete  che  non 
portano  indicazione  di  zecca,  o,  se  questa  indicazione  por- 
tano, sono  da  assegnarsi  ad  altri  sultani  posteriori,  con  la 
sola  riserva  di  cui  sopra.  Le  monete  di  Othman  II  portano 
r  indicazione  della  città  e  sono  datate  quasi  tutte  del  1029  ; 
esse  non  sono  molto  comuni. 

Le  assegnazioni  a  Murad  IV  (1032-1049  dell' E.),  Ibrahim  I 
(1049-58),  Muhammad  IV  (1058-99)  e  Suleiman  li  (1099-1102), 
le  monete  del  quale  sono  abbastanza  rare,  possono  rite- 
nersi esatte. 

Di  Ahmed  II  (1102-1106  dell' E.)  l'A.  non  registra  al- 
cuna moneta  coniala  a  Tripoli.  Noi  pensiamo  che  ad  esso 
possa  assegnarsi  la  moneta,  di  cui  al  n.  4,  attribuita  ad 
Ahmed  I  (e  in  questo  caso  l'afifermazione  fatta  più  sopra 
non  sqfFrirebbe  eccezione)  ed  un'altra  moneta  che  porta  pure 
il  nome  di  quel  sultano,  ma  di  tipo  diverso,  le  quali  per  il 
fatto  che  portano  l' indicazione  della  città  dovrebbero,  a  no- 
stro avviso,  riferirsi  ad  un'epoca  posteriore  a  quella  di 
Othman  II. 

L'ipotesi  non  è  azzardata  perchè  il  tipo  di  queste 
due  monete  (rovescio  con  stelle  ad  otto  punte)  è  evidente- 
mente più  vicino  a  quello  delle  monete  del  fratello  di  Ahmed  II, 
Muhammad  IV,  che  a  quello  delle  monete  di  altri  sultani 
immediatamente  precedenti  o  successivi  ad  Ahmed  I  (v.  mo- 
neta di  Muhammad  IV  descritta  al  n.  13  ;  386  B.  M.). 

Segue  Mustafa  II,  del  quale  abbiamo  discorso  a  propo- 
sito delle  monete  assegnate  erroneamente  a  Mustafà  I.  A  lui 
tien  dietro  Ahmed  III  (1115-1143)  al  quale  vanno  attribuiti 
oltre  i  nn.  19  e  20  le  due  monete  ai  nn.  2  e  3  sulle  quali 
ci  siamo  intrattenuti. 

Del  sultano  Mahmud  I  succeduto  ad  Ahmed  III  non  si 
conoscono  monete  coniate  a  Tripoli  d'Occidente,  sebbene 
egli  abbia  regnato  dal  1143  al  1168  dell' E.  L'unica  moneta 
attribuitagli  dall'A.  è,  senza  alcun  dubbio,  di  Mahmud  II,  pos- 
sedendo lo  scrivente  degli  esemplari  identici  con  la  data  1223 
(anno  in  cui  salì  al  trono  Mahmud  II)  che  manca,  per  cattiva 


256  niBUOGRAFlA 


conservazione  dell'esemplare  in  quella  descritta  dall'A.  al 
n.  21  (n.  558  B.  M.). 

Lo  stesso  forse  non  può  dirsi  del  successore  di  Mahmud  I, 
Othnian  III  (1168-1171),  esistendo  un  esemplare,  descritto 
dall'A.  al  n.  22,  il  quale  porterebbe  la  data  1168  e  non  po- 
trebbe attribuirsi  pertanto  che  a  questo  sultano. 

Dal  1123  (a.  d.  171 1)  in  poi,  per  altro,  e  cioè  da  quando 
il  capo  della  cavalleria,  Ahmed  Caramanli,  si  fece  procla- 
mare, dopo  una  strage  di  capi  a  lui  ostili,  signore  di  Tri- 
poli, facendosi  riconoscere  come  pascià  della  regione  dal 
sultano  Ahmed  III,  mediante  l'invio  di  molti  e  ricchi  doni, 
più  che  della  monetazione  di  questo  o  di  quel  sultano  ot- 
tomano a  Tripoli  d'Occidente,  sarebbe  più  proprio  parlare 
della  monetazione  di  questo  o  di  quel  principe  della  famiglia 
dei  Caramanli,  i  quali  avendo  fatto  ereditaria  nella  famiglia 
la  carica  di  pascià,  erano  gli  autori  diretti  della  monetazione 
pur  mantenendo  in  essa  le  formule  tradizionali  ed  il  nome 
del  sultano  regnante.  Essendone  stato  coniato  un  gr^  nu- 
mero (come  si  desume  dalla  varietà  e  quantità  degli  esem- 
plari) col  nome  di  Ahmed  III,  può  essere  avvenuto  che,  no- 
nostante l'assunzione  di  altri  sultani,  i  successori  del  principe 
Ahmed  Caramanli,  e  cioè  i  figliuoli  Muhammad  e  Ali,  con- 
tinuassero a  servirsi  di  quella  moneta,  coniata  in  buona 
parte  dal  loro  genitore,  fino  all'anno  in  cui  salì  al  trono  il 
successore  di  Othman  III  e  cioè  Mustafà  III  (a.  1171),  anno 
e  sultano  che  appaiono  in  un  nuovo  tipo.  A  Mustafà  III  vanno 
assegnati  gli  esemplari  descritti  ai  nn.  25  e  26. 

Di  Abdul  Hamid  (1187-1203)  l'A.  non  ci  dà  che  una 
sola  moneta  molto  comune  (n.  27);  se  ne  conoscono  però 
altri  tipi  sebbene  scarsi,  fatti  coniare  tutti  dal  principe  Ali 
Caramanli. 

Anche  la  monetazione  col  nome  di  Selim  III  (1203-1227) 
non  è  molto  abbondante  né  variata  e  l'A.  non  ce  ne  da  alcun 
esemplare.  Essa  corrisponde  ad  un  periodo  di  torbidi:  occu- 
pazione di  Tripoli  da  parte  di  Ali  Aghà  o  Borghul  Gurgi, 
intendente  generale  della  marina  di  Algeri  (1207-1209)  e  primi 
anni  di  lotta  di  lusuf  pascià  Caramanli  per  spodestare  il  fra- 
tello Ahmed  (121 1).  Dagli  esemplari  da  noi  posseduti  non 
risulta  che  siano  state  coniate  monete  da  Ali  Aghà,  giacché 


BIBLIOGRAFIA  ^5^ 


nessuno  porta  la  data  dal  1207  al  1209.  Né  si  può  obbiet- 
tare che  da  Abdul  Hamid  in  poi  si  sia  segnato  sulle  monete 
il  solo  anno  di  assunzione  al  trono  del  sultano,  aggiungendo 
al  rovescio  l'anno  del  regno  nel  quale  la  moneta  fu  coniata, 
perchè  se  tale  proposizione  è  vera  per  le  monete  coniate 
da  Mahmud  II  e  cioè  dal  1223  in  poi,  esistono  argomenti 
per  negarle  il  valore  di  verità  assoluta  per  i  due  sultani  pre- 
cedenti, Abdul  Hamid  I  e  Selim  III.  Il  Codrington  <i>  che  fa 
una  tale  affermazione,  non  aveva  forse,  secondo  noi,  tutti 
gli  elementi  per  emettere  un  giudizio  definitivo.  Ed  infatti, 
per  le  monete  di  Abdul  Hamid,  l'anno  che  si  legge  sia  nel- 
l'esemplare descritto  dall'A.  sia  in  altri,  e  specialmente  in 
parecchie  monete  d'argento,  è  il  1188  che  non  è  quello  di 
assunzione  al  trono,  e  quando  (come  in  alcune  monete  d'oro) 
l'anno  segnato  è  il  1187,  non  si  nota  mai  al  rovescio  l'anno 
di  regno  in  cui  la  moneta  fu  coniata  (2).  Lo  stesso  è  a  dirsi 
per  le  monete  di  Selim  III,  perchè  se  molti  esemplari  di 
rame  portano  la  data  1203  che  è  quella  dell'assunzione  al 
trono,  uno  ne  possediamo  con  la  data  del  1210,  e,  se  si  os- 
serva la  monetazione  di  argento,  della  quale  ora  non  ci  oc- 
cupiamo, accanto  alle  monete  che  portano  la  sola  data  1203, 
senza  altre  indicazioni  al  rovescio,  se  ne  trovano  parecchie 
con  la  data  1210  (3). 

Durante  il  regno  di  Selim  III  e  precisamente  nel  1209 
(11  giugno  1795)  viene  eletto  Pascià  di  Tripoli  l'ultimo  e  più 
popolare  principe  della  famiglia  Caramanli,  lusuf  Pascià,  il 
quale,  riconciliatosi  col  fratello  Ahmed,  era  riuscito  a  scac- 
ciare da  Tripoli  Ali  Aghà.  II  fratello  Ahmed   che   era  stato 


(i)  Codrington  O.,  A  ntanual  of  tnusulman  numisma/ics.  London, 
1904.  Published  by  the  Royal  Asiatic  Society,  pag.  211. 

(2)  Col  nome  di  questo  sultano  furono  coniati  a  Tunisi  tre  tipi  di 
monete  di  rame  con  le  date  1188,  1195  ^  ^^96,  descritte  dal   Valentine. 

(3)  Ad  Algeri  furono  coniate  monete  di  rame  col  nome  di  Selim  III 
e  la  data  1213.  Ved.  il  Valentine.  Per  altro  sotto  questo  sultano,  ma 
non  prima,  il  sistema  di  segnare  la  data  nel  modo  indicato  dal  Co- 
drington è  stato  qualche  volta  usato  come  si  rileva  da  una  moneta 
d'oro,  posseduta  dallo  scrivente,  che  porta  sul  diritto  la  data  1203  e  sul 
rovescio  l'anno  15  di  regno  e  da  alcune  monete  descritte  da  Ahmed 
ZiYA,  op.  cit. 

33 


25^  BlBLIOGftAriA 


eletto  bey  prima  di  lui  e  dopo  meno  di  un  anno  soltanto 
gli  lasciò  il  potere  rifugiandosi  a  Malta,  non  pare  abbia  co- 
niate monete  dovendosi  attribuire  a  lusuf  Pascià  quelle  d'ar- 
gento e  di  rame  coniate  col  nome  di  Selim  III  nel  1210. 

Dal  1210  al  1252  (anno  in  cui  l' inviato  della  Turchia, 
Negeb  pascià,  si  impossessò,  mediante  uno  stratagemma  del 
pretendente  Ali,  figlio  del  vecchio  lusuf  Pascià)  il  popola- 
rissimo principe  fece  coniare  una  quantità  di  monete  straor- 
dinaria anche  per  il  rame.  L'A.  ce  ne  descrive  molti  tipi, 
dal  n.  28  al  64,  ma  molti  altri  ne  esistono  non  descritti,  I 
primi  coniati  dopo  il  1223  col  nome  di  Mahmud  II  portano 
soltanto  la  data  di  assunzione  al  irono  ;  dall'anno  17.°  di 
regno  cominciano  a  comparire  sulle  monete  entrambe  le 
date,  che,  sommate  tra  di  loro,  danno  l'epoca  precisa  del 
conio.  Gli  anni  20,  21  e  25  sono  i  più  ricchi  di  tipi  e 
varietà. 

Durante  l'assedio  di  Tripoli  ad  opera  dei  rivoltosi  della 
Menscia,  che  durò  tre  anni  (1247-1250)  furono  coniate  le  mo- 
nete che  portano  l'indicazione  degli  anni  25  e  26  di  regno 
del  sultano.  E  noi  riteniamo  che  con  le  monete  dell'anno  26 
si  chiuda  la  variata  monetazione  dei  Caramanli,  giacché  le 
ultime  monete  coniate  a  Tripoli,  le  quali  portano  l'indicazione 
dell'anno  28,  sono,  per  ragioni  che  esporremo  in  seguito,  da 
attribuirsi  alla  restaurata  dominazione  ottomana. 

La  monetazione  del  periodo  che  va  dal  1123  al  1250 
presenta,  specialmente  negli  ultimi  anni  e  per  quanto  riguarda 
i  metalli  nobili,  delle  caratteristiche  degne  di  nota  perchè  ri- 
specchiano in  modo  sorprendente  le  vicende  politiche  ed 
economiche  della  regione.  Tutti  i  principi  della  famiglia  Ca- 
ramanli fino  al  1830  in  cui  fu  notificata  a  lusuf  pascià  l'abo- 
lizione definitiva  della  pirateria,  attesero  principalmente  al- 
l'organizzazione ed  allo  sviluppo  di  quella  caccia  alle  navi 
mercantili  cristiane  che  costituiva  la  fonte  precipua  delle 
loro  entrate.  E  quando  le  nazioni  civili  imposero  ad  essi  con 
frequenti  dimostrazioni  navali  la  cessazione  della  pirateria 
essi  si  trovarono  economicamente  a  mal  partito.  Dovettero, 
pertanto,  ricorrere,  oltre  che  ai  balzelli,  a  degli  espedienti  e 
così  ridussero  la  quantità  dell'argento  nella  lega  delle  mo- 
nete e  negli  ultimi  tempi  variarono  il  tipo  due    o    tre   volte 


BIBLIOGRAFIA  259 


all'anno  (ii  volte  in  quattro  anni,  dice  una  cronaca  ebraica)  (i), 
dichiarando  fuori  corso  quelle  precedentemente  coniate.  Fu 
certo  una  di  quelle  monete  che  di  argento  hanno  appena  la 
decima  parte,  coniata  verso  il  1247,  che  il  fruttivendolo  luda 
Arbib,  sapendo  che  sarebbe  stata  da  lì  a  poche  settimane 
dichiarata  fuori  corso  e  sostituita  da  un  altro  tipo,  si  rifiutò 
di  ricevere,  esponendosi  così  all'  ira  di  lusuf  Pascià  Cara- 
manli  che  lo  fece  ungere  di  miele  e  legare  vicino  alla  Sina- 
goga perchè  fosse  assalito  dalle  mosche  (21,  Per  sopperire 
alla  deficienza  dell'argento  furono  venduti  anche  i  cannoni  e 
le  tasse  divennero  così  gravose  da  determinare  la  rivolta 
dei  cittadini  della  Menscia  e  l'abdicazione  di  lusuf  Pascià  a 
favore  del  figlio  Ali.  Questi  avvenimenti  affrettarono  l' in- 
tervento della  Turchia  che  doveva,  come  si  è  detto,  por  fine 
alla  dominazione  dei  Caramanli.  La  monetazione  di  rame  fu 
anch'essa  arbitraria,  mutevole  e  disordinata  con  caratteri 
propri,  indipendente  da  quella  del  sultano  pur  ricordando  in 
qualche  ornamento  i  tipi  che  contemporaneamente  venivano 
coniati  in  Turchia.  Le  vicende  della  monetazione  di  questo 
periodo,  per  altro,  sono  quasi  del  tutto  ignorate  e  solo  con 
l'esame  di  documenti  ufficiali  e  privati  e  di  collezioni,  per 
quanto  è  possibile  complete,  potranno  ottenersi  gli  elementi 
necessari  per  l'illustrazione  della  materia. 

Ci  rimane,  per  completare  questi  appunti  sulla  moneta- 
zione tripolina,  di  accennare  alle  ragioni  per  le  quali  abbiamo 
affermato  più  sopra  che  la  monetazione  dei  Caramanli  si 
deve  ritenere  cessata  coH'anno  26  del  regno  di  Mahmud  II 
e  cioè  coiranno  1248  (a.  d.  1832)  e  che  la  comune  monetina 
di  cinque  para,  che  porta  ancora,  ultima  della  serie  delle 
monete  coniate  a  Tripoli,  la  leggenda  dhuriba  fi  Tarabiilus 
gharb,  fu  coniata  dai  nuovi  pascià  turchi,  Negeb  pascià  o 
Mohammed  Rais  che  sostituì  il  primo  nello  stesso    a.    1835. 

Tali  ragioni  sono  varie  e  decisive.  È  da  notarsi,  innanzi 


(i)  Memorie  del  rabbino  Abram  Cai/un  conservate  e  completate  dal 
rabbino  Morderai  Cohen,  delle  quali  ci  ha  dato  un  sunto  lo  Slousch 
nella  Revue  du  monde  musulman,  voi.  VI,  settembre,  ottobre  e  no- 
vembre 1908. 

(2)  Slousch,  op.  cit. 


26o  BIBLIOGRAFIA 


tutto,  che  la  moneta  si  distingue  per  regolarità,  se  non  uni- 
formità, di  conio,  di  dimensione  e  di  peso  precisamente  come 
le  precedenti  sono  caratterizzate  da  una  rozzezza  di  disegno 
e  dalla  massima  irregolarità  nel  peso  e  nelle  dimensioni. 
Essa,  poi,  prima  del  genere,  porta  sul  lato  della  tughra  la  pa- 
rola nuhàs,  ^J'\^  rame,  quasi  come  un  avvertimento  che  non 
era  inopportuno  in  un'epoca  in  cui  monete  dall'apparenza  di 
puro  rame  erano  state  messe  in  circolazione  dal  principe 
come  monete  di  argento  per  una  minima  parte  che  di  questo 
metallo  contenevano.  Infine  essa  fu  coniata  nell'a.  28  del 
regno  di  Mahmud  II  e  quindi,  dato  che  questi  salì  al  trono 
il  1223,  nell'anno  1251  dell' E.  Ma  quest'anno  cominciò  il 
29  aprile  1835  e  noi  sappiamo  che  ai  26  maggio  di  quel- 
l'anno Tripoli  ricadde  sotto  la  piena  dominazione  ottomana (0; 
le  monete  coniate  a  Tripoli  dal  nuovo  pascià  non  potevano 
portare,  pertanto,  che  l'indicazione  dell'anno  28  del  regno 
di  Mahmud  IL  II  pascià  turco  pensò  soltanto  nel  primo  anno 
di  continuale  a  coniare  monete  sul  luogo  mantenendo  in 
vita  la  zecca  della  città  ;  monete  con  data  posteriore  non  se 
ne  conoscono,  per  cui  è  lecito  supporre  che,  negli  anni  suc- 
cessivi, la  zecca  fu  abolita,  provvedendosi  alle  esigenze  eco- 
nomiche del  paese  con  moneta  coniata  nella  madre  patria 
e  precisamente  a  Costantinopoli. 

Guido  Cimino. 


Ferrare  (mons.  Salvatore).  Le  monete  di  Gaeta,  con  ap- 
pendice su  le  Medaglie.  Napoli,  Melfi  e  Joele,  1915,  in-8, 
pagg.   135  con  figure. 

Questo  lavoro  postumo,  perchè  l'A.,  dopo  avervi  consa- 
crate le  più  affettuose  e  diligenti  cure  e  averlo  anche  inti- 
tolato con  una  elevatissima  lettera  al  sig.  conte  Nicolò  Pa- 
padopoli  Aldobrandini,  Presidente  della  Società  Italiana  di 
Numismatica,  non  potè  vederne  compiuta  la  stampa  e  com- 


(1)  Fékauu,  Annates  Tripolitaines  in  Reviie  Africainc,  n.  159,  a.  1883. 
Algeri. 


BIBLIOGRAFIA 


261 


piacersi  della  lieta  accoglienza  fattagli  da  tutti  gli  studiosi, 
è  preceduto  da  un  breve  cenno  in  cui  il  prof.  D.  Salvatore 
Leccese,  nipote  dell'A.  ed  erede  di  Lui  anche  nell'affetto 
alle  memorie  del  paese  natale,  ne  tratteggia  amorosamente 
la  bella  figura  di  cittadino,  di  sacerdote  e  di  studioso. 

Dopo  una  diffusa  bibliografia  e  un   quadro    cronologico 
degli  ipati,  consoli,  duchi,  principi,  re  e  imperatori    che   go- 
vernarono Gaeta  dal  IX  al  XIII  secolo,   sono    riassunte  nel 
primo  capitolo  le  notizie  tratte  dal  Codex  Diplomaticus  Caje- 
tanus  edito  negli  anni  1887-1891,  intorno  alle   monete   usate 
in  quei  tempi  nel  Ducato  Gaetano,  utile  complemento  a  quanto 
si  sapeva  da  altri  documenti  già  esaminati  dal  punto  di  vista 
numismatico.    Qui    troviamo    anche    sobriamente    accennata 
l'origine  di  Gaeta  che  da  semplice  porto  o  scalo    marittimo 
di  Formia  divenne,  per  la  sua  posizione  strategica,  un  centro 
commerciale,  politico  e  religioso,  mentre  Formia  andava  ra- 
pidamente decadendo,  tanto  che  nel  secolo  IX  la  sede  della 
diocesi  era  già  passata  dalla  vecchia  alla  nuova   città.    Essa 
si  mantenne  dipendente  dall'Impero  Bizantino  anche  quando 
il  resto  dell'Italia  era  soggetto  ai  Longobardi,    e  siccome  il 
vincolo  di  dipendenza  era  assai  debole  e  mite,  così  si  trovò 
quasi    automaticamente    a    reggersi    da    sé,    come    Napoli  e 
Amalfi.  L'ultimo  imperatore  bizantino  di  cui  venga  ricordato 
il  nome  nella  intestazione  e  datazione    degli    atti    pubblici  è 
Costantino  Porfirogenito  nel  934,  Come  città  marinara,  Gaeta 
ha  una  storia  non  meno  gloriosa  delle  sorelle  Napoli  e  Amalfi; 
soltanto  essa  è  meno  nota  perchè  i   documenti    ne    vennero 
posti  in  luce  da  poco  tempo.  Può  dividersi    in    due  epoche: 
quella  della  dinastia  che  il  F.  chiama    indigena    (866-1032)  e 
quella  della  autonomia    con    dipendenza    da    principi    longo- 
bardi e  normanni  (1032-1 140).  In  ambedue  questi   periodi  si 
hanno    monete    che    rispecchiano    in    certa    maniera    questo 
slato  di  indipendenza  relativa,  la  quale  cessò  del  tutto  quando 
Federico  II  tolse  a  Gaeta,  per  punirla,  anche  la  facoltà  di  bat- 
tere moneta. 

Enumerate  e  illustrate  con  opportune  riproduzioni  per 
identificarle,  le  monete  d'oro  e  d'argento  e  anche  quelle 
ideali  e  di  conto  ricordate  nei  documenti,  soggiunge  che  per 
il  minuto  commercio  si  faceva  uso  di  moneta   di    rame   con 


202  BIBLIOGRAFIA 


prevalenza  dei  foUari  bizantini,  che  però  i  Gaetani  dovettero 
ben  presto  sentire  le  difficoltà  derivanti  dall'usare  una  mo- 
neta di  origine  più  o  meno  lontana  e  la  necessità  di  averne 
una  propria  per  i  bisogni  locali,  e  così  giunsero  a  coniare 
follari  e  mezzi  follari  nella  seconda  metà  del  secolo  X.  Per- 
chè a  Marino  II  (978-984)  attribuisce  il  F.  le  prime  rozze 
monete  che  finora  si  ritenevano  di  Marino  I.  Questi  infatti 
non  ebbe  mai  il  titolo  di  Consul  et  Dux  che  si  trova  costan- 
temente su  di  esse,  ma  soltanto  quello  di  ipato;  inoltre  non 
resse  mai  da  solo  lo  stato  ma,  prima  in  compagnia  del 
padre  Costantino,  poi  del  figlio  Docibile.  Dello  stesso  Ma- 
rino II  col  figlio  Giovanni  III,  soli  di  questo  nome  che  si 
trovarono  a  reggere  insieme  il  ducato  (979-984),  descrive 
due  monete,  una  delle  quali,  già  edita  dal  Camera,  appare 
di  dubbia  autenticità.  La  barbara  monetazione  della  dinastia 
indigena  continua  e  si  chiude  con  Giovanni  IV  (991-1012), 
presentando  nel  complesso  una  serie  assai  brutta  e  con  poche 
variazioni  di  tipo.  Queste  però  sono  tali  da  far  pensare 
a  una  possibile  diversità  di  valore  o  anche  di  attribuzione, 
senza  di  che  non  si  riesce  a  spiegare  come  Marino  II, 
in  un  periodo  di  governo  non  troppo  lungo,  abbia  recato 
tre  cambiamenti  abbastanza  notevoli  al  tipo  del  follaro,  quali 
risultano  rispettivamente  dai  disegni  16  a  20,  21,  22  e  23. 
La  moneta  certa  di  Marino  e  Giovanni,  di  arte  e  fattura 
migliori  assai  di  tutte  le  altre,  apparisce  come  un  felice  in- 
termezzo in  tutta  questa  brutta  produzione. 

A  queste  prime  monete  indigene  seguono  quelle  dei 
principi  e  duchi  normanni,  Riccardo  I  (1063-1078),  II  (1105- 
II II)  e  III  (1121-1140),  che  si  distinguono  per  il  rispettivo 
numerale  collocato  o  al  diritto  o  al  rovescio.  La  contromarca 
D  •  V  •  che  si  trova  in  parecchie  di  queste  monete  viene  spie- 
gata per  Dwa:  \lilelmus,  Guglielmo  di  Blosseville  o  Basse- 
ville,  che  tenne  il  ducato  di  Gaeta  tra  il  primo  e  il  secondo 
Riccardo.  E  siccome  tale  contrassegno  si  trova  anche  su 
alcuni  follari  del  secondo,  così  il  F.  cerca  di  spiegarne  la 
presenza  col  fatto  che  il  Blosseville  si  atteggiò  a  preten- 
dente anche  durante  il  principato  di  questo,  sulle  cui  monete 
avrà  pertanto  voluto  imprimere  lo  stesso  segno  di  sovranità 
che  aveva  impresso  su  quelle  del  predecessore.  Notevole  il 


BIBLIOGRAFIA  263 


documento  dal  quale  risulta  come  il  comune  di  Gaeta  non 
consenti  a  Riccardo  III  di  porre  l'effigie  sulle  monete.  Il 
F.  poi  non  accetta,  sebbene  storicamente  verosimile,  l'at- 
tribuzione a  Gaeta  di  un  follaro  di  Roberto  di  Capua  fatta 
dal  Sambon,  perchè  dubita  fortemente  sia  derivata  dalla  in- 
certa lettura  di  un  esemplare  mal  conservato. 

Vengono  poi  le  monete  dei  re  normanni.  Di  Ruggero 
(1135-1154)  èvvi  la  curiosa  moneta  già  pubblicata  dal  conte 
Papadopoli,  nella  cui  figurazione  l'A.  ravvisa  una  sella  a 
ricordo  di  un  fatto  menzionato  dalle  storie:  ad  essa  aggiunge 
anche  un  pezzo  di  Gisulfo  I  e  Paldolfo  Capodiferro  che  porta 
reimpresse  le  stesse  lettere  che  si  trovano  su  quella.  Di 
Guglielmo  I  (1154-1166)  e  di  Guglielmo  II  (1166-1189)  sono 
descritte  dodici  varietà,  e  sei  di  Tancredi  (1189-1194). 

Ai  normanni  tennero  dietro  nel  dominio  di  Gaeta  gli 
svevi,  e  al  tempo  di  Enrico  VI  e  Costanza  (i  191 -i  198),  mercè 
diligenti  confronti,  assegna  il  F.  la  moneta  anonima,  tanto 
fantasticamente  interpretata  dal  Camera:  manca  essa  del 
nome  del  sovrano  pur  conservando  l'effigie  o  maestà  impe- 
nale, e  con  la  leggenda  moneta  civttatis  Cajetae  accenna  a 
una  più  stretta  pertinenza  della  monetazione  alla  città.  Prima 
ancora  di  essa  però  erano  stati  emessi  e  posti  in  circolazione 
follari  senza  il  nome  e  senza  l'effigie  del  principe  e  quindi 
per  autorità  del  comune.  Portano  la  stessa  figurazione  del 
castello  che  si  trova  su  quelli  dei  re  normanni  e  il  nome  di 
Sant'Erasmo,  ad  eccezione  di  una,  della  quale  però  manca 
il  disegno  per  constatare  se  ha  fondamento  il  dubbio  espresso 
che  possa  effettivamente  non  appartenere  a  Gaeta.  II  F.  le 
chiama  civiche  e  le  ritiene  contemporanee  delle  altre  dei  re 
normanni,  emesse  in  lungo  periodo  di  tempo  come  viene  di- 
mostrato dalle  molte  varianti  e  dalle  notevoli  diversità  dello 
stile. 

Terminata  la  descrizione  delle  monete  sinora  note  della 
zecca  di  Gaeta,  passa  a  parlare  di  un  denaro  di  Gregorio  IX 
che  non  si  conosce  e  non  si  sa  per  conseguenza  se  sia  stato 
emesso,  ma  di  cui  si  ha  notizia  da  una  bolla  del  21  giugno 
1229,  con  la  quale  veniva  concessa  al  Comune  la  facoltà  di 
batterlo.  Poi  degli  Alfonsini  d'oro  che  pare  siano  stati  co- 
niati a  Gaeta  da  Guido  de  Antono  dal  1441  al  1448  per  AI- 


264  BIBLIOGRAFIA 


fonso  I  di  Aragona,  e  finalmente  dei  tornesi  falsi,  pure  bat- 
tuti a  Gaeta  sotto  Ferdinando  I  di  Aragona  da  Giovanni 
da  Ponte.  Veramente,  piuttosto  che  falsi,  nella  quale  deno- 
minazione pare  inclusa  X  idea  dell'opera  di  delinquenti  vol- 
gari in  frode  alla  legittima  autorità;  bisognerebbe  chiamarli 
calanti  o  ridotti  di  peso  e  inferiori  d'intrinseco,  perchè  così 
furono  ordinati  onde  trarne  guadagno  maggiore.  Parla  da 
ultimo  delle  monete  o  prove  di  monete  di  Pio  IX.  Questa 
parte  poteva  essere  omessa  senza  togliere  nulla  al  lavoro, 
o  tutto  al  più  se  ne  poteva  dare  una  breve  notizia  in  nota 
o  in  appendice,  perchè  quei  pezzi,  come  quelli  simili  della 
Repubblica  Romana  del  1849,  non  hanno  alcun  carattere 
ufficiale  e  sono  prodotti  poco  felici  di  una  privata  specula- 
zione, come  venne  anche  recentemente  confermato  dal  Se- 
rafini, 6  quindi  non  meritano  l'onore  di  entrare  in  un  libro 
scientifico. 

L'appendice  in  cui  vengono  descritte  le  medaglie  atti- 
nenti a  Gaeta  è  singolarmente  interessante  per  quanti,  e 
oggi  non  sono  pochi,  si  occupano  delle  memorie  del  nostro 
Risorgimento,  perchè  quasi  tutte  le  medaglie  appartengono 
a  tale  periodo,  a  cominciare  da  quelle  di  Ferdinando  IV  per 
la  difesa  del  1806,  per  finire  a  quella  coniata  nel  1890  in 
onore  del  generale  Enrico  Cosenz  nato  a  Gaeta. 

G.  Castellani. 


Mardelay  (Ch.  Le).  Contribution  a  l'étude  de  la  numisma- 
tique  vénittenne  (estratto  della  Reuue  Numismatique,  1913- 
1915).  Parigi,  Rollin  &  Feuardent,  1915,  pag.  191  e 
tav.  7  illustrative. 

Un  contributo,  se  non  veramente  notevole,  senza  dubbio 
interessante  per  gli  specialisti  della  numismatica  veneziana 
ha  dato  con  questa  pubblicazione  il  numismatico  Ch.  Le  Har- 
delay,  che  soggiornò  molto  tempo  in  Venezia,  e  che  ha  una 
bella  collezione  di  monete  veneziane,  nella  quale  uno  scudo 
rarissimo  di  Francesco  Corner,  ch'egli  vi  illustra  al  n.  258 
e  a  tav.  XII  del  suo  lavoro.  La  rarità  di  tale  scudo  dipende 


BIBLIOGRAFIA  ^65 


non  da  novità  di  tipo,  ma  dalla  brevità  del  dogato  di  Fran- 
cesco Corner,  che  durò  in  carica  dal  17  maggio  al  5  giugno 
1656,  cioè  una  ventina  di  giorni. 

Nella  introduzione  al  lavoro  TA.  confessa  che  il  Museo 
Correr  e  il  conte  sen,  Nicolò  Papadopoli  hanno  pezzi  e 
molti  ch'egli  pur  troppo  non  ha  nella  sua  collezione,  ma 
che,  con  tutto  ciò,  non  trovò  inutile,  anche  per  far  meglio 
conoscere  la  monetazione  veneziana,  di  notare  le  varianti 
della  sua  collezione  privata  alle  serie  del  Correr  e  del  Pa- 
padoli.  Del  Corpus  Nutnmorum  lialicorum  non  fa  motto,  o 
non  ne  ebbe  finora  sentore,  egli,  che  pur  cita  nel  suo  rias- 
sunto bibliografico  il  Lazari,  lo  Schweitzer,  l'Orlandini,  il 
Padovan.  L'opera  scientifica  ultima  non  è  il  voi.  VII  di  S.  M. 
il  Re,  che  continuerà  e  finirà  la  serie  della  zecca  di  Venezia 
neirVIII  volume,  ma  il  libro  del  Papadopoli,  che  s'arresta 
col  II  volume  al  doge  Marino  Grimani,  nel  1605,  come  vi 
si  arresta  il  VII  volume  del  Corpus  Nunttnorum. 

Di  carattere  divulgativo,  ma  molto  utile  è  la  divisione 
nei  vari  periodi  della  monetazione  veneziana  in  principio,  e 
l'elenco  cronologico  completo  dei  dogi  in  fine,  con  molta 
minuzia  di  date;  utile  pure,  specialmente  ai  numismatici  ita- 
liani, è  il  vocabolario  delle  sigle  dei  Massari,  o  zecchieri  ve- 
neziani, che  si  estende  da  pag.  148  a  pag.  188,  in  ordine 
alfabetico. 

Per  quanto  una  gran  parte  delle  varianti  dello  Hardelay 
risultino  dalla  nuova  ricchissima  serie  del  Corpus  N.  /.  di 
S.  M.  il  Re,  anche  perchè  vi  è  notato  quanto  il  Papadopoli 
già  fece  conoscere  dal  confronto  con  le  principali  collezioni 
italiane  di  serie  numismatica  veneziana,  è  sempre  utile  il 
confronto  con  le  descrizioni  monetarie  dello  Hardelay,  spe- 
cialmente dal  doge  Grimani  al  doge  Francesco  Molin,  cioè 
pel  periodo  1605-1655,  che  non  è  ancora  fatto  conoscere 
per  le  stampe,  né  per  mezzo  dell'opera  magistrale  del  sen.  Pa- 
padopoli, il  cui  III  volume  non  è  ancora  pubblicato,  né  per 
mezzo  del  voi.  Vili  del  Corpus  N.  /.  che  sarà  il  II  della 
illustrazione  della  monetazione  veneziana. 


S.  Ricci. 


34 


266  BlfeLIOGRAFlA 


Anson  (L.).  Numismata  Graeca. 

Nello  scorso  maggio  usciva  l'ultima  puntata  del  gran- 
dioso lavoro  di  L.  Anson,  Greek  Coin-Types  classi fied  for 
immediate  identification,  cioè  il  Testo  della  VI  parte. 

La  pubblicazione  era  incominciata  nel  1910  e  uscirono 
dapprima  sei  puntate  contenenti  le  tavole  illustrative  delle 
sei  parti  in  cui  l'opera  era  divisa.  Seguirono  le  puntate  di 
Testo,  la  I  e  la  II  nel  1911,  la  III  e  la  IV  nel  1912,  la  V 
nel  1913.  ed  ora  chiude  la  serie  l'ultima,  la  VI,  la  quale  con- 
tiene :  Scienze  ed  Arti  e  Miscellanea. 


VARIETÀ 


Il  primo  documento  numismatico  della  guerra 
Europea.  —  Da  un  profugo  italiano  del  Belgio  abbiamo 
potuto  avere  un  pezzo  da  io  Centesimi,  coniato  dai  tede- 
schi per  la  circolazione  delle  provincie  belghe  occupate. 


La  moneta  è  di  zinco  e  porta  al  diritto  la  leggenda 
circolare  BELGIQUE  •  BELGIE  •  1915  e  nel  centro  10  Cekt. 
Al  rovescio  sta  nel  campo  il  Leone  rampante  e  all'  ingiro 
un  semplice  ornato  sostituisce  il  motto  belga  L'UNION  FAIT 
LA  FORCE. 

Esiste  simile  anche  il  pezzo  da  5  centesimi. 

La  Medaglia  della  Croce  Rossa  Italiana  ai  feriti 
per  la  Patria.  —  Ai  feriti  uscenti  dagli  ospedali  militari  e 
della  Croce  Rossa,  quale  ricordo  patriottico  e  artistico,  è  di- 
stribuita una  medaglia,  brevettata,  fatta  coniare  per  iniziativa 
della  Croce  Rossa  medesima.  La  medaglia  rappresenta  la 
Vittoria  alata  che  guida  i  soldati  d'Italia,  col  motto  :  Al  FIGLI 
D' ITALIA  FERITI  PER  LA  PATRIA.  Sul  rovescio  sta  l'episodio 
della  infermiera,  che  prodiga  al  soldato  ferito  le  cure  più  pre- 
murose, quale  vediamo  spiccare  anche  sulla  medaglia  com- 
memorativa di  guerra  già  illustrata  nella  Rivista;  in  basso 
lo  stemma  della  croce  rossa  su  fondo  bianco  in  ismalto. 

La  medaglia  rilasciata  ai  feriti  è  però  apribile  a  libro, 
in  modo  che  nell'  interno  sono  disposti  ripiegati  due  piccoli 
attestati  in  pergamena  naturale,  sui   quali   viene   segnato   il 


268  VARIETÀ 

nome  del  ferito,  il  periodo  di  degenza   all'ospedale    e    varie 
indicazioni,  autenticate  dalla  firma  del  medico  direttore. 

Tale  medaglia  nelle  serie  numismatiche  e  medaglistiche 
dovrà  essere  posta  con  quei  cimeli  del  Risorgimento  in  forma 
di  scudi  d'argento  a  scatola,  apribile  a  vite,  nel  cui  interno 
vi  erano  ritratti  dei  patrioti,  scene  delle  guerre  o  motti 
contro  l'Austria,  e  che  àncora  adesso  formano  una  appen- 
dice interessantissima  alla  serie  delle  medaglie  e  delle  mo- 
nete del  Risorgimento  Italiano. 

Rinvenimento  di  un  tesoretto  monetale  a  S.  Co- 
stanzo presso  Fano.  —  Notizie  recenti  del  prof.  Dall'Osso, 
direttore  del  Museo  Archeologico  di  Ancona  e  soprainten- 
dente  per  i  musei  e  scavi  delle  Marche  e  degli  Abruzzi,  ac- 
certano che  è  stato  assicurato  al  Museo  di  Ancona,  dopo 
lunghe  e  faticose  indagini,  un  tesoretto  monetale,  rinvenuto 
presso  Fano,  a  San  Costanzo.  Trattasi  di  circa  25,000  pezzi, 
che  erano  depositati  entro  un  grande  recipiente  di  terracotta 
grezza  e  mal  cotta,  di  cui  si  è  riusciti  a  raccogliere  qualche 
frammento.  Le  monete  paiono  grossi  anconitani  anteriori  a 
quelli  col  ^■.  Quiriacus  del  secolo  XIII,  ma  finora  è  stato 
difficile  assegnare  loro  un'epoca  precisa.  Sono  di  lega  bas- 
sissima d'argento,  con  cui  il  rame  è  mescolato  nelle  propor- 
zioni del  60  "/«•  Portano  sul  diritto  al  centro  un  A,  entro  un 
cerchio  di  puntini,  oppure  una  specie  di  anello  ;  intorno  vi  è 
la  leggenda  DE  ANCONA  in  caratteri  gotici  ;  sul  rovescio  vi 
sono  pure  impressioni,  ma  non  ancora  decifrate. 

Siccome  gli  scrittori  patri  anconitani  avevano  asserito 
l'esistenza  di  una  coniazione  anteriore  a  quella  del  sec.  XIII, 
ma  non  si  conoscevano  esemplari,  o  almeno  nessuno  era 
finora  giunto  sino  a  noi,  il  ritrovamento  attuale  sarebbe  im- 
portante ;  quantunque  finora  sembri  abbastanza  strano  che  in 
Ancona  non  si  abbia  mai  visto  questo  tipo  di  moneta,  e  che 
invece  a  San  Costanzo,  presso  Fano,  proprio  quasi  all'estremo 
lembo  della  provincia,  se  ne  sia  trovato  un  gruzzolo  così  im- 
ponente. 

Una  parte  del  ripostiglio  è  stata  intanto  inviata  alla  Di- 
rezione del  Gabinetto  Numismatico  di  Brera,  che  sta  stu- 
diando r  importante  ritrovamento. 

S.  Ricci. 


VARIETÀ  269 

Opere  premiate.  —  U Académie  des  inscriptions  et 
helles  letires  ha  conferito  il  premio  Duchalais  al  sig.  Adolfo 
Dieudonné  per  il  secondo  volume  del  suo  Manuel  de  Numi- 
smatique. 

Recensioni  di  opere  numismatictie.  —  Al  IV  volume 
del  Corpus  Nummorum  Italicortim  ha  consacrato  una  erudita 
nota  bibliografica  il  venerando  prof.  Angelo  Mazzi  nel  Bol- 
lettino della  Civica  Biblioteca  di  Bergamo  da  lui  diretto 
(n.  I,  1915).  Nel  medesimo,  più  recentemente,  egli  ha  pure 
recensito,  non  senza  diversi  appunti  critici,  l'opera  di  P.  Fal- 
coni :  Le  monete  piacentine  (n.  I,  1916). 

Anche  l'illustre  Babelon,  nel  Journal  des  savants  (otto- 
bre 1915),  ebbe  a  ricordare,  e  non  è  la  prima  volta,  il  Corpus 
di  S.  M.  il  Re  nostro. 

Altra  recensione  critica  dell'egr.  nostro  collaboratore 
cav.  G.  Castellani  intorno  all'opera  :  La  Moneta  del  Marti- 
nori  è  apparsa  nel  fase.  2."  della  Rivista  storica  italiana  di 
Torino. 

Carteggio  tra  il  Marini  e  lo  Zanetti.  —  Nell'attesa 
che  altri  ne  dica  con  maggiore  dottrina,  segnaliamo  il  testé 
uscito  fascicolo  29. *»  degli  Studi  e  testi  pubblicati  dalla  Bi- 
blioteca Vaticana.  Esso  contiene,  a  cura  di  Enrico  Carusi,  il 
primo  saggio  delle  Lettere  inedite  di  Gaetano  Marini,  X  in- . 
signe  prefetto  delle  collezioni  vaticane  a'  tempi  napoleonici 
e  precedenti.  Sono  lettere  dirette  a  Guid'Antonio  Zanetti,  il 
numismatico  bolognese  ben  noto,  ed  offrono  interessanti  no- 
tizie ad  illustrazione  dell'opera  paziente  del  raccoglitore  ed 
editore  delle  monete  delle  zecche  d'Italia. 

Manoscritti  numismatici  in  Ambrosiana.  —  Sarebbe 
assai  utile  per  i  nostri  studi  avere  un  catalogo  dei  mano- 
scritti d'argomento  numismatico  conservati  nelle  varie  biblio- 
teche d'Italia.  Quello  per  le  biblioteche  milanesi  non  do- 
vrebbe riuscire  difficile.  Intanto  noi,  per  uno  spoglio  fram- 
mentario degli  schedari  dell'Ambrosiana,  segnaliamo  qui 
taluni    manoscritti    di    questo    prezioso    Fondo,    indicandovi 


270  VARIETÀ 

anche  le  rispettive  segnature.  Ad  altri  il  dare  il  lavoro  com- 
pleto, istituendolo  sull'esame  diretto  dei  codici. 

Bellati  Francesco.  Tavole  delle  monete  d'oro  usate  in  Mi- 
lano nei  contratti  dall'anno  1252,  ecc. 

O.  244  sup.  (i). 
Davanzati  Bernardo.  Discorso  delle  monete. 

R.  g4  sup.  n.  2g. 
Medaglie  greche  (alcune)  descritte. 

/.  204  Inj.  n.  ij. 
Trombelli  Gio.  Crisostomo.    Catalogo    di   medaglie  da  lui 
possedute. 

D.  S.  Ili  14. 
Vasco  Tomaso.  Opuscolo  sopra  le  monete.  —  Saggio  poli- 
tico sulle  monete. 

E.  S.   Vili  s  e  8. 
Velsero.  Opinione  sul  rovescio  di  una  medaglia  dell'impe- 
ratore Nerone. 

/.  2J0  inf.  n.  /. 
Videmarius  Ioannes.  De  numismatibus  antiquis  magne,  medie 
et  infime  forme. 

N.  80  Sup. 
Zecca.  Relazione  degli  officiali  della  zecca  di  Milano  (2). 

B.  S.  Vili  8. 

I  conii  dei  ducati  sforzeschi  donati  al  Museo  del 
Castello  di  Milano.  —  Togliamo  dal  Bollettino  municipale 
mensile  di  Milano,  n.  3,  1916,  che  ai  musei  d'arte  del  Ca- 
stello pervenne  in  dono  dalla  sig."*  prof.  Sandra  Piumati,  di 
Torino,  il  conio  antico  che  serviva  a  coniare  i  ducati  d'oro 
di  Galeazzo  M.  Sforza  (v.  Gnecchi,  Monete  di  Milano,  p.  76, 
n.  6).  È  di  ferro,  colla  superficie  acciaiata  ;  lo  stemma  sfor- 
zesco, sormontato  dal  cimiero,  è  fiancheggiato  dall'emblema 
dei  tizzoni  ardenti,  reggenti  i  secchielli  d'acqua,  e  dalle  ini- 
ziali G  Z  •  M  •  :  nel  contorno,  la  leggenda  +  P  P  •  ANGLE  •  Q  • 
CO    AC    lANVE  •  D  • 


(i)  Per  i  copiosi  inss.  del  Bellati  alla  Braidense  cfr.  Ghikon,  Biblio- 
grafia Lombarda,  Catalogo,  ecc.  Milano,  Archivio  stor.  Lombardo,  i88.|, 
pag.  12  e  segg.  dell'estratto. 

(2)  Pei  mss.  ambrosiani  della  zecca  di  Venezia  cfr.  Ceruti,  Appunti 
di  bibliografia  slorica  veneta  contenuta  nei  mss.  dell'Ambrosiana.  Venezia, 
Arch.   Veneto^  1877,  P^S-  82  dell'estratto. 


VARIETÀ  271 

Notiamo,  giacché  l'occasione  ci  è  offerta,  che  nel  1575  i 
conii    delle    medaglie    sforzesche    già    erano    emigrati    dalla 
zecca  di  Milano  e  passati    in  mano  di   particolari.    Prospero 
Visconti,  che  pel  duca  Guglielmo  di  Baviera  raccoglieva  in 
Milano  ogni  genere  di  preziosità  artistiche,  nel  suo  interes- 
sante carteggio  edito  anni  sono  dal  Simonsfeld  (i),  vi  accenna 
espressamente.  Egli  scriveva  diffatti  al  duca   ai   23   novem- 
^^^  ^575"  *  Bene  ho  trovato  un  galant'huomo,  il  quale  hora 
si  trova  havere  appresso    di    sé   alcuni    conii,    che    hanno 
impresse  alcune  imagini  di  duchi    e    duchesse    di  Milano, 
li  quali  longamente  sono  stati  conservati  da   i    maestri   di 
cecca  et  hora  sono  pervenuti  in  mano  sua.  Con  questi  si 
battevano  medaglie  non  da  spendere  communemente,  ma 
tali  che  li  duchi  donavano  a  suoi  famigliari.  Di  questi  ne 
mando  otto  impronti  a  V.  E.  acciò  che  Ella  possa  vedere 
come  gli  piacene.  Questo  tale  ne  batterà  quante    ne   pia- 
"  ceranno  a  V.  E.  et  di  che  peso  Ella  vorrà,  et  anchora  di 
qua!  bontà  d'oro.  Però  egli  ne  domanda  uno  scudo  l'uno 
di  manifattura  d'ogni  quantità  o  qualità  che  elleno  possano 
essere,  et  forsi  si  accontenterà  per  manco  „. 

Pesca  dell'oro  nel  Po  nel  '400.  —  Con  istromento 
del  9  gennaio  1466,  notaio  Benino  Cairati  (Arch.  notarile  di 
Milano),  Antonio  del  mag.*^**  milite  Sceva  da  Corte  (2)  abi- 
tante a  Milano,  nella  parrocchia  di  S.  Giorgio  in  Palazzo, 
investiva  Antonio  Garoni  e  Lorenzo  Cane,  abitanti  nel  luogo 
di  Brano  (?),  contado  di  Pavia,  dell'onoranza,  diritto  e  facoltà 
di  pescare  o  pischari  faciendi  aiirum  in  utraque  ripa  del  fiume 
Po  dal  riale  Cayri,  comitatus  Papié  usqiie  ad  portuni  Dossorum, 
dalla  Pasqua  del  futuro  anno  1467  in  avanti  per  anni  nove, 
ed  indi  a  piacere  delle  parti.  Canone  di  libbre  io  di  candele 
di  cera  da  consegnarsi  ogni  anno  alla  Madonna  di  settembre. 


(i)  Simonsfeld,  Mailànder  Briefe  sur  bayerischen  und  allgenteinen 
Geschichte,  I,  359  (Abbhgn.  der  k.  bayer.  Akad.  der  Wissenschaften), 
1903,  Mvìnchen. 

(2)  Il  documento  è  assai  guasto  per  umidità  e  consunto  a  tal  punto 
che  non  se  cava  il  casato,  che  però  noi,  data  la  paternità  di  Sceva  cre- 
diamo potere  accertare  per  da  Corte.  Sceva  da  Corte  oratore  sforzesco 
a  Roma,  dove  morì  nel  1459,  è  personaggio  ben  noto  della  seconda 
metà  del  Quattrocento. 


272  VARIETÀ 

Per  Domenico  Sestini.  —  Superfluo  ricordare  chi 
fosse  Domenico  Sestini.  Rammentiamo  invece  che  in  una 
raccolta  di  Iscrizioni  italiane  pubblicata  da  Ferdinando  Mal- 
vica  in  Palermo  nel  1830,  al  n.  51  ve  n'ha  una  che  lo  ricorda: 

A    ONORE 

DI  DOMENICO  SESTINI 

DEI    NUMISMATICI    VIVENTI 

PRINCIPE    SALUTATO 

GL'  ITALIANI 

AL  VALENTE  SCRITTORE 

PLAUSO  PORGONO. 

Francesco  Raibolini,  detto  il  Francia,  incisore  e 
medaglista.  —  Aldo  Foratti  n^W Archiginnasio  di  Bologna, 
Bullettino  della  Biblioteca  Comunale  di  quella  città,  diretto 
da  Albano  Sorbelli,  nel  fase.  3.°  del  maggio-giugno  1914,  in 
alcune  sue  Noie  su  Francesco  Francia,  con  una  tavola  illu- 
strativa, s' indugia  a  parlare  del  Raibolini  medaglista,  va- 
gliando la  notizia  del  Vasari,  che  lo  disse  "  nel  fare  coni  per 
medaglie  ne'  tempi  suoi  singolarissimo  „,  con  quello  che 
resta  di  lui.  E  accertata  l'opera  della  moneta  attribuitagli  di 
Giovanni  II  Bentivoglio,  del  1494;  è  combattuta  invece  l'opi- 
nione che  del  Francia  siano  le  monete  che  il  datario  del  fiero 
pontefice  Giulio  II  gettò  alla  folla  per  comperarne  l'applauso, 
perchè  fatte  a  Roma,  quando  il  Raibolini  non  era  capo  della 
zecca  bolognese. 

Delle  medaglie  il  Foratti  discute  fra  le  varie  attribuzioni 
quella  del  cardinale  Alidosi,  già  rara  e  costosa  al  tempo  del 
Vasari,  e  ne  rileva  la  superiorità  nella  viva  e  nervosa  ese- 
cuzione tutta  caratteristica  del  Francia,  in  confronto  della 
medaglia  contemporanea  eseguita  da  qualche  suo  discepolo 
per  Bernardo  Rossi,  vescovo  di  Treviso,  che  non  ha  né 
espressione  del  ritratto,  né  naturalezza  del  rovescio  allego- 
rico. E  conferma  la  sua  ipotesi  con  la  citazione  della  me- 
daglia d'  Ulisse  Masotti,  col  berretto  dottorale,  certo  migliore 
di  quella  di  Tommaso  Ruggieri,  che  dev'essere  opera  di  un 
altro  discepolo  del  Francia. 

S.  Ricci. 


ATTI 


DELLA 

SOCIETÀ    NUMISMATICA    ITALIANA 


Seduta  del  Consiglio   21  Maggio  1916. 
(Estratto  dai  Verbali). 

La  Seduta  è  aperta  alle  ore  14  nella    Sede    Sociale    al 
Convento  delle  Grazie. 

I.  —  È  letto  e  approvato  il  Verbale  della  Seduta  pre- 
cedente. 

II.  —  Presentati  dai  Sigg.  S.  Ricci  e  C.  S.  Johnson, 
sono  ammessi  fra  i  Soci  Effettivi  i  Signori  :  Cav.  Alberto 
Hirschler  e  Roberto  Cramer. 

III.  —  Si  approva  la  composizione  del  II  fascicolo 
della  Rivista. 

IV.  —  Il  Segretario  presenta  il  Bilancio  Consuntivo 
1915,  da  sottoporre  all'Assemblea  Generale  dei  Soci,  e  che 
si  chiude  colle  seguenti  risultanze  : 

Rimanenze  attive  ed  entrate.     .     .     .     L.  14,811,60 
Spese „     5,080,— 

Avanzo  al  31  dicembre  1915    L.     9,731,60 
E  approvato  all'unanimità. 

V.  —  Si  autorizza  la  spesa  per  la  rilegatura  di  una 
parte  dei  libri  sociali,  incominciando  dalla  Rivista  Italiana 
di  Numismatica. 

VI.  —  È  pure  approvata  la  Relazione  all'Assemblea 
sull'andamento  morale  della  Società  durante  l'anno  1915. 


274  ^TTl    DELLA  SOCIETÀ   NltMISMATlCA   ITALIANA 

VII.  —  Il  Segretario  presenta  infine  la  nota  dei  doni 
pervenuti  alla  Società  nell'ultimo  semestre  : 

Sua  Maestà  il  Re  d'  Italia. 

Corpus  Nuntmorum  Italicorutn.  Primo  tentativo  di  un  Catalogo  Ge- 
nerale delle  Monete  medioevali  e  moderne  coniate  in  Italia  o  da  Ita- 
liani in  altri  paesi.  Volume  VII;  Veneto  ^Venezia).  Parte  I.  Dalle  ori- 
gini n  Marino  Griniani.  Roma,  1915,  in-4,  pagg.  584  e  XX  tavole. 

Cagiati  Cav.  Avv.  Memmo. 
Lf  sue  pubblicazioni  : 

Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie  da  Carlo  I  d'Angiò  a  Vit- 
torio Emanuele  li.  Napoli,  1916,  Fascicolo  Vili,  fig. 

Supplemento  all'opera  :  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc. 
Napoli,  anno  V,  fascicoli  1-2  e  3-4. 

Le  Monete  del  Re  Manfredi  nel  Reame  delle  Due  Sicilie.  Roma, 
1915  {Estraito). 

Dell'Erba  Prof.  L. 
La  sua  pubblicazione  : 

Monete  inedite  o  corrette  dei  Re  Normanni  di  Sicilia  in  unione  dei 
loro  figli  ed  osservazioni  sui  valori  monetali.  Napoli,  1915  {Estratto). 

Qiorcelli  Dott.  Cav.  Giuseppe. 
La  sua  pubblicazione  : 

Tipografi  di  Alessandria  e  di  Valenza  del  secolo  XV  e  Tipografi 
Monferrini  dei  secoli  XV  e  XVI  che  stamparono  in  Venezia.  Alessan- 
dria, 1915  (Estratto). 

Qnecchi  Comm.  Francesco. 

O  Archeologo  Portugues.  Annata  1915. 

50  Opuscoli  e  Cataloghi. 

Johnson  Stefano  Carlo. 

La  Medaglia  in  bronzo  della  Redenzione  italica   (Vedi   Rivista   Ital.  ni 
Numismatica,  fase.  I,  1916,  pag.  151). 

Le  flardelay  Ch. 

La  sua  pubblicazione  : 

Contribution  à  l'étude  de  la  Numismatique  Vénitìenne.  Paris,  1915, 
in-8  (Estratto). 

Museo  Civico  di  Padova. 

La  sua  pubblicazione  : 

A  ricordo  ed  onore  di  Andrea  Gloria.  Padova,  1915. 


ATTI    DELLA    SOCIETÀ    NUMISMATICA    ITALL\NA  275 


Ricci  Prof.  Dott.  Serafino. 
Le  sue  pubblicazioni  : 

Milano  nella  storia  della  niunetazione  :  Il  V  volume  del  Corpus 
Nummorum  Italicorum.  Milano,  Crespi,  1914. 

Il  Corpus  Nummorum  Italicorum  di  S.  M.  il  Re  d'Italia.  Il  V  vo- 
lume illustrante  la  zecca  di  Milano:  L'opera  del  Re  Vittorio  Eman.  III. 
—  I  lavori  precedenti  sulla  zecca  di  Milano.  —  Le  collezioni  consultate 
pel  Corpus.  —  Il  metodo  d'illustrazione  seguito  nel  Corpus.  —  Serie 
cronologica  della  zecca  di  Milano.  —  Osservazioni  critiche  al  voi.  V 
del  Corpus  (Estratto). 

Lo  splendore  della  serie  monetale  milanese.  —  L'alto  significato 
del  V  volume  del  Corpus.  Dal  Numismatic  Chronicle. 

Il  Belgio  nella  storia  della  s\m  monetazione.  Dal  numero  unico  // 
Belgio,  Milano,  Aliprandi,  1915. 

Leonardo,  Raffaello  e  Michelangelo,  con  illustrazioni,  Milano,  Fede- 
razione Biblioteche  popolari,  1915. 

L'estetica  nella  scuola  inedia,  Milano,  Antonini,  I914. 

Numismatica  costantiniana,  Milano,  Arte  cristiana,  1914. 

Arte  greca  e  storia  romana  nelle  nuove  colonie  italiane,  Milano,  Per- 
severanza,  1915. 

Rizzoli  Dott.  Cav.  Luigi  juniore. 
La  sua  pubblicazione  : 

Rizzoli  Luigi  seniore  (fu  Giuseppe)  Necrologio.  Milano,  1916  (Estr.). 

Alle  ore  14  V*»  esaurito  l'Ordine  del  Giorno,  la  seduta  è 
levata. 


Assemblea  Generale  dei  Soci  2t  Maggio  1916. 
{Estratto  dai  Verbali). 

I  Soci  sono  convocati  per  le  ore  15  alla  Sede  Sociale 
al  Convento  delle  Grazie. 

Sono  presenti  i  due  Vice-Presidenti,  i  membri  milanesi 
del  Consiglio  e  buon  numero  di  Soci. 

Letto  ed  approvato  il  Verbale  dell'Assemblea  prece- 
dente, il  Vice-Presidente,  comm.  Francesco  Gnecchi,  legge 
la  seguente  Relazione  sull'andamento  morale  e  materiale 
della  Società  durante  il   1915- 

I  Soci  defunti. 

"  Non  possiamo  iniziare  questa  nostra  Assemblea  senza 
ricordare    i    parecchi    Soci    e    Collaboratori  che  ci    vennero 


276  ATTI    DELLA    SOCIETÀ    NUMISMATICA    ITALIANA 

a  mancare  in  questi  ultimi  mesi.  Di  tutti  abbiamo  dato  la 
necrologia  nella  Rivista;  ma  qui  crediamo  nostro  dovere 
mandar  loro  un  reverente  saluto  di  stima,  di  amicizia  e  di 
omaggio  per  l'opera  da  loro  prestata  all'  incremento  e  al 
progresso  dei  nostri  studii. 

"  Sia  onore  alla  memoria  di  Luigi  Correrà,  di  Luigi 
Rizzoli  seniore,  di  Flavio   Valerani  e  di  Pompeo  Monti. 

La   "  Rivista  „. 

"  Da  un  anno  anche  il  nostro  Paese  è  travolto  nel  tur- 
bine spaventoso  che  insanguina  l'Europa  e  che  preoccupa 
le  menti  nell'incertezza  dei  destini  che  incombono  a  tutte  le 
nazioni.  Il  pensiero  rimane  distolto  dagli  studi  in  genere, 
ed  è  troppo  naturale  che  anche  i  nostri,  come  tutti  gli 
altri,  ne  abbiano  risentito.  Ne  sono  prova  le  pochissime 
adunanze  che  tenne  il  Consiglio  della  Società,  la  manchevo- 
lezza ed  irregolarità  della  nostra  Rivista.  La  Direzione  fece 
del  suo  meglio  perchè  le  cose  camminassero  il  meno  male 
possibile,  ma  le  più  serie  preoccupazioni  da  un  lato,  l'as- 
senza dei  collaboratori  ed  anche  le  difficoltà  materiali  di 
esecuzione  dall'altra,  vi  lasciarono  l'impronta  dell'anno  di 
guerra,  come  del  resto  la  lasciarono,  e  anche  peggio,  in 
parecchie  altre  riviste  consorelle. 

"  Siccome  però  fortunatamente  a  tutto  si  fa  l'abitudine 
e  a  tutto  r  ingegno  umano,  stimolato  dal  bisogno,  trova 
riparo,  possiamo  assicurare  che  le  cose  cammineranno  me- 
glio nell'anno  ora  iniziato,  per  quanto  il  flagello  continui, 
né  se  ne  veda  prossima  la  fine. 

Gli  altri  Periodici  Italiani. 

"  Venendo  a  dire  delle  altre  pubblicazioni  periodiche  ita- 
liane, il  Supplemento  all'opera  Le  monete  del  Reame  delle 
Due  Sicilie  da  Carlo  I  d'Angiò  a  Vittorio  Emanuele  11 
cessò  colla  fine  dell'anno  le  sue  pubblicazioni;  ma  solo  per 
risorgere  sotto  nuova  veste,  col  titolo  di  Bollettino  del  Cir- 
colo Napoletano.  È  ciò  che  doveva  naturalmente  succedere, 
e  noi  diamo  con  tutto  il  cuore  il  benvenuto  al  confratello 
del  Mezzogiorno,  e  mandiamo  un  caldo  saluto  e  un  cordiale 


ATTI    DELLA    SOCIETÀ    NUMISMATICA    ITALIANA  277 

augurio  al  suo  valente  e  infaticabile  direttore  e,  diremo  an- 
che, restauratore  della  numismatica  nell'Italia  Meridionale. 

*  La  Rassegna  di  Roma  cessò  provvisoriamente  le  sue 
pubblicazioni,  essendo  stato  richiamato  al  servizio  militare  il 
suo  direttore. 

"  L' Istituto  Italiano  di  Numismatica  di  Roma  pubblicò 
un  secondo  volume  e  il  Circolo  Numismatico  Milanese  con- 
tinuò regolarmente,  durante  l'anno,  il  suo  Bollettino. 

Pubblicazioni  Numismatiche. 

*  Lo  stato  di  guerra  doveva  pure  esercitare  la  sua  in- 
fluenza anche  sulle  pubblicazioni  private.  Malgrado  ciò,  ab- 
biamo ancora  a  registrare  alcuni  lavori  di  lena,  in  testa  ai 
quali  il  Volume  VII  del  Corpus  Nummorum  Italicorum,  de- 
dicato alla  prima  parte  delle  Monete  di  Venezia  e  che  pre- 
cede il  VI. 

*  Abbiamo  ancora  la  continuazione  della  bell'opera  del 
Cagiati  sulle  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  il  I  vo- 
lume del  poderoso  lavoro  di  Giovanni  Carboneri  sulla  Cir- 
colazione monetaria  nei  diversi  Stati  e  il  gran  dizionario 
La  Moneta  di  Edoardo  Martinori. 

Degli  ultimi  tre  lavori  la  Rivista  ha  dato  già  i  resoconti, 
mentre  il  nostro  Presidente  conte  Papadopoli  si  riserva  di 
dare  quello  sul  Volume  VII  del  Corpus,  quando  sarà  uscito 
anche  l'VIII,  col  quale  sarà  completata  la  descrizione  delle 
Monete  di  Venezia. 

La  riunione  delle  Collezioni  pubbliche  di  Milano. 

Come  fu  accennato  nella  Rivista,  la  riunione  delle  due 
Collezioni  Numismatiche  Milanesi,  quella  di  Brera  e  quella 
Municipale  al  Castello  Sforzesco  sotto  un'unica  direzione, 
è  ora  virtualmente  compiuta,  il  compromesso  essendo  stato 
sanzionato  anche  dall'approvazione  del  nostro  Consiglio  Co- 
munale. Ora  non  ci  resta  che  far  voti  che  la  cosa  sia  al  più 
presto  tradotta  in  atto,  per  quanto  le  circostanze  del  mo- 
mento non  ci  permettano  di  sperare  troppo  in  una  sollecita 
soluzione. 


278  atti  della  società  numismatica  italiana 

Bilancio. 

"  Venendo  alla  parte  finanziaria,  ecco  il  Bilancio  Consun- 
tivo della  Società  pel  1915  : 

Rimanenze  attive  del  1914. 
Fondo  di  cassa L.    5415  — 

Entrate  ordinarie  dell'anno  1915. 

Quote  di  Soci  e  di  Abbonati  alla  Rivista  L.  3927  75 
Interessi  sul  fondo  di  cassa  in  conto  corr.      '>      388  85 

L.     4316  60 
Entrate  straordinarie. 

Da  S.  M.  il  Re  d' Italia,  quarto  acconto 
sugli  utili  derivati  dalla  vendita  del 
suo  Corpus  Nummorum L.  4000  — 

Ancora  da  S.  M.  il  Re  d'  Italia  per  elar- 
gizione del  premio  biennale  Duchalais 
decretato  dall'  Istituto  di  Francia  al 
suo  Corpus  Nummorum "      1080  — 

L.     5080  — 

L.  14811  60 

Spese  del  1915. 

Stampa  della  Rivista  e  accessori  .  .  .  .  L  4177  75 
Fotoincisioni,  eliotipie  e  collaborazione  .  "  755  — 
Spese  di  Segreteria  e  postali "      147  25 

L.     5c8o  - 
Rimanenze  attive  al  1915. 

Fondo  di  Cassa  in  conto  corrente "    9731  60 

L.  148 II  60 

Dimostrazione. 

Attività  in  principio  di  esercizio  .  .  .  .  L.  5415  — 
Attività  in  fine  di  esercizio L.  973'   60 

Aumento  di  patrimonio  L.    4316  60 

Entrate  dell'anno  1915 .    L.    9396  60 

Spese "     5"8o  — 

Avanzo  L.    4316  60 
//  Segretario  Amministratore:  Angelo  Maria  Cornelio. 


ATTI   DELLA   SOCIETÀ    NUMISMATICA    ITALIANA  279 

"  All'annata  un  po'  meschina  e  sensibilmente  ridotta  della 
nostra  Rivista  corrisponde  naturalmente  una  eccedenza  di 
spesa  assai  minore  di  quella  sopportata  negli  scorsi  anni, 
ossia  un  disavanzo  di  sole  L.  763,40,  in  luogo  di  quello 
di  L.  1840,  verificatosi  nel  Bilancio  del  1914.  La  piccola 
perdita  accennata,  poi,  fu  abbondantemente  compensata 
dalle  generose  somme  di  L.  4000  e  di  L.  1080  pervenuteci 
dal  nostro  Augusto  Presidente,  la  prima  quale  acconto  sulla 
vendita  della  Sua  opera.  Corpus  Nummorutn  Italicorum,  la 
seconda  quale  premio  toccato  a  S.  M.  nello  scorso  anno  per 
il  Concorso  Duchalais. 

"  Il  piccolo  Patrimonio  Sociale  è  dunque  aumentato  di 
L.  4,316,60  e,  fra  qualche  anno  possiamo  sperare  di  non 
dover  più  intaccare  il  nostro  capitale  per  colmare  i  disavanzi, 
ma  di  poter  vivere  colle  nostre  rendite.  Per  arrivare  più 
presto  possibile  allo  scopo,  occorrerebbe  che  il  numero  dei 
nostri  Soci  ed  Abbonati  fosse  sensibilmente  aumentato.  Il 
Consiglio  si  raccomanda  perciò  caldamente  a  tutti,  perchè 
vogliano  esercitare  una  proficua  propaganda  „. 

La  Relazione  del  Vice-Presidente  e  il  Bilancio  sono 
approvati. 

La  discussione  e  le  conversazioni  si  svolsero  ampiamente 
sulla  Relazione  e  principalmente  circa  la  prossima  riunione 
delle  collezioni  pubbliche  al  Castello  Sforzesco,  Parecchi  fra 
i  Soci  presero  la  parola  circa  il  collocamento  delle  monete 
e  l'argomento  venne  svolto,  ma  non  esaurito,  rimandandolo 
ad  altra  eventuale  seduta,  nella  quale  si  deciderà  se  qualche 
proposta  concreta  potrà  essere  presentata  a  momento  op- 
portuno. 

L'Ordine  del  Giorno  portava  per  ultimo  argomento  la 
nomina  di  tre  Membri  del  Consiglio,  quando  uno  dei  Soci 
presenti  avendo  fatto  osservare  che  negli  scorsi  anni  era 
involontariamente  avvenuta  qualche  irregolarità  nelle  nomine, 
l'Assemblea,  ad  evitare  ogni  possibile  equivoco  in  avvenire, 
trova  opportuno  di  procedere  ex-novo  alla  completa  elezione 
del  Consiglio. 


28o  ATTI  DELLA    SOCIETÀ    NUMISMATICA    ITALIANA 


Tutti  i  Soci  in  carica  accolgono  la  proposta,  offrendo  le 
loro  dimissioni,  e  procedutosi  alle  nuove  elezioni,  jl  Consiglio 
rimane  a  voti  unanimi  così  composto  : 

Cagiati  Avv.  Cav.  Memmo. 

CuNiETTi-CuNiETTi  Barone  Cav.  Alberto. 

Gnecchi  Cav.  Uff.  Ercole. 

Gnecchi  Comm.  Francesco. 

Johnson  Stefano  Carlo. 

Laffranchi  Lodovico. 

Motta  Ing.  Emilio. 

Papadopoli  Conte  Comm.  Nicolò  Senatore  del  Regno. 

Ricci  Dott.  Serafino  Conservatorore  del  Gab.  di  Brera. 

Pietro  Tribolati  Segretario. 

Passando"  poi  alla  nomina  delle  cariche  sociali,  sono 
eletti  a  pieni  voti  : 

Papadopoli  Conte  Nicolò  Presidente. 
Gnecchi  Ercole  e  Francesco  Vice-Presidenti. 

Alle  ore  lóVs»  esaurito  l'Ordine  del  Giorno,  l'Adu- 
nanza è  sciolta. 


Finito  di  stampare  il  20  giugno  1916. 
R0MANENGHI  Angelo  Francesco,  Gerente  responsabile. 


•«#*•«  *««**«>«*«♦«••***« I 


FASCICOLO  III. 


LA  MONETAZIONE  DI  AUGUSTO 


PARTE  QUINTA. 

ZECCHE  DELLA  PROVINCIA  D'ASIA. 

La  Provincia  d'Asia  costituita  in  maggior  parte 
dal  territorio  dell'antico  regno  degli  Eumenidi.  ere- 
ditato dal  Popolo  Romano,  era  come  quella  di  Bitinia 
una  Provincia  Senatoria,  la  nomina  del  cui  procon- 
sole, residente  in  Efeso,  spettava  al  Senato  anziché 
all'Imperatore.  Questa  provincia  assai  più  vasta  della 
sua  confinante,  riuniva  varie  regioni  :  Ionia,  Misia, 
Lidia,  Caria,  Frigia,  Panfilia  e  Licia,  aventi  caratte- 
ristiche proprie  ;  perciò  anche  le  sue  monete  si  dif- 
ferenziano maggiormente  fra  zecca  e  zecca  ;  presen- 
tano, sarei  per  dire,  maggior  autonomia  stilistica  che 
non  quelle  delle  zecche  di  Bitinia.  Esse  monete  vanno 
anzitutto  divise  in  tre  gruppi  rappresentanti  altret- 
tante zecche  delle  quali  volta  a  volta  spiegherò  le 
caratteristiche. 

I.   —   EFESO. 

Taluni  numismatici  additarono  Pergamo  come 
grande  zecca  dell'Asia,  rivale  di  quella  di  Efeso, 
perchè  i  notissimi  cistofori  che  sto  per  descrivere 
recano  il  tempio  dedicato  al  culto  di  Roma  ed  Au- 
gusto che  è  riprodotto  anche  dalle  monete  locali  a 
leggenda  greca  col  nome  di  questa  città  ;  ma  se  si 
accettasse  questa  attribuzione  bisognerebbe  asse- 
gnare ad  essa  anche   i   cistofori    al    medesimo    tipo 


a84  LODOVICO  laffranchi 


emessi  più  tardi  sotto  Claudio,  Domiziano,  Nerva, 
Traiano  ed  Adriano.  Il  che  è  illogico,  non  solo  pel 
motivo  che  Pergamo  non  più  capitale  degli  Eumenidi 
era  ridotta  nella  condizione  di  città  secondaria,  su- 
bordinata ad  Efeso  capoluogo  della  provincia,  ma 
anche  perchè  una  ragione  decisiva  fa  traboccare  la 
bilancia  dalla  parte  di  quest'ultima  città,  ed  è  quella 
di  cui  sotto  Claudio  abbiamo  contemporaneamente  ci- 
stofori  col  9*  al  tipo  del  tempio  di  Pergamo  e  cisto- 
fori  col  ^  al  tipo  della  Diana  d' Efeso  accomunati 
dalla  assoluta  identità  dei  diritti,  e  questo  dimostra 
che  uscirono  da  un'unica  zecca  la  quale  per  le  ra- 
gioni suesposte  non  può  essere  che  quella  di  Efeso. 

E  non  deve  destar  meraviglia  che  le  monete  di 
Efeso  rechino  un  tipo  architettonico  riferentesi  ad 
un  monumento  esistente  in  altra  città,  poiché  il  tempio 
in  questione  non  venne  eretto  ad  iniziativa  della  sola 
Pergamo,  ma  bensì  per  quella  di  tutte  le  città  della 
provincia,  come  indica  l'epigrafe  Com{mune)  Asiae  ; 
d'altra  parte  anche  più  tardi,  cioè  sotto  Adriano, 
Efeso  emise  cistofori  coi  tipi  locali  di  Pergamo,  Mi- 
lasa,  Labranda,  Mileto,  Tralles,  lerapolis,  ecc.,  ecc. 
Questa  constatazione  è  anzi  di  grande  importanza 
perchè  trae  di  conseguenza  la  certezza  che  anche 
la  zecca  di  Efeso,  come  quella  di  Antiochia  e  di  altre 
città  importanti,  emetteva  le  monete  di  bronzo  a  leg- 
genda greca  delle  piccole  città  finitime  sulle  quali 
è  facile  constatare  l'unicità  dei  diritti:  il  che  dimostra 
l'opera  di  una  sola  zecca. 

Alla  zecca  di  Efeso  che  negH  ultimi  anni  del 
regime  repubblicano,  emetteva  monete  autonome  di 
bronzo  coi  tipi  locali  allusivi  al  culto  di  Diana  e  ci- 
stofori coi  nomi  dei  proconsoli,  io  assegnerei  tutti  i 
denari  legionari  di  M.  Antonio,  nonché  i  cistofori 
colla  sua  testa  unita  a  quella  di  Ottavia  (tav.  Vili, 
n.  1-4)   ed    il    famoso    aureo    colle    medesime   teste 


LA    MONETAZIONE   DI   AUGUSTO  285 

(tav.  Vili,  n.  6-7)  appartenente  al  Museo  di  Berlino 
e  rinvenuto  a  Castagneto,  in  cui  io  trovo  sostan- 
ziali differenze  stilistiche  le  quali  lo  separano  dagli 
altri  aurei  colle  medesime  teste  che  più  avanti  nella 
parte  VI  vedremo  appartenere  alla  zecca  di  Antio- 
chia. Sarei  invece  perplesso  se  assegnare  ad  Efeso 
piuttosto  che  a  Corinto  la  monetazione  di  bronzo 
emessa  dai  Prefetti  della  flotta  di  M.  Antonio, 


La  monetazione  imjieratoria  di  Ottaviano  non 
ancora  «  Augusto  »  si  inizia  ad  Efeso  con  una  emis- 
sione straordinaria  avvenuta  nel  726  28  a.  C.  per 
ricordare  la  liberazione  dell'Asia,  ed  il  titolo  confe- 
ritogli di  Vindice  della  Libertà. 

B'  —  IMP    CAESAR     DIVI     F    COS  VI  •  LIBERTATIS     PR  • 
VINDEX  •  Testa  laureata  a  destra. 

(Tav.  Vili,  n.  5). 

1.  9  —  L^  Pace  a  sinistra  tenendo  colla  destra  il  caduceo. 

nel  campo,  a  sin.  PAX,  a  des.  la  cista  mistica  dalla 
quale  si  svolge  un  serpe  ;  il  tutto  entro  corona 
di  lauro, 

Ar.,  Cisto/oro  o   Triplo  denaro,  gr.  10,5,  Coh.,  n.  318. 

(Tav.  Vili,  n,  8). 

La  corona  d'alloro  non  appare  che  eccezionalmente  sulle  effigi  di 
Augusto  prima  del  744/10  a.  C,  ed  in  questi  casi  il  motivo  è  dato  da 
meriti  speci  liei  che  si  intendono  onorare,  come  Azio  e  la  conquista 
d'  Egitto.  Non  è  che  dal  io  a.  C,  che  la  corona  di  lauro  diventa  con- 
venzionale, specialmente  nelle  provincie. 

^  —  CAESAR  IMP  VII  Testa  nuda  a  destra.      . 

(Tav.  Vili,  n.  29). 

2.  9  —  ASIA  RECEPTA  Vittoria  a  sm.  tenendo    la    palma   e 


286  LODOVICO   LAFrRANCHI 


protendendo  la  corona,  sopra  una  cista  posta  fra 
due  serpenti  (i). 
Ar.,  Quinario  o  frazione  di  Cisto/oro,  Coh.,  n.  14. 

(Tav.  Vili,  11.  30). 

*      * 

Il  secondo  periodo  della  monetazione  imperatoria 
di  Efeso  comprende,  oltre  ai  notissimi  cistofori,  anche 
quei  denari  ed  aurei  la  cui  identità  stilistica  con 
essi  venne  facilmente  constatata  anche  dal  Cabrici  ^2) 
e  dal  Grueber  <3).  Però  il  motivo  di  queste  coniazioni 
straordinarie  limitate  a  pochi  esemplari  non  può  es- 
sere stato,  come  suppone  il  Cabrici,  il  fatto  della 
presenza  di  Augusto  in  Asia,  dal  22  al  19  a.  C, 
poiché  anche  a  Roma  si  fecero  delle  emissioni  pa- 
rallele a  questa,  anzi  nella  capitale  sembrano  inco- 
minciate qualche  tempo  prima,  come  già  vedemmo. 

Il  vero  motivo  si  intravvede  anche  per  Efeso, 
nella  commemorazione  dei  decennalia  di  Azio,  asso- 
ciata alle  onoranze  ad  Augusto  per  la  sottomissione 
dell'Armenia  e  pel  ricupero  dei  segni  militari,  colla 
conseguente  nona  acclamazione  imperatoria. 

La  monetazione  che  sto  per  descrivere  si  inizia 
perciò  nel  734/20  a.  C.  con  aurei  e  denari  emessi 
in  pochi  esemplari  e  termina  colla  emissione  dei  ci- 
stofori alla  fine  del  735/19  a.  C;  in  essa  si  ritrova, 
in  maggior  parte,  la  maniera  artistica  che  vedemmo 
espressa  dalle  monete  delle  zecche  di  Bitinia,  segno 
convincente  che,  cessata  la  monetazione  straordinaria 
di  detta  provincia,  parte  degh  incisori  vennero  man- 
dati ad  Efeso. 


(i)  Tipo  restituito  da  Vespasiano. 

(2)  Op.  cit. 

(3)  Op.  cit.,  voi.  II. 


LA   MONETAZIONE    DI   AUGUSTO  287 

Il  diritto  degli  aurei  e  denari,  unico  per  tutto  il 
periodo,  è  il  seguente  : 

^  —  AVGVSTVS  (O  all'esergo  :  testa  nuda  a  des. 

(Tav.  vili,  n.  9,  I5)- 

A)  Tipi  allusivi  alla  sottomissione  dell'Armenia 
(21/20  a.  C). 

3.  I^    —  ARMENIA  in  alto,  CAPTA  al  basso.  Vittoria  a  des. 

che  afferra  un  toro   (simbolo  di  popoli  barbari) 
per  le  corna  e  lo  atterra  ponendogli  un  ginoc- 
chio sulla  schiena  (2). 
Oro,  Coh.,  n.  8.  (Tav.  Vili,  n.  io). 

4.  9    —  Id.  legg.   Tiara  a  des.,  due  faretre  ad  arco  a  sin. 

Ar.,  Coh.,  n.  11,  12.  (Tav.  Vili,  n.  11). 

5.  P    —  ARMENIA  in  alto,  RECEPTA  al  basso.    Tipo    come 

il  precedente. 
Ar.,  Londra,  Coh.,  n.  13.  (Tav.  Vili,  n.  la). 

6.  p    —  CAESAR  DIV  •  F  II  ARMEN  CAPTA  !  IMP  Villi    0)  Ar- 

meno  di  fronte  appoggiandosi  colla  des.  all'asta 
e  colla  sin.  all'arco. 
Ar.,  Coh.,  n.  56-59.  (Tav.  Vili,  n,  14). 

Tipo  identico,  salvo  l'asta  e  l'arco,  a  quello  già  descritto,  assai  più 
raro,  che  appartiene  alla  zecca  di  Roma. 

1-^    —  CAESAR    DIV    F  i  ARMEN    RECEP  i  IMP  Villi    Tipo 
come  il  prec. 
Ar.,  Berlino,  Coh.,  n.  sa  (Tav.  Vili,  n.  13)1 


(1)  Grueber  ed  altri  autori,  ritennero  che  taluni  esemplari  mancas- 
sero di  questa  epigrafe  ;  evidentemente  si  tratta  di  esemplari  dai  quali 
essa  era  scomparso  pel  fatto  di  trovarsi  presso  l'orlo  del  tondino  e 
quindi  facile  a  consumarsi. 

(2)  Un  tipo  pressapoco  identico  si  vede  sui  dupondi  con  SO  emessi 
pure  a  Efeso  sotto  Vespasiano. 

(3)  Solitamente  si  legge  IMP  Vili  o  IMP  VII,  perche  le  ultime 
aste  rimangono  fuori  del  tondmo,  per  difetto  nella  coniazione. 


288  LODOVICO   LAFFRANCHI 


B)  Tipi  allusivi  al  ricupero  dei  segni  militari  (19  a.  C). 

8.  I^    —  SIGNIS  in  alto,  RECEPTIS  all'esergo.  Capricorno  a 

sinistra. 
Oro,  Coh.,  n.  263.  (Tav.  Vili,  n.  17). 

9.  I^   —  SIGNIS  PARTICIS  RECEPTIS  circolare.  Tipo  id. 

Oro,  Coh.,  n.  256.  (Tav.  Vili,  n.  18). 

10.  1^    —  SIGNIS  PARTICIS  RECEPTIS  in  tre  linee  nel  campo. 

Ar.,  Coh.,  n.  257.  (Tav.  Vili,  n.  16). 

11.  ^    —  Anepigrafe.  Sfinge  accovacciata  a  des. 

Oro,  Coh.,  n.  333.  (Tav.  Vili,  n.  19). 

12.  ^   —  Tipo  id.  a  sin. 

Oro,  Coh.,  n.  334.  (Tav.  Vili,  n.  20). 

La  Sfinge,  secondo  Svetonio,  era  rappresentata  sul  sigillo  di  Augusto. 

C)  Tipi  dei  cistofori  (19  a.  C). 

/©*  —  Unico.  Testa  nuda  di  Augusto  a   destra,   sotto  in 
legg.  esterna  IMP  •  IX  •  TR  •  PO  •  V  • 

Coh.,  n.  298.  (Tav.  Vili,  n.  21). 

13.  ^    —  COM  •  ASIÀE  nel  campo.  Tempio  exastilo,  su  sca 

lea,    con    timpano  sormontato    da    acroterio  ed 
antefissi  ;    sul  fregio  della  trabeazione  si  legge 
ROM  •  ET  •  AVGVST  • 
Ar.,  Cisto/oro,  Coh.,  n.  86.  (Tav.  Vili,  n.  22). 

14.  1^    —  MART  •  VLTO  •    nel    campo.    Tempio    rotondo    su 

scalea,  con  cupola  sormontata  al  vertice  da  un 
oggetto  indistinto,  ed   all'  intorno   da    acroterii  ; 
ha  quattro  colonne  visibili  e  mostra  nell'interna 
un'insegna  militare. 
Ar.,  Cisto/oro,  Coh.,  n.  2oa.  (Tav.  VHI,  n.  23). 

È  la  riproduzione  —  forse  poco  verista  —  del  tempietto  rotondo 
di  Marte  Ultore  sul  Campidoglio  che  abbiamo  già  visto  sulle  monete  di 
Spagna.  Un  tipo  esattamente  copiato  da  questo  si  osserva  sui  bronzi 
di  Augusto  a  leggenda  greca  della  zecca  di  Alessandria. 


fr 


LA    MONETAZIONE    DI    AUGUSTO  289 

15.  Ffi  —  S  •  P  •  R  SIGNIS  '  RECEPTIS  in  tre  linee  sotto  la 
volta  di  un  arco  fiancheggiato  da  due  aquile 
e  sormontato  dalla  quadriga  di  Augusto;  sul 
fregio  della  trabeazione  si  ripete  la  medesima 
leggenda  del  diritto,  cioè  IMP  •  IX  •  TR  •  POT  •  V  • 
Ar,,  Cisto/oro,  Coh.,  n.  298.  (Tav.  Vili,  n.  24). 

È  il  medesimo  tipo  precedentemente  descritto  a  parte  IV,  n.  20. 
In  ambedue  i  casi  si  tratta  dell'arco  onorario  di  Augusto  a  Roma  (i) 
prima  che  gli  fossero  aggiunti  i  propilei  laterali  che  vedemmo  sulle 
monete  di  Colonia  Patrizia  (n.  6)  e  di  Roma  (L.  Vinicius). 

L'identico  arco  rappresentato  sul  cistoforo  è  copiato,  salvo  la  fat- 
tura più  banale  e  grossolana,  dai  bronzi  alessandrini  contemporanei  a 
quelli  già  citati  col  tempio  di  Marte  Ultore,  e  ciò  mi  permette  di  affer- 
mare che  la  data  di  questi  bronzi,  sinora  incerta,  deve  assegnarsi  agli 
anni  19-18  a.  C. 


L'emissione  dei  tetradrammi  che  sto  per  descri- 
vere avvenne  certamente  nel  737/17  a.  C.  in  occa- 
sione dei  Vota  Suscepta  Vicennalia  di  Augusto.  Essi, 
contrariamente  all'asserzione  del  Cabrici,  sono  d'arte 
peggiorata,  in  confronto  ai  precedenti,  come  tutti 
potranno  constatare  dai  confronti. 

Però  nessun  elemento  per  stabilire  con  certezza 
questa  data  sembrerebbe  esistere,  pel  fatto  che  i 
PB  greci  di  Efeso,  utili  pei  confronti  stihstici,  non 
furono  emessi  che  più  tardi  verso  il  12  a.  C,  ma 
un  ausilio  ci  porgono  i  cistofori  al  medesimo  tipo, 
e  quindi  contemporanei,  coniati  ad  Antiochia,  i  quali, 
pei  motivi  che  spiegherò  più  tardi,  appartengono  al 
17  a.  C. 

Il  diritto,  unico  dei  cistofori  in  questione,  è  : 

1^  —  Testa  nuda  a  des.,  sotto  IMP  •  CAESÀR  • 

(Tav.  vili,  n.  25). 


(i)  Quando  pubblicai  le  Parti  I  e  III  non  mi  era  nota  la  più  recente 
ed  attendibile  spiegazione  del  tipo  architettonico  suddetto. 


290  LODOVICO    LAFFRANCHI 


16.  ^'    —  AVG-VSTVS  in  alto  :  l'altare  di  Diana  ornato  di  bas- 

sorilievi rappresentanti  due  cervi,  e  di   festoni. 

Ar.,  Cistoforo^  Coh.,  n.  33.  (Tav.  Vili,  n.  26). 

17.  I^    —  Id.  legg.  :  nel  campo    sei   spighe    in    fascio    entro 

cerchio  di  perline. 

Ar.,  Cisto/oro,  Coh.,  n.  32.  (Tav.  Vili,  n.  27). 

18.  ^    —  Id.  legg.:  sopra  capricorno  a  des,  guardante  a  sin. 

e  portante  un    cornucopia,    il    tutto    entro    una 
corona  di  lauro. 

Ar.,  Cisto/oro,  Coh.,  n.  16.  (Tav.  Vili,  n.  28). 


IL  —  FRIGIA  (Apamea?). 

Le  poche  varianti  dell'unico  tipo  monetale  che 
pei  noti  motivi  io  attribuisco  ad  una  zecca  non  si- 
curamente identificabile  della  Frigia  o  della  Caria 
fanno  parte  di  quel  gruppo  che  il  Cabrici  ('),  basan- 
dosi esclusivamente  su  delle  supposizioni  storico- 
tipologiche,  attribuisce  all'Acaja  o  più  precisamente 
alla  città  di  Atene,  convalidando  il  suo  asserto  me- 
diante r  identificazione  del  tipo  della  vacca,  rappre- 
sentato con  arte  straordinaria  sulle  monete  in  que- 
stione, colla  vacca  di  bronzo,  capolavoro  del  famoso 
scultore  Mirone. 

Ma  tenendosi  presente  il  tipo  della  vacca  sulle 
monete  di  Cizico,  Apollonia,  ecc.  ecc.,  che  prece- 
dono Mirone,  è  facile  comprendere  come  esso  nel 
nostro  caso  simboleggia  invece  la  prosperità  rag 
giunta  dall'Asia  per  merito  della  politica  di  Augusto; 
significazione  suffragata  anche  dal  fatto  la  emissione 
delle  costui  monete  con  detto  tipo  avvenne  in  occa- 

(i)  Op.  cit. 


LA    MONETAZIONE    DI    AUGUSTO  29 1 

sione  dei  decennalia  d'Augusto  la  cui  celebrazione 
ebbe  un  carattere  laudativo  per  la  politica  suddetta. 

Altro  dei  motivi  sostenuti  dal  Cabrici  è  quello 
già  più  volte  invocato  :  la  presenza  dell'  imperatore 
nella  città  ove  avrebbe  dovuto  funzionare  la  presunta 
zecca.  Ma  il  caso  di  Atene  è  precisamente  quello 
che  maggiormente  scalza  questo  fondamento  sul  quale 
esso  basava  le  sue  identificazioni  toponomastiche. 

Infatti  Atene  era  l'unica  città  dell'Impero  che  go- 
desse piena  ed  assoluta  autonomia  al  punto  da  co- 
stituire uno  stato  quasi  indipendente  ;  ne  è  prova  il 
fatto  che  mai  Atene  emise  monete  a  leggenda  greca 
coir  effige  dell'imperatore,  nemmeno  per  Adriano 
l'imperatore  più  filelleno  che  vi  si  trattenne  due 
volte  nel  126  e  nel  134  per  parecchi  mesi  largheg- 
giando di  benefizi  verso  di  essa.  Atene  coniò,  è  vero, 
monete  anche  durante  l'impero,  specialmente  nel 
li  secolo,  ma  queste  sono  monete  autonome  aventi 
al  diritto  la  testa  di  Pallade. 

E  però  evidente  l'errore  del  Cabrici  nel  non 
aver  osservato  le  grandi  differenze  stilistiche  e  pa- 
leografiche esistenti  fra  gli  esemplari  da  lui  attribuiti 
all'unica  zecca  di  Atene,  giacché  essi  rivelano  il 
prodotto  di  tre  zecche  anziché  di  una  sola.  Infatti 
dal  lato  paleografico,  il  Cabrici  constatando  l'esi- 
stenza del  Q  ritorto  su  taluni  esemplari  al  tipo  della 
vacca  e  la  mancanza  di  esso  sugli  altri  non  credette 
di  dover  dedurre  da  ciò  il  lavoro  di  due  zecche  di- 
stinte e  si  limita  ad  osservare  che  questa  forma  di  G 
era  o  non  era  usata  indifferentemente  dalle  zecche 
d'Oriente,  quantunque  manchi  affatto  in  Occidente, 
opinione  erronea  quest'ultima,  poiché  il  Q  ritorto  si 
osserva  anche  sulle  monete  emesse  ad  Emerita  da 
P.  Carisio,  delle  quali  ho  già  trattato  nella  Parte  I. 

Per  quanto  riguarda  l'arte  e  lo  stile,  egli  appog- 
giandosi allo  Head  si  limita  a  suffragare  la  sua  tesi 


aga  Lodovico  laffranchi 


colla  conclusione  che  monete  di  arte  finissima  come 
queste  non  potrebbero  esser  opera  che  di  artisti 
dell'Acaja.  Asserzione  che  avrebbe  valore  se  l'Acaja 
fosse  stata  in  qualche  epoca  la  sede  della  miglior 
arte  monetale,  ma  ciò  non  è,  poiché  tutti  sanno  che 
le  più  artistiche  monete  greche  provengono  dalla 
Sicilia,  e  per  quanto  riguarda  il  periodo  che  più  ci 
interessa,  cioè  il  primo  secolo  a.  C,  le  monete  di 
Acaja  rimangono  ad  un  livello  più  basso  di  quello 
delle  monete  dinastiche  ed  autonome  d'Asia  Minore. 
Anche  il  Grueber,  non  rimanendo  persuaso  delle 
motivazioni  del  Cabrici,  restituì  le  suddette  monete 
all'Asia  Minore  in  genere  ;  rimane  però  ancora  a 
specificarsi  la  localizzazione  delle  zecche.  Come  ho 
detto,  nel  gruppo  dal  Cabrici  assegnato  ad  Atene 
se  ne  distinguono  tre;  descriverò  ora  le  monete  che 
io  assegno  ad  una  zecca  incerta  della  Frigia  (Apa- 
mea?)  o  della  Caria  e  che  furono  emesse  verso  il 
737/17  a.  C.  in  occasione  dei  decennalia  di  Augusto, 
Esse,  come  ha  già  osservato  il  Cohen,  sono  di  arte 
superba. 

&  —  CAESÀR  Testa  nuda  a  des. 

(Tav.  IX,  n.  3). 

19..  P    —  AVGVSTVS    in    alto.    Vacca    andante    a    sin.  colla 
testa  abbassata. 
Or.,  Coh.,  n.  a6.  (Tav.  IX,  n.  4). 

20.  l^   —  Id.  legg.  Vacca  stante  a  des. 

Ar.,  Coh.,  n.  28. 
Esemplare  subcratn  ma  di  ottimo  siile  nella  mia  collezione. 

B'  —  Id.  legg.  Busto  col  petto  nudo  a  sin.  testa  laur. 

(Tav.  IX,  n.  i). 


LA    MONETAZIONE    DI    AUGUSTO 


393 


21.  I^    —  Id.  legg.  Vacca  andante  a  des. 


Oro,  Londra,  Coh.,  n.  27. 


(Tav.  IX,  n.  2). 


La  corona  di  lauro  si  vede  eccezionalmente  in  occazione  dei  De- 
ceHHulia  come  a  Roma. 

II  tipo  della  vacca,  nelle  due  varianti,  venne  restituito  da  Vespa- 
siano, e  si  ritrova  nella  Licia  colla  differenza  della  testa  alzata. 


Dovrei  ora  motivare  la  mia  interpretazione  to- 
ponomastica di  queste  monete,  ma  esemplari  locali 
a  leggenda  greca  contemporanei  ad  esse,  necessari 
pei  confronti  stilistici  non  ne  esistono. 

Non  è  se  non  dal  742/12  a.  C.  che,  a  quanto  sem- 
bra, le  città  della  provincia  d'Asia  iniziarono  la  co- 
niazione dei  PB  greci  di  Augusto  col  titolo  CEBACTOC 
forse  in  occasione  della  sua  assunzione  al  Pontificato 
Massimo;  ma  queste,  emesse  perciò  assai  più  tardi 
delle  imperatorie  d'oro  e  d'argento,  risentono  della 
decadenza  manifestatasi  in  questo  periodo  per  l'esodo 
dei  migliori  artisti  diretti  in  Ispagna,  a  Roma  ed  a 
Lione.  In  esse  non  si  ravvisa,  di  conseguenza,  che 
la  degenerazione  della  maniera  primitiva  la  quale 
tuttavia  è  ancora  identificabile  dal  modo  con  cui  è 
trattata  l'effige  di  Augusto  specialmente  per  le  pecu- 
liarità della  capigliatura  e  pei  muscoli  della  faccia 
espressi  con  grande  verismo. 

Basta  per  convincersene,  osservare  i  bronzi  di 
Apamea  (Tav.  IX,  n.  5),  Hipaepa  (Tav.  IX,  n.  6) 
nonché  in  seconda  linea  quelli  di  Hierapolis,  Apol- 
lonia Salbace,  Eucarpia,  Cibira,  ecc.,  ecc.,  e  questa 
rassomiglianza  di  essi  colle  monete  imperatorie  mi 
autorizza  ad  attribuire  queste  ultime  ad  una  delle 
suddette  zecche  della  Frigia  o  della  Caria. 

Una  riprova  che  la  zecca  non  deve  cercarsi  al- 
l'infuori  di  queste  città,  è  d'altra  parte  il  fatto  che 
la  Licia,  regione  finitima  ad  esse,  copiò,  come  ve- 
dremo più  avanti,  il  medesimo  tipo  sulle  sue  monete. 


294  LODOVICO   LAFFRANCHI 


III.  —  LICIA  (Mira?). 

La  Licia,  piccola  regione  che  dai  declivi  meri- 
dionali del  Tauro  si  protende  come  larga  penisola 
nel  Mediterraneo,  apparteneva  geograficamente  alla 
provincia  d'Asia  ma  politicamente  si  reggeva  come 
una  Confederazione  di  città  {Koinon)  che  riconosceva 
solo  l'alta  supremazia  dell'imperatore;  è  sotto  Claudio 
che,  secondo  Svetonio,  venne  aggregata  alla  pro- 
vincia d'Asia. 

È  merito  della  sua  monetazione  se  possiamo 
contemplare  uno  dei  rarissimi  casi  in  cui  la  Metro- 
logia può  recare  qualche  ausilio  positivo  alla  Storia 
invece  di  ridursi  a  palestra  per  dibattiti  in  base  di 
semplici  supposizioni,  ieri  affermate  ed  oggi  smentite. 

Il  caso  suddetto  è  rappresentato  dai  GB  a  leg- 
genda greca  col  tipo  della  lira  —  veri  e  propri  se- 
sterzi —  i  quali  sono  una  eccezione  nella  Metrologia 
numismatica  di  questa  epoca  e  non  hanno  altro  pre- 
cedente che  nei  GB  di  Rodi  coniati  verso  il  43  a.  C. 
ed  in  quelli  dei  prefetti  di  M.  Antonio. 

Il  fatto  che  la  Licia  è  l'unica  regione  dell'Asia 
che  può  vantare  monete  locali  coll'effige  di  Augusto 
di  tale  grandezza  (tav.  IX,  n.  27)  toglie  ogni  dubbio 
all'attribuzione  a  questa  regione  dei  noti  GB  o  se- 
sterzi latini  con  CA:  attribuzione  alla  quale,  indipen- 
dentemente da  questo  dato  metrologico,  si  arriva 
anche  per  l'analogia  stilistica,  analogia  che  trae  di 
conseguenza  Tassegnazione  alla  Licia  anche  degli 
aurei  e  dei  denari  i  quali,  assieme  a  quelli  già  de- 
scritti secondo  il  Cabrici  ^^),  dovevano  appartenere 
airAcaja. 

Il  Cabrici  nel  suo  lavoro  non  tenne  però  conto 

(1)  Op.  cit. 


LA   MONETAZIONE    DI    AUGUSTO  295 

dei  GB  ed  MB  con  C  A,  altrimenti  avrebbe  dovuto 
assegnarli  all'Acaja  assieme  agli  aurei  ed  ai  denari 
che  sono  stilisticamente  identici  ad  essi,  e  questa 
esclusione  reca  meraviglia,  giacche  in  sostegno  alla 
sua  tesi  gli  sarebbe  stato  facile  T  interpretare  CA  per 
Commune  Acajae,  interpretazione  che  epigraficamente 
vale  altrettanto  quanto  l'altra  Commune  Asiae.  Il 
Grueber  però  insistette  nel  ravvicinare  queste  mo- 
nete, dimostrando  che  tutte  (bronzo,  oro  ed  argento) 
dovevano  uscire  da  una  medesima  zecca  dell'Asia. 
Concludendo,  le  monete  imperatorie  emesse  in 
una  zecca  incerta  (Mira  ?)  della  Licia  sotto  il  rap- 
porto cronologico  e  tipologico  si  dividono  in  due 
gruppi  :  quello  degli  anni  28-27  a.  C.  e  quello  degli 
anni  18-17,  con  dieci  anni  di  intervallo,  il  che  rende 
evidente  il  loro  carattere  di  monetazione  occasionale 
motivata  da  avvenimenti  straordinari,  e  spiega  anche 
le  lievi  differenze  nei  tratti  fisionomici  di  Augusto 
sulle  monete  dei  due  periodi. 


A)  Tipo  allusivo  alla  conquista  dell'Egitto 
{726/28 — 727/27  a.  C). 

B'  -  CAESAR     DIVI  •  F     COS  •  VI  •  Testa  nuda  a  destra, 
sotto  un  piccolo  capricorno. 

(Tav.  IX,  n.  7). 

22.  Ri    —  AEGYPTO  in  alio,  CAPTA  al  basso.   Coccodrillo  a 

destra  colie  fauci  chiuse. 
Ar.,  Coh.,  11.  4.  (Tav.  IX,  n.  8). 

^  —  CAESAR  •  DIVI  •  F  •  COS  •  VII   Testa  come  la  prec. 

(Tav.  IX,  n.  9). 

23.  ^    —  AEGIPT  CAPTA  Come  il  prec. 

Oro,  Coh.,  n.  i.  (Tav    IX,  n.  io). 


296  LODOVICO    LAFFRANCHI 


B)   Tipi  allusivi  alla  celebrazione  dei  "  Decennalia  „ 
(736/18—737/17  a,  C). 

B'  —  IMP  CÀiSÀR  Testa  nuda  a  destra. 

24.  ^    —  AVGVSTVS  in  due  linee,  entro  un  cerchio  circon- 

dato da  una  corona  votiva  di  lauro. 
GB.  o  Sesterzio,  Coh.  (i),  n.  795. 

B'  —  CAESAR  o  CAISAR  Testa  nuda  a  des. 

(Tav.  IX,  n.  25). 

25.  ^    —  AVG-VSTVS    talvolta  in  due  linee,  entro  corona  di 

lauro. 
MB.,  Asse?  Coh.,  n.  34-35.  (Tav.  IX,  n.  26). 

B'  —  AVG-VSTVS  Testa  nuda  a  des. 

(Tav.  IX,  n.  28). 

26.  ^    —  e  •  A   [Certamina   Actiaca  ?)    entro  un  cerchio  cir- 

condato da  una  corona  di  lauro. 
GB.,  Coh.,  n.  790-91.  (Tav.  IX,  n.  09). 

B'  —  CAESAR  o  CAISAR  Testa  nuda  a  des. 

(Tav.  IX,  n.  30). 

27.  '^    —  Come  il  prec. 

PB.,  Coh.,  n.  792.  (Tav.  IX,  n.  31). 

28.  I^    —  Come  il  prec. 

MB.  Londra. 

,j^  —  AVG-VSTVS  Testa  nuda  a  des. 

(Tav.  IX,  n.  23). 


(i)  II  Cohen,  come  tutti  i  numismatici  del  tempo  passato,  considerò 
queste  monete  come  coloniali,  assegnandoli  a  Cesarea  Panias  in  Pale- 
stina, salvo  i  nn.  34  e  35  della  sua  descrizione. 


LA    MONETAZIONE    DI   AUGUSTO  5897 

29.  ^    —  C  •  A  entro  un  cerchio   circondato  da  una  corona 

lauro-rostrale. 
MB.,  Dupondio,  Coh.,  n.  796.  (Tav.  IX,  n.  24). 

^  —   Come  il  prec. 

(Tav.  IX,  n.  ii). 

30.  ^    —  Corona  lauro-rostrale. 

Ar.,  Coh.,  n.  335.  (Tav.  IX,  n.  13). 

31.  ^    —   lOVI  OLY(M)  nel  campo.    Tempio  exastilo  con  tim- 

pano ed  acroterii. 
Ar.,  Coh.,  n.  132.  (Tav.  IX,  n.  12). 

32.  I^    —   Vittoria  con  corona  e  palma  a  sin.  su  prora. 

Ar.,  Coh.,  n.  328.  (Tav.  IX,  n.  14,  15). 

Tipo  restituito  da  Vespasiano. 

^  —  CAESAR  Testa  nuda  a  des. 

(Tav.  IX,  n.  16,  17). 

33.  91    —  AVGVSTVS    in    alto.   Vacca   a    destra    colla  tesU 

alzata. 
Ar.,  Coh.,  n.  aS.  (Tav.  IX,  n,  18). 

1&  —  IMP  •  CAESAR  sotto  la  testa  nuda  a  des. 

(Tav.  IX,  n.  19). 

34-  I^    -  AVGVSTVS  L'altare  di  Diana  come  n.  16. 

Cistoforo.  (Tav.  IX,  n.  aa). 

35.  I^   —  Id.  Sei  spighe  come  n.  17. 

Cistoforo  (Tav.  IX,  n.  ao). 

36.  R)   —  Id.  Capricorno  come  n.  18. 

Cistoforo.  (Tav.  IX,  n.  21). 

Questi  tre  cistoforì  sono  identici  a  quelli  emessi  ad  Efeso  e  non  si 
distinguono  da  essi  che  per  la  maniera  colla  quale  sono  trattate  le  effigi. 


298  LODOVICO    LAFFRANCHI 


La  Licia  emise  nuovamente  denari  d'argento 
colla  effige  di  Augusto  verso  il  12-10  a.  C,  ma 
questi  sono  a  leggenda  greca  ed  esprimono  quella 
grande  decadenza  artistica  alla  quale  già  accennai 
precedentemente.  La  maniera  d'arte  dei  denari  latini 
si  ritrova  invece  specialmente  per  quanto  riguarda 
il  modo  di  rappresentare  la  capigliatura  di  Augusto, 
sui  denari  di  Lugdunum  che  abbiamo  già  descritto  (^). 
evidentemente  parte  della  maestranza  che  aveva  la- 
vorato in  Licia  venne  nel  15  a  C.  adibita  da  Au- 
gusto alla  nuova  zecca  delle  Gallie. 

Milano,  Giugno  igi6. 

L.  Laffranchi. 


(i)  Vedi  Parte  li  i  numeri  l  e  2  della  tavola. 


LA  MONETAZIONE  ALIFANA  '" 


a  Memmo  Cagiati  affettuosamente. 

Come  di  tutte  le  città  antiche,  le  origini  di  Alife 
sono  avvolte  nella  leggenda.  Questa  ci  narra  che 
Ercole,  duce  degli  Arcadi,  l'avrebbe  fondata  dopo 
aver  vinto  Caco  nei  pressi  del  Volturno,  o  che,  già 
esistente,  Ercole  non  fece  che  impadronirsene  '^i  ; 
narra  pure  che  Alife  sarebbe  stata  fondata  da  un 
compagno  di  Diomede  al  ritorno  della  guerra  tro- 
iana <3).  Alcuni  autorevoli  scrittori  però  le  conferi- 
scono un'origine  osca,  altri  un'origine  sabellica  (4), 
che  è  poi  la  più  probabile  e  la  più  accettata.  E  as- 
sodato inoltre  che  Alife  abbia  subito  la  dominazione 
greca  o  quella  dei  Lacedemoni  Tarentini,  ai  quali  lo 
storico  alifano  Gianfrancesco  Trutta  <5)  ne  attribuisce 
invece  la  fondazione. 

Comunque,  Alife  è  una  delle  città  più  antiche 
del  Sannio  Pentro. 

È  situata  sul  versante  occidentale  dell'Appen- 
nino Sannitico  in  prossimità  del  Volturno  e  di  Pie- 
dimonte.  Essa  ha  una  storia  di  grande  importanza. 
Però  «  fin  dalla  sua  origine  e  dopo  l' invenzione 
«  della  moneta,  non  ha  giammai  usato  monete  pro- 
«  prie,  ma  sibbene  quelle  dei  Greci    e    di    altri  po- 


(i)  Riprodotto  dalla  Rivista  storica  del  Sannio,  n.  2,  1915. 

(2)  Cfr.  Solino,  Polust.  e.  3. 

(3)  Cfr.  Solino,  op.  cit 

(4)  Cfr.  Straboxe,  V.  Ili,  io. 

(5)  Cfr.  Giani- KANCKSco  TRirriA,  Dissertazioni  istoriche  delle  antichità 
altfane.  Napoli,  1776. 


300  RAFFAELLO    MARROCCO 


«  poli  confederati  C^)  »  tanto  che  «  le  due  picciole 
«  monete  d'argento  e  una  di  bronzo,  assai  logora, 
u  che  trovansi  nel  Real  Museo  di  Napoli  coli'  iscri- 
«  zione  AAAlBANflN,  le  quali  per  quel  B  in  luogo  di  <t> 
«  con  cui  avrebbonsi  dovuto  scrivere ,  e  perchè 
«  hanno  impresse  le  figure  de'  pesci  (delfini),  che 
«  par  che  non  convengano  a  città  che  marittima 
«  non  sia,  è  cosa  molto  dubbia  se  agli  Alifani  ap- 
«  partengano...  f^)  ».  Ma,  se  anche  di  Alife,  questa 
«  in  sua  origine  dovea  chiamarsi  AAAIBA,  che  poi 
u  mutossi  in  AAAIOA,  col  cambiarsele  un  solo  ele- 
«  mento  ;  tanto  più  che  di  altra  città  la  quale  por- 
«  tasse  il  nome  di  AAAIBA,  non  si  ha  veruna  con- 
«  tezza  ;  ed  i  pesci,  che  si  vedono  in  esse  medaglie, 
«  poteano  dinotare  que'  del  Volturno  o  del  Torano^^\ 
u   che  abbonda  di  pregiosissime  trutte  (4)  »  {trote). 

Stando  adunque  alle  affermazioni  del  nostro 
Trutta,  come  quegli  che  più  dettagliatamente  ci  ha 
dato  una  storia  alifana,  tratta  in  massima  parte  dagli 
avanzi  d'arte  e  di  antichità  locaH,  Alife  non  go- 
drebbe il  vanto  di  avere  avuta  una  propria  mone- 
tazione. Questa  versione  e  l'altra  sull'etimologia  del 
nome  di  Alife,  sono  state  accettate  da  tutti  gli  stu- 
diosi delle  antichità  alifane,  posteriori  al  Trutta,  i 
quali,  invero,  non  hanno  mai  contraddetto  il  nostro 
autore  in  questi  suoi  gravissimi  errori,  forse  in  omag- 
gio alla  di  lui  grande  autorità  storico-archeologica. 
La  mancanza,  poi,  di  non  accurate  ricerche  su  di 
una  possibile  monetazione  alifana  e  la  non  esatta 
conoscenza  della  geografia  antica  da  parte  del  Trutta 
e  dei  suoi  copiatori,  hanno  finito  per  perpetuare 
quegH  errori.  Eppure  Alliba    è    esistita    nella  Cam 


(1)  GlANFRANCESCO   TrUTTA,   op.   CÌl. 

(2)  GlANKRANCKSCO    TrUTIA,    op.    CÌl. 

(3)  Il    Tarano  è  il  fiume  clic  nasce  a  Piedinionte  e  attraversa  Alile. 

(4)  GlANFRANCESCO   TrUTTA,   op.   cit. 


LA   MONETAZIONE  ALIFANA  30I 


pania  :  venne  fondata  da  una  colonia  greca  nei  din- 
torni di  Cuma,  cosa  che  il  nostro  Trutta  confessa 
di  non  sapere  quando  dice  «  che  di  altra  città  por- 
a  tante  il  nome  di  Alliba  non  si  ha  veruna  con- 
«  tezza  ».  Cosicché  le  monete  con  la  leggenda 
AAAiBANfiN,  accennate  da  Trutta,  s'appartengono  ad 
Alliba. 

Giusta  l'opinione  dell'Avellino  ('),  il  nome  di  Al- 
liba deriverebbe  dai  monti  Ollibanus,  che  si  elevano 
da  Pozzuoli  a  Cuma.  il  Millingen  (2)  dice  che  questa 
città,  quantunque  sconosciuta  nella  storia,  sarebbe  da 
ricercarsi  proprio  nei  pressi  di  Cuma.  Il  Riccio  (3), 
il  Friedlander  (4>,  il  Sambon  (5)  ed  il  Garrucci  '^)  ade- 
riscono all'opinione  del  Millingen,  ormai  accettata. 
Il  Garrucci  spiega  la  sua  adesione  dal  fatto  che  i 
simboli  rappresentati  sulle  monete  allibane  sono  ap- 
propriati ad  una  città  marittima,  come  osservò  giu- 
stamente anche  il  Trutta  ;  ma  il  Dressel  </>,  a  sua 
volta,  osserva  con  numerosi  confronti,  che  non  sem- 
pre i  simboH  marittimi  indicano  una  città  in  vici- 
nanza del  mare.  Le  monete  allibane  portano  gene- 
ralmente il  Mostro  Scilla,  i  delfini,  le  conchiglie,  le 
anitre  ed  altri  uccelli  marini,  e  chiaramente  dinotano 
—  a  parte  l'opinione  del  Dressel  -  di  appartenere 
ad  una  città  marittima.  Anzi  il  Millingen  dice  qualche 
cosa  dippiìi  a  conforto  della  sua  opinione,  e  cioè  che 
le  conchiglie  sulle  monete  allibane  rappresentano  le 
famose  ostriche  del  Lucrino,  ed    i    mostri    le    varie 


(i)  Cfr.  Avellino,  Stippt.  ad  Hai.  nuntism.,  pag.  I2. 

(2)  Cfr.  I.  Millingen,  Anciens  coitts,  pag.  768. 

(3)  Cfr.  G.  Riccio,  Reperi,  ossia  descrizione   e   tassa  delle  monete  di 
città  antiche.  Napoli,  1852. 

{4)  Cfr.  I.  Friedlander,  Die  Oskischen  Munsen,  pag.  25  l-  26. 

(5)  Cfr.  L.  Sambon,  Mon.  de  la  presq'  ile  Italiquc, 

(6)  Cfr.  R.  Garrucci,  Le  monete  dell'Italia  antica,  Roma,  1885. 

(7)  Cfr.  H.  Dressel,  Hist.  und  philol  Aufsàtzen  zu  Ehren,  pag.  251 
e  seguenti. 


302  RAFFAELLO   MARROCCO 


forme  assunte  dai  compagni  di  Ulisse,  giusta  l'Odis- 
sea, del  quale  poema  erano  studiosissimi  i  Cumani  ^^K 


* 
*    * 


Poc'anzi  dicevamo  che  lo  storico  alifano  Gian- 
francesco  Trutta  cadde  in  due  gravissimi  errori, 
scambiando  Alliba  per  Alife  e  negando  a  questa  la 
particolare  monetazione.  La  congettura  truttana  sul- 
l'etimologia del  nome  di  Alife  è  destituita  di  fonda- 
mento, poiché  contro  di  essa  sorge  concorde  l'autorità 
d'insigni  scrittori,  che  dimostrano  l'esistenza  di  Alliba 
nell'antica  Campania  e  propriamente  nei  dintorni  di 
Cuma. 

Sulla  base  di  nostre  indagini  non  ci  resta  che 
dimostrare  come  AUfe,  contrariamente  alle  asserzioni 
del  Trutta,  abbia  realmente  avuta  la  propria  mone- 
tazione. Non  poteva  essere  altrimenti  se  si  consideri 
la  sua  importanza  nella  storia.  Tralasciando  di  ri- 
ferire sul  diritto  che  avevano  alcuni  popoli  di  batter 
moneta,  cosa  del  resto  assai  nota,  la  esistenza  stessa 
delle  monete  alifane  è  la  prova  evidente  della  nostra 
affermazione,  come  gli  esemplari  da  noi  rintracciati 
ne  sono  il  documento. 

Essi  sono  pochi,  invero,  ma  il  Millingen  (^)  ci 
segnala  la  esistenza  di  centinaia  di  oboli  alifani,  che, 
sfortunatamente,  non  si  sa  dove  furono  rinvenuti  né 
dove  vennero  conservati. 


La  moneta  qui   rappresentata    è    un    didramnia 
alifano. 


(i)  Questo  giudizio  del  Millingen  e  riportato  dal  Riccio  nell'op.  cu 
(a)  Cfr.  I.  MtLLiNGEN,  op.  cit. 


LA    MONETAZIONE   ALIFANA  303 


^  —  Testa  di  Pallade  a  destra  con  elmo  attico,  o  casco 

laureato,  ornato  di  civetta. 
^    —  Toro  androprosopo  gradiente  a  sin,;  base  a  doppia 

linea  ;  al  disopra  V  iscrizione  AHQHA. 

Due  esemplari  di  questa  moneta  <'^  si  trovano 
nel  Museo  Nazionale  di  Napoli  —  dove  li  rinve- 
nimmo —  al  quale  pervennero  dalla  collezione  San- 
tangelo  ;  uno  di  essi  è  foderato,  l'altro  pesa  gr.  6,8? 
ed  è  di  buona  conservazione.  Sono  riportati  sotto  i 
numeri  410-41 1  del  Catalogo  Fiorelli.  Altri  simili 
esemplari  trovansi  nel  Museo  del  Vaticano  t^)  e  nel 
Gabinetto  di  Berlino  (3). 

Ecco  ancora  un'altra  moneta  di  Alife. 

Argento,  mezzo  obolo. 

&  —  Testa  di  leone  a  bocca  aperta  a  destra. 
Bi)    —  Iscrizione  RLJISW  dentro  grande  zeta. 

Questo  esemplare,  di  cui  oggi  si  sono  smarrite 
le  tracce,  è  passato  dalla  collezione  Tuzzi  di  Napoli 
a  quella  di  Braun  di  Roma  e  poi  all'altra  del  Duca 


(1)  Il  didramma  in  oggetto  è  riportato  anche  dal  Riccio  nell'op.  cit. 

(2)  Il  didramma  alifano  non  si  trova  più  nel  Medagliere  del  Vati- 
cano, come  me  ne  assicura  il  Direttore  Camillo  Serafini  il  quale  pur 
trovandolo  citato  dal  Garrucci  come  esistente  invece  nel  Museo  Bor- 
giano  ha  ragione  di  credere  d'essersi  disperso. 

(3)  L'esemplare  di  Berlino  è  foderato;  vi  pevenne  da  Piedimonte 
d' Alife. 


304  RAFFAELLO    MARROCCO 


di  Luynes  ^^l  È  noto  perchè  pubblicato  dal  Frie- 
dlander  (2)  ed  anche  dal  Riccio  (3). 

Il  didramma  di  sopra  illustrato  è,  per  la  sua 
tecnica,  di  artisti  alifani  o  del  Sannio.  Ha  una  grande 
analogia  con  i  didrammi  di  Hyria.  Del  resto  in  quasi 
tutte  le  monete  di  questa  città  si  nota  sovente  la 
testa  di  Pallade  ed  il  toro  androprosopo,  come  in 
molte  di  quelle  campane  e  sannitiche  U). 

Ma  perchè  abbiano  a  cessare  gli  equivoci  sulle 
monete  allibane  attribuite  ad  Alife  —  nella  quale 
erronea  attribuzione  sono  caduti  numerosi  nummo- 
grafi  —  diremo  che  quegli  equivoci  presero  mag- 
gior consistenza  da  uno  abbaglio  del  Dressel,  quando 
questi  presenziò  gli  scavi  eseguiti  nella  necropoli  di 
Alife(5),  tra  il  1880  e  il  1884.  Negli  scavi  si  rinvennero, 
oltre  quelle  di  Fistelia  e  di  Napoli,  delle  monete  con 
la  leggenda  AAAIBANflN.  Questo  rinvenimento  dette 
motivo  al  Dressel  ^^)  di  ritenerle  per  alifane  ;  solo 
perchè  ripetutamente  ritrovate  in  quegli  scavi. 

Ma  il  Dressel,  che  pure  doveva  conoscere  i  di- 
drammi alifani  conservati  nel  Museo  Nazionale  di 
Na))oli,  non  fece  nessuna  osservazione  sulla  forma 
delle  lettere  componenti  le  leggende  di  quelle  mo- 
nete, come,  ad  esempio,  l'A  (A)  senza  la  piccola  linea 
orizzontale  e  1'  ►  (L)  del  tutto  arcaica,  le  quali  molto 
raramente  si  riscontrano  nelle  leggende  delle  mo- 
nete alHbane,  come  la  doppia  AA  (LL)  nelle  leggende 
di  quest'ultime  non    si   è   mai   riscontrata   in    quelle 


(i)  A.  Sambon,  Mon.  Samnites-Campaniens. 

(2)  Cfr.  I.  Friedlander,  negli  Annali  nuniism.  del  Fiorelli. 

(3)  Cfr.  G.  Riccio,  op.  cit. 

(4)  Cfr.  F.  Gnecchi,  Monete  romane.  Milano,  1907. 

(5)  La  necropoli  di  Alife  è  sottostante  ad  un  podere  denominato 
Conca  d'oro,  già  appartenente  ai  sig.  G.  G.  Egg,  ora  di  proprietà  dei 
sig.  Merolla  Alfonso. 

(6)  Cfr.  H.  Dressel,  negli  Annali  delPlst.  di  corrispondenza  archeo- 
logica. Roma,  1884. 


LA   MONETAZIONE   ALIFANA  3O5 

dei  didrammi  alifani.  Egli,  poi,  che  non  poteva  igno- 
rare il  mezzo  obolo  di  sopra  indicato,  se  avesse  fatto 
delle  osservazioni  paleografiche  sulla  forma  delle  let- 
tere N  (A)  ed  8  (F)  osco-sabelliche,  non  sarebbe  ca- 
duto nell'errore  attribuendo  ad  Alife  le  monete  di 
Alliba  Anzi,  poiché  è  accertato  che  tanto  le  une 
come  le  altre  sono  dello  stesso  periodo,  cioè  dal 
360  al  330  avanti  l'È.  V.,  come  ben  dimostra  il 
Sambon  ^^),  e  poiché  le  prime  s'appartengono  ad 
Alife,  riesce  strano  come  questa  coniasse  in  uno 
stesso  momento  delle  monete  ora  col  toro  a  faccia 
umana  ed  ora  con  dei  simboli  marittimi,  non  adatti 
alla  sua  condizione  di  città  interna.  Il  rinvenimento 
delle  monete  allibane  in  Alife,  va  invece  spiegato 
nel  senso,  ed  è  la  spiegazione  logica,  che  la  stessa 
Alife,  sensibilissima  al  lusso  ellenico,  come  del  resto 
hanno  dimostrato  i  suoi  scavi,  era  in  rapporti  com- 
merciali con  i  Greci  della  Campania.  Le  monete  al- 
libane adunque  rinvenute  in  Alife,  rappresentano  una 
prova  di  questo  commercio  con  le  città  marittime 
della  Campania  ed  in  special  modo  con  Alliba,  con 
Cuma  e  con  Napoli,  allora  fiorentissime. 

Intanto,  a  titolo  di  curiosità,  diamo  un'altra  mo- 
neta, che  A.  Sambon  '">  attribuisce  pure  ad  Alife. 

Argento,  mezzo  obolo. 
&  —  Ostrica. 
9^    —   lEAAA  leggenda  inversa,  intorno  al  segno  |. 

Questa  moneta  si  conserva  nel  Gabinetto  di 
Berlino.  La  iscrizione  letta  nel  suo  rovescio  è  stata 
interpretata  per  Allei/a,  e  di  conseguenza  attribuita 
ad  Alife.  Vi  sono  tutti  i  dubbi  che  sia  alifana,  prin- 
cipalmente, ripetiamo,  per  la  figura   dell'ostrica   nel 


(i)  Cfr.  A.  Sambon,  op.  cit. 
(2)  Cfr.  A.  Sambon,  op.  cit. 

39 


3o6  RAFFAELLO    MARROCCO 


SUO  diritto,  che  non  può  essere  stata  adottata  per 
simbolo  da  Alife,  e  per  la  iscrizione  stessa,  che  è 
o  erronea,  se  si  vuole  assolutamente  attribuire  ad 
Alife,  oppure  un'abbreviazione  di  Alliba.  Può  darsi 
anche  che  appartenga  a  qualche  città  marittima  della 
Campania,  ora  sconosciuta. 


In  conclusione  le  monete  di  Alife  hanno  per 
noi  una  grande  importanza  sia  perchè  finora  ignorate 
da  noi  stessi,  sia  per  la  loro  rarità  e  valore.  Esse 
gittano  un  fascio  di  luce  nuova  sulla  vita  e  sulla 
storia  di  questa  millenaria  città,  alla  quale  proprio 
dal  suo  principale  e  distinto  illustratore,  Gianfran- 
cesco  Trutta,  è  stato  negato  uno  dei  principali  ele- 
menti della  sua  importanza  politica,  della  sua  potenza 
e  dei  suoi  antichi  splendori.  La  monetazione  alifana 
ha  per  noi  conterranei  un  interesse  particolarmente 
suggestivo  e  ci  desta,  nel  contempo,  un  sentimento 
di  fierezza  tale  da  non  poterci  esimere  dal  manife- 
starlo. E  poiché  essa  offre  un  vasto  campo  di  studi, 
specie  sulla  remota  civiltà  di  Alife,  dalla  quale  tras- 
sero origine  non  pochi  paesi  di  queste  ubertose  con- 
trade, già  del  Sannio  Pentro,  facciamo  l'augurio  che 
altre  possibili  ricerche  ed  altre  utili  discussioni  siano 
d'ora  innanzi  intraprese. 

Piedimonte  d' Alife. 

Raffaello  Marrocco. 


ORIGINE   DI  ALIFE 
SimBolismo  delle  sue  fradlzionl  e  della  sua  moneta  ^'^ 


Quando  il  colono  greco  fin  dairVlII  secolo  a.  C, 
attratto  dall'azzurro  del  nostro  cielo  e  del  nostro 
mare,  dalla  fertilità  del  nostro  suolo,  e  dalla  limpi- 
dezza e  salubrità  delle  nostre  acque  venne  a  stabi- 
lirsi qui,  nella  Magna  Grecia  e  nella  Sicilia,  e  il 
sangue  greco  in  un  amplesso  d'amore  s'unì  al  san- 
gue italiano,  generò  il  popolo  italo-greco,  che  a  sua 
volta  diede  alla  luce  uomini  di  genio  e  opere  d'arte, 
che,  per  tutti  i  rispetti,  giunsero  ad  emulare  tutta  la 
grandezza  della  patria  di  origine.  Alife  è  senza  dubbio 
di  origine  greca.  Antiche  tradizioni  e  monumenti 
cospicui  lo  attestano  in  modo  non  dubbio. 

Le  tradizioni  che  testimoniano  della  sua  origine 
sono  due:  l'una  dice  che  Alife  fu  fondata  dall'eroe 
greco  Ercole,  che  si  stabilì  qui,  dopo  averne  scac- 
ciato Caco,  il  famoso  ladrone  dell'Aventino  ;  l'altra 
che  fu  fondata  da  un  compagno  dell'eroe  greco  Dio- 
mede dopo  che 

„..  il  superbo  Ilion  fu  combusto. 

Il  mito  di  Ercole,  che  scaccia  Caco,  simboleggia 
un  concetto  geologico  degli  antichi  Greci,  abitatori 
di  Alife  ;  la  leggenda  del  compagno  di  Diomede  è 
dovuta  alla  tendenza  degli  Italioti  di  attribuirsi  a 
capostipite  un  eroe  della  guerra  greco-troiana. 

La  mitologia  non  è.  come  si  può  credere  a 
prima  vista,  un  libro  di  favole,    ma    è   un    libro    di 

(i)  Riprod.  daW Arc/iivio  Storico  del  Satinio  Aiifano,  voi.  I,  n.  i. 


308  LUIGI    POSTERARO 


scienza.  La  mitologia  è  per  gli  antichi  quello  che 
pei  moderni  è  la  chimica.  Scienza  delle  trasforma- 
zioni o  delle  metamorfosi  è  la  mitologia,  come  scienza 
delle  trasformazioni  o  delle  metamorfosi  è  la  chimica 
moderna.  E,  come  questa,  per  caratterizzare  i  di- 
versi corpi,  che,  reagendo,  si  trasformano,  si  serve 
di  simboli  speciali,  così  di  simboli  speciali  si  serve 
la  mitologia,  rappresentando  i  corpi,  che  reagendo, 
si  trasformano,  sotto  forma  di  uomo  o  di  animale. 
Quando,  ad  esempio,  il  chimico  moderno  vuol  dare 
una  prova  di  quello  che  20  secoli  fa  cantava  il  di- 
vino poeta  e  sommo  naturalista  Lucrezio  Caro  : 
Nulla  si  crea,  nulla  si  distrugge,  tutto  si  trasforma, 
egli  non  fa  altro  che  preparare  l'acqua  facendo  rea 
gire  due  corpi  gassosi,  invisibili  perchè  incolori: 
l'ossigeno  e  l' idrogeno.  Che  questi  corpi  esistano  è 
provato  dalle  loro  proprietà,  perchè  l'ossigeno  è 
un  corpo  comburente,  cioè  capace  di  alimentare  la 
combustione,  e  invece  l' idrogeno  è  combustibile, 
cioè  capace  di  bruciare.  Dunque  egli  non  crea,  ma 
ottiene  l'acqua  facendo  reagire  quei  due  corpi  gas- 
sosi, che,  unendosi,  si  trasformano  in  essa,  che  è 
liquida  ed  ha  proprietà  chimiche  e  fisiche  diverse 
dai  suoi  componenti.  Similmente  se  il  chimico  vuol 
provare  che  nulla  si  distrugge,  presenta  una  candela 
accesa  e  di  essa  raccogliendo  i  prodotti  della  com- 
bustione con  un  tubo  contenente  pomice  solforica, 
dimostra  che  la  candela,  bruciando,  non  si  distrugge, 
ma  si  trasforma  in  due  altri  corpi  invisibili  :  l'ani- 
dride carbonica,  e  il  vapore  acquoso.  Questo  che 
dice  il  chimico  moderno,  in  tempo  remotissimo  lo 
diceva  anche  la  mitologia.  Cito  ad  esempio  il  mito 
di  Atteone.  Atteone,  il  famoso  cacciatore,  armato  di 
arco  e  di  faretra,  un  giorno,  accompagnato  dai  suoi 
cani,  andava  cacciando,  quando  scorse  la  vergine 
Diana,  la  Dea  dei  boschi  e  della  caccia,  che   si  ba- 


ORIGINE   DI   ALIFE  309 


gnava  in  una  fonte  cristallina.  Salito  sur  un  olivo 
fronzuto,  si  mette  a  spiare  e  rimane  estasiato  a  con- 
templare le  belle  forme  e  le  caste  grazie  della  ver- 
sine Dea  e  Fama  ardentemente.  Una  naiade,  senti- 
nella  importuna,  avverte  Diana  dello  sguardo  impu- 
dico dell'innamorato  temerario.  La  Dea.  oft'esa  nel 
suo  casto  pudore,  scompare,  nascondendosi  fra  le 
onde,  e,  spruzzando  acqua  sull'innamorato  impru- 
dente, per  punirlo,  lo  condanna  a  essere  trasformato 
in  cervo.  Il  povero  Atteone,  vittima  del  suo  ardente 
amore,  perde  tutte  le  forme  umane:  le  sue  membra 
si  trasformano  in  quattro  piedi,  sulla  pelle  crescono 
i  peli,  la  bocca  si  allunga  in  un  muso  di  animale  e 
sulla  testa  spuntano  le  corna  ramose.  Nulla  conserva 
della  sua  forma  primiera,  giacche  non  è  riconosciuto 
ne  dalla  madre,  che  affannosamente  lo  cerca,  ne  da' 
suoi  cani  che  gli  saltano  addosso  e  lo  sbranano. 

Atteone,  viene  dalla  parola  greca  i/tTaiov^  che 
significa  sponda,  ed  è  simbolo  della  terra,  dagli  an- 
tichi naturalisti  creduta  corpo  semplice.  Diana  cac- 
ciatrice,  la  Dea  dei  boschi  e  della  notte,  rappresenta 
il  principio  freddo,  che,  condensando  il  vapore  dif- 
fuso nell'aria,  lo  fa  cadere  sotto  forma  di  pioggia 
sulla  terra,  simboleggiata  da  Atteone.  E  la  pioggia, 
unendosi  agli  elementi  della  terra,  si  trasforma  in 
erbe  e  piante,  simboleggiate  dai  peli,  che  crescono 
sulla  pelle  di  Atteone,  e  dalle  corna  ramose  che 
spuntano  sulla  sua  fronte.  L'amore  di  Atteone  per 
le  belle  forme  di  Diana  ci  svela  quell'altra  legge 
della  natura  per  cui  condizione  necessaria  perchè 
due  corpi  reagiscano,  è  una  certa  attrazione  che  de- 
vono avere  l'uno  per  l'altro,  la  quale  legge  i  chi- 
mici moderni  chiamano  affinità.  Il  fatto  poi  che  At- 
teone, trasformato  in  cervo,  non  è  conosciuto  ne 
dalla  madre,  ne  dai  cani,  ci  svela  quell'altra  legge 
di  chimica,  di  cui  ho  innanzi  parlato,    per    cui    due 


3IO  LUIGI   POSTERARO 


corpi,  quando  reagiscono,  si  trasformano  in  un  terzo 
corpo,  che  ha  proprietà  chimiche  e  fisiche  diverse 
da'  suoi  componenti. 

E  così,  quando  il  chimico  vuol  dimostrare  che 
il  calore  non  si  perde  ma  si  trasforma,  adduce  l'esem- 
pio del  calore  della  caldaia  della  macchina  ferro- 
viaria, che  si  trasforma  in  moto,  comunicandolo  alle 
ruote  della  locomotiva.  Oppure  adduce  quest'altro 
esempio  più  caratteristico.  Egli  presenta  un  corpo 
solido,  incoloro,  levigato,  freddissimo  :  il  ghiaccio. 
Se  noi  esponiamo  egli  dice,  questo  corpo  solido  al- 
l'azione dei  raggi  solari,  si  trasforma  in  un  corpo 
hquido,  in  acqua,  e  se  all'azione  dei  raggi  solari 
facciamo  rimanere  ancora  quest'acqua,  essa  si  tra- 
sforma in  un  corpo  aeriforme,  in  vapore  acquoso. 
Qual'è  la  causa  di  queste  trasformazioni  ?  Il  calore 
solare,  trasformandosi  in  energia  molecolare,  mette 
in  moto  le  molecole  del  ghiaccio,  che,  acquistando 
un  moto  rotatorio  centrifugo,  si  dilatano,  si  distac- 
cano l'una  dall'altra  e  acquistano  un  aspetto  fluido, 
scorrevole,  formando  l'acqua.  Continuando  l'influenza 
diretta  dell'energia  solare,  le  molecole  dell'acqua,  nel 
loro  movimento  rotatorio  centrifugo,  si  distaccano 
ancora  l'una  dall'altra,  occupano  maggiore  spazio, 
diventano  più  leggiere  dell'aria  e  s'innalzano  nell'at- 
mosfera sotto  forma  di  corpo  gassoso  o  aeriforme. 
Ebbene  gh  antichi  greci  simboleggiavano  l'energia 
solare  con  Ercole;  e  i  lavori  di  lui  non  sono  altro  che 
gli  effetti  dell'energia  solare  sulla  terra. 

Ercole,  questo  forte  eroe  greco,  che  ancor  fan- 
ciullo strozza  i  serpenti,  mandatigli  dalla  crudele 
Giunone,  che  dappertutto  persegue  e  uccide  mostri 
dannosissimi,  come  l' idra  di  Lerno,  il  leone  della 
valle  Nemèa,  il  toro  di  Creta,  il  cinghiale  di  Ari- 
manto,  il  gigante  Anteo,  il  ladro  Caco,  che  sosti- 
tuisce financo  Atlante  nel  sostegno  del  mondo,  che 


ORIGINE   DI  ALIFE  3II 


sfida  il  sole,  tirandogli  una  freccia  del  suo  arco,  che 
il  suo  seme  fecondo  sparge  dappertutto,  unendosi 
alle  vergini  fanciulle  e  diventando  il  capostipite, 
l'oikista,  di  tante  città  della  Sicilia  e  della  Magna 
Grecia,  è  una  delle  concezioni  più  belle,  più  mera- 
vigliose, più  grandi  del  genio  greco.  Ercole  fanciullo, 
che  strozza  i  serpenti,  simboleggia  il  sole  che  appena 
apparso  radioso  sull'orizzonte  dirada,  fa  scomparire 
la  malaria,  simboleggiata  dai  serpenti,  nello  stesso 
modo  come  Ercole  che  uccide  Tidra  di  Lerno  dalle 
molteplici  teste,  simboleggia  l'energia  solare  che,  met 
tendo  in  moto  le  molecole  dell'acqua  mortifera  della 
palude  di  Lerno,  le  fece  elevare  nell'aria,  prosciu- 
gando e  disinfettando  la  palude,  che  coi  miasmi  pe- 
stiferi seminava  la  strage  tra  le  popolazioni  circo- 
stanti. Ercole  che  uccide  il  toro  di  Creta  simboleggia 
Tenergia  solare  che,  mettendo  in  moto  le  molecole 
dell'acqua  del  fiume  di  Creta,  rappresentato  sotto 
forma  di  toro,  ne  dilata  lo  stato  di  aggregazione  e 
le  trasforma  in  vapore,  giacche  presso  i  naturalisti 
antichi  e  moderni  la  parola  uccidere  è  lo  stesso  che 
trasformare,  e  la  parola  morire  significa  trasformarsi . 
Un  bel  giorno  Ercole  parte  per  un  lungo  viaggio 
alla  conquista  delle  vacche,  pascolate  dal  pastore 
Gerione,  verso  l'estremità  della  terra.  Lungo  il  viag- 
gio, in  Libia,  incontra  il  gigante  Anteo,  figlio  di  Po- 
sidone  e  di  Gea.  Per  riportarne  vittoria  Teroe  deve 
stringerlo  fra  le  braccia  poderose  e  sollevarlo  da 
terra,  perchè  ogni  qualvolta  il  gigante  la  tocca  coi 
piedi,  acquista  nuovo  e  maggior  vigore.  Compiuta 
quest'impresa  continua  il  viaggio  e  giunge  agli  Iper- 
borei, ove  il  sole,  essendo  molto  vicino  alla  terra, 
lo  soffoca  coi  raggi  cocenti.  L'eroe  in  un  momento 
di  sdegno  punta  il  suo  arco  contro  il  Dio  solare  e 
gli  tira  una  saetta.  Allora,  il  sole,  che  la  poesia 
greca    rappresenta    sotto    forma    di    un    bel  giovine 


312  LUIGI    POSTERARO 


biondo,  i  cui  capelli  scendono  inanellati  sul  collo, 
per  premiare  l'ardire  del  forte  eroe,  gli  regala  la  sua 
bella  conca  d'oro,  sulla  quale  Ercole  viaggia  attra- 
verso le  azzurre  onde  marine.  Quindi  incontra  il  pa- 
store Gerione,  gli  toglie  le  vacche  e  le  conduce  a 
Roma.  Ma  quivi  un  famoso  ladrone  di  nome  Caco, 
abitante  in  una  spelonca  dell'Aventino,  giocando  di 
astuzia,  arriva  a  sottrargli  alcune  vacche  e  per  de- 
viarne dalle  tracce  l'eroe,  le  introduce  nella  spelonca, 
tirandole  per  la  coda,  affinchè  le  tracce  significassero 
che  le  vacche  erano  di  là  uscite  e  non  entrate.  Ma, 
poiché  i  disegni  del  ladro  non  sempre  riescono,  le 
vacche,  chiuse  nella  spelonca,  rispondendo  al  mug- 
ghio delle  compagne  che  erano  fuori,  avvertono 
l'eroe  della  loro  presenza  nel  nascondigho.  Ercole 
penetra  nella  spelonca,  afferra  tra  le  braccia  il  ladro 
impudente  e  l'uccide,  facendogli  uscire  fuori  dalle 
orbite  gli  occhi,  iniettati  di  sangue,  e  vomitare  fumo 
e  fuoco  dalla  bocca.  Anche  qui  i  lavori  di  Ercole 
rappresentano  gli  effetti  dell'energia  solare  sulla  terra. 
Il  mito  di  Anteo  dà  ragione  del  deserto  libico.  Il  gi- 
gante Anteo  (àvxaTo;),  re  di  Libia,  figlio  di  Posidone 
(acqua  del  mare)  e  di  Gea  (terra)  simboleggia  la  ve- 
getazione, che  appunto  è  il  prodotto  dell'unione  del- 
l'acqua, evaporata  dal  mare  e  poi  condensata  in 
pioggia,  con  gli  elementi  della  terra.  E  il  mito  ci 
dice  che  nel  deserto  libico  la  vegetazione  (Anteo)  fu 
dall'energia  solare  (Ercole)  prima  cresciuta  e  solle- 
vata sulla  madre  terra,  da  cui  riceveva  forza  e  nu- 
trimento, e  poi  inaridita  e  distrutta.  E  cosi  la  saetta 
da  Ercole  tirata  contro  il  sole  simboleggia  i  raggi  so- 
lari, che,  battendo  sulla  superficie  levigata  del  mare 
tornano  in  alto,  per  la  nota  legge  di  fisica,  la  legge 
della  riflessione,  e  acquistano  sulle  acque  la  forma 
d'una  sinuosa  conca  di  oro,  quella  regalata  dal  sole 
all'eroe  in  premio  del  suo  ardimento.  Le  vacche  pa- 


ORIGINE   DI    ALIFE  3I3 


scolate  da  Gerione  sono  simbolo  delle  nuvole,  che, 
spinte  dal  vento  di  terra,  simboleggiato  dal  pastore 
Gerione,  vanno  verso  l'estremità  della  terra  e  lì  re- 
sterebbero se  Venergia  solare  non  le  riconducesse 
nuovamente  indietro.  La  scienza  vulcanologica,  os- 
servando che  tutti  i  vulcani  sono  in  vicinanza  del 
mare,  ci  dice  che  le  eruzioni  vulcaniche  avvengono 
per  l'infiltrazione  dell'acqua  marina  nell'interno  del 
vulcano.  Evaporata  l'acqua  per  l'azione  del  fuoco,  il 
vapore  acquista  una  grande  forza  di  tensione  e  di 
espansione,  dando  luogo  a  tutti  i  fenomeni  vulcanici. 
11  mito  di  Caco  ci  fa  conoscere  che,  secondo  l'opinione 
dei  Greci,  fossero  proprio  le  nuvole  a  essere  attratte 
dal  vuoto  del  vulcano.  E  la  proprietà  che  ha  il  vuoto 
di  attrarre  le  nuvole  o  il  vapore,  è  simboleggiata  da 
Caco,  dal  greco  *a>'-ó«,  cattivo,  che  è  perciò  qualifi- 
cato come  ladro.  Inoltre  il  mito  stesso  ci  dice  che 
Caco  è  figlio  di  Vulcano.  E,  come  nel  fumare  un 
sigaro  il  fumo  è  attratto  dal  vuoto  della  bocca,  per 
le  parte  di  dietro,  mentre  la  testa  del  fumo  serpeggia 
in  avanti,  così  i  mitologi  greci  dicevano  che  le  vac- 
che di  Ercole,  cioè  le  nuvole,  erano  state  tratte  nella 
spelonca,  cioè  nel  vuoto  del  vulcano,  tirate  per  la 
coda,  ed  Ercole,  cioè  Venergia  solare,  le  aveva  fatte 
uscire,  causando  l'eruzione.  Da  ciò  dunque  mi  pare 
si  possa  concludere  che  la  tradizione  di  Ercole,  che 
fondò  Alife,  dopo  averne  scacciato  Caco,  non  dà  una 
notizia  storica,  ma  un  concetto  geologico  di  dinami- 
smo terrestre,  e  accenna  al  carattere  vulcanico  pri- 
mitivo della  regione  di  cui  anche  oggi  si  hanno 
segni  manifesti  nei  tenimenti  di  Aliano,  di  Pratella 
e  di  Telese,  e  dice  che,  dopo  cessata  l'attività  vul- 
canica, l'energia  solare  fece  sorgere  la  vita  animale 
e  vegetale  nella  regione  stessa.  E,  se  concetti  scien- 
tifici puramente  greci  qui  si  trovano  per  tradizioni 
ininterrotte,  ciò  significa  che  il  grande  popolo  greco 

40 


314  LUIGI   POSTERARO 


vi  prese  stanza,  diffondendovi  la  luce  della  propria 
scienza.  Né  a  ciò  contrasta  l'affermazione  di  alcuni 
scrittori  greci  antichi,  come  il  geografo  Strabone, 
che  ad  Alife  attribuisce  un'origine  Osca  o  Sabellica, 
giacche  questo  per  noi  significa  che  i  Greci,  venuti 
qui,  a  quelli  si  sovrapposero,  dando  alla  città  una 
impronta  propria,  e  possono  perciò  ben  dirsene  i 
veri  fondatori.  E  l'affermazione  dello  storico  Solino 
che  ne  dà  il  merito  a  un  compagno  dell'eroe  greco 
Diomede,  dopo  il  ritorno  dalla  guerra  di  Troia,  non 
fa  che  confermare  il  mio  asserto,  giacché  come  in- 
nanzi ho  detto,  essa  ci  svela  una  tendenza,  comune 
agli  antichi  italo-greci,  di  far  risalire  le  proprie  ori- 
gini a  un  eroe,  reduce  dalla  guerra  greco-troiana, 
sia  esso  Enea,  come  a  Roma,  sia  esso  Antenore, 
come  a  Venezia,  sia  esso  un  compagno  di  Diomede, 
come  ad  Alife. 

E  passando  ora  dalle  tradizioni  ai  monumenti, 
ne  ricordo  soltanto  due:  Il  i.°  è  la  bellissima  epi- 
grafe, con  amorosa  cura  conservata,  che  ricorda  le 
Terme,  dette  di  Ercole,  perchè  i  greci  attribuivano 
il  fenomeno  delle  salutari  acque  termali  ad  Ercole, 
cioè  SiìVenergia  solare.  Il  2."  è  la  moneta  greca,  affi- 
data alle  mie  cure  nel  gabinetto  numismatico  del 
Museo  di  Napoli,  già  magistralmente  descritta  dal- 
l' Ispettore  pei  Monumenti,  Raffaello  Marrocco,  e  del 
cui  simbolismo  devo  ancora  parlare. 

La  monetazione  greca  è  uno  dei  prodotti  più 
belli,  più  ielici  del  genio  greco.  Fin  dai  primi  tempi 
in  cui  entrai  nel  campo  della  Numismatica  mi  accorsi 
che  la  greca  monetazione,  a  differenza  della  romana, 
della  medioevale  e  della  moderna,  che  ci  danno  con- 
cetti storici,  illustra  a  preferenza  concetti  scientifico- 


ORIGINE    DI   ALIFE  315 


naturalistici,  servendosi  dei  suoi  simboli.  K  non 
ostante  riconoscessi  la  mia  mente  impari  all'impresa, 
pure  con  l'amore  che  di  tutto  trionfa,  mi  son  fatto 
iniziatore  e  apostolo  di  una  scienza  nuova,  della 
scienza  del  simbolismo.  E  con  l'aiuto  dell'ermeneu- 
tica o  dell'  interpretazione  dei  simboli  sono  arrivato 
a  spiegare  il  significato  di  una  quantità  di  monete, 
ancora  credute  enigmi  insolubili.  Una  moneta,  ad 
esempio,  più  studiata,  e  che,  come  dice  il  famoso 
numismatico  Eckhel,  ha  fatto  consumare  molto  olio 
e  molto  inchiostro,  è  la  moneta  di  Caulonia.  Essa 
ha  un  bel  giovine  coi  capelli  scendenti  inanellati 
sul  collo.  Questi  stringe  con  la  mano  destra  alzata 
una  frasca,  con  la  quale  percuote  un  mostricciatolo 
dai  piedi  alati,  che  corre  sul  suo  braccio  sinistro, 
proteso  in  avanti  e  si  volge  a  guardarlo  spaventato. 
Dietro  le  spalle  del  giovine  guizza  un  delfino,  che 
sale,  e  avanti  al  petto  un  delfino,  che  discende.  In- 
nanzi ai  piedi  è  un  bel  cervo  che  si  volge  indietro 
amorevolmente  a  guardarlo.  Sul  significato  di  questa 
moneta  ho  pututo  sorridere  del  sorriso  del  trionfa- 
tore. Il  giovine  che  frusta  il  mostricciattolo  è  Apollo, 
cioè  il  sole,  che  di  primavera  fa  scomparire  la  tem- 
pesta e  i  rigori  dell'  inverno,  rappresentato  dal  mo- 
stro alato,  e,  riscaldando  l'acqua  del  mare,  la  fa  sa- 
lire sotto  forma  di  vapore,  rappresentato  dal  delfino 
che  sale,  e  poi  la  fa  cadere  sotto  forma  di  pioggia, 
simboleggiata  dal  delfino  che  scende,  sulla  terra  sim- 
boleggiata dal  cervo,  che  si  volge  a  guardare  amo- 
revolmente il  suo  eterno  animatore.  E  il  significato 
di  questa  moneta  non  è  altro  che  un  inno  alla  lus- 
sureggiante vegetazione  di  Caulonia  ricca  di  acqua 
e  di  sole,  e  un'  illustrazione  esatta  e  precisa  del  nome 
di  Caulonia,  che  viene  dalla  radice  greca  >'-«'j  (latino 
caukscere,  vegetarci  perchè  il  sole,  provocando  1'  e- 
terno  giro  dell'acqua  del  mare,  fa  nascere  e  crescere 


3l6  LUIGI   POSTERARO 


la  vegetazione.  E  significato  puramente  simbolico 
va  dato  alla  moneta  di  Alife  (^).  Disgraziatamente  di 
essa  abbiamo  soltanto  tre  esemplari;  due  nel  mio 
Gabinetto  e  una  nel  Museo  di  Berlino  e  sono  ine- 
stimabili, perchè  rarissimi.  Nulla  di  certo  posso  dirvi 
sulla  data  della  moneta,  perchè  ora  non  V  ho  sotto- 
mano, ma  per  quel  poco  che  ricordo  mi  pare  di  poter 
dire  che  appartenga  al  IV  secolo  a.  C.  Ha  nel  di- 
ritto una  bella  testa  di  Pallade  o  Minerva  con  elmo 
attico,  dalla  bella  cresta,  adorno  di  una  civetta  e 
d'una  ghirlanda  d'olivo.  Voi  sapete  che  Minerva  è 
il  simbolo  della  scienza  e  copre  la  sua  testa  di  un 
elmo  guerresco  appunto  perchè  Minerva  era  anche 
la  Dea  della  guerra.  E  Minerva  è  Dea  della  guerra, 
perchè  questa  non  è  solo  fatta  dal  guerriero  di  pro- 
fessione, ma  anche  e  sopratutto  dallo  scienziato.  E 
quando  leggiamo  in  Omero  che  Minerva,  entrata  in 
lotta  con  Marte,  lo  vince,  ciò  significa  che  la  scienza 
dà  il  migliore  e  più  sicuro  contributo  alla  vittoria 
finale.  Noi  oggi  vediamo  che  la  guerra  non  solo  è 
sostenuta  dal  guerriero,  propriamente  detto,  ma  anche 
e  sopratutto  dallo  scenziato  che  nel  suo  gabinetto 
prepara  il  fulmicotone  o  la  dinamite  per  la  distru- 
zione delle  forze  avversarie,  o  applica  il  telefono,  o 
il  telegrafo  senza  fih.o  altri  efficacissimi  trovati  della 
scienza.  Anzi  dirò  di  più.  Io  non  condivido  l'opinione 
di  coloro  i  quali  credono  che  la  guerra  sia  un'arte, 
ma  io  affermo  sia  per  se  stessa  una  scienza,  perchè 
lo  stratega  usa  metodi  scientifici  propri  e  profìtta  di 
tutti  i  trovati  delle  altre  scienze.  L'elmo  di  Minerva 
è,  come  ho  detto,  adorno  del  ramoscello  di  olivo, 
che  fu  dalla  candida  colomba  portato  a  Noè  dopo  il 
diluvio,  come  simbolo  di  pace,  e  vuol  significare  che 


(i)  Cfr.  Raffaello  M arrocco,   La  Monetazione  Alifana   in    Rivista 
Storica  del  Sannio,  n.  2,  I915. 


ORIGINE   DI   ALIFE  317 


la  scienza  prepara  la  pace,  si  occupa  sopratutto  delle 
arti  della  pace  e  in  essa  lavora.  La  civetta  è  anche 
attributo  della  grande  Dea  perchè  coi  suoi  grandi 
occhi  abituati  e  fatti  per  discernere  nelle  tenebre, 
simboleggia  la  facoltà  che  ha  la  scienza  di  vedere 
là  dove  altri  non  vedono  e  la  scienza  storica  arriva 
anche  a  leggere  nelle  tenebre  del  passato.  E,  ve- 
nendo al  rovescio  della  moneta,  noi  vediamo  un  bel 
toro,  gradiente  verso  sinistra  e  a  volto  umano  o, 
come  con  parola  greca  si  dice,  un  toro  androprosopo. 
Che  cosa  simboleggia  questo  toro  ?  Il  fiume  di  Pie- 
dimonte,  che  bagna  Alife,  col  nome  tanto  suggestivo 
di  Torano  (da  toro)  tante  volte  lo  ha  detto,  scen- 
dendo con  la  voce  risonante  nella  valle.  Il  toro  è 
simbolo  di  questo  fiume.  Sofocle  nella  tragedia  «  Le 
Trachinie  »  così  fa  dire  alla  bella  Deianira  :  Il  fiume 
Acheloo,  innamoratosi  di  me,  mi  chiedeva  a  mio  padre, 
ora  sotto  forma  umana,  ora  sotto  forma  di  dragone, 
ora  sotto  forma  di  toro,  quando  sorse  un  potente  e 
forte  rivale,  che  mi  amava  a  par  di  lui:  Ercole.  Questi 
scendendo  in  lizza  contro  l'innamorato  fiume,  che  gli 
venne  incontro  sotto  forma  di  toro,  lo  vinse  e  gli  tolse 
dalla  fronte  un  corno,  che  poi  fu  detto  il  corno  delFab- 
bondanza.  Ora  la  bella  Deianira  è  la  nuvola  indotta 
a  condensarsi  e  a  trasformarsi  in  acqua  dal  fiume 
Acheloo,  che  corrisponde  al  moderno  Aspropotamo, 
il  maggior  fiume  della  Grecia,  bagnante  la  Dolopia 
sui  confini  dell'Acarnania  e  dell'  Etolia  ;  la  bella 
Deianira,  ripeto,  è  la  nuvola  indotta  a  condensarsi 
dal  fiume,  elemento  freddo,  mentre  Ercole,  che  sim- 
boleggia l'energia  solare,  fa  tu^to  il  contrario,  e  non 
solo  costringe  la  nuvola  ad  innalzarsi,  mettendone 
in  moto  le  molecole,  ma  facendo  lo  stesso  con  Tacqua 
del  fiume,  la  costringe  a  passare  dallo  stato  liquido 
allo  aeriforme  e  ad  elevarsi  nell'aria  per  poi  farla 
ricadere  nuovamente    sulla    terra  e  trasformarla,   in 


3l8  LUIGI   POSTER  ARO 


unione  a  questa,  in  erbe,  fiori  e  frutta,  di  cui  è  colmo 
il  corno  dell* abbondanza.  Ma  accanto  alla  notizia  sto- 
rica della  rappresentazione  del  fiume  sotto  forma  di 
toro,  fornitaci  da  Sofocle,  posso  addurre  una  ragione 
psicologica.  Secondo  me  i  greci  rappresentavano  il 
fiume  in  tale  forma  per  due  ragioni  :  i.°  per  la  so- 
miglianza che  la  sua  voce  ha  col  mugghio  del  toro, 
e  Omero  dice  che  il  fiume  Xanto,  lottando  con 
Achille,  mugghiava  come  toro,  e  a  quella  del  toro 
rassomiglia  la  voce  sonante  della  limpida  sorgente 
del  fiume  Torano  ;  2.°  perchè  il  fiume,  correndo  nella 
valle,  si  scava  con  impeto  il  letto,  come  il  toro  si 
sbarazza  degli  ostacoli,  cozzando  con  le  corna. 

E  perchè  gli  antichi  greci  elevavano  a  onori  di- 
vini il  fiume,  riproducendolo  sulla  moneta,  al  posto 
dove  i  popoH  autonomi  rappresentano  la  testa  del 
loro  Dio,  e  i  popoli  soggetti  la  testa  del  loro  ti- 
ranno ?  Perchè  gli  antichi  romani  avevano  tanto  ri- 
spetto e  venerazione  per  l'acqua,  che  ogni  qualvolta 
bisognava  costruire,  ad  esempio,  un  ponte,  un  sa- 
cerdote, detto  per  questo  Pontefice,  compieva  una 
cerimonia  solenne  quasi  per  chiedere  il  permesso  al 
fiume  di  gettare  il  ponte  ?  Anche  questa  volta  ne 
troviamo  la  ragione  nell'ermeneutica  del  simbolismo 
della  mitologia  e  nella  scienza  naturalistica  del  tempo. 
Presso  Omero  l'Oceano  è  padre  universale  di  tutte 
le  cose,  non  esclusi  gli  uomini  e  gli  Dei,  come  ne 
è  madre  universale,  sua  moglie,  Teti,  la  dea  del  mare: 
'iiicéavov,  S^swv  ylveciv  xaì  (xnTÉpa  Trj3-6v.  Presso  lo  stesso 
Omero  molti  eroi  della  guerra  greco-troiana  sono 
figli  dei  fiumi,  e,  morendo,  finiscono  nei  fiumi,  come 
Enea,  che  andò  a  finire  sulle  sponde  del  fiume  Nu- 
micio.  La  ragione  di  questo  nascere  dall'acqua  e 
morire  trasformandosi  in  acqua  ce  la  dice  la  scienza 
naturalistica  antica.  Il  filosofo  naturalista  Talete,  vis- 
suto nel  VII  secolo  a.  C,  afferma  che  tutto  ciò  che 


ORIGINE    DI    ALIFE  3I9 


esiste  nel  mondo  deriva  dall'acqua.  Secondo  lui 
l'acqua  è  l'unico  corpo  semplice,  formato  da  parti- 
celle minutissime,  dette  atomi,  dalla  cui  diversa  di- 
sposizione e  dal  cui  diverso  atteggiamento  derivano 
tutti  gli  altri  corpi,  e  in  cui  questi  dopo  la  morte  si 
trasformano.  La  geniale  teoria  taletiana  ha  un  vivo 
riscontro  con  la  teoria  atomica  moderna.  Gli  atomisti 
moderni  parlano  di  quarantotto  e  più  corpi  semplici. 
Essi  però  impropriamente  son  detti  semplici,  ma  bi- 
sognerebbe chiamarli  indecomposti.  Quando  nuovi 
mezzi  fisici  e  chimici  saranno  scoperti,  arriveremo  a 
decomporli  tutti  fino  a  devenire  a  un  solo  corpo 
semplice,  che  è  padre  universale  di  tutte  le  cose.  Il 
Prout  ophia  che  questo  corpo  sia  l'idrogeno,  perchè 
ha  il  peso  specifico  minore  di  tutti  gli  altri.  Secondo 
me  l'ultima  parola  non  è  stata  ancor  detta;  ma  l'opi- 
nione del  Prout  mette  in  evidenza  la  geniale  teoria 
di  Talete,  che  credeva  unico  corpo  semplice,  padre 
universale  di  tutte  le  cose,  l'acqua,  la  cui  molecola 
contiene  appunto  due  atomi  d'idrogeno  e  uno  d'os- 
sigeno. E  questo  ci  spiega  perchè  la  teoria  natura- 
listica taletiana  acquistasse  tanto  favore  da  diffon- 
dersi ben  presto  per  tutta  la  Grecia,  la  Sicilia  e  la 
Magna  Grecia  fino  ad  arrivare  alla  grande  Roma. 

E  cos'i  si  ricava  dalla  monetazione  greca  che  la 
fondatrice  di  Cuma  è  la  dea  delle  acque  di  Cuma, 
la  ninfa  Cuma,  e  la  parola  greca  JtOfAot,  significa  onda; 
la  fondatrice  di  Napoli  è  la  ninfa  Partenope,  cioè 
l'acqua  vergine;  quella  di  Velia,  città  della  Lucania, 
è  la  ninfa  Velia,  cioè  l'acqua  cristallina;  il  fondatore 
di  Taranto  è  Falanto,  il  figlio  di  Nettuno,  dio  del 
mare  ;  la  fondatrice  d' Imera  in  Sicilia  è  la  ninfa 
Imera.  cioè  l'acqua  feconda;  quella  di  Siracusa  la 
ninfa  Aretusa,  cioè  l'acqua  irrigua;  e  la  parola  Roma 
viene  dalla  radice  greca  ?^^  che  significa  scorrere; 
e  Romolo  e  Remo  sono  figli  della  Vestale  Rhea  Sylvia, 


320  LUIGI    POSTERARO 


cioè  deWacqua  materia  prima,  corpo  primordiale,  per- 
chè Rhea  viene  da  ps'J,  scorrere  e  Sylvia  dalla  parola 
"j^T,  che  significa  materia;  e  Romolo  e  Remo  sono 
allattati  dalla  lupa,  che  è  simbolo  del  ruscello;  eia 
parola  Alife  viene,  secondo  me,  dalla  radice  greca 
«^'?,  che  significa  giovare,  corroborare  e  si  riferisce 
all'acqua  giovevole,  salubre,  che  alimenta  e  corrobora 
l'organismo,  e  feconda  i  campi. 

Se  dunque  all'acqua  tanta  importanza  attribui- 
vano gli  antichi,  ben  comprendiamo  la  ragione  per 
cui  i  Greci  batterono  sulla  moneta  alifana  la  figura 
del  toro,  rappresentante  il  fiume  Torano,  e  attribuen- 
dogli l'intelligenza,  gli  diedero  il  volto  umano  Inoltre 
con  un  rigoroso  calcolo  scientifico  son  venuto  nella 
conclusione,  nella  credenza  e  nella  persuasione  che 
in  Alife  abbia  avuto  corso  anche  un'altra  moneta 
greca,  avente  al  diritto  una  bella  testa  di  ninfa,  rap- 
presentante la  ninfa  Alife,  e  al  rovescio  il  solito 
toro  a  volto  umano. 

Concludendo,  mi  pare  di  aver  sufficientemente 
dimostrato  con  l'ermeneutica  del  simbolismo  delle 
tradizioni  e  della  moneta  di  Alife  che  il  grande  po- 
polo greco  ha  avuto  qui  stabile  dimora,  avendovi 
lasciato  tracce  indelebili  della  sua  scienza  naturali- 
stica e  geologica.  Il  significato  del  simbolismo  di 
Ercole  che  scaccia  Caco  accenna  alla  natura  vulcanica 
di  questo  territorio,  e  quello  della  moneta  al  fiume, 
che,  col  suo  nome  Torano,  lo  ha  tante  volte  ripetuto 
e  lo  ripeterà  finché  avrà  vita,  scendendo  nella  valle 
con  voce  risonante 


Luigi  Posteraro. 


IL  SIMBOLO  DELLA  TRIQUETRA 
IN  UN  DIDRAMMA  DI  SUESSA  AURUNCA 


Suessa,  in  greco  sùe^ca  e  2oùea«ia,  situata  tra  il 
Liri  ed  il  Volturno,  cominciò  a  chiamarsi  aurunca 
od  auruncorum,  quando  accolse  nelle  sue  mura  gli 
aurunci  salvatisi  fuggendo  da  Aurunca,  che  venne 
distrutta  dalle  soldatesche  di  Teano,  città  di  origine 
osca  e  capoluogo  dei  Sidicini. 

Nell'anno  414  di  Roma,  340  a.  C,  i  romani  s'im- 
padronirono di  Suessa  Aurunca  dopo  avere  sconfitta 
la  lega  latina  nella  battaglia  campale  combattuta 
presso  Trifano  (tra  Minturne.  Suessa  e  Sinuessa)  e 
nell'anno  441  di  Roma,  313  a.  C,  vi  stabilirono  una 
colonia  (Tit.  Liv.,  Vili,  2;  IX,  28;  XXVII,  9;  XIX, 
15;  Plin.,  Ili,  IX,  2;  Veli.  Patere,  I,  14). 

Questa  città  nel  breve  periodo  280-268  a.  C, 
probabilmente  dopo  la  famosa  guerra  contro  Pirro, 
coniava,  fra  le  altre  monete,  una  serie  di  didrammi 
d'argento,  nel  cui  diritto  vi  si  trova  una  testa  lau- 
reata di  Apollo  con  una  ricca  capigliatura  e  nel  ro- 
vescio vi  è  la  figura  di  un  giovane  cavaliere,  che 
conduce  un  secondo  cavallo:  nell'esergo  poi  vi  è  la 
leggenda  SVESANO,  la  quale  altro  non  è  che  l'abbre- 
viazione del  genitivo  plurale  SVESANOM  invece  di 
SVESANORVM. 

La  testa  della  divinità  è  evidentemente  copiata 


41 


322  SALVATORE    MIKONE 


dai  tipi  della  città  di  Crotone  e  molto  rassomigliante 
ad  un  tipo  di  monete  siciliane  cioè  alla  moneta  di 
elettro  di  Siracusa  coniata  al  tempo  di  Dione  (357- 
353).  L'adozione  del  tipo  viene  giustificata  dal  fatto 
che  i  suessani  tenevano  in  grandissimo  onore  il  culto 
di  Apollo  :  culto  che  era  diffuso  in  tutte  le  colonie 
greche  dell'  Italia  Meridionale  e  della  Sicilia. 

TI  giovane  cavaliere  rappresenta  un  desultor, 
come  chiamavasi  in  lingua  latina,  o  un  KEAETHS  come 
denominavasi  in  greco.  Questi  cavalieri  desultores, 
cavalcando,  conducevano  seco  un  altro  cavallo  e 
montavano  dall'uno  all'altro  con  grande  prestezza  ed 
agilità  e  durante  i  giuochi  davano  spettacolo  al  po- 
polo della  loro  prodezza.  La  figura  di  questa  serie 
di  monete  d'argento  rappresenta  uno  di  questi  ca- 
valieri desultori,  vincitore  nei  giuochi,  il  quale  ha 
avuto  per  premio  un  ramo  di  palma.  Il  tipo  del  ro- 
vescio di  tali  coni  è  una  lontana  reminiscenza  della 
bella  moneta  di  Taranto,  descritta  dall'  Evans  in 
Horsmen  of  Tarentum,  Numism.  Chron.,  1889,  tav.  Ili, 
n.  7.  Queste  monete  d'argento  di  Suessa  sono  iden- 
tiche fra  di  loro  per  lo  stile  ed  il  tipo  sia  nel  diritto 
che  nel  rovescio  e  solamente  sono  dissimili  per  il 
simbolo  aggiunto  nel  campo  dietro  la  testa  di  Apollo. 
Questo  simbolo  varia  in  tutti  i  didrammi  dello 
stesso  tipo. 

Fra  questi  didrammi  vi  è  il  seguente  : 


^  —  Testa  di  Apollo  con   ricca   capigliatura  a  des.,    nel 
campo  a  sinistra  dietro  la  testa,  la  triquetra. 


IL    SIMBOLO    DELLA    TRIQUETRA,    ECC.  323 

P  —  Un  cavaliere  desultor,  con  il  corpo  riudo,  porta  in 
testa  il  pilos,  conduce  un  secondo  cavallo  a  sin. 
e  tiene  nella  mano  sinistra  un  ramo  di  palma  or- 
nato di  un  nastro  (lemniskos),  nell'esergo  :  SVE- 
SANO. 

Museo  di  Berlino,  gr.  6,83  ;  Museo  Britannico,  gr,  6,82;  Carelli,  A^«- 
ntoruin  velerum  lloliae  qiios  ipse  coUegit  et  ordine  geographiro  disposiùt 
descriplio.  Napoli,  j8i2,  tav  LXIV,  7,  gr.  7,23;  Mionnet.  pag.  124,  n.  251  ; 
Sanibon  A.,  Les  monnnies  nitttqiies  de  l'Italie.  Paris,  1903,  voi.  I,  pag.  347, 
n.  853.  tav.  V. 

Il  tipo,  in  cui  si  basa  questa  moneta  d'argento, 
è  il  sistema  greco  focese,  il  quale  in  origine  aveva 
i  suoi  didrammi  del  peso  di  gr.  7,64,  mentre  poi 
aveva  diminuito  il  peso  di  dette  monete. 

Questo  didramma  è  un  graziosro  lavoro  ed  in- 
dica una  certa  accuratezza  di  esecuzione  ;  inoltre  di- 
mostra che  l'arte  dell'incisione  non  ha  perduto  per 
nulla  quell'impronta  speciale  presso  le  popolazioni 
elleniche  dell'Italia  Meridionale.  La  testa  di  Apollo 
con  quei  capelli  leggermente  ondulati  è  modellata 
in  una  maniera  moltu  decorativa  ;  la  fisonomia  della 
divinità  esprime  la  dolcezza  e  la  calma.  Ben  propor- 
zionati i  due  cavalli,  i  quali,  essendo  stati  ammae- 
strati dal  cavaliere  desultore  per  i  giuochi  nell'ippo- 
dromo, camminano  in  unica  e  leggiadra  movenza  ed 
alzano  simultaneamente  le  gambe  sinistre. 

Dietro  alla  testa  della  divinità,  proprio  all'altezza 
del  collo,  vi  è  incisa  una  piccola  trinacria.  Ora  quale 
significato  può  avere  questo  simbolo,  popolarmente 
chiamato  triquetra  ma  più  correttamente  triskeles, 
in  una  moneta  appartenente  ad  una  città  non  sici- 
liana ?  Nell'antichità  i  simboh,  che  hanno  fornito 
materie  di  studio  e  d'induzione  ai  numismatici,  che 
se  ne  sono  occupati,  non  venivano  mai  aggiunti  alle 
monete  senza  un  determinato  scopo  e  sempre  rac- 
chiudevano l'allusione  ad  un  fatto  speciale. 


SAI.VATORK    MIRONE 


Si  potrebbe  giustificare  l'aggiunzione  di  questo 
simbolo  per  distinguere  la  moneta  dalle  altre  ;  ma 
questa  giustificazione  cade  quando  si  pensa  che  le 
diciannove  monete  con  il  tipo:  diritto  testa  di  Apollo 
e  rov.  un  cavaliere  desultore  :  sono  tutti  didrammi 
e  quindi  non  regge  alcuna  ragione  per  segnarli  in 
modo  speciale  affinchè  la  popolazione  non  potesse 
cadere  in  errore  riguardo  al  valore  dei  coni.  Nei 
tempi  antichi,  in  verità,  non  erano  rari  i  casi  di  ag- 
giungere un  semplice  abbellimento,  che  serviva  a 
distinguere  una  serie  da  un'altra  oppure  di  creare 
dei  tipi  differenti  di  monete  per  non  generare  con- 
fusione e  contestazioni  nello  scambio  quando  la  dil- 
ferenza  del  valore  e  del  peso  era  minima,  come  ad 
esempio  nei  piccoli  pezzi  delle  litre  e  degli  oboli  in 
Sicilia. 

Si  potrebbe  supporre  che  i  simboli  aggiunti 
siano  stati  incisi  come  segno  del  magistrato  respon- 
sabile dell'emissione  di  ogni  didramma,  come  a  Na- 
poli ed  in  altre  città  dell'Italia  Meridionale,  dove 
verso  il  350  a.  C.  si  cominciano  a  mettere  nelle  mo- 
nete i  nomi  dei  magistrati  addetti  alla  monetazione 
o  dei  simboli,  sotto  i  quali  si  nascondevano  i  nomi 
di  detti  magistrati. 

Ma  bisogna  anche  scartare  quest'opinione,  fa- 
cendo notare  che  in  Napoli  ed  in  altre  città  italiote 
la  monetazione  ebbe  una  lunga  durata,  mentre  Suessa 
Aurunca  coniava  questa  serie  di  monete  d'argento 
fra  il  280-268  a  C.  Quindi  in  un  periodo  cosi  breve 
di  dodici  aimi  è  inconcepibile  che  nella  città  siano 
mutati  ben  diciannove  magistrati  addetti  alla  mone- 
tazione. 

Non  essendovi  tradizioni  letterarie  per  potere 
risolvere  il  significato  del  simbolo  della  triquetra  in 
questo  didramma,  occorre  ricorrere  alla  storia  per 
cercare  di  avere  una  spiegazione. 


IL    SIMBOLO    DELLA    TRIQUÈTRA,    ECC.  325 

Il  Paruta  {La  Sicilia  descritta  con  medaglie.  Lione, 
1697,  pag.  75)  con  fine  intuito  aveva  notato  questo 
simbolo  nel  conio  suessano  e  scriveva  :  «  Si  rende 
assai  difficile  e  molto  più  d'investigare  la  ragione 
per  la  quale  in  una  medaglia  di  Suessa  Aurunca  si 
veda  scolpito  il  simbolo  della  trinacria,  non  essendo 
credibile  che  il  dominio  dei  siciliani  si  fosse  esteso 
avanti  nell'  Italia  oltre  che  le  storie  antiche  non  ne 
fanno  menzione  alcuna,  sarà  più  verosimile  di  dire 
che  la  figura  equestre  rappresenti  qualche  eroe  sues- 
sano vittorioso  nell'ippodromo,  al  quale  alcuno  della 
sua  famiglia  per  essere  stato  eletto  magistrato  in  Si- 
cilia avesse  fatto  battere  tale  medaglia  in  memoria 
della  sua  origine  prima  ».  Dopo  il  Paruta,  molti  il- 
lustri nummografi  non  hanno  cercato  di  risolvere  il 
significato  di  tale  simbolo,  anzi  qualcheduno  come  il 
Garrucci  {Le  monete  d'Italia  antica.  Roma,  1885,  ta- 
vola LXXXV,  32  e  34)  non  ha  fatto  menzione  del 
didramma  con  il  simbolo  della  triquetra. 

Nella  storia  della  numismatica  si  trovano  molte 
monete  di  città  non  siciliane,  come  ad  esempio  Der- 
rones,  Eubea.  Gierapetra,  Neandria,  ecc.,  con  il  detto 
simbolo,  il  quale  in  questi  casi  non  ha  alcun  richiamo 
alla  triangolare  isola.  In  monete  di  Phlius  vi  si  ri- 
scontra il  triskeles  :  il  Six  I.  P.  {Monnaies  grecques 
in  Numism.  ChronicU.  London,  1888,  pag.  97)  opina 
che  il  triskeles  deve  alludere  alla  conformazione  geo- 
grafica della  città.  Nelle  monete  federali  della  Licia 
vi  è  anche  tale  simbolo,  che  certe  volte  prende  la 
forma  di  tetraskeles  e  di  diskeles.  Secondo  l'opi- 
nione del  Moller,  accettata  dall'  Head,  là  triquetra  in 
questi  coni  rappresenta  l'emblema  solare,  simboliz- 
zante il  movimento  rotatorio,  ed  allude  anche  al 
culto  di  Apollo,  il  dio  della  luce  e  divinità  nazio- 
nale licia. 

In  monete  di  Siracusa,  anche  in  varie  dei  tempi 


326  SALVATORE    MIRONE 


di  Agatocle,  si  vede  inciso  tale  emblema,  che  allude 
alla  supremazia  politica  della  potente  città  su  tutta 
risola.  In  monete  di  laetia  e  di  Palermo  si  trovano 
anche  tali  simboH,  come  pure  in  monete  coniate  dai 
romani.  Difatti  Lucio  Cornelio  Lentulo  e  Caio  Clau- 
dio Marcello,  consoli  nell'anno  49  a.  C,  coniarono 
in  Siciha  un  denaro,  in  cui  si  vede  incisa  la  testa 
di  Gorgona  in  mezzo  della  triquetra  (Hill,  Coins  0/ 
Ancient  Sicily,  tav.  XV,  4).  Pubblio  Cornelio  Len- 
tulo Macellino,  dopo  essere  entrato  nella  famiglia 
dei  Corneh,  faceva  coniare  un  denaro,  nel  cui  di- 
ritto vi  è  la  leggenda  Marcellinus  e  la  testa  di  Mar- 
cello, dietro  della  quale  sta  una  triquetra  e  nel  ro- 
vescio la  leggenda  :  MARCELLVS  COS  QVINQ  con  la  fi- 
gura delle  spoglie  opime  di  Videmaro,  re  dei  Galli 
(Sallet  A.,  Die  antiken  Miìnzen.  Berlin,  1909,  pa- 
gina 76-77). 

Nelle  monete  siciliane  il  simbolo  del  triskeles 
era  giustificatissimo  perchè  alludeva  alla  supremazia 
di  Siracusa  su  tutta  l' isola  oppure  al  fatto  che  detti 
coni  appartenevano  a  città  siciliane,  come  pure  in 
quelle  fatte  coniare  dai  romani,  che  erano  padroni 
dell'isola.  Si  aggiunge  poi  che  il  denaro  di  Marcel- 
lino riveste  il  carattere  di  una  commemorazione  in 
onore  di  Marco  Marcello  ed  allude  ai  due  fatti  im- 
portanti della  vita  militare  di  questo  console  romano 
cioè:  i"",  quando  nel  222  a.  C.  Marcello  vinse  gli  In- 
subri vicino  la  fortezza  romana  di  Clastidium  (attuale 
Casteggio)  e  trafisse  con  il  proprio  brando  il  re  dei 
Galli,  Videmaro;  2",  quando  nell'anno  212  prima  del- 
l'era volgare  espugnava  la  città  di  Siracusa,  difesa 
dal  genio  di  Archimede,  e  quindi  rendeva  romana 
tutta  l'isola. 

Ora  nel  caso  del  didramma  di  Suessa  Aurunca 
non  si  può  sostenere  alcuna  ragione  sopra  esposta, 
perchè  la  città  apparteneva  già  ai  romani  mentre  in 


IL    SIMBOLO    DELLA   TRIQUETRA,   ECC.  327 

quel  periodo  la  Sicilia  era  indipendente.  Bisogna 
quindi  cercare  altrove  la  ragione,  per  cui  si  trova 
incisa  la  trinacria  in  detto  didramma. 

Fin  da  quando  era  avvenuto  lo  stabilimento  delle 
colonie  greche  nell'Italia  Meridionale  e  nella  Sicilia, 
le  relazioni  commerciali  fra  le  città  greche  della 
Campania  e  dell'  isola  erano  state  veramente  fre- 
quenti ed  improntate  sempre  al  concetto  di  un  reci- 
proco aiuto. 

Dalla  fine  del  secolo  quarto,  quando  Sira- 
cusa era  nuovamente  pervenuta  ad  un  alto  grado 
di  potenza  sotto  il  governo  di  Agatocle,  le  relazioni 
commerciali  fra  questa  città  e  le  città  italiote  erano 
divenute  veramente  più  strette  e  seguitarono  ad  in- 
tensificarsi quando  queste  ultime  erano  sotto  la  do- 
minazione romana  e  da  quando,  appena  finita  la 
guerra  contro  Pirro,  avvenne  quell'avvicinamento 
politico  di  Roma  con  Siracusa. 

Difatti  le  monete  di  Capua  e  di  Napoli,  che 
hanno  una  certa  rassomiglianza  con  i  tipi  siciliani, 
e  che  certamente  furono  imitati  per  agevolare  lo 
scambio,  indicano  un  commercio  attivo  di  queste 
città  con  la  Sicilia. 

Prendendo  argomento  da  quest'ultima  buona  ra- 
gione vi  sono  delle  buone  ragioni  per  ritenere  che 
il  simbolo  della  triquetra  o  trinacria  nel  didramma 
suessano  alluda  :  i°  alle  strette  relazioni  commer- 
ciali di  Suessa  Aurunca  con  le  città  siciliane  per 
mezzo  delle  varie  città  marittime  ad  essa  vicine  ; 
2.''  ad  un  debito  di  riconoscenza  verso  la  potente 
città  sicula,  che  fin  dal  secolo  quinto  aveva  aiutato 
e  sostenuto  le  città  elicne  della  Campania  contro  le 
invasioni  e  le  aggressioni  di  gente  barbara  da  parte 
di  terra  e  contro  le  piraterie  dei  popoli  dell'Italia 
Settentrionale. 

Del  resto  quest'affermazione  non  è  oziosa  quando 


328  SALVATORE    MIRONE 


si  pensa  che  Suessa  Aurunca,  coniava  questo  di- 
dramma come  colonia  autonoma  in  materia  monetaria 
perchè  cessava  di  coniare  le  sue  monete  quando 
nel  268  a.  C.  Roma  adottava  un  solo  tipo  per  l'ar- 
gento per  tutta  l' Italia. 

R.  Università  di  Torino. 

Dott.  Salvatore  Mirone 


LE  MONETE  CONIATE  IN  SICILIA 

PER  I  MERCENARI  TIRRENI 


L'illustre  numismatico  palermitano  Castelli,  prin- 
cipe di  Torremuzza,  fu  il  primo  a  far  conoscere,  più 
di  un  secolo  fa,  le  allora  inedite  monete  di  bronzo 
coniate  in  Sicilia  per  i  mercenari  tirreni,  pubblicando 
prima  alla  rubrica  Tyracinensium  {Siciliae  nummi  ve- 
teres.  P^m.,  1781,  tav.  LXXXI,  17)  una  moneta  con 
la  leggenda  TYPA  e  poi  nel  secondo  supplemento 
della  sua  grandiosa  opera  [AucL  II,  tav.  VII,  14  e 
15)  riportando  due  altri  simili  tipi  di  minor  modulo 
con  la  leggenda  TYPPH  in  uno  e  con  l'iscrizione  TYPP 
nell'altro  tipo,  il  Torremuzza  fa  anche  notare  che 
tali  monete  erano  state  riconiate  sopra  coni  di  bronzo 
di  Siracusa,  nel  cui  diritto  vi  era  la  testa  di  Pallade 
e  nel  rovescio  vi  erano  i  delfini  attorno  ad  una  stella 
di  mare. 

Trascorso  più  di  un  mezzo  secolo,  il  celebre 
nummografo  siciliano  Giuseppe  Romano,  prendendo 
occasione  della  pubblicazione  di  Giulio  Friedlaender 
{Nakone  und  die  Mùnzen  der  Sicilischen  Kampaner. 
Berliner  Blatter  fur  Munz-Siegel  und  Wappenkunde, 
Band  1)  si  occupa  diffusamente  nella  sua  bellissima 
monografia,  Nacona  ed  i  Campani  in  Sicilia  in  An- 
nali dell'Istituto  di  Corrispondenza  Archeologica, 
1864,  pag.  55-67  con  tavola  d'aggiun.  C,  della  mo- 
netazione dei  mercenari  campani  in  Sicilia  e  tratta 
anche  dei  coni  appartenenti  ai  tirreni. 


33°  SALVATORE   MIRONE 


Questo  egregio  filosofo,  con  quella  grande  eru- 
dizione in  numismatica  che  tanto  lo  distinse,  dopo 
una  serie  di  ottime  e  di  ben  ponderate  argomenta- 
zioni, va  alla  conclusione  che  le  monete  con  le  leg- 
gende TYPPH  e  TYPP  furono  coniate  nella  città  di  Terme 
dai  mercenari  venuti  in  Sicilia  nella  famosa  guerra 
contro  Siracusa,  dei  quali  Tucidide  (VII,  53,  54)  e 
Diodoro  Siculo  (XIII,  44)  fanno  menzione.  Facendo 
pure  notare  che  in  detti  bronzi  si  vedono  chiara- 
mente le  vestigie  delle  primitive  monete  a  traverso 
la  nuova  impronta  sovraposta,  sostiene  che  questi 
mercenari  invece  di  preparare  con  la  fusione  il  me- 
tallo preferivano  servirsi  delle  stesse  monete  coniate 
in  Siracusa  o  per  difetto  di  ordegni  speciaH  in  pro- 
posito o  pure  per  l'odio,  che  essi  nutrivano  contro 
i  siracusani. 

L' Head  {Historia  numorum.  Oxford,  191 1,  pa- 
gina 190)  e  r  Holm  {Geschichte  der  Sicilischen  Miinz- 
wesens.  Leipzig,  1898,  n.  344)  sono  indecisi  di  asse- 
gnare tali  monete  a  Terme  o  ad  Aetna,  sebbene 
prima  1'  Head  {Coinage  of  Syracuse,  pag.  39,  tav.  VII, 
6)  incHnava  per  Tultima  città.  11  Poole  nel  suo  Ca- 
lalo gm  of  greek  coins  in  the  British  Museum-Skily. 
London,  1876,  pag.  238,  descrive  le  monete  dei  tir- 
reni senza  assegnarle  ad  alcuna  città,  facendo  però 
rilevare  che  furono  riconiate  su  monete  di  Siracusa. 
L'Hill  {Coins  of  Ancient  Sicily.  Westminster,  1903, 
pag.  184)  occupandosi  delle  monete  dei  mercenari 
campani  fa  cenno  della  moneta  coniata  dai  tirreni  e 
fa  notare  che  il  tipo  si  adatta  benissimo  ad  un  di- 
staccamento di  mercenari  bellicosi,  quali  effettiva- 
mente erano  i  tirreni. 

Non  essendo  convinti  dell'assegnazione  di  tali 
coni  a  Terme  o  ad  Aetna,  cercheremo  di  dimostrare 
che  la  coniazione  è  dovuta  avvenire  in  altro  luogo. 

Diodoro  Siculo  (XIV,  2,  3,  5,  6,  8,  9,  15,  58  e 


LE   MONETE    CONIATE    IN    SICIUA    PER   I   MERCENARI   TIRRENI       33I 

XVI,  4  e  82)  senza  fare  alcuna  menzione  dei  tirreni, 
tratta  lungamente  dei  mercenari  campani  in  Sicilia 
e  racconta  che  essi  furono  assoldati  dagli  ateniesi 
nella  guerra  contro  Siracusa,  che,  dopo  la  disastrosa 
spedizione  ateniese  in  Sicilia,  congedati  dagli  ateniesi, 
furono  per  vario  tempo  al  soldo  dei  cartaginesi  e 
comparirono  assieme  ai  Sicuh  nell'eccidio  di  Imera, 
che  militarono  poi  come  mercenari  alle  dipendenze 
di  Dionisio  il  Vecchio  e  che  in  ultimo  presero  di- 
mora in  Catania,  in  Nacona,  in  Entella,  in  Galaria, 
in  Aetna,  da  dove  furono  cacciati  da  Timoleone 
nell'anno  339  a.  C. 

Tucidide  (VII,  53  e  54)  fa  invece  menzione  dei 
tirreni,  chiamandoli  oi  rupcevoi  e  racconta  che  vennero 
in  Sicilia  come  ausiliari  degli  ateniesi  nella  guerra 
contro  Siracusa.  Analizzanilo  bene  la  narrazione  tu- 
cididea,  si  comprende  chiaramente  che  i  campani 
erano  ben  diversi  dai  tirreni:  ditatti  i  primi  (Diodoro, 
XIII,  42,  2)  furono  assoldati  nella  Campania  propria- 
mente detta  per  mezzo  delle  città  calcidiche  di  quella 
regione,  specialmente  per  mezzo  di  Napoli  e  vennero 
in  Sicilia  nella  qualità  di  mercenari,  mentre  i  tirreni 
vennero  nella  quahtà  degli  alleati  degli  ateniesi,  per- 
chè varie  città  etrusche  (Tucidide,  VI,  88  e  103) 
memori  dell'antica  inimicizia  contro  i  siracusani  in- 
viarono in  soccorso  degli  ateniesi  tre  navi,  sperando 
con  la  disfatta  della  città  sicula  di  potere  riavere 
nel  mare  Tirreno  quel  prestigio  perduto  in  seguito 
alle  decisive  battaglie  navali  del  474  e  del  453  a.  C. 

Certamente  questi  ausiliari,  che  Diodoro  racconta 
di  essere  arrivati  troppo  tardi,  finita  la  guerra  con 
la  tremenda  disfatta  ateniese  per  mare  e  presso  il 
fiume  Assinaro,  dovettero  ritornare  alla  loro  patria 
cioè  in  Etruria  e  se  la  storia  non  fa  menzione  di 
tale  ritorno  sicuramente  si  deve  a  Diodoro  Siculo, 
il  quale  non  ha  fatto  una  netta  distinzione  tra  cam- 


332  SALVATORE    MIRONE 


pani  e  tirreni.  Quindi  a  priori  si  deve  escludere  in 
modo  assoluto  che  tali  monete  siano  state  coniate 
per  questi  tirreni  venuti  in  Sicilia  durante  la  guerra 
contro  Siracusa. 

Contro  poi  le  argomentazioni  messe  avanti  dal 
Romano  militano  molte  ragioni  :  i.**  che  le  monete 
di  bronzo  di  Siracusa,  su  cui  furono  riconiate  quelle 
dei  tirreni,  sono  posteriori  all'anno  404  a.  C,  anno 
in  cui  i  mercenari  campani  non  sono  più  al  soldo 
dei  cartaginesi  e  passano  alle  dipendenze  di  Dionisio 
il  Vecchio  ;  2.°  che  mercenari  nemici  di  Siracusa 
non  potevano  giammai  procurarsi  un  si  grande  nu- 
mero di  monete  siracusane  per  riconiarle  ;  3.°  che  i 
campani  riconiarono  le  monete  descritte  dal  Poole, 
pag.  237,  n.  2  e  3  su  la  stessa  litra  siracusana,  che 
serviva  anche  per  la  riconiazione  delle  monete  dei 
tirreni. 

Contro  la  supposizione  di  alcuni  numismatici 
che  la  coniazione  sia  avvenuta  in  Aetna,  città  posta 
nelle  falde  dell'Etna,  milita  una  forte  ragione  cioè 
che  i  tirreni,  popolo  dedito  alle  ardite  imprese  mari- 
nare, non  potevano  giammai  adattarsi  ad  istituire  un 
colonato  in  un  sito  lontano  dal  mare  vari  chilometri 
e  sulle  falde  etnee,  dove  avrebbero  dovuto  cambiare 
completamente  le  loro  attitudini. 

Prendendo  argomento  da  quanto  sopra  si  è  detto, 
bisogna  ricordare  che  Dionisio  il  Vecchio,  pervenuto 
al  potere  della  potente  città  dorica,  dopo  avere  de- 
bellate le  città  calcidiche  della  Sicilia  e  dopo  le  for- 
tunate guerre  con  i  cartaginesi,  seguì  con  tanto  suc- 
cesso quella  politica  d'espansione  marittima  nel  mare 
Adriatico  e  nel  mare  Tirreno,  basando  la  sua  potenza 
su  mercenari  dediti  alle  imprese  marinare.  Difatti 
fra  i  mercenari  di  questo  principe  vi  erano  rappre- 
sentati tutti  i  popoli  dell'Europa  Occidentale:  iberi, 
celti,  liguri,  tirreni  ed  in  maggior  numero  campani. 


LE    MONETE    CONIATE   IN    SICIUA    PER    I    MERCENARI   TIRRENI        333 


In  questo  periodo  i  tirreni  compariscono  non  come 
ausiliari  ma  come  mercenari  dei  siracusani. 

Ora  non  essendovi  tradizione  di  uno  stabilimento 
(nel  vero  senso  della  parola)  di  tirreni  in  Sicilia  vi 
è  da  supporre  che  le  monete  con  le  leggende  TYPPH 
e  TYPP  siano  state  fatte  riconiare  da  Dionisio  per  la 
paga  ai  mercenari  tirreni,  che  con  le  loro  navi  ren- 
devano sicuro  r  impero  del  tiranno  siracusano  ed 
operavano  nelle  ardite  imprese  nell'Italia  Setten- 
trionale. 

Io  credo  che  tali  monete  abbiano  il  carattere 
delle  cosidette  monete  militari.  Del  resto  nella  storia 
della  numismatica  greca  vi  è  il  primo  esempio  di 
una  moneta  militare  cioè  quella  fatta  coniare  dallo 
spartano  Tibrone  quando  comandava  le  truppe  gre- 
che ed  aveva  l'incarico  di  combattere  il  satrapo 
Tissaferne  nell'Asia  Minore  nell'anno  400  a.  C.  in 
seguito  alla  ritirata  dei  diecimila.  Detta  moneta,  chia- 
mata eipp<òveiov  vò(U(ju.(x  venne  coniata  ad  Efeso  secondo 
il  Babelon  {Tratte  cies  monnaies  grecques  et  romaines. 
Paris,  1901,  voi.  I,  pag.  474-478)  ed  a  Lampsaco 
secondo  il  Lenormant  F.  {La  monnaie  dans  Fanti- 
quité.  Paris,  1878-1879,  voi.  I,  pag.  258-259)  quando 
l'esercito  era  riunito  per  marciare  contro  il  nemico. 
Questa  moneta  serviva  per  la  paga  dei  soldati  del- 
l'esercito comandato  da  Tibrone. 

Ora  non  c'è  da  farsi  meraviglia  se  Dionisio,  che 
aveva  l' interesse  di  fare  notare  ai  tirreni  un  diverso 
trattamento  degli  altri  mercenari,  abbia  fatto  rico- 
niare sulla  litra  siracusana  questa  moneta  per  pagare 
le  ciurme  tirrene,  che  necessariamente  hanno  dovuto 
avere  in  qualche  città  marittima  della  Sicilia  un  punto 
d'appoggio  per  tentare  e  preparare  le  loro  meravi- 
gliose imprese  marinare. 

La  leggenda  TYPPH  e  TYPP  poi  conferma  che  i  tir- 
reni tenevano  ad  essere  distinti  dagli  altri  mercenari 


334  SALVATORE    MIRONE 


italici  alle  dipendenze  di  Dionisio  e  che  essi  neces- 
sariamente dovevano  formare  una  corporazione  a 
parte,  venendo  a  smentire  in  tal  modo  le  opinioni 
del  Romano  (op.  cit.,  pag.  60)  e  del  Millingen  {An- 
cient  Coins  of  greek  cities  and  kings.  London,  1831, 
P^g-  35)  che  i  tirreni  siano  stati  gli  stessi  dei  cam- 
pani in  Sicilia. 

Le  monete  non  presentano  nulla  dal  punto  di 
vista  artistico  e  si  adattano  bene  ad  una  popolazione 
non  ancora  giunta  ad  un  alto  grado  di  civiltà. 

La  coniazione  di  queste  monete  deve  essere  av- 
venuta verso  il  390-380  a.  C.  :  decennio  in  cui  Dio- 
nisio esplicava  quella  meravigliosa  politica  di  pene- 
trazione ellenica  fin  nelle  coste  dell'  Italia  Setten- 
trionale. 


R.  Università  di  Torino. 

Doti.  Salvatore  Mirone. 


LA   ZRCCA    DI    BENEVENTO 

2.°  Periodo  (774-900)  —  Monetazione  principesca 


(Continuazione  ved.  fate.  JII-IV,  1915;  Imac.  I,  1916). 

Il  ducato  di  Benevento,  che  Arichi,  giustamente 
fidando  sulle  forze  degli  ampliati  suoi  dominii  e  negli 
animi  dei  suoi  valorosi  longobardi,  aveva  mutato 
nel  774  in  Principato  autonomo,  fu  chiamato,  dagli 
scrittori  greci,  Longohardia  minore  (a  distinguerla 
dalla  maggiore,  che  comprendeva  le  provincie  set- 
tentrionali), da  alcuni  scrittori  latini  dei  bassi  secoli 
più  semplicemente  Italia  Cistyherina. 

Nei  suoi  confini  vastissimi  il  Principato  bene- 
ventano comprendeva,  sulla  costa  occidentale  del 
Mar  Tirreno,  le  provincie  di  Campania  e  di  Lucania 
col  Bruzio  ;  sulla  costa  orientale  del  Mare  Adriatico, 
il  Piceno,  il  Sannio  e  l'Apulia  con  la  Calabria  ;  tra 
le  più  importanti  città,  Taranto,  Bari,  Cassano.  Lu- 
cerà, Cosenza,  Pesto,  Montella,  Salerno,  Avellino, 
Siponto,  si  che,  toltone  le  città  marittime  soggette 
ai  greci,  erano  sottoposte  al  dominio  di  Benevento 
tutte  le  ubertose  contrade  dell'  Italia  meridionale,  le 
quali,  con  la  riforma  amministrativa  di  Arichi.  erano 
state  ripartite  in  contadi  e  castaldati,  origine  della 
feudalità  baronale  nel  nostro  paese  W. 


(i)  Il  Sarnelu,  in  :  Memorie  cronologiche  dei  Vescovi  ed  Arcivescovi 
della  Santa  Chiesa  di  Benevento,  Napoli  1691,  dà  l'elenco  delle  34  contee 
appartenenti  al  Principato  di  Benevento,  che  il  Giustiniani  riporta  poi 
esattamente  nel  suo  :  Dizionario  geografico-ragionato  del  Regno  di  Na- 
poli. Napoli  ijgj,  nel  modo  seguente  :  Acerensa,  Ali/e,  Albi,  Aquino, 
Baiano,  Chicli,  Caiasso,  Calvi,  Capua,  Celano,  Consa,  Carinola,  Fondt, 
Isemia,  tarino.  Lesina,  Marsi,  Mignano,  Molise,  Morone,  Penna,  Pieirab- 
bondattte,  Poniecorvo,  Presensano,  Sangro,  Santagata,  Sesto,  Sora,  Te- 
lese,  Traieito,  Termoli,  Tiano,  Valve  e  Vena/ro. 


3)6  MEMMO  CAGIATI 


Agli  imperatori  d'Oriente  obbedivano  intanto  il 
ducato  di  Gaeta,  Gallipoli,  Otranto,  alcune  altre  città 
nell'estremo  Bruzio  (amministrate  da  un  Patrizio,  ov- 
vero Straticò)  ed  il  Ducato  di  Napoli,  a  cui  erano 
soggette,  per  concessione  dell'imperatore  Maurizio, 
le  isole  d'Ischia,  Procida  e  Nisita,  a  cui  in  prosieguo 
furono  annesse  :  Cuma,  Stabia,  Sorrento  ed  Amalfi, 
ducato  che,  a  forma  di  provincia,  fu  volgarmente 
detto  :  Ducatus  Campaniae. 

Benevento  in  quell'epoca  era  la  città  più  splen- 
dida dell'  Italia  meridionale  ;  Arichi  l'aveva  fatta  sa- 
lire a  tale  alto  grado  di  floridezza  e  di  indipendenza 
politica,  che  a  ragione  Paolo  Diacono,  l'autore  della 
Historia  Longobardarum,  il  quale  ebbe  alla  corte  di 
Arichi  lo  stesso  ufficio  che  Alcuino  teneva  in  quella 
di  Carlo  Magno,  chiamò  Benevento:  «  opulentissima 
a  preferenza  di  quante  altre  città  erano  in  queste 
nostre  provincie  »  (^^  a  ragione  l'Anonimo  Salerni- 
tano (2)  vantò  del  Sacrum  Palatium  la  molteplicità, 
la  varietà  degli  uffici  (3),  la  magnificenza,  la  nobiltà 
di  quella  corte  splendidissima,  in  cui  la  colta  prin- 
cipessa Adalperga  attirava  intorno  a  sé  il  fiore  degli 
uomini  d'ingegno,  1  migliori  cultori  delle  scienze  e 
delle  arti. 

Tutte  le  epoche  di  transizione  risentono  sempre 
assai  lungamente  dei  vecchi  sistemi  e  preparano  ai 
nuovi  gradatamente;  potremmo  quindi  dire   che  dal 


(i)  Paulus  Diac,  cap.  XX,  lib.  II,  "  ...  ipsa  harum  provinciarutn  caput 
ditissima  Beneventus  „. 

(2)  Chronic.  Cap.  XII  e  XIII. 

(3)  Il  Borgia,  in:  Memorie  istoriche  della  pontificia  città  di  Benevento 
dal  sec.  Vili  al  sec.  XVIII,  Roma  1763,  al  Cap.  IX  del  voi.  I,  con  la 
scorta  del  Du  Canoe  spiega  in  nota  alcuni  uffici  della  corte  beneventana, 
tra  i  quali:  quello  di  Comes  Palaliis,  Comes  Stabulis,  Protospntarius,  Mar- 
bais,  Castaldius,  Topoterius^  Portarius,  Thesaurarius,  Referendarius,  Actio- 
naritis,  Vestararius^  Vicedominus,  Pincerna,  Basilicus,  Candidatus,  Stra- 
tigus,  ecc. 


la'  zecca    di    BENEVENTO  337 

giorno  memorando  in  cui  Leone  III  diede  l'ultimo 
colpo  agli  imperatori  greci,  ponendo  solennemente 
la  corona  d'Italia  sul  capo  di  Carlo  Magno,  come 
nelle  fogge  dell'arte  e  nel  gusto  dell'architettura, 
il  sistema  monetario  ebbe  a  subire  in  Italia,  special- 
mente nel  Principato  di  Benevento,  le  grandi  ritorme 
che  allontanandolo  sempre  più  dalla  forma  bizan- 
tina glie  ne  facevano  assumere  una  propria,  che 
servì  a  dare  le  norme  per  l'avvenire. 

Negli  ultimi  tempi  merovingi  l'argento  era  en- 
trato a  poco  a  poco  nella  circolazione  monetaria  fran- 
cese; le  numerose  emissioni  di  tremissi  d'oro  erano 
andate  man  mano  scemando,  per  far  posto  ai  de- 
nari^ la  cui  coniazione  tra  i  Franchi  prendeva  uno 
sviluppo  incessantemente  più  grande.  Siccome  però 
i  rapporti  erano  sempre  variati  e  sottoposti  alle  on- 
dulazioni del  mercato  metallico,  enorme  confusione 
questi  denari  apportarono  nel  commercio,  continui 
malintesi,  numerose  frodi. 

Pipino  il  Breve  aveva  stabilito,  nel  755,  al  Con- 
cilio di  Verneuille  il  taglio  di  quelle  monete  a  ven- 
tidue soldi  per  libbra  e  sembra  che,  nei  suoi  primi 
anni  di  regno,  Carlo  Magno  avesse  conservato  lo 
stesso  taglio  alle  sue,  il  cui  tipo  ebbe  la  rudezza 
pipiniana,  e  che  in  seguito  il  taglio  della  specie  fosse 
stabilito  a  venti  soldi  per  libbra  ;  certo  è  che  il  peso 
aumentò,  il  diametro  si  fece  più  largo  e  si  vide  com- 
parire sui  denari  di  Carlo  Magno  il  di  lui  mono- 
gramma, il  tempio  cristiano  ed  il  profilo  imperiale. 
Venuto  in  Italia  il  gran  conquistatore  istituì  nelle 
principali  città,  che  caddero  in  suo  potere,  zecche 
monetarie,  nelle  quali  si  cominciò  a  coniare  sul  si- 
stema carolingio  da  artisti  indigeni,  che  cercarono 
di  uniformare  i  nuovi  tipi  a  quelli  locali;  ma  con 
geniale  veduta  il  Re  dei  Franchi  si  era  prefisso  il 
concetto  di  avere  in  tutti    i    suoi    dominii    un  unico 

43 


338  MEMMO    CAGIATl 


peso  ed  una  sola  moneta  <0,  e,  quando  concedette 
ai  Beneventani  come  successore  nel  Principato  il 
figliuolo  di  Arichi,  tenuto  in  ostaggio,  che  fu  Gri- 
moaldo  ili,  permise  a  questi  di  battere  moneta  pur- 
ché fregiata  del  proprio  suo  nome  (^\  Fu  così  ini- 
ziata nella  monetazione  di  Benevento  la  serie  di  quei 
denari  d'argento,  che  procede  sino  al  cadere  del  se- 
colo, denari  (in  sul  principio  coniati  col  monogramma 
di  Carlo  Magno  e  poco  appresso  in  nome  ed  auto- 
rità dei  successivi  principi  di  Benevento)  che  ebbero 
il  valore  di  una  sesta  parte  della  tremissi  d'oro, 
quindi  della  diciottesima  del  soldo  d'oro,  come  ci  fa 
noto  il  chiarissimo  A.  Sambon,  pubblicando  un  do- 
cumento del  tempo  (3). 

Dando  uno  sguardo  generale  alla  gloriosa  e  mo- 
vimentata storia  del  Principato  di  Benevento  noi  lo 
troviamo  delineato  nettamente  in  due  periodi;  quello 
che  abbraccia  l'epoca  del  Principato  indipendente 
(774-900)  e  l'altro  del  Principato  sotto  la  dominazione 
Capuana  (900-1077). 

Nel  primo  periodo  la  zecca  di  Benevento  coniò 
soldi  e  tremissi  d'oro  per  Arichi  II  ;  soldi,  tremissi 
e  denari  d'argento  per  Grimoaldo  III;  denari  per 
Grimoaldo  IV  ;  soldi,  tremissi  e  denari  per  Sicone 
e  Sicardo;  soldi  e  denari  per  Radelchi;  forse  anche 
monete  per  Radelgario,  non  ancora  venute  fuori  a 
nostra  conoscenza;  denari  al  tempo  di  Adelchi  col 
nome  di  questo  principe,  altri  a  nome  di  Ludovico 
ed  Adelchi,  altri  di  Ludovico    ed    Angilberga,   altri 


(1)  Capobianchi  V.,  Pesi  proporsionnh  desunti  da  documenti,  nella 
libra  romana,  merovingia  e  di  Carlo  Magno  in:  Rivista  hai.  di  Nutn., 
anno  1892,  fase.  I. 

(2)  Erchkmperti,  Historia  lang.  in  Peregrinio  Pratilli,  toni.  II,  1750, 
pag.  84.  "  Nummosque  sui  nominis  caracteribus  superscribi  semper  itt- 
beret  „. 

(3)  A.  Sambon,  Recueil  des  monnaies  de  l'Italie  meridionale  depuis 
le  VII  siede  iusq'au  XIX,  Béitévent,  in:  Le  Musée,  Revue d'art,  Paris,  1909. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  339 


ancora  di  Giovanni  Vili  ed  Adelchi;  per  Gaiderio  una 
moneta  di  cattiva  lega,  l'unica  che  si  conosce;  poi 
un  denaro  che  sembra  appartenere  al  primo  periodo 
di  Radelchi  II,  un  altro,  campione  ben  triste  della 
moneta  longobarda,  coniato  per  Aione,  durante  il 
periodo  delle  incessanti  guerre, da  questi  combattute 
ed  infine  un  denaro  coniato  probabilmente  sotto  la 
reggenza  del  vescovo  Pietro  nel  897. 

Nel  secondo  periodo  vediamo  Benevento,  ridotta 
a  provincia,  in  dominio  di  Atenolfo  conte  di  Capua, 
che  da  feudatario  soggetto  ne  era  divenuto  l'asso- 
luto Signore,  di  poi,  ancora  sotto  la  dominazione  dei 
longobardi  capuani,  da  soli  od  associati,  Landolfo, 
Atenolfo  III,  Landolfo  II,  Pandolfo  Capo  di  ferro, 
Landolfo  III,  Landolfo  IV,  Alzara,  vedova  di  Pan- 
dolfo I,  Landinolfo,  Pandolfo  II,  Landolfo  V,  Pan- 
dolfo III,  Landolfo  VI.  Con  la  morte  di  quest'ultimo 
principe  longobardo,  che  aveva  tenuto  Benevento 
anche  dopo  la  conquista  che  Roberto  Guiscardo 
aveva  fatta  di  Salerno,  troviamo  mancata  nel  1077 
la  successione,  estinta  l'antica  signoria  longobarda  e 
la  città  di  Benevento  tenuta  per  la  prima  volta  dal 
Pontefice  Gregorio  VII,  da  questi  e  dai  suoi  succes- 
sori governata  per  mezzo  di  Rettori,  in  gran  parte 
Cardinali  della  Santa  Chiesa.  In  questo  secondo 
periodo  Benevento,  nello  stato  di  servilismo,  non 
ebbe  più  zecca;  troviamo  soltanto  alcune  monete  di 
argento  che  probabilmente  vi  furono  coniate  tra  il 
900  e  il  910,  aventi  per  tutta  iscrizione  il  nome 
della  Santa  Vergine,  somiglianti  a  quelle  battute 
nella  zecca  di  Capua  a  nome  di  Atenolfo  e  di  suo 
figlio  Landolfo,  a  quelle  di  Landolfo  II  e  di  Pandolfo 
Capo  di  ferro. 

Continueremo  ad  esporre  l' interessante  nume- 
rario della  monetazione  beneventana,  per  quanto  ci 
è  nota,  dando  ora  di  ogni  principe  qualche  raggua- 


34*J  MEMMO    CAGIATI 


glio  storico,  come  per  lo  innanzi  abbiamo  creduto 
utile  di  fare  per  ogni  duca  nelKesporre  le  singole 
monete. 


* 
* 


Arichi  II  PRINCIPE  (774-788).  Nel  774  fu  sotto- 
messa da  Carlo  Magno  la  gente  del  Friuli  e  di  Spo- 
leto, ma  non  così  la  longobarda  del  beneventano 
del  cui  stato  Arichi,  sfidando  il  monarca  vittorioso, 
tenne  salda  l'autonomia,  mentre  con  nuove  e  savie 
leggi  ne  andava  trasformando  l'amministrazione  e 
l'organizzazione  politica. 

Il  primo  principe  indipendente  del  beneventano, 
l'unico  successore  nazionale  di  sua  gente,  si  era  rive- 
stito di  tutte  le  insegne  dell'autorità  sovrana  e  del 
diritto  di  dar  leggi  ai  presenti,  come  il  legittimo  erede 
dei  due  ultimi  re  longobardi,  di  cui  era  genero  e 
cognato.  Arichi  fu  una  delle  personalità  più  illustri 
della  sua  epoca,  fu  l'emulo  di  Giustiniano,  come 
legislatore  e  fondatore  di  edifici  e  templi  grandiosi 
e  di  lui  l'Anonimo  Salernitano  scrisse:  Magnus  erat 
Princeps  Arechis,  lux  nostraque  salus  (^). 

Al  cadere  del  786  e  nei  primi  mesi  del  787 
Arichi  si  trovava  su  i  campi  nolani  in  asprissima 
lotta  contro  Stefano,  duca  di  Napoli,  quando  Carlo 
Magno,  cedendo  alle  istanze  del  Pontefice  Adriano  I, 
si  decise  ad  invadere  con  grande  esercito  il  ribelle 
Principato  e  si  inoltrò  fino  a  Capua. 

Arichi  dovè  in  fretta  conchiudere  pace  col  suo 
avversario,  duca  di  Napoli,  poi  pensò  a  riattare  ed 
innalzare  le  mura  salernitane,  dentro  le  quali  si  ri- 
trasse, perchè  nel  peggior  caso  il  mare  gh  fosse 
stato  di  scampo,  e,  riflettendo  alle  sproporzioni  delle 


(X)  Chronic.  Gap.  XXVI. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO 


341 


forze,  consigliato  dai  maggiorenti  dello  Stato  e  dai 
più  cospicui  prelati,  preferì  proporre  accordi  di  pace 
al  re  dei  Franchi,  il  quale  d'altra  parte  non  cre- 
dette opportuno  tentare  oltre  l'avventura  contro  quelle 
terre  che  sfuggivano  così  facilmente  a  qualunque  do- 
minazione che  non  fosse  stata  locale. 

Nel  788  la  pace  con  Carlo  Magno  era  conchiusa, 
ma  Arichi  meditava  come  sciogliersi  ancora  dalla 
dipendenza  dei  re  d' Italia  ed  ingaggiava  trattative 
con  Costantino,  imperatore  d'Oriente  (che  lo  avrebbe 
assecondato,  non  essendo  in  ottimi  rapporti  con 
Carlo  Magno)  quando  la  morte  lo  colse  poco  dopo 
quella  avvenuta  del  suo  primo    figliuolo   Romualdo. 

Le  monete  di  Arichi,  principe,  menzionate  nei 
contratti  salernitani  della  seconda  metà  del  IX  se- 
colo: Tremissi  de  principe  de  moneta  Domini  Arechis, 
conservano,  sebbene  variate  nella  leggenda,  lo  stesso 
tipo  delle  monete  precedenti  d'Arichi  duca,  i  conii 
dovettero  però  essere  perfezionati,  perchè  la  mone- 
tazione è  uniforme,  anche  nei  più  particolari  detta- 
gli, i  soldi  e  le  tremissi  che  si  conoscono  non  pre- 
sentano tra  loro  alcuna  variante. 

(Tipo  A). 


Soldo  d'oro. 

y  —   DNSVI  —  +  —  CTORIA  Busto  di  prospetto,  tenendo 

nella  destra  mano  \\  globo  crucigero. 
^      -   VICTIR  >  •:•  PRINPI  —  C  •  ONO  •  B  Croce,  su  quattro 

gradini,  a  sin.  A  {Arechis)  {vedi  fig.).  R.  A' 

Coli.  Cagiati. 


342  MEMMO    CaGIATI 


(Tipo  B). 


I.    Tremisse. 

^  —  DNSVI  —  +  -  CTORIA  Busto  di  prospetto,  tenendo 
nella  destra  mano  il  globo  crucigero 

^  -  VITIRV  •:•  PRINPI  -  C  •  ONO  B  Croce,  su  di  un  gra- 
duio,  nel  campo  a  sinistra  A  (vedi  fig.).  R.  K 
Coli.  Cagiati. 


•       4t 


Grimoaldo  III  (788-806).  Se  Carlo  Magno  avesse 
ascoltate  le  incessanti  istigazioni  del  Pontefice  Adria- 
no I,  alla  morte  d'Arichi  avrebbe  forse  potuto  in- 
traprendere con  maggior  fortuna  la  conquista  del 
Principato  beneventano,  ma  egli  aveva  interesse  di 
impedire  per  il  momento  una  possibile  lega  tra  T  im- 
peratore d'Oriente  e  i  longobardi  di  Benevento,  quindi 
credette  più  opportuno  d'ingraziarsi  questo  popolo, 
consentendo  a  riconoscere  come  successore  d'Arichi 
il  figliuolo  Grimoaldo,  che  era  rimasto  fino  allora 
presso  di  se  in  ostaggio. 

Grimoaldo  III  sah  sul  trono  paterno  accettando 
le  condizioni  che  gli  erano  state  dettate  dal  re  dei 
Franchi,  si  dichiarò  a  lui  soggetto,  si  impegnò  a 
pagargli  un  annuo  tributo,  a  prendere  il  titolo  di 
duca,  ad  unire  nei  diplomi  e  sulle  monete  al  suo 
nome  quello  di  Carlo  Magno,  però,  seguendo  la  po- 
litica del  suo  genitore,  tendente  ad  un'alleanza  con 
l'imperatore  d'Oriente,  sposò  la  nipote  di  questi  ed  il 
più  presto  che  potè  tentò  di  sciogliersi  dalla  sotto- 
missione che  gli  era  stata  imposta.  Per  dodici  anni 


LA    ZECCA    DI   BENEVENTO  343 

animosamente  Grimoaldo  III  tenne  fronte  agli  eser- 
citi franchi,  cercò  in  ogni  modo  di  mantenere  indipen- 
dente il  suo  Stato,  ma  la  morte  gli  aveva  tolto  Tunico 
figlio  che  egh  ebbe,  ed  alla  morte  sua,  nel  807, 
cessò  di  fatto  il  diritto  di  successione  ereditaria  nel 
Principato  ed  il  trono  fu  usurpato  da  un  dignitario 
di  Corte,  da  un  Grimoaldo,  che  fu  Grimoaldo  IV. 

"  Pertulit  adversas  Francorum  saepe  phalangas, 
"  Salvavit  patriam  sed,  Benevente,  luani 
"  Sed  quid  piura  leram  ?  Gallorum  fortia  regna 
"  Nec  valere  hiijus  subdere  colla  sibi  ,. 

Questa  l'epigrafe  che  fu  scritta  sul  magnifico  tumulo  di 
Grimoaldo  III,  nella  chiesa  di  S.  Sofia  in  Benevento,  a 
rammentare  cume  fosse  stato  compianto  dal  popolo 
beneventano  il  suo  secondo  valoroso  principe. 

Le  monete  di  Grimoaldo  III  ci  lasciano  scorgere 
chiaramente  i  tre  momenti  di  diversa  fortuna  del 
regno.  In  una  prima  emissione  di  soldi  e  tremissi, 
che  dobbiamo  supporre  molto  ristretta,  perchè  po- 
chissimi sono  gli  esemplari  venuti  a  noi,  si  trova 
l'adempimento  da  parte  di  Grimoaldo  delle  condi- 
zioni accettate  per  ottenere  il  trono.  Non  princeps, 
ma  dux  egli  si  intitola  in  queste  monete  d'antico 
tipo,  sulle  quali,  nel  verso,  si  trova  aggiunto  il  nome 
di  Carlo  Magno.  Un  secondo  tipo  di  soldi  e  tremissi, 
di  più  basso  titolo,  somiglianti  al  nuovo  tipo  emesso 
dal  principe  Arichi,  nonché  una  prima  emissione  di 
denari  d'argento  di  tipo  carolingio,  portano  sempre 
il  nome  di  Carlo  Magno  ;  ma  a  quello  di  Grimoaldo 
è  soppresso  il  titolo  di  dux.  In  una  terza  emissione 
i  soldi  e  le  tremissi  (di  titolo  ancora  più  scarso 
perchè  l'oro  era  divenuto  sempre  più  raro)  e  i  de- 
nari d'argento,  non  hanno  più  associato,  al  nome  di 
Grimoaldo,  che  ha  preso  il  titolo  di  princeps,  quello 
di  Carlo  Magno,  perchè    lo    Stato    beneventano  era 


344 


MEMMO   CAGIATI 


ritornato  nella  sua  autonomia,  Grimoaldo  III  ne  era 
il  secondo  principe. 


(Tipo  A). 


I.  Soldo  d'oro. 

,©'  —  GRIM  —  +  —  VAL  DX  {dux)  Busto  di  prospetto,  te- 
nendo nella   destra  mano  il  globo  crucigero. 

H  -  •  DOMS  •:•  CAR  •  RX  [rex)  -  VIC  A  Croce,  su  quattro 
gradini,  affiancata  dalle  lettere  G  —  R  {Grimoaldus) 
{vedi  fig.)-  R.  ^ 

Coli,  del  prof.  dell'Erba  di  Napoli. 


2.  Idem. 

\y  —  GRIM  —  +  — VALD  Busto  di  prospetto,  tenendo  nella 

destra  mano  il  globo  crucigero. 
B3    —  •  DOMS  •:•  CVAR  Rk'irex)  —  VIC  •  Croce,  su  quattro 
gradini,  affiancata  dalle  lettere   G  — R   [vedi  fig.). 

R.  K 
Wroth,  British  Museum,  pag.  171,  n.  5,  pi.  XXIII,  n.  3. 


3.  idem. 

D'  —   GRIM  —  +  —  VALD  Simile  al  precedente. 

P    —  •  DOMS  •:•  CAR  RX  •  -  VICA  Simile  al  preced.  R.  K 

Wroth,  British  Museum,  pag.  171,  n.  4,  pi.  XXIII.  n.  2. 


LA    ZECCA    DI    BENF.VENTO 


345 


4.  Idem. 

ty  —  GRIM  -  +  —  VALD  Busto  di  prospetto,  tenendo  nella 

destra  mano  il  g^lobo  crucigero. 
^    —  •  DOMS  •:•  CAR  •  RX  •  -  VIC  A    Croce  ,     su    quattro 

gradini,  a  destra  la  sigla  GR    (Grimoaldiis)    (vedi 


A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  15. 


R.  X 


i^^k 


5.  Idem. 

ty  —  GRIM  —  +  —  VALD  Busto  di  prospetto,  tenendo  nella 

destra  mano  il  globo  crucigero. 
^    -   VICTORV    :    PRINCIP  -  C  •  ONO  •  a    Croce,    su    di 
.   un  globo  sostenuto  da  tre  gradini,  affiancata  dalle 
lettere  G  —  R   (vedi  fig.)  R.  N. 

Coli.  Cagiati. 


6.  Idem. 

^    -   GRIM  —  +  -  VALD  Simile  al  preced. 
^    ~  VICTORV   :•  PRINCIP  -  C  A  ONO  A  8  Simile  al  pre- 
cedente. K.   .V 
Wroth,  Brìtish  Museum,  pag:.  172,  n.  it.  pi.  XXI li,  u.  8. 

7.  Idem. 

^  —  GRIM  — +  — VALD  Simile  al  precedente. 

R"    —  VICTORV  •:•  PRINCE  —  C    ONO    8  Simile  al  preced. 

R.  n: 

Wroth,  British  Museum,  pag.  172,  n.  io,  pi.  XXIII,  n.  7. 


346 


MEMMO   CAGIATI 


8.  Idem. 

ÌB'  —  GRIM    -+  —  VALD  Simile  al  preredente. 
1^    —    VICTORIA  •:•  PRINCP       C-ONO-9  Simile  al  preced. 

R.  IV 

Coli,  del  Museo  di  Napoli.  C;itnl.  Fiorelli,  59. 


9.  Idem. 

B'  —   GRIM  +  VALD    Busto    di    prospetto,    tenendo    nella 

destra  mano  il  globo  crucigero. 
^    —  VICTORIA  •:•  PRINCI        ChONOa    Cro<e,    su   di  un 
globo  sostenuto  da  due    gradmi,    affiancata    dalle 
lettere  G  —  R  {vecù'  fig).  R.  ^ 

Fr.  Fusco.  Tav.  Ili,  n.  29. 

(Tipo  B.). 


1.  Tremtsse. 

^  _.  Q.RIM  —  +  -  VAL  DX  {dnx)  Busto  di  prospetto,  te- 
nendo nella  destra  mano  il  globo  crucigero. 

t^  —  DOMS  •:•  CAR  •  RX  ^rcx)  -  VIC  •  Cn^ce,  su  di  un  gra- 
dmo,  affiancata  dalle  lettere  G— R  {Grintoaldus) 
{vedi  fig.).  R-  -V 

Coli.  Cagiati. 

2.  Idem. 

,&   —    GRIM  —  +  -  VAL  DX  {(hix)  Simile  al   precedente. 
1^    -   DOMS  •:  CAR  •  R^X  [rex)  -  VICA  Simile  ai  prec.  R.  K 

Coli.  Cagiati. 


LA    ZECCA   DI   BENEVENTO 


34^ 


3.  Idem. 

B^  —  GRIM  —  +  —  VALD  Busto  di  prospetto,  tenendo  ntlla 
destra  mano  il  globo  crucigero. 

^    —  •  DOMS  •:•  CAR  •  RX  (rex)  -  VlCA    Croce,    su    di    un 
gradino,  affiancata  dalle  lettere  G  —  R  {vedi  fig.). 

R.  X 

Coli.  Cagiati. 


ì     J^     1 


4.  Idem. 

B'  —  GRIM  —  +  -  VALD  Busto  di  prospetto,  tenendo  nella 
destra  mano  il  globo  crucigero, 

^    —     DOMS  •:•  CAR- RX(rt\t)  -  VlCA    Croce,    su    di    un 
gradino,  nel  campo  a  sin.    le   lettere    GR    intrec- 
ciate {vedi  /igX  R.  Al 
Coli,  del  prof.  dell'Erba  di  Napoli. 


f^:^^. 


5.  Idem. 

B'  —  GRIM  -  +  -  VALD  Busto  di  prospetto,  tenendo  nella 
destra  mano  il  globo  crucigero. 

^  -  VITORV  •:•  PRINCI  -  CONOB  Croce,  su  di  un  gra- 
dino,   affiancata    dalle    lettere    G  —  R    (vedi  fig.). 

R.  .Y 

Coli.  Cagiati. 

6.  Idem. 

^'  —  GRIM  —  ■¥  —  VALD  Simile  al  precedente. 


348 


MEMMO    CAGIATI 


^  —  VITORV  •:•  PRINCIP  -  C  •  ONO  •  B  Simile  al  prece- 
dente. R.  N 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  15. 

7.  Idem. 

B"  —  GRIM  -  +  -  VALD  Simile  al  precedente. 

P  —  VITORV  •:•  PRINCIP  -  C  <  ONO  >  B  Croce,  su  di  un 
piccolo  globo  sostenuto  da  un  gradino,  affiancata 
dalle  lettere  G-  —  R.  R.  ^ 

Coli.  Cagiati. 

8.  Idem. 

Altro  esemplare  simile  al  precedente,  con  vallante  di 
conio.  R.  A^ 

Wroth,  British  Museum,  pag.  173,  n.  15,  pi.  XXIII,  n.  ii. 

9.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  preced.,  con  VITIRV  •:•  PRINPI. 

R.  PI 

Catalogo  della  coli,  Miller,  n.  2064. 


IO.  Idem. 

^  -   DN  AMANO  —  +  —  •••  P  F  A  V  [Dominus  noster  A- 

mand.  ..  Pius  Felix  Augustus)  Busto  paludato. 
I^    —  VITORV  •*•  PRINCIP  Croce  su  di  un  gradmo,  affian- 
cata dalle  lettere  Qr  —  R  {vedi  fig.).  R.  N 
D.  Promis,  Monete  di  zecche  italiane  inedite  o  corrette.  Torino,  1867, 
pag.   14,    :a\-.    1,    n.    7. 

(Tipo  C). 


vH^^ 


1.    Dcndio. 

^   —  Nel  campo,  in  monogramma,  CARVLVS  REX. 


LA    ZECCA    DI   BENEVENTO 


349 


P    —  Nel  campo,  in  monogramma.  G-RIMOALD  {vedi  /ig.\ 

R.  M 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  15. 


^ 


(^  ) 

K' 


2.  Idem. 

-B  —  Nel  campo,  in  monogramma,  CAROLVS  REX. 
R)    —  Nel  campo,  in  monogramma,  GRIMOALD-,  a  sinistra 
una  piccola  croce,  sopra  V  \vedt  Ag.).  R.  ^ 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  15. 


3.  Idem. 

&  —  Nel  campo,  in  monogramma,  CAROLVS  REX. 
^    —  Nel  campo,  in  monogramma,  GRIMOALD-.  sopra  pie- 
piccola  croce  [vedi  fig.).  R.  M 

Fr.  Fusco.  Tav.  Ili,  n.  5. 


4.  Idem. 

&  —  Nel  campo,  in  monogramma.  GRIMOALD-  a  sinistra 

una  croce,  sopra  V. 
I^    —   •  BENE BENTV  Croce,  su  tre  gradini,  acco- 
stata dalle  lettere  A  —  CO  {vedi  /ig.).  R.  M 

Coli.  Cagiati. 


350 


MEMMO    CAGIATI 


5.  Idem. 

B'  —  Nel  campo,  in  monogramma,  GRIMOALD  •  a  sinistra 

una  croce,  sopra  V. 
p    —  +  BENE  .  —  •  —  •  BENTV  •  Croce,  su  tre  gradini,  ac- 
costata dalle    lettere    A  -  Ca)    {diametro  ristretto) 
{vedi  fig.).  R-  ^ 

Fr.  Fusco.  Tav.  Ili,  n.  11. 


6.  Idem. 

^'  —  Nel  campo,  in  monogramma,  G-RIMOALD  •   a  destra 
un  ostensorio. 

^    —  •  BENE BENTV  Croce  su  tre  gradini,  affian- 

cata  dalle  lettere  A  —  CO  {vedi  fig).  R.  B. 

Wroth,  British  Museum,  pag.  173,  n.  17,  pi.  XXIII,  n.  12. 


Grimoaldo  IV  (806-817).  Grimoaldo,  figlio  di 
Ermenrico,  soprannominato  Stolesaiz  <0,  parecchie 
prove  di  valore  aveva  date  nelle  guerre  contro 
i    Franchi ,    aveva    saputo    accattivarsi    l'animo    del 


(i)  Non  si  conosce  bene  il  significato  del  titolo  Stohsais,  apparso 
in  docuiìienti  degli  anni  752,  757,  762  (Trova,  IV,  443,  632  ;  V,  171),  ma 
sembra  che  sìa  la  stessa  che  Thesaurarius  ;  alcuni  vogliono  sia  invece 
il  Vicedomimts  o  il  Majordomits  della  Corte  di  Pavia,  il  Du  Cange,  dice 
Siolizaz  uguale  Magistratus. 


LA    ZECCA    DI    BENKVENTO  351 


SUO  Principe  e  salire  ad  alti  uffici  presso  la  corte  : 
nella  elezione,  che  dopo  due  mesi  d'anarchia  pro- 
clamava il  terzo  principe  di  Benevento,  fu  il  più  for- 
tunato tra  gli  ambiziosi  cortigiani  e  tra  gli  insolenti 
feudatari,  divenuti  sempre  più  potenti  ed  audaci,  che 
si  erano  disputata  l'usurpazione  del  trono. 

Di  Grimoaldo  IV  il  cronista  beneventano  Er- 
chemperto  (*>  ci  descrive  il  carattere  dolce,  pacifico, 
amabile  e  magnanimo,  mentre  il  cronista  salerni- 
tano (^)  ci  descrive  quel  principe,  orgoglioso,  avaro, 
cattivo,  provocatore,  ingiusto  e  tiranno.  Erchemperto 
ci  dice  ^3),  che,  ad  evitare  le  noie  che  i  Franchi 
avrebbero  potuto  dare  al  suo  regno,  Grimoaldo  IV 
avesse  con  essi  pattuito  una  stabile  pace,  dichiaran- 
dosi tributario  dei  re  d'Italia;  altri  testi  ci  assicu- 
rano che  si  fosse  invece  rifiutato  a  pagare  qualsiasi 
tributo,  per  cui  i  Franchi  invadevano  nel  8io  Bene- 
vento. Restano  quindi  ancora  incerte  le  relazioni  di 
Benevento  con  i  Franchi  all'epoca  di  Grimoaldo  IV', 
ma  è  accertato:  essere  stata  Salerno  a  questi  ostile  per 
le  gelose  lotte  che  si  erano  iniziate  tra  le  principali 
città  del  beneventano,  che,  per  la  trama  ordita  da 
Dauferio,  Grimoaldo  dovesse  ad  un  caso  favorevole  il 
non  essere  precipitato  dal  ponte  di  Vietri,  che  Dauferio, 
ricercato  come  reo,  si  fosse  rifugiato  prima  in  Nocera 
poi  a  Napoli  presso  il  duca  Teodoro  e  che,  giusta- 
mente adirato  di  ciò,  Grimoaldo  portasse  guerra  ai 
napoletani  Da  alcuni  storici  (4)  poi  si  vuole:  che  lo 
sdegno  di  Grimoaldo  fosse  placato  dalla  sottomis- 
sione e  da  un'offerta  di  danaro  dei  vinti,  che  ebbero 
la  pace,  e  che  Dauferio  venisse  perdonato  dal  ge- 
neroso principe. 


(i)  Erciiemperti,  Historia  Longobardarunt,  Gap.  7  e  8,  237. 

(2)  Chron.  Salem.  Cap.  38  e  39,  pag.  489,  490. 

(3)  Erchemperti,  Historia  Long.,  Cap.  7. 

(4)  Mons.  Daniello  M.  Zigarelli,  Storta  àt  Bentv.  Napoii  1860,  p.  49. 


352 


MEMMO    CAGIATI 


Se  Grimoaldo  uscì  illeso  dalla  insidia  tesagli  da 
Dauferio,  rimase  però  vittima  della  congiura  contro 
di  lui  ordita  da  Sicone,  un  longobardo  del  Friuli, 
creato  conte  di  Acerenza  ;  i  congiurati  trucidarono 
il  principe  che  regnò  dieci  anni  intitolandosi  nelle 
monete:  Filius  Ermenrichi,  devoto  dell'Arcangelo  Mi- 
chele protettore  dei  longobardi. 

Neir8T7  il  trono  passò  all'ambizioso  Sicone. 

(Tipo  A). 


1.  Denaro. 

^  —  •  ORIMOALD  FILIVS  ERMENRIH  Nel  campo  spiga  di 
grano  tra  due  steli  ricurvi  terminanti  in  tre  glo- 
betti. 

^  —  •  ARCHANGELVS  MICHAEL  Croce  accostata  da  quat- 
tro losanghe  {vedi  fig.).  R-  ^ 
A.  Sambon,  Le  Musée,  voi.  VI,  pag.  17. 

2.  Idem. 

B^  —  •  G-RIMOALD  FILIVS  ERMENRHI  Simile  al  precedente. 
^    -    •  ARCHANGELVS  MICHAEL  Simile  al  prec.         R.  M 
Coli,  del  prof.  dell'Erba  di  Napoli. 


3.  Idem. 

&  —  •  GRIMOALD  FILIVS  ERMENRIH  Nel  campo  una  spiga 

di  grano  Ira  due  foglie. 
^    -     ARCHANGELVS    MICHAEL     Croce    accantonata    da 
quattro  losanghe  {veclt  fig.).  R.  ^ 

Coli.  Cagiati. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  353 


4.  Idem. 

Altro  esemplare  simile  al  preced.,  con  G-RINOALD.     R.  ^^ 
Wroth,  British,  Museum,  pag.  174,  n.  i,  pi.  XXIII,  n.  14. 

5.  Idem. 

Altro    esemplare,    simile    al    precedente,    ma    variante    di 
conio.  R.  M 

Wroth,  British  Miiseum,  pag.  175,  n.  2,  pi.  XXIII,  n.  15, 

6.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,  con    altra    variante 
di  conio.  R.  M 

Wroth,  British  Museum,  pag.  175,  n.  4,  pi.  XXIII,  n.  16. 

7.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  prec,  con  ERMENRh.         R.  M 

Coli,  del  prof,  dell'  Erba  di  Napoli. 

8.  Idem. 

.'Vitro  esemplare,  simile  ai  prec,  con  ERMENRIHI        R.  ^^ 
Catalogo  della  coli.  Colonna,  n.  18. 

•      • 

SicoNE  (817-832).  Impadronitosi  del  trono  il 
nuovo  principe  dapprima  pensò  a  consolidarlo,  de- 
primendo le  turbolenze  dei  castaidi  che  alla  signoria 
beneventana  avevano  aspirato,  poi,  ad  assicurarne 
la  successione,  associò  al  potere  e  dichiarò  erede 
il  figliuolo  Sicardo,  al  quale  aveva  dato  in  isposa 
Adelgisa,  figlia  di  Dauferio. 

Le  discordie  tra  i  carolingi  furono  opportune  a 
rendere  lo  Stato  beneventano  da  quelli  indipendente 
(Ludovico  il  Buono  si  era  accontentato,  succedendo 
nel  regno  italico,  della  promessa  del  solito  tributo 
che  non  fu  mai  pagato)  e  lasciarono  libero  Sicone 
di  spendere  tutte  le  sue  forze    per    travagliare    con 

45 


354 


MEMMO    CAGIATI 


aspre  guerre  i  napoletani,  che,  vinti,  si  lasciarono 
'togliere  le  reliquie  del  Vescovo  e  Martire  S.  Gen- 
naro, alle  quali  Sicone  innalzò  in  Benevento  un  ma- 
gnifico tempio,  arricchendolo  di  grandi  donativi,  e 
furono  assoggettati  per  la  prima  volta  al  tributo 
{collatam)  verso  il  principato. 

Frattanto  avvenivano  i  primi  sbarchi  di  Sara- 
ceni, che  arrecarono  ai  greci  e  ai  longobardi  rivolu- 
zioni e  rovine,  e  il  ducato  di  NapoH  ne  fu  infestato, 
Capua  fu  distrutta  e  gli  abitanti  di  quel  contado  po- 
tettero scampare  agli  eccidi  rifugiandosi  sul  monte 
Tuffino,  dove  Sicone  consigliò  a  Landolfo  di  edifi- 
care un  forte  castello  che  fu  poi  Sicopoli. 

Sicone  morì  nel  833  dopo  16  anni  di  governo 
energico  e  savio,  nei  quali  riformò  la  moneta  bene- 
ventana, dando  una  più  accurata  fattura  ai  soldi 
d'oro  su  cui  volle  impressa  la  figura  dell'Arcangelo 
Michele,  ed  una  grande  emissione  di  denari  d'argento 
che  ci  prova  il  rapido  sviluppo  del  commercio  lo- 
cale in  quel  tempo. 

1  beneventani  eressero  a  Sicone  un  tumulo  di- 
nanzi alla  cattedrale  e  Sicardo  successe  come  quinto 
principe  di  Benevento.  ' 

(Tipo  A). 


I.  Soldo  (foro. 

&  —  SICOP  -  +  -  RINCES  Busto  di  prospetto,  nel  campo 
a  destra  un  piccolo  triangolo. 

^  —  ARCHANGELVS  -  ONO  -  MIHAEL  Figura  dell'Ar- 
cangelo Michele  di  prospetto,  tenendo  nella  destra 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO 


355 


mano  il  pastorale,  nella  sinistra  una  croce,    sotto 
piccolo  triangolo  {vedi  /ìg.).  R.  A" 

Wroth,  British  Museuin,  pag.  176,  n.  2,  pi.  XXIV,  n.  2. 

2.  Idem. 

^  —  SICOP  —  +  —  RINCES  Simile  al  precedente. 
^    —  ARHAN&ELV  —  ONO  —  MIHAEL    Simile    al    prece- 
dente. R.  A^ 
Coli,  del  prof.  dell'Erba  di  Napoli. 

3.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,  avente  la  leggenda 
del  retro  ARHANGELV  —  CONOB  —  MICHAEL  R.  A' 
G.  Satnbon,  Repertorio  Gen.  delle  Monete,  in  nota  al  n.  433. 


4.  Idem. 

i^  —  SICO  —  +  —  PRINCES  Busto  di  prospetto,  tenendo 
nella  destra  mano  il  globo  crucigero. 

I^  —  ARCHANGELVS  —  CONO  —  MICHAEL  Figura  dell'Ar- 
cangelo Michele  di  prospetto,  tenendo  nella  de- 
stra mano  il  pastorale,  nella  sinistra  una  croce 
{vedi  fig).  R.  EL. 

Wroth,  Uiiiish  Museum,  pag.  176,  pi.  XXIV,  n.  i. 

(Tipo   B). 


I .   Tremisse. 

^  —  SICO  -  +  -  PRINCES    Busto  di  prospetto,    tenendo 

nella  destra  mano  il  globo  crucigero. 


356 


MEMMO    CAGIAll 


I^    -   •  ARCHANG-ELV  •:•  S  MICHAEL  Croce  su  di  un  gradino 
accostata  dalle  lettere  S  —  C  iStco)  avente  al  di- 
sotto due  puntini  (vedi  fig.).  R.  N 
Coli.  Cagiati. 

2.  Idem. 

^  —  SICO  —  +  —  PRINCE  Simile  al  precedente. 
^    —  ARCHANG-ELV  •:•  S  MICHAEL  Simile  al  prec.      R.  /¥ 
G.  Sambon,  Repertunu  Gen.  delle  Monete^  in  nota  al  n.  434. 

3.  Idem. 

^'  —  SICOP  —  +  ~  RINCEES  Simile  al  precedente. 

t^    —  ARANGELVS  -  ONO  -  MIHAEL  Simile  al  prec.  R.  N 

Fr.  Fuscc.    I  av.  VI,  n.  6. 


4.  Idem. 

^  —  SICO  —  +  —  PRINCE    Busto    di    prospetto,    tenendo 

nella  destra  il  g-lobo  crugigero. 
1^    —  •  ARCHANGELV  •:•  S  MICHAEL  Croce,  su  di  un  gradino, 

accostata  dalle  lettere  8  —  C  {vedi  fig.).        R.  A^ 
Coli.  Cagiati. 

5.  Idem, 

B'  —  SICO  —  +        PRINCE  Simile  al  precedente. 
1^    —   ARCHANGEL  •:•  VS  MICHAEL  Simile  al  prec.      R.  M 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  18. 


6.  Idem. 

B'  —  SICO  —  +       PRINCES  Busto  di  prospetto,   tenendo 
nella  destra  mano  il  globo  crucigero. 


LA   ZECCA    DI   BENEVENTO  357 

^    —  ARCHANGELVS  •  MICHAEL  Croce,  su  di  un  gradino, 

affiancata  dalle  lettere  0  —  8  {vedi  fig.)  R.  EL 
Wroth,  British  Museum,  pag.  177,  n.  6,  pi.  XXIV,  n.  4. 


1.  Denaro. 

B'  —  .  PRINCES  BENEBENTI  Nel  campo  il  nome  di  Sico 
in  monogramma  cruciforme. 

^  —  •  A  •  RCANGELVS  MICHAEL  Croce,  su  tre  gradini, 
terminante  in  alto  con  tre  globetti,  accostata  da 
due  globetti  {vedi  fig.).  R.  M 

Wroth,  British  Museum,  pag.  177,  n.  7,  pi.  XXIV,  n.  5. 

2.  Idem. 

Altro  esemplare  simile  al  precedente,  con  ARCHANGELVS. 

R.  M 

Coli.  Cagiati. 

3.  Idem. 

&  —  ■  PRINCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 
^    -   •  ANCNANGELVS  MICNACL  •  {sic)  Simile  al  prec.  R.  M 
Wroth,  British  Museum,  pi.  XXIV,  n.  6. 

4.  Idem. 

B'  —  .  PRINCES  BENEBENTI    Simile    al    precedente,  ma  il 

monogramma  è  rivoltato. 
^    —  ■  ARCHANGELVS  MICNACL  {sic)  Simile  al  prec.  R   M 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  19. 

5.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,  con  la  croce  avente 
la  parte  superiore  terminante  in  un  solo  globetto. 

R.  M 

Fr.  Fusco.  Tav.  IV,  n.  9. 


358 


MtMMO    C  AGI  ATI 


6.  Idem. 

B'  —  •  PRINCES  BENEBEHTI  iste).  Simile  al  precedente. 
P    —  ARCHANGELVS  MICHAEL   Simile  al  precedente,  con 
la  croce  accostata  a  d.  da  un  triangoletto.  R.  JR 
Coli.  Cagiati. 

7.  Idem. 

^  —  •:•  PRINCE  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 

I^  —  ARCHANGELVS  MICHAEL  Simile  al  precedente,  con 
la  croce  accostata  a  s.  da  un  triangoletto,  la  parte 
superiore  di  essa  non  termina  con  globetti  R.  JR 
Coli.  Cagiati. 

8.  Idem. 

/B'  —  •:•  PRINCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 

P  —  •  ARCNANGELIS  MICNACL  {sic).  Simile  al  precedente, 
ma  la  croce  è  accostata  da  due  punti,  la  cui  parte 
superiore  termina  con   tre  globetti.  R.  M 

Coli.  Cagiati. 

9.  Idem. 

B'  —  +  PRINCE  BENEBEHTI  {sic).  Simile  al  precedente. 
1^    —  ARCHANGELVS  .•.  MIHCAEL  {sic).     Simile    al    prece- 
dente, ma  la  croce  non  è  accostata  da  alcun  segno. 

R.  M 

Coli.  Cagiati. 


IO.  Idem. 

B  —  +  PRINCES  BENEBENTI  Nel  campo  il  nome  Sica  in 
monogramma  cruciforme,  accostato  da  quattro 
punti  nei  quattro  spazi. 
91  -  •  A  •  RCHAN&ELVS  MIHAEL  Croce,  su  tre  gradini, 
sormontata  da  un  punto  ed  accostata  da  due  pic- 
coli triangoli  {vedi  fig.).  R.  -^ 
Coli.  Cagiati. 


LA    ZECCA    DI  BENEVENTO  359 

11.  Idem. 

B'  —  +  PRINCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 
H    —  •  ARCHANGELVS  MIHAEL    Simile    al   precedente,    la 
croce  è  accostata  da  due  globetti.  R.  M 

Wroth,  British  Museum,  pag.  177,  n.  io,  pi.  XXIV,  n.  7. 

12.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,  avente  la  croce  sor- 
montata da  tre  globetti.  R.  M 
Coli.  Cagiati. 

13.  Idem. 

ià  —  PRINCES  BINIBENTI  {sic)  Simile  al  precedente,  un 
globetto  è  nel  secondo  spazio  del  monogramma 
cruciforme. 

9  -  ARCHANGELVS  MICHAEL  •  Simile  al  precedente,  la 
croce  non  è  sormontata  da  globetto,  a  destra  un 
punto.  R.  M 

Wroth,  British  Miiseum,  pag.  177,  n.  12,  pi.  XXIV,  n.  8. 

14.  Idem. 

^  —  '  PRINCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 
B    —  •  ARCHANGELVS  MIHAEL  Simile  al  prec.  R.  M 

Coli,  del  prof,  dell'  Erba  di  Napoli. 

15.  Idem. 

^'  —  •:•  PRINCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente,  ma  nel 
rombo  centrale  del  monogramma  vi  è  un  globetto. 

9  -  ARCHANGELVS  MIHAEL  Simile  ai  precedente,  la 
croce  è  affiancata  da  due  globetti.  R.  ìK 

Coli,  del  prof,  dell'  Erba  di  Napoli 

16.  Idem. 

©'  —  •:•  PRINCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 

^  —  •  ARCHANIELVS  iste)  MIHAEL  Simile  al  precedente, 
la  croce  è  sormontata  da  un  globetto  ed  è  acco- 
stata da  due  globetti.  R.  M 
Coli,  del  prof,  dell"  Erba  di  Napoli. 


360 


MEMMO    CAGIATI 


17.  Idem. 
B'  —  +  PRINCES  BENEBENTI  Nel  campo  il  nome  Sico  in 

monogramma  cruciforme. 
^    —  •  A  •  RCNANGELVS  (sic)  MICHAEL  Croce,   su  tre  gra- 
dini, affiancata  da  due  palmette  {vedi  fig.).     R.  M 
Coli.  Cagiati. 


18.  Idem. 

-B'  —  A  +  PRINCES  BENEBE  •  N  :  T  :  I  Nel  campo  il  nome 
Sico  in  monogramma  cruciforme,  un  astro  è  nel 
terzo  spazio. 

R)  —  ARCHAN&ELVS  MICHAEL  Croce,  su  tre  gradini,  ac- 
costata a  s.  da  piccolo  pugnale  {vedi  fig.).  R.  M 
Coli.  Cagiati. 

19.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,  ma  la  croce   è   ac- 
costata da  due  globetti.  R.  M 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  19. 

20.  Idem. 

3^  —  A  +  PRIHCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente,  ma 

l'astro  è  nel  quarto  spazio. 
^    —  ARCHANGELVS  MICHAELA    Simile  al  precedente,  la 

croce  è  accostata  da  un  globetto  a  sin.        R.  M 
Wroth,  British  Museum,  pag.  178,  n.  13,  pi.  XXIV  n.  9. 

21.  Idem. 

B'  —  '•¥  PRINCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 
^    —  ARCHANGELVS  MICHAEL    Simile    al    precedente,    la 
croce  però  non  è  accostata  da  alcun  segno.  R.  M, 
Coli,  del  prof.  dell'Erba  di  Napoli. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  36 1 

22.  Idem. 

f ^  ~  A  +  PRIHCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 
91    -   •  ARCHANG-ELVS  MICHAEL  Simile  al  precedente. 

R.  JR 

Wroth,  British  Museuni,  pag.  178,  n.  15. 

23.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,  nel  retro   la    croce 
è  accostata  da  due  globetti.  R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  19. 

24.  Idem. 

Altro    esemplare,    simile    al    precedente,    ma   variante  di 
conio.  R.  M 

Coli.  Cagiati. 

25.  Idem. 

f^  —  PRIHCES  BENEBEHMIT  [sic)  Simile  al  precedente. 

9    --  A  •  ARCHANG-FLVS  MICHAEL  Simile  al  prec.     R.  M 
Wroth,  British  Museuiu,  pag.  178,  n.  16. 

(Tipo  D). 


I.  Mezzo  d'ttaro  (?)  l'). 

ly  —  Nel  campo  il  nome  Stco  in  monogramma  cruciforme. 
I^    —  Nel  campo  croce  su  tre  gradini  (vedi  fig.).      R.  M 
Foresio,  tav.  I,  n.  8. 


SicARDo  (832-839).  Con  Sicardo  si  accentua  nel 
Principato  beneventano  la  parabola  di  decadenza,  seb- 
bene la  debolezza  in  cui  si  trovava  V  impero  bizan- 
tino, sotto  il  governo  di  Theofilo,  e  le  discordie  che 

(1)  A.  Sambon  (Le  Musée,  voi.  VI,  pag.  19)  a  proposito  di  questa 
moneta  dice  :  Ou  pourrait  penser  que  ce  soit  un  denier  rogne,  mais  le 
ntonogramme  et  la  croix  soni  plus  petits  que  sur  les  deniers. 


362 


MEMMO  CAGIATI 


dilaniavano  i  carolingi,  al  tempo  di  Lotario  impera- 
tore e  re  d'Italia,  avrebbero  potuto  esser  fonte  di 
fortuna  ai  vasti  progetti  di  conquista  che  Sicardo 
sognava  con  l'ingordigia  e  l'irrequietezza  del  suo 
carattere  battagliero. 

La  smodata  ambizione  dei  castaidi,  le  misere 
condizioni  commerciali  dello  Stato,  l'opposizione  co- 
stante del  popolo  a  qualsiasi  riforma,  e  più  che  altro 
la  crudeltà  spietata  di  Sicardo,  le  scelleraggini  di 
sua  moglie  Adelgisa,  le  turpitudini  dei  favoriti  di 
Corte,  tra  cui  primo  Roffrido,  ministro,  consigliere 
e  compagno  d'orgie  del  principe,  furono  causa  di 
desolazione  che  portò  per  effetto  naturale  l'anarchia 
e  la  rivolta,  la  distruzione  completa  dell'  unità  dello 
Stato. 

Le  bande  saracene  saccheggiavano  ed  incen- 
diavano le  città  di  cui  potevano  impadronirsi,  ne 
torturavano  ed  uccidevano  i  cittadini  e  Sicardo  a 
sua  volta  guerreggiava  contro  il  ducato  napoletano, 
spogliando  chiese  e  monasteri,  impadronendosi  di 
reliquie  che  trasportava  a  Benevento,  imprigionando 
parenti  e  nobili  che  potessero  dare  ombra  al  suo 
potere,  facendo  saccheggiare  case,  confiscare  beni, 
condannare  a  morte  cittadini  e  nemici,  con  quell'ar- 
sura di  rapina  e  di  prepotenza  che  si  spense  soltanto 
dopo  sei  anni  di  un  simile  governo  con  la  morte 
del  tiranno,  ucciso  dai  beneventani  oltraggiati. 


I.  Soldo  d'oro. 
^   —  SIC  -  + 


(Tipo  A). 


ARDV  •   Busto  di  prospetto,  tenendo  con 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO 


563 


la  destra  mano  il  globo  crucigero.    nel    campo  a 
destra  piccolo  triangolo. 
H'    -^  +  PRINCI       CONOa       VICTORV  Croce,  su  tre  gra- 
dini, affiancata  dalle  lettere   S       I  [Sicardus)  sotto 
le    quali    sono    due    piccoli    triangoli    {vedi  fig.). 

R.  EL. 

Coli.  Cagiati. 

2.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al   precedente,    avente    nella    leg- 
genda del  retro  VIC  TOR  R.  EL. 

Coli.  Cagiati. 

3.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al    precedente,    avente    nella    leg- 
genda del  retro  VITOR.  R.  EL. 
Catalogo  della  coli.  Gnecchi,  n.  371. 

4.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al    precedente,    avente    nella    leg- 
genda del  retro  PRINCIP.  R.  EL. 

Coli.  Cagiati. 


5.  Falsificazione  o  prova  di  conio  ?  (0, 

^^         SIC       +       ARDV     Busto  di  prospetto,  avendo  nella 


(i)  Abbiamo  diversi  esemplari  di  questo  pezzo  in  bronzo  e  ne  co- 
nosciamo parecchi,  simili  tra  loro,  che  si  trovano  in  altre  collezioni,  i 
quali  tutti  non  hanno  alcuna  traccia  di  doratura,  per  cui  potessimo  sta- 
bilire trattarsi  di  falsificazioni  dell'epoca.  Sono  allora  semplici  prove 
di  conio,  o  appartengono  ad  altra  serie  di  monete  coniate  in  bronzo, 
con  lo  stesso  conio  con  cui  si  emettevano  i  soldi  d'oro  caduti  in  basso 
titolo?  Ecco  un  altro  problema  che  gli  studiosi  dovrebbero  proporsi 
di  risolvere. 


364  MEMMO    CAGIATI 


destra  mano  il  globo  crucigero,  nel  campo  a  de- 
stra piccolo  triangolo. 
1^    —  +  PRINCI  -  CONOa  -  VICTORV  Croce,  su  tre  gra- 
dini, fiancheggiata  dalle  lettere    S  —  I,    sotto  alle 
quali  due  piccoli  triangoli  {vedi  /i^.).  R.  >e 

Coli.  Cagiatì. 

(Tipo  B). 


1 .  Tr  emiss  e. 

&  —  SIC  —  +  —  ARDV  Busto  di  prospetto,  tenendo  nella 
destra  mano  il  globo  crucigero,  nel  campo  a  de- 
stra piccolo  triangolo. 

^  —  V  PRINCI  -  CONOa  -  VICTOA  Croce,  su  di  un 
gradino,  affiancata  dalle  lettere  S  —  I  [Sicardus) 
avente  al  di  sotto  due  puntini  {vedi  fig.).    R.  EL. 

Coli.  Cagiati. 

2.  Idem. 

\y  —  SIC       +  —  ARDV  •  Simile  al  precedente. 
I^    —  PRINCI  —  CONOa  -  VICTORV  •:•    Simile    al    prece- 
dente. R.  EL. 

Wroth,  British  Museuni,  pag.  179,  n.  5,  pi.  XXIV,  u.  la. 

3.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,   con   C  A  ONO  A  a. 

R.  EL. 
Wroth,  British  Museum,  pag.  179,  n.  6. 

4.  Idem. 

B^  —  SIC  —  +    -  ARDV  •  Simile  al  precedente. 
^    —   PRINCE  •:•  CONO  —  VICTOR  •  Simile  al  prec.   R.  EL. 
A.  Sambon,  Lo  Miiséc,  pag.  ao. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  365 


5.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,  con  PRH^CI.  R-  EL. 
Coli,  del  prof.  dell'Erba  di  Napoli. 

6.  Idem. 

,©'  —  SIC  —  +  —  ARDV  Simile  al  precedente. 
^    —  +  PRINCI  —  CONOB  —  VICTOR  A    Simile    al    prece- 
dente. R.  EL. 
Coli.  Cagìati. 

7.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,    con    CAONOAS. 

R.  EL 

Coli.  Cagìati. 


1.  Denaro. 

-©'  —  +  PRINCES  BENEBENTI  Nel  campo  il  nome  Sicardo 
in  monogramma  cruciforme. 

^  -  ■  k-  RCHANOELVS  MIHAEL  Croce,  su  tre  gradini,  af- 
fiancata da  un  triangolo  a  destra,  da  un  punto  a 
sinistra  {vedi  fig.).  R.  M 

Coli.  Cagìati. 

2.  Idem. 

B'  —  +  PRINCE  BENEBENTI  Simile  al  predente. 

9    —  •  ARCHANGELV  MIHAEL  Simile  al  precedente.  R.  M 

Coli,  del  prof,  dell'  Erba  di  Napoli. 

3.  Idem. 

^  -  •  PRINCE  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 
^    —     ARCHANGELV  niCHVEL  Simile  al  precedente,  nel 
campo  a  sinistra  un  globetto.  R.  M. 

Wroth,  Bi  iiish  Museum,  pag.  i8o. 


366  MEMMO    CAGIATI 


4.  Idem. 

B'  -  +  .PRINCE  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 

l>'  —  ARHANGEL  {sic)  MIHAEL  Simile  al  precedente,  la 
croce  nel  retro  è  accostata  da  un  triangolo  a  si- 
nistra e  da  un  globetto  a  destra.  R.  M 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  21. 

5.  Idem. 

B'  —  PRINCES  BENEBENTI  Simile  al  precedente. 
P    —  ARCHANGELV  MIHAEL  Simile  al  precedente.    R.  M 
A.  Sambon,  Le  Musée. 

6.  Idem. 

^  —  +  PRINCE  BENEBENT  Simile  al  precedente. 
^    —  •  ARCHAN&ELV  HIHAEL  Simile  al  precedente.   R.  M 
Coli.  Cagiati. 

7.  Idem. 

B'  —  +  PRINCE  DENEDENTI  (sic).  Simile  al  precedente. 
91     -  •  A  •  RCHAN&ELV  niHAE  Simile  al  preced.         R.  JJ^ 
Coli.  Cagiati. 

8.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,  avente    nel    centro 
del  monogramma  un  punto.  R.  M 

Coli.  Cagiati. 

9.  Idem. 

Altro  esemplare,  simile  al  precedente,  avente  nel  retro  la 
leggenda  •  A  •  RCHANGELY  HIHAEL  R.  M 

Coli.  Cagiati. 

{Continuazione  e  fine  nel  prossimo  fascicolo). 

Memmo  Cagiati. 


NUMMI    SCYPHATI 


Secondo  il  Professore  VV.  Wroth,  autore  del  Catalogne 
of  the  Imperiai  byzantine  coins  in  the  British  Musenm.  tutte 
le  soluzioni  che  sono  state  avanzate  sullo  scopo  per  cui  ven- 
nero introdotte  le  monete  cosidette  scifate  o  scodellate,  non 
soddisfano,  perchè,  come  egli  dice,  in  generale  quelle  solu- 
zioni tendono  a  stabilire  che  la  detta  forma  venne  adottata 
per  conformarsi  a  certe  convenienze  inerenti  alla  tecnica, 
mentre  il  chiaro  professore  è  di  parere  che  quella  forma  fu 
adottata  affinchè  si  potessero  distinguere  le  monete  di  peso 
forte  da  quelle  di  peso  debole,  che  erano  emesse  contem- 
poraneamente. 

lo  pure  sono  dell'opuuone  che  la  forma  non  dipese  da 
convenienze  tecniche  ;  al  contrario,  la  nuova  tecnica  dovette 
essere  la  conseguenza  della  nuova  forma  che  si  decise  di 
dare  alle  monete  :  però,  per  diverse  ragioni,  non  posso  asso- 
ciarmi alla  soluzione  suggerita  dal  prof  Wroth,  i."  perchè 
la  forma  scodellata  venne  mantenuta  ancora  quando,  a  par- 
tire dal  regno  di  Alessio  I  {1081  a.  C.  circa),  fu  discontinuato 
il  sistema  dei  due  pesi  ;  2°  perchè,  come  a  tutti  è  noto,  già 
sotto  i  primi  imperatori  bisantini  furono  emesse  delle  mo- 
nete di  rame  di  due  differenti  pesi,  mentre  sopra  i  rove- 
sci figurano  gli  stessi  indici  (XXXX  o  M  ecc.);  dunque, 
come  allora  era  possibile  distinguere  le  monete  d'un  peso 
da  quelle  d'un  altro,  non  si  vede  che  cosa  impedisse  di  di- 
stinguerle anche  nelle  epoche  posteriori  ;  per  ultimo,  perchè 
quando  erano  emessi  gli  aurei  di  due  differenti  pesi,  i  mo- 
duli differivano  ancora  immensamente  fra  di  loro.  Così,  ad 
esempio,  tra  gli  aurei  di  Costantino  IX,  ve  ne  sono  dei 
piatti  che  il  prof.  Wroth  distingue  chiamandoli  thick  fabric, 
il  di  cui  peso  medio  è  di  gr.  4,02  con  un  diametro  di   16  a 


368  G.    DATTARI 

r8  min.,  mentre  nelle  monete  concave  del  peso  medio  di  gr.  4,34 
che  il  prof.  Wroth  distingue  chiamandole  spread  fahric,  il 
loro  diametro  varia  tra  24  e  27  mill.  Tanto  io  credo  basti 
per  rinunziare  alla  soluzione  suggerita  dal  prof.  Wroth, 
poiché  è  veramente  il  caso  di  dire  che  ancora  i  ciechi  erano 
in  grado  di  distinguere  le  monete  di  peso  forte  da  quelle  di 
peso  debole  ('). 

Come  cercherò  ora  di  provare,  io  penso  che  la  forma 
scodellata  che  venne  data  alle  monete  ebbe  per  scopo  di 
facilitare  la  loro  presa. 


Dall'esame  delle  emissioni  monetarie  dell'epoca  bisantina, 
appare  che  la  forma  scodellata  da  prima  venne  adottata 
sporadicamente  e,  mano  mano  che  andava  generalizzandosi, 
lo  spessore  dei  tipi  tendeva  ad  appiattirsi,  mentre  il  modulo 
si  andava  sempre  più  allargando. 

Quale  sia  stato  lo  scopo  per  cui  venne  ridotto  lo  spes- 
sore dei  tipi  e  quello  delle  leggende  è  difficile  precisare; 
però  bisogna  convenire  che  con  quelle  innovazioni  fu  dimi- 
nuita l'opera  degli  incisori  dei  coni  e,  siccome  un  solo  colpo 
di  martello  doveva  bastare  per  imprimere  sui  tondini  quei 
tipi  appena  schizzati  e  di  nessun  rilievo,  venne  ridotta  la 
lavorazione  ed  i  coni  dovevano  durare  un  tempo  maggiore. 

Quale  sia  poi  la  ragione  per  cui  i  moduli  delle  monete 
d'oro  e  d' argento  furono  aumentati  così  smisuratamente, 
questo  è  quanto  non  mi  è  possibile  di  spiegare.  Comunque 
sia,  risulta  che  il  primo  aureo  bisantino  del  peso  normale 
di  gr.  4,36  e  di  un  diametro  di  20  mill.,  dopo  che  venne  in- 
trodotta la  forma  scodellata,  fu  mantenuto  dello  stesso  peso; 
mentre  il  suo  modulo  fu  portato  a  30  mill.  di  diametro,  ma 
in  realtà  è  maggiore,  poiché  se  quelle  monete,  invece  di 
essere  concave  fossero  piatte,  il  loro  diametro  aumenterebbe 
ancora  di  i  o  2  mill. 


(l)  I  distintivi  di  thick  fabrtc  e  di  spread  fabric,  che  ha  usato  il 
prof.  Wroth,  a  loro  soli  bastano  per  convincere  che  non  era  possibile 
(come  non  lo  è  oggi)  di  confondere  le  monete  di  un  gruppo  con  quelle 
dell'altro. 


NUMMI    SCYPHATI  369 

Le  monete  così  trattate,  cioè,  grandi,  piatte  e  finissime, 
si  presentavano  come  delle  minutissime  placche  che  non 
solo  sarebbero  state  soggette  a  deformarsi  ;  ma,  quello  che 
è  peggio,  avrebbero  costituito  una  seria  difficoltà  per  pren- 
derle da  sopra  una  superficie  piana. 

Sta  nel  fatto  che,  esaminando  attentamente  la  maniera 
che  si  usa  per  prendere  una  moneta  da  sopra  una  super- 
ficie piana,  in  generale  si  nota  che  noi  ci  serviamo  del  pol- 
lice, dell' indicf  o  del  medio;  il  priniu  serve  di  contrasto  per 
impedire  chi  la  nniuela  si  sposti  quando  le  alti  e  due  dita 
cercano  di  s<^litvarla.  Questa  manovra  è  tanto  più  facile 
quanto  più  spessi  sono  i  tipi  impressi  sulle  faccie,  come  lo 
sono  sulle  monete  antiche,  o  quanto  più  alti  sono  i  bordi, 
come  in  generale  simo  quelli  delle  nostre  monete  moderne, 
mentre  le  bisantine  che  ora  ci  occupano,  mancanti  di  spes- 
sore e  quasi  senza  altezza  di  bordo,  se  fossero  state  piatte, 
quando  il  dito  medio  o  l'indice  tentavano  di  alzarle,  queste 
sarebbero  andate  a  conficcarsi  tra  il  pollice  e  la  superficie 
piana  e  la  presa  sarebbe  stata  quasi  impossibile  o  per  lo 
meno  difficilissima. 

Fu  dunque  necessario  trovare  un  rimedio  che  facili- 
tasse la  presa  delle  monete  m  maniera  comida.  Questo  ri- 
medio dapprima  consistette  nel  dare  una  dolce  curvatura  ai 
bordi  delle  monete  ;  ma  con  l'andare  del  temqo,  la  tecnica 
fu  lieveniente  alterata  e  con  quella  venne  accentuata  la  forma 
scodellata. 

La  metamorfosi  della  forma  (cioè  da  concava  a  scodel- 
lata) io  credo  deve  essere  attribuita  all'esperienza  che  a 
mano  a  mano  offriva  la  lavorazione  e  dalla  quale  si  cercò 
di  ritrarre  tutti  i  vantaggi  che  potevano  essere  ricavati  dalla 
nuova  tecnica.  Così,  se  le  monete  fossero  state  semplice- 
mente con  il  bordo  ripiegato,  allora,  dato  l'infimo  spessf^re 
che  \'enne  adottato  tanto  pei  tipi  come  per  le  leggende, 
questi,  in  breve  spazio  di  tempo  sarebbero  scomparsi  ;  men- 
tre, con  la  forma  scodellata  venne  totalmente  evitato  lo  stro- 
picciamento (che  è  la  causa  maggiore  dell'usura),  come  pure 
venne  diminuita  immensammte  ia  superficie  di  contatto,  sia 
che  le  monete  riposassero  sopra  una  superficie  piana,  sia 
che    fossero    riunite  assieme  in  un  sacco  o  altro.    Tutto  ciò 

47 


370  G.    DATTARl 

mi  sembra  provato  da  un  esame  accurato  delle  monete 
stesse,  le  quali  sono  fresche  e  quasi  prive  d'usura,  ed  è  giusto 
in  vista  di  ridurre  al  minimo  l'usura  dei  tipi  e  delle  leggende 
(ambedue  i  rappresentanti  per  eccellenza  dell'autenticità  delle 
monete)  che  si  gli  uni  che  gli  altri  fossero  riuniti  nella  parte 
più  profonda,  cioè  là  dove  il  contatto  tra  una  moneta  e  l'altra 
era  minore,  mentre  fu  lasciato  un  grande  campo  del  tutto 
liscio,  dove  il  contatto  dei  pezzi  era  maggiore  e  dove  le 
monete  erano  manipolate. 

Con  questi  brevi  cenni  non  ho  la  pretesa  d'avere  esau- 
rito tutto  ciò  che  offrano  da  dire  le  monete  scodellate,  ma 
lo  scopo  precipuo  di  questo  studio  era  quello  di  risolvere  il 
problema  della  forma  scodellata.  Se  ho  raggiunto  lo  scopo, 
questo  è  quanto  gradirei  sentire  con  molto  interesse. 

Cairo,  i8  Giugno  igi6. 

G.  Dattari. 


Lettere  di  Guido  Antonio  Zanetti 

ad  Annibale  degli  Abbati  Olivieri  Giordani 


di     Pesieiro 


(Continnuione  e  fine,  ▼.  fase.  Ili,  1913,  fase.  II,  III-IV,  1914,  fìisc  I,  II,  IH-IV,  1915). 

171.  {CLIV  -  313). 

Gradisco  sommamente  il  coraggio  e  gli  stimoli,  che  si 
degna  farmi  ad  oggetto  di  proseguir  oltre  nel  divisato  lavoro. 
Ma  permetta  che  sinceramente  le  dica  che  insensibilmente 
m' inoltro  in  un  laberinto  da  cui  difficilmente  spero  liberarmi. 
Troppe  cose  mi  si  affacciano  oscure,  complicate  ed  equivo- 
che, che  mi  trattengono  l'avanzarmi.  Sono  ancor  io  dello 
stesso  sentimento  dei  molti  eruditi  anno  a  lei  ratificato  che 
quei  pezzi  di  metallo  rettangoli  o  quadrati  sieno  vere  mo- 
nete, ma  vorrei  pure  nella  antichità  riscontrare  di  ciò  qual- 
che origme.  Un  qualche  barlume  sembrami  di  rinvenire  nei 
Plinti  d'oro  mentovati  da  Erodoto  prima  assai  di  Eusebio  nel 
libro  V  della  sua  preparazione  Evangelica  riferito  dallo  Sper- 
lingio  de  Nummis  non  ctisis  p.  199(1).  Furono  questi  certi  la- 
tercoli  del  sudetto  metallo  mandati  da  Creso  in  dono  ad 
Apolline  Delfico,  per  averne  Oracoli  favorevoli,  e  resto  me- 
ravigliato, come  lo  Sperlingio  avvalori  ciò  che  dice  sopra 
detti  Plinti  con  la  sola  autorità  d' Eusebio,  quando  Erodoto 
autore  assai  più  antico  con  maggior  chiarezza  ne  parla. 
Nello  stesso  Sperlingio  alla  pag.  163  si  parla  di  lamine  d'ar- 
gento riposte  da  un  liberto  di  Trimalcione  mentovate  da 
Petronio  nel  suo  Satirico,  e  spiegate  dai  Scogliasti  per  ric- 
chezze. Ora  dico  io  v*è  mai  dubbio  che  nei  primi  plinti  di 
Creso  potessimo  scoprire  l'origine  delle  nostre  monete  ret- 
tangole, alle  quali  poi  col  tratto  di  tempo  fossero  apposti  i 
segni  che  le  caratterizzavano  per  monete,  e  che  poi  anche 
nei  secoli  posteriori  se  ne  fosse  ritenuto  l'uso  serbando  l'oro 
e  l'argento  non  segnato  in  masse  di  questa  forma.  Si  degni 
Ella  consultare  nello  Sperlingio  i  due  passi  sopracitati  e   di 

(i)  QrxHONis  Sperlingu,  Dissertaiw  de  Xtimtnis  non  Citsis  tam  ve- 
tertim  quam  recentiorunt.  Amstelaedami,  Halman,  MDCC,  in-4. 


372  G.    CASTELLANI 


scrivermi  se  niuno  peso  abbiano  le  mie  riflessioni  sopì  a 
questo  argomento. 

Gli  autori  che  io  allegai  nell'ultima  mia  non  dicono  pre- 
cisamente che  l'arte  del  conio  cominciasse  prima  in  Sicilia, 
che  in  Grecia  o  in  altra  parte,  bensì  affermano  che  le  Arti  della 
Scultura  e  Pittura  in  Sicilia  più  presto  che  in  Grecia  fiorissero 
e  salissero  al  colmo  in  tempo  che  la  Grecia  anche  povera  e 
impegnata  nelle  gu'^rre  non  avea  aggio  {sic)  di  coltivarle. 

Quanto  alla  moneta  di  Todi  in  conio,  questa  il  sig.  Pas- 
seri (i)  la  riduce  allo  spazio  di  tempo  intermedio  dall'anno  536 
al  563  di  Roma,  ma  in  questo  tempo  sicuramente  Todi  era 
soggetta  ai  Romani,  poiché  l'ultima  guerra  dei  Romani  cogli 
Umbri  nella  quale  erano  cuinpre>i  i  Tuderti  accadde,  al  dir 
di  Livio,  l'anno  444  o  incirca  di  Roma,  e  in  seguito  di  questa 
rimasero  gli  Umbri  debellati  in  seguito  di  amotinamento 
contro  i  Romani.  Todi  fu  m  appresso  fatta  Colonia  con 
r  istessa  legge  con  cui  fu  dedotta  Colonia  Firenze,  lo  dice 
Frontino  espressamente  Colonia  fida  Tuder  ea  lege  qua  et 
Ager  Florentinus ;  è  stravagante  l'epiteto  di  Fida,  forse 
unico  nelle  Colonie.  In  una  antica  iscrizione  sono  nominati 
Vicanei  Vici  Martis  Tudert.  Ma  forse  questi  saranno  altra 
cosa  differente  dalla  Coionia.  Con  tutto  suo  comodo  gradirò 
assaissimo  di  cominciare  a\ere  qualche  disegno  delle  sue  Mo- 
nete di  Pesaro  e  rettangole  munite  delle  doitissime  riflessioni 
ad  oggetto  di  radunar  la  materia,  e  metterla  a  luogo. 

il  nostro  Sig.  Co:  Fantuzzi  mi  ha  consegnalo  il  suo  se- 
condo Tomo  degli  Scrittori  Bolognesi  per  Lei.  A  prima  oc- 
casione solkci'.a  non  mancherò  di  spedirglielo.  Nelle  ore  di 

suo  ocio  favorisca  di  andar  pensando  (2) mi  presti 

il  suo  aiuto  e  lumi  gentilmente  esibitomi,  mentre  pregandola 
a  confermarmi  la  sua  pregiatissima  grazia,  con  profondo  ri- 
spetto mi  dichiaro 

Bologna,  8  Febbraio  1782  (3). 


(1)  Parali pomena,  ecc.,  pag.  216. 

(2)  Il  foglio  è  lacera t(j. 

(3)  In  questa  lettera  e  nella  successiva  l'anno  1782  appare  scritto 
evidentemente  per  errore,  perche  l'argomento  delle  monete  antichissime 
d'ititlia  fu  impreso  a  trattare  soltanto  nei  primi  giorni  del  1783.  Ho  cre- 
duto quindi  cambiare  il  collocamento  che  esse  hanno  noi  codice  dove 
sono  i)oste  fra  quelle  scritte  nel  1782. 


LETTERE   DI   GUIDO    ANTONIO    ZANETTI  373 

172.  (CLVI  —  318). 

I  a  sua  gentilissima  lettera  dei  15  corrente  mi  ha  pie- 
namente persuaso  intorno  il  metodo  da  tenere  nello  stendere 
i  primi  articoli  della  nota  dissertazione;  vedendo  benissimo 
che  ove  mancano  autorità  non  si  può  passar  oltre  che  per 
via  di  congetture,  e  che  queste  talvolta  rimangono  affatto 
insussistenti  col  mezzo  della  scoperta  di  nuovi  monumenti 
che  del  tutto  le  distruggono. 

Lo    Sperlingio    al    Gap.  32  della    sua    dissertazione    de 
Numniis  non  aisis  ove   parla    delle    monete    di    Dario    e    di 
Creso  pag.    199  tratta  dei  Plinti  d'oro  mandati    da   Creso  in 
dono  ad  A  polline  Delfico,  e  cita  l'indicato  passo  di  Eusebio, 
a  questo  io  aggiunsi  il  luogo  di  Erodoto   che    Ella  reca  per 
esteso  nella  siia  lettera.    E  siccome    lo    Sperlmgio    pretende 
che  questi  denarii  stessero  nei  Tempi  (loco  pecuniae)  e  prin- 
cipalmente questi  Plinti  d'oro,  così  io  mosso  dall'autorità  del 
medesimo  credendo  di  ritrovare  qualche  analogia  fra   i    me- 
desimi, e  le  Monete  rettangole,  mi  son  fatto  coraggio    d' in- 
terpellare il  veneratissimo  suo  sentimento  intorno  a  ciò,  tanto 
più  che  lo  stesso  Sperlmgio  soggiunge,  sono    le    sue  stesse 
parole  "  Siquidem  tunc  nummis  cusis,  ut  re  nova,  et  parum 
"  adhuc    cognita    res    ipsis    non  agebatur,  quod  aut  recepti 
nondum  essent,  aut    ita   Diis   offene    moris   esset   antiqui. 
Extra  Graeciam  enim  nummos  cusos  vix  id   temporis   no- 
rant,  nec  Croesei  stateres  aurei  tanta   copia   celebres  eva- 
serant.  Nuilum  enim  est  dubium,  quin  nummos  aureos  mi- 
"  sisset,  si  tunc  in  Lydia  Crorsus  nummos  tales  ex  moneta 
sua  submittere  potuisset,  quod  quia  factum  non  reperimus, 
Croesi    nummos  quos  rudere   coepit,    aut    nondum    cusos. 
aut  si  cusi  tuerunt,  nondum  ea  conditione  usos,    ut  coram 
Diis  exponi  possent  ;    aut  missos  etiam  stateras  Groeseos, 
sed  paucos  nec   tanto    numero,    ut   connumerari    potuerint 
seorsim    .,.  Chi  vieta  che  dai  denari  dei  Tempi  si  pensasse 
a  formarne   moneta  della  stessa  figura  ? 

Quanto  al  passo  di  Petronio  egli  è  al  Cap.  57  dell'edi- 
zione di  Amsterdam  1743  in  4°  alla  pag  373.  Un  Colliberto 
di  Trimalcione  millantatore  fra  le  altre  cose  che  dice,  Glc- 
hiilas  emi.  lamellulas  paravi:  queste  laminette  e  dal  contesto. 


374  G-   CASTELLANI 


e  dai  spositori  dell'Autore  sono  spiegate  per  piccole  masse 
di  metallo  prezioso.  Lo  attesta  Orazio  lib.  2.  od.  2. 

Nullus  argento  color  est  avaris 
Abditae  terris  inimice  lamnae 
Crispe  Sallusti,  nisi  temperato 
Splendeat  usu  (i). 

Seneca  dt^  Benefic.  lib.  7,  cap.  [o  Nunc  volo  tuas  opes 
recognoscere  laminas  utyiusque  materiae ,  ad  quas  cupi- 
ditas  nostra  caligai  e  qui  certo  intende  oro  ed  argento. 
L'istesso  Seneca  de  vita  beata  cap.  21  :  illud  saeculum  in 
quo  censorium  crimen  erat  paucae  argenti  lamellae,  ed  Ovi- 
dio a  questo  proposito  :  Et  levis  argenti  lamina  crimen  erat. 
Queste  due  ultime  autorità  mi  fanno  gran  forza  a  credere 
che  gli  erari  privati  degli  antichi  consistessero  nelPammas- 
sare  il  maggior  numero  che  potevano  di  queste  lamineile 
di  metallo  precioso,  dalle  quali  poscia  ne  derivasse  l'uso 
della  moneta  anche  di  rame  della  medesima  figura  contras- 
segnata in  appresso  con  qualche  simbolo  d'autorità  pubblica. 
Quanto  però  a  questa  opinion  mia  io  la  sottometto  piena- 
mente al  saggio  suo  criterio,  ed  alla  pratica  ch'Ella  ha  in- 
finitamente maggiore  di  me  intorno  a  queste  n^aterie.  Io  ho 
attentamente  osservate  cinque  delle  note  monetucce  di  Todi 
qui  in  Bologna  presso  un  amico  mio  esistenti,  ed  in  verità 
con  tutto  il  rispetto  ed  ingenuità  non  posso  concorrere  nel 
di  lei  sentimento  che  sieno  fuse,  quando  a  prima  vista  com- 
pariscono sicuramente  di  conio;  né  mi  fa  gran  forza  il  ve- 
dere in  una  delle  sue  il  taglio  ove  fu  staccata  la  moneta 
dal  canale,  che  serviva  al  metallo,  per  scorrere,  giacché  10 
tengo  opinion  ferma,  che  tali  monete  prima  fossero  gettate 
in  forme  per  abbozzarne  il  rilievo,  il  quale  in  appresso  ve- 
nisse dal  conio  precisamente  rilevato,  e  finito. 


(1)  Nelle  più  recenti  edizioni  critiche  questi  versi  di  Orazio  si  leg- 
gono così  : 

Nullus  argento  color  t»\.  avaris 
Abdito  terris,  inimice  lamnae 
Crispe  Sallusti,  nisi  temperato 
Splendeat  usu. 

In  ambedue  le  lezioni  però  la  voce  Inmnn  sta  per   ricchezza  e  de- 
naro in  genere. 


LETTERE    DF    GUIDO   ANTONIO   ZANETTI  375 


Perdoni  la  mia  troppo  lunga  seccatura,  mi  risponda  a 
suo  agio,  e  mi  creda  quale  con  sincero  ossequio  e  profonda 
stima  mi  protesto 

Bologna,  22  Febbraio  1782. 

173.  fCLXXIII  -  355). 

Gratissiiiio  mi  è  stato  il  disegno  della  lastra  nummaria 
trasmessami.  Questo  monumento  comprova  ad  evidenza  la 
preesistenza  della  forma  alia  moneta  coniata,  delia  quale  pree- 
sistenza se  non  avessimo  che  la  testimonianza  di  Trebellio 
Pollione  questa  al  nostro  caso  basta.  Quest'autore  nella  vita 
di  Vittorina  dice  :  Cusi  sunt  eius  nummi  aerei,  argentei  et 
aurei  quorum  hodie  FORMA  extat  apud  Treviros.  Noti  di 
grazia  la  parola  cusi,  e  il  testo  dell'autore  il  quale  suppone 
elle  al  tempo  che  scrivea  non  si  trovassero  forse  agevol- 
mente le  monete  di  Vittorina,  ma  bensì  le  forme,  colle  quali 
furono  prima  gettate,  mdi  battute  le  di  lui  monete  (i).  Di  più 
altre  forme  di  monete  esistono  tuttavia  riportale  dal  Ficoroni 
segnatamente,  e  dal  Co  :  di  Caylus,  quindi  devesi  con  ogni 
maggior  probabilità  inferire  che  prima  di  battere  le  monete 
queste  fondessero  entro  le  dette  forme  per  dargli  un  qualche 
coniorno  superficie  ed  abbozzo,  indi  marcarle  esaltamente, 
e  con  finitezza  mediante  il  conio  (a).  Il  disegno  trasmessomi 
comprova  ciò  ad  evidenza;  qui  abbiamo  il  getto  di  tre  esem- 
plari del  volgarissimo    asse    della    famiglia    Calpurnia    della 


(1)  Lo  Z.  ha  dato  alla  p>arola  forma  usata  da  Trebellio  Pollione  il 
significato  di  forma  da  fondere  mentre  essa  piii  propriamente  va  presa 
nel  senso  di  tipo.  Così  il  Salmasio  nel  commento  a  questo  passo.  Altri 
vorrebbe  che  forma  significasse  la  moneia  stessa,  come  tu  usata  da 
Lampridio  nella  vita  di  Alessandro  Severo.  Qualunque  sia  la  più  atten- 
dibile di  tali  opinioni,  è  certo  che  i  commentatori  escludono  il  signifi- 
cato dato  dallo  Z.  Cfr.:  Historiae  Augustae  Scriptores  VI.  Lugduni  Batav. 
Oft".  Hackiana,  MDCLXXl,  in-i6,  tomo  II,  pagg.  337-338. 

(2)  De  Ficoro.xi,  Piombi  Antichi.  Roma,  1740,  in- 4,  pag.  167,  figg.  4 
e  6  dell'ultima  tavola  ;  De  Caylus,  Recueil  d' Antiquités,  ecc.  Paris,  1761- 
1767,  in-4,  t.  I,  pag.  286;  IV,  330.  Una  forma  da  fondere  monete  è  pure 
riprodotta  dal  Reposati,  1,  pag.  25,  rinvenuta  a  tre  miglia  da  Gubbio, 
posseduta  dall' A.  e  passata  poi  al  Museo  di  S.  Salvatore  di  Bologna, 
diversa  pertanto  dalla  lastra  nummaria  di  cui  si  parla  nella  lettera. 


376  G.    casti: LL ANI 

quale  cercando  qui  in  Bologna  presso  un  amico  mio  le  mo- 
nete, ne  ho  ritrovati  sei  tutti  similissimi  ai  tipi  rappresentati 
nei  disegni,  e  tutte  in  verità  sembrano  sì  al  possessor  suo, 
che  a  me  di  vero  verissimo  conio  ;  né  mancano  in  essi  i  vi- 
sibilissimi indizi  dei  taglio  che  comprovano  sempre  più  la 
precedente  fusione.  Aggiugnerò  in  altro  ordinano  qualche 
riflessione  toccante  il  tempo  in  cui  cominciò  nella  Zecca  Ro- 
mana a  farsi  uso  del  conio,  e  dal  peso  forse  del  presente 
Asse,  ch'io  credo  dell'ultima  diminuzione,  potrà  fermarsi 
un'epoca  forse  non  ancor  bene  stabilita.  Sono  .sempre  pieno 
di  obbligazioni,  col  piìi  profondo  rispetto,  ed  ossequiosa  stima 

Bologna,  26  Febb.  1783. 


174.  (CLXXIV  —  356). 

È  giusta  la  sua  riflessione  intorno  al  sentimento  dello 
Sperlingio  che  quei  Plinti  stassero  loco  pecuntae,  quando 
pensa  ella  che  invece  d'oro  e  d'argento  dovessero  offerirsi 
ai  Dei  nei  Tempi  cose  più  preciose  ;  tuttavolta  l'analogia 
nella  forma  di  quelli  di  metallo  rispettabile  con  le  nostre 
monete  rettangole  mi  lusinga,  e  le  lamellole  di  Petronio 
unite  alle  mentovate  da  Orazio  e  da  Seneca  mi  piegarebbero 
a  credere  che  a  que'  rimotissimi  tempi  avessero  tratta  l'ori- 
gine somministrandogliela  le  monete  rettangole  quantunque 
assai  rozze  e  di  figura  incomoda.  Aggiungo  che  nel  suo 
Luco  sacro  ha  pur  ella  trovate  monete  ma  di  metallo  igno- 
bile corrispondente  allo  stato  dei  donatori,  onde  non  sem- 
bra straordinario  che  un  Signor  grande  com'era  Dario  man- 
dasse moneta  preciosa  in  quella  sì  strana  forma  per  obbli- 
garsi quel  Dio,  o  sì  vero  quei  Sacerdoti,  a  pronunciare 
oracoli  a  lui  favorevoli. 

Quanto  all'Asse  della  famiglia  Calpurnia  siccome  egli  è 
di  mezz'oncia,  così  giusta  il  parere  del  Sig.  Passeri  (i)  si  co- 
minciò a  coniare  dopo  la  legge  Papiria  dell'anno  563  di 
Roma  siccome  tutti  gli  altri.  Anzi  egli  asserisce  d'avere  os- 
servati che  tutti  i  più  pesanti,  cioè  più  antichi  manifestissime 


(i)  Op.  cit,  pag.  aii. 


LETTERE    DI    GUIDO    ANTONIO    ZANETTI  377 

flaturam  ostendunt;  (2)  e  soggiunge  che  non  era  agevol  cosa 
il  potere  coniare  agevolmente  moneta  di  maggior  peso. 

Ho  più  volte  osservati  gli  ordigni  da  coniar  moneta 
nella  medaglia  della  gente  Carisia,  e  quanto  a  me  non  trovo 
veruna  difficoltà  che  in  monete  di  tal  mole,  come  l'asse  della 
Famiglia  Calpurnia,  se  ne  potesse  far  uso  ;  per  altro  il  Bou- 
teroue  nel  suo  dottissimo  Trattato  sopra  la  moneta  porta 
intorno  a  ciò  il  seguente  passo  in  idioma  italiano  tolto  o  da 
qualche  relazione,  od  opera  stampata  in  questa  lingua,  della 
quale  io  non  ho  veruna  cognizione:  "  Certe  figure  di  stucco 
antiche  poste  nelle  grotte  delle  rovine  di  Baia  appresso  Poz- 
zuolo,  dove  erano  rappresentati  i  Monetari  et  le  Machine 
suddette,  che  mostravano  di  avere  pietre  grossissime  su- 
spense in  aria,  come  se  avessero  da  scendere  dal  tetto  per 
dare  maggior  botta  sul  conio  ,,.  Io  non  ho  mancato  di  cer- 
care tutte  le  relazioni  antiche  e  moderne  delle  antichità  di 
Baia  e  Pozzuolo,  né  mi  sono  mai  incontrato  in  questo  passo 
che  mi  sembra  però  assai  notabile  <3). 

Quanto  mai  sarebbe  utile  al  mio  lavoro  la  dissertazione 
del  dottissimo  Sig.  Passeri  da  Lei  menzionata  alla  pag.  26 
della  sua  lettera  al  sig,:  Bartelemi  {sic)  De  Nomtnibus  Urbium  et 
locorum  Italicorum,  se  questa  non  fosse  molto  lunga,  io  la 
pregarci  a  farmene  fare  a  mie  spese  un'esatta  copia,  giacche 
non  può  a  meno  che  non  vi  sia  molta  erudizione  intorno  ai 
tipi  delle  antiche  monete  Italiche  illiterate,  potendo  Ella  dun- 
que farmi  questo  piacere  io  lo  riceverei  per  un  singoiar 
favore. 

Ho  consegnato  al  nostro  Sig.  Borghesi,  che  dal  suo  ri- 
torno di  Roma  per  la  via  di  Toscana  si  è  qui  da  me  trat- 
tenuto per  otto  giorni,  un  involto  contenente  l'ultimo  Tomo 
dell'Opera  del  P.  Ab.  Trombelli  da  esso  per  tale  effetto 
consegnatomi.  Egli  si  trova  un  po'  attualmente  incomodato 
oltre  r  incomodo  dell'età  di  87  anni. 


(2)  Op.  cit.,  pag.  159. 

(3)  Non  mi  è  stato  possibile  consultare  questo  trattato  del  quale 
non  ho  nemmeno  trovato  indicazioni  bibliografiche  corrispondenti  al  ti- 
tolo enunciato  dallo  Z.,  e  così  non  ho  potuto  fare  ricerche  intomo  al 
brano  riportato. 

5* 


37^  ^"    CASTELLANI 


Avrà  inttsa  la  nuova  -della  motte  del  Monetografo  Bel- 
lini accaduta  alla  fine  del  prossimo  passato  mese.  Si  abbia 
Ella  diligente  riguardo  della  sua  preciosa  salute,  mi  onori  di 
qualche  veneratissimo  suo  comando,  e  con  profondissimo 
rispetto  mi  dichiaro 

Bologna,  ig  Marzo  ijSj. 

175.  (CLXXV  -  359). 

Spiacemi  assaissimo  che  la  dissertazione  del  Sig.  Pas- 
seri de  Nomimbus  Urbium  sia  stata  soltanto  ideata  e  non 
estesa  ;  poteva  la  medesima  recar  gran  lumi  a  chi  si  fosse 
proposto  quel  che  io  penso  ;  converrà  aver  pacienza  ed  al- 
lungare l'opera  per  aver  tempo  da  procacciarsi  que'  maggiori 
lumi  che  da  essa  potevano  ricavarsi,  ed  impiegare  maggior 
opera  e  fatica  sui  libri. 

Nella  sua  lettera  al  Sig.  Ab.  Barthelemy,  pag.  45  pro- 
pone una  sua  bellissima  congettura  intorno  ad  una  moneta 
recata  dall' Arrigoni  Num.  Antiq.  tab.  18  n.  6j,  che  cioè  le 
lettere  in  essa  scolpite  forse  con  qualche  alterazione  potes- 
sero, veduta  la  moneta,  interpretarsi  non  RAEV  ma  bensì 
RAVE  ed  in  conseguenza  attribuirsi  la  moneta  a  Ravenna  ; 
ma  come  poi  concigliare  l'altra  parte  della  stessa  moneta 
nella  quale  vedesi  un  K  ed  un  A,  ed  in  conseguenza  ritro- 
vasi la  medesima  attribuita  sì  dal  Passeri,  che  dal  Guarnacci 
ai  Camerti.  Osservo  di  più  che  la  stessa  moneta  viene  re- 
plicata dal  medesimo  Arrigoni  Tom.  Ili  num.  antiquis.  tav.  5. 
2.  8.  collo  stesso  stessissimo  tipo  con  annotazione  dello 
stesso  peso,  ma  con  varietà  nelle  lettere.  Abbia  ella  la  bontà 
di  fare  sopra  ciò  le  sue  osservazioni,  e  poi  in  appresso  a 
suo  comodo  comunicarmele;  come  pure  la  prego  ad  impron- 
tarmi i  disegni  delle  nuove  antiche  monete  di  Pesaro  da  lei 
acquistate  ad  oggetto  di  potere  arricchire  questa  mia  ope- 
retta di  monumenti  nuovi  per  supplire  almeno  con  questi 
ai  molti  difetti  che  in  essa  s' incontreranno.  E  qui  memore 
sempre  delle  mie  molte  obbligazioni  passo  a  rassegnarmi 
con  profondissima  stima 

Bologna,  a  Aprile  178J, 


LETTERE    DI    GUIDO    ANTONIO    ZANETTI  379 


176.  (CLXXVI    -   360). 

Rispondo  all'ultima  pregiatissima  sua  rendendole  distinte 
grazie  delle  belle  notizie  inviatemi  intorno  alla  dissertazione 
del  Sig.  Passeri  de  Nomimbu?  Vrbiunt,  ed  intorno  la  mo- 
neta già  riportata  dall'Arrigoni,  e  da  lei  sospettata  di  Ra- 
venna, indi  con  sodi  fondamenti  e  giusta  critica  attribuita  ad 
Arpe,  Città  delle  Puglie.  Io  non  manciù rò  certamente  di 
secondare  le  di  Lei  lodevoli  premure  e  dovendo  parlare  di 
quella  moneta  non  mancherò  di  far  palese  al  pubblico  il  suo 
sentimento  intorno  ad  essa. 

Ultimamente  ho  ricevuto  dal  Sig.  Pelli  direttore  della 
Galleria  del  Granduca  di  Toscana  due  disegni  d'antichissime 
monete  quadrangole.  In  una  ritrovasi  da  una  parte  scolpito 
un  elefante,  dall'altra  un  cignale.  Riputandosi  questa  moneta 
genuina  e  veramente  antica,  del  che  io  non  me  ne  posso  al 
presente  assicurare,  colla  testimonianza  di  Plinio  si  verrebbe 
in  cognizione  che  essa  non  è  anteriore  all'anno  472  di  Roma 
in  cui  per  la  prima  volta  furono  veduti  in  Italia  gli  Elefanti 
ai  tempi  della  guerra  col  Re  Pirro,  e  furono  chiamate  queste 
bestie  Boves  Lucas  perchè  veduti  nella  Lucania  secondo  ciò 
che  ancora  scrive  Varrone  nel  Libro  V.  Ciò  posto  io  la  di- 
scorro cosi.  Sarebbe  ella  mai  questa  moneta  quadrangola 
d'Arpe,  città  della  Puglia,  Provincia  confinante  colla  Lucania, 
li  abitatori  della  quale  volendo  batter  moneta  detta  pecunia 
con  i  tipi  primigeni!  vi  scolpissero  da  un  lato  il  Bove  Lu- 
cano come  prototipo  ed  antesignano  dei  più  grandi  quadru- 
pedi allora  noti  e  dall'altra  parte  il  Cignale,  ossia  Porco, 
animale  indigeno  del  paese  ?  Queste  sono  forse  mie  azzar- 
date congetture  che  intorno  a  questa  Medaglia  io  sottometto 
all'illuminato  suo  criterio.  Nell'altra  che  vien  dopo  trovasi 
impresso  da  una  parte  un  Caduceo  dall'altra  un  Tridente.  Sì 
l'uno  che  l'altro  si  rappresenta  legato  da  certe  fettuccie  i 
capi  delle  quali  svolazzano  pel  campo  della  moneta  in  una 
foggia  un  po'  tioppo  ardita  e  lontana  dalla  semplicità  dei 
tempi  nei  quali  dovrebb'esser  fusa  la  moneta.  Tai  tipi  non 
sono  punto  estranei  alle  monete  antichissime  d'Italia,  e  molte 
ne  ho  vedute  rappresentanti  nel  rovescio  or  l'uno,  or  l'altro, 
ma  non  mai  assit-me  uniti.  In  questa  o  vien  denotata  la  re- 


380  G,    CASTELLANI 


ligione  particolare  della  Città  addetta  a  Nettuno  ed  a  Mer- 
curio, o  se  pure  la  situazione  marittima  della  medebima  (i). 
Questo  è  ciò  (che)  vo  meco  scandagliando  intorno  i  suddetti 
monumenti.  A  maggior  mia  quiete  io  ho  risoluto  di  acchiu- 
derli a  questa  acciò  possa  Ella  sott'occhio  esaminarli  con 
attenzione  e  farvi  sopra  quelle  riflessioni  che  più  le  sembre- 
ranno opportune,  pregandola  a  rimandarmeli  con  suo  co- 
modo accompagnate  dalle  medesime  anche  riguardo  a  ciò 
ch'Ella  ne  crederà  intorno  l'antichità  e  legittimità  degli  stessi. 
E  qui  supplicandola  a  non  dimenticarsi  del  disegno  della 
Moneta  Pesarese  accompagnato  dalle  sue  riflessioni  pregan- 
dola a  perdonarmi  i  molti  incomodi  che  le  reco  passo  a 
rassegnarmi 

Bologna,  16  Aprile  178J. 

177.  (CLXXVII  —  361). 

Io  sono  pienamente  del  veneratissimo  suo  sentimento 
intorno  l'antichità  delle  note  due  monete  rettangole  della 
Galleria  di  Toscana.  Ma  insorge  qui  una  nuova  briga  per 
rapporto  alle  medesime.  Nel  tempo  che  le  avevo  scritto  delle 
medesime,  poco  prima  comunicai  i  disegni  ad  un  mio  amico 
del  Paese,  questi  si  prese  cura  di  scriverne  al  dotto  Sig. 
Ab.  Luigi  Lanzi  uno  de  Custodi  di  quella  Real  Galleria,  che 
ultimamente  ne  ha  inserita  una  descrizione  nel  T.  47  del 
Giornale  Pisano.  Rispetto  alle  dette  due  Monete  eccole  la 
precisa  risposta  del  medesimo.  "  Rapporto  ai  due  grandi 
Assi,  posso  assicurarla  che  non  vi  è  monumento  più  sincero 
di  essi,  e  sono  i  più  conservati  che  abbia  mai  veduto  in  tal 
genere  rarissimo  come  Ella  sa.  Mons.  Borgia  ne  acquistò  da 


(i)  Non  mi  pare  superfluo  notare  come  anche  in  questo  difficile  ar- 
gomento delle  monete  primitive  lo  Z.  sia  assistito  dal  suo  finissimo  in- 
tuito. Era  allora  opinione  prevalente  che  i  pezzi  quadrangolari  fossero 
antichissimi  e  anteriori  ^W'aes  grave  circolare.  Con  una  semplice  ma 
giusta  osservazione  sulla  disposizione  artisticamente  movimentata  delle 
fettuccie  (lermtisclii)  lo  Z.  si  mette  in  aperto  contrasto  con  tale  opinione, 
precorrendo  quasi  i  più  moderni  sludi  dai  quali  resta  assodato  come 
quei  pezzi  appartengano  ad  epoca  molto  meno  remola  e  debbano  con- 
siderarsi multipli  dell'asse  già  ridotto  di  peso. 


LETTERE  DI  GUIDO  ANTONIO  ZANETTI  381 

Bayers  circa  a  tre;  uno  pur  colI'EIefante  fu  già  dello  Stoch 
(vorrà  dire  dello  Stosch)  ed  ora  è  Inghilterra.  Questo  di 
Galleria  fu  da  me  trovato  fra  moltissime  Statuette  di  bronzo 
in  casa  d'un  vecchio,  che  lo  avea  dimenticato  per  molti  anni 
non  conoscendone  il  pregio  „.  Il  Sig.  Ab.  Lanzi  per  quanto 
mi  avvisa  il  detto  amico  è  nomo  assai  pratico  dell'antico,  e 
la  sua  testimonianza  merita  molto  riguardo.  Ne'  suoi  viaggi 
fatti  in  Bologna  é  stato  a  vedere  la  mia  raccolta  di  monete, 
ed  io  lo  ho  riconosciuto  assai  versato  nell'antichità,  onde 
non  mi  sembra  da  trascurarsi  affatto  il  suo  giudizio.  Ricorro 
pertanto  di  nuovo  a  Lei  per  regola  e  consiglio  dopo  questi 
ulteriori  lumi  non  trovando  cosa  prudente  il  pubblicarli  come 
sospetti  in  vista  del  possessore,  ed  al  contrario  trascurandoli 
del  tutto  sembra  cosa  inopportuna  attesa  la  singolarità  e  no- 
vità dei  monumenti  (i).  Attendo  con  impazienza  il  disegno  della 
nuova  moneta  Pesarese  corredato  delle  sue  dotte  riflessioni, 
che  tai  quali  ella  mi  avanzerà  saranno  da  me  pubblicate.  In 
altro  ordinario  ho  bisogno  del  suo  saggio  consiglio  riguardo 
alle  monete  dei  Duchi  d'Urbino,  giacche  ora  sto  formando 
l'appendice  con  cui  si  terminerà  il  Tomo  terzo.  E  con  la 
solita  stima  me  le  protesto  d'essere 
Bologna,  j  Maggio  ijSj. 

178.  (CLXXVIII  -  362). 

Appena  ricevuta  la  veneratissima  sua  assieme  col  di- 
segno dell'antica  Moneta  Pe.sarese  mi  sono  portato  da  un 
mio  amico  che  tiene  tutta  l'opera  del  Peilerin  ed  ògli  mo- 
strato il  disegno.  Egli  immediatamente  m'assicurò  essere  in 
quell'Autore  la  Medaglia  riportata  ;    osservatane   però  esat- 


ti) Luigi  Adriano  Milani  nel  suo  importante  studio  su  VAes  rude, 
sigihUiim  e  grave  rinvenuto  alla  Bruna  presso  Spoleto  (Rivista  J/n/iana 
dt  .Viimisinrjfira.  anno  IV,  1891,  pagg.  27-116),  annovera  tra  gli  esem- 
plari esistenti  del  pezzo  rettangolare  col  Caduceo  e  il  Tridente  (pag.  36) 
anche  quello  ilei  Museo  di  Firenze  di  cui  Egli  era  Direttore,  mentre 
parlando  dell'altro  con  l'Elefante  e  la  Scrofa  (pag.  80)  cita  soltanto 
l'esemplare  già  (iiiadagni  liei  Museo  Britannico,  soggiungendo:  "Un 
altro  esemplare  Stosch  s' ignora  dove  si  conservi  ;  altri  esemplari  si 
giudicano  falsi  „.  Cosi,  almeno  per  quest'ultimo,  non  appariscono  del 
tatto  infondali  i  sospetti  sorli  nell'O.  sull'autenticità  dei  due  pezzi. 


382  G.   CASTELLANI 


tamente  la  figura  si  è  trovato  che  nella  sua  il  Cerbero  cam- 
mina da  destra  a  sinistra,  laddove  nella  Pelleriniana  va  tutto 
all'opposto.  In  essa  la  testa  giovanile  e  muliebre  è  in  faccia 
essa  pure,  ed  è  ornata  d'un  elmo,    quando    nella    sua    forse 
non  troppo  ben  conservata  l'ornamento  apparisce  differente. 
Viene  egregiamente  supplita  la  leggenda  della    sua  Moneta 
nella  quale  non  ap[)arisce  che  la  sola  iniziale  con  queste  AYP 
le  quali  pienaniente  giustificano  la  leggenda  rimanendo  per- 
duto soltanto  il  I  per  ingiuria  del  tempo.    Questa    moneta  è 
pubblicata  dal  sig-  Pellerin  (0  nel  Tomo  I  delle  sue  Medaglie 
di  Città  e  Popoli  alla    Tav.  IX,    n.  40  ;    ed    alla    pagina    59 
così  ne  parla  :  "  La  prima  Medaglia  di  questa  Tavola    è    di 
Pisaurum  Città  dell'Umbria    che    sussiste    ancora   al   giorno 
d'oggi  sotto  il  nome  di  Pesaro.  Golzio  ne  ha  pubblicata  una 
di  questa  città,  che  come  questa  rappresenia  il  singoiar  tipo 
del  Cerbero,  ma  colla  testa  d'Ercole  dall'altra  parte.  11  Sig. 
Ab.  Olivieri  in  una  lettera  stampata  ch'egli  ha  indirizzata  al 
Sig.  Ab.  Barihelemy  fa  menzione  delle  Medaglie  Greche  di 
Pesaro,  che  Egli  asserisce  sommamente  rare  „.   E  questo  è 
quanto  l'Autore   Francese    dice    di    questa    Moneta.    Perchè 
Ella  rimanga  pitnamente  soddisfatta  intorno  quest'argomento 
io  le  unisco  un  abbozzo  fatto  con  la  maggior  esattezza  pos- 
sibile della  Moneta  con  pregarla  a  stendermene  con    la   so- 
lita sua  dottrina  la  spiegazione  facendo  anche  memoria  della 
moneta  del  Pellerin,  e  di  quelle    delle    quali    ma   portate  le 
stampe  nella  sua   lettera  sopra  le  Monete  italiche,    ed    in  ri- 
stretto formarmi  tutto  l'articolo  su  l'antica  moneta  Pesarese 
che  io  a  Dio   piacendo   pubblicherò   entro    la    mia   Disserta- 
zione, tal  quale  Ella  lo  scriverà  ed  in  suo  nome. 

Passando  alle  monete  moderne,  vengo  assicurato  da  un 
Amico  di  aver  veduto  in  Roma  un  Paolo  di  Guidobaldo  II 
con  la  Rovere  coronata,  e  le  lettere  Gtii.  Uhaldus  Urbini 
Dux;  e  dall'altra  parte  due  figure  con  le  parole  S.  VBALDVS 
S.  ANTONIVS  PROJECT.  Non  portando  detta  moneta  il  nome 
della  Zecca,  conviene   tuttavolta    crt-dere  che  sia   di   Pesaro 


(i)  Recueil  de  Médailhs  de.  Pfìiples  et  de  Villes  qui  n'ont  pomi  encore 
été  puhliées  un  qui  sotti  pcu  connues,  tome  premier.  Paris,  H.  L.  Guerin 
<ii  L.  F.  Delatour,  MDCCLXIll,  in-4. 


LETTERE    DI    GUIDO    ANTONIO    ZANETTI  383 

Stante  etc.  Desidero  perciò  che  mi  dica  se  m'inganno  e  se 
detti  Santi  sono  fra  i  Protettori  di  Pesaro  (i).  Come  pure  se  il 
secondo  sia  S.  Antonio  Abate,  come  mi  figuro  atteso  quello 
che  ho  letto  nella  sua  Opera  di  S.  Terenzio  alla  pag.  io6. 
Molto  pili  mi  sono  indotto  a  ciò  credere  per  possedere  una 
moneta  di  rame  battuta  nel  1578  con  un  Aquila  e  nel  rove- 
scio detto  Santo,  che  pure  io  credo  di  detta  Zecca  sotto 
Francesco  Maria  il.  Una  sol  difficolta  10  ho  ed  e  che  questa 
è  di  puro  rame  quando  1  Quattrini  di  detto  Duca  sono  con 
qualche  porzione  di  lega,  non  vorrei  perciò  che  questa  fosse  un 
qualche  Ferlino  (a).  Tengo  pure  altra  moneta  di  puro  argento 
non  so  se  con  un  vaso  di  Rame,  o  pure  una  scopetta,  e  nel 
rovescio  S.  Martino  ^3).  Questa  pure  dallo  stile  del  conio  pare 
dei  Duchi  d'Urbino,  come  potrà  ella  pure  riconoscere  dagli 
abbozzi,  che  qui  le  accludo  perchè  gli  esamini,  e  mi  dica  il 
suo  saggio  parere  Scusi  del  disturbo,  che  le  reco,  e  se 
vaglio  mi  comandi  mentre  con  la  dovuta  stima  me  le  pro- 
lesto d'essere 

Bologna,  io  Maggio  ijSj. 

179.   (CLXXIX  —  367). 

Io  ho  tardato  a  rispondere  alla  vcnt-ratissima  sua  di- 
stratto da  d.  verse  cure  dell' Offi^io  e  dalle  funzioni  solite 
farsi  nelle  passate  Rogazioni.  Il  tipo  del  Cerbero,  che  tal- 
volta rappresentasi  nelle  Monete  ch'espongono*  le  fatiche 
d'Er«ole,  io  non  l'ho  mai  veduto  come  tipo  principale,  e  so- 
litario in  alcun  altra  Moneta  di  Città  libera,  onde  penso  che 
possa  assi  urarsi  esser  tipo  o  stemma  dell'antica  Pesaro. 
Non  furono  altrimenti  due  le  Monete  Sannitiche,  ma  una  sol- 
tanto che  il  Pellerin  pubblicò  nel  secondo  supplemento   alla 


(i)  Troviamo  all' incirca  le  stesse  parole  nel  t.  Ili  dello  Z.  a  pag.  456, 
dove  p>erò  non  venne  data  la  riproduzione  della  moneta  della  quale  non 
si  hanno  altre  notizie. 

(2)  Ffrlitti  venivano  chiamate  a  Bologna  le  tessere,  cfr.  Z.  Ili,  433. 
Il  quattrino  con  S.  Antonio  e  l'anno  1578  si  trova  fra  le  incerte,  ivi, 
460,  tav.  XXIV,  n.  34. 

(3)  Per  la  moneta  con  S.  Martino  e  la  scopetta  vedi  lettera  n.  63  e 
relativa  nota. 


384  G.    CASTEILANI 


Raccolta  delle  sue  Medaglie  pag.  2  tav.  I  num.  2,  e  di  cui 
le  accludo  lo  schizzo,  ed  al  numero  3  riprodusse  in  rame  la 
prima  pubblicata  da  Lei  nel  Tomo  2  dell'Accademia  di  Cor- 
tona (i).  Nella  nota  alla  detta  Medaglia  parla  a  lungo  sopra 
essa  e  riferisce  i  sentimenti  del  Marchese  Maffei,  del  Pas- 
seri, e  suo,  che  gli  fu  anni  sono  communicato  per  esteso  dal 
nostro  Sig.  Biancani  come  lo  stesso  mi  assicura;  però  abbia 
la  bontà  di  farne  fra  le  sue  carte  la  ricerca  non  essendo  di 
piccol  mole,  e  da  essersi  agevolmente  smarrito,  quando  poi 
noi  rinvenisse  prontamente  ne  sarà  di  nuovo  servita.  Allo 
schizzo  della  moneta  Sannitica  di  Pellerin  stimo  a  proposito 
l'aggiungerne  un  a'tro  pubblicato  dallo  stesso  nel  suo  terzo 
supplemento  alla  suddetta  raccolta  pag.  78  tav.  3  numero  2  (2). 
Siccome  egli  è  affine  sì  di  tipo,  che  d'argomento  alle  mo- 
nete Sannitiche  pubblicate  nella  sua  prima  dissertazione 
sopra  esse  N.  Ili  e  IV  così  stimo  a  proposito  che  l'ab- 
bia sott'  occhio  per  sua  regola.  Sopra  questa  moneta  fa 
egli  le  seguenti  osservazioni.  Vi  scorge  la  X  nota  del 
denaro  Romano,  che  comunemente  si  trova  sopra  le  monete 
Consolari,  ch'essa  loro  rassomiglia  per  la  forma  per  la  ma- 
teria e  per  il  peso,  quantunque  ne  sia  diversa  la  fabbrica 
che  è  molto  rozza,  inoltre  non  è  credibile  che  la  sia  stata 
battuta  in  Roma,  giacché  questa  Città  a  quei  giorni  non  ha 
giammai  battuta  moneta  colla  leggenda  Italia.  Crede  egli 
pertanto  di  poter  assicurare  ch'essa  sia  stala  battuta  dai  Po- 
poli che  sotto  il  comun  nome  à! Italici  si  ribellarono  contro 
i  Romani  nell'anno  668  di  Roma  e  si  unirono  insieme  per 
far  loro  guerra  che  fu  chiamata  guerra  sociale  (sin  ora  non 
dice  nulla  di  nuovo  giacché  questo  è  l' istesso  sentimento 
deirAvercampio(3>  nelle  Medaglie  incerte  del  Morelli  pag.  458). 
Soggiugne  che  questi  ribelli  s'adunarono  all'esempio  della 
Capitale  nella  ciità  Corfinium  capo  dei  Peligni  in  una  specie 


(i)  Stcond  Suppléinent  aux  Six  Volumes  de  Recueils,  etc.  Paris,  De- 
lalour,  MDCCLXVI,  in-4. 

(2)  Troisième  Supfììiment,  etc.  Paris,  Delatour,  MDCCl  XVII,  in-4. 

(3)  T/iesnurus  Moreìlinniis,  swe  ....  Numistnala  conquisila  .  .  .  a 
celeberrimo  Andrka  Mokellio,  eie.  iiluslravit  Sigebertus  Haveroampus, 
Arastelaedami,  J.  Wetstenium  et  G.  Smith,  MDCCN  XXIV,  in-lol.,  tomi  a. 


LETTERE    DI    GUIDO   ANTONIO   ZANETTI  ^5 


di  Consiglio,  o  Senato  composto  dei  deputati  di  tutte  le 
Città  confederate  ;  e  che  ivi  otto  capi  dei  principali  popoli 
giurassero  d'osservare  esattamente  i  trattati  d'alleanza  in  una 
singoiar  maniera,  rappresentata  nelle  monete  da  Lei  recate 
al  n.  3  e  4  della  sua  prima  dissertazione  sopra  due  Monete 
Sannitiche,  e  dal  Morelli  nella  prima  tavola  delle  incerte 
let.  e  e  d.  Queste  Monete  crede  egli  che  abbiano  moltissima 
analogia  con  la  sua  ora  per  la  prima  volta  pubblicata  non 
solo  per  la  loro  fabbrica,  ma  ancora  per  la  testa  di  donna 
che  vi  è  rappresentata  con  la  leggenda  ITALIA.  La  differenza 
riguarda  soltanto  il  rovescio  in  cui  gli  ribelli  han  fatto  scol- 
pire l'immagine  e  il  nome  dell'Italia  in  quella  guisa  che  i 
Romani  mettevano  assai  spesso  la  figura  di  Roma  e  il  suo 
nome  sopra  le  monete  d'argento.  Se  i  medesimi  ribelli  vi 
hanno  fatto  mettere  la  X  ciò  fu  per  indicarne  il  valore  poi- 
ché essendo  accostumati  prima  della  loro  congiura  a  non 
servirsi  d'altra  moneta  che  della  Romana  vollero  proseguire 
con  detto  uso.  Riguardo  alla  lettera  C  che  si  trova  sul  ro- 
vescio crede  egli  che  la  moneta  sia  stata  battuta  nella  Città 
di  Corfinium  la  quale  vi  avrà  espresso  il  suo  nome  con  la 
lettera  C  che  ne  è  l'iniziale.  Questo  è  quanto  osserva  il  Pel- 
lerin  sopra  l'ultima  moneta  dello  schizzo.  Se  a  Lei  occorre- 
ranno altre  notizie  sì  intorno  a  questa,  che  alla  prima  San- 
nitica  si  degni  accennarlo  che  ne  .sarà  subito  servita.  Non 
ho  mancato  di  fare  ulteriori  ricerche  presso  il  Sig.  Pelli  Di- 
rettore della  Real  Galleria  di  Firenze  intorno  alle  due  Mo- 
nete rettangole  delle  quali  a  Lei  comunicai  i  disegni.  Mi  ri- 
sponde egli  che  in  casa  del  Sig.  Marchese  Guadagni  vi  sono 
alcuni  di  questi  pezzi,  ma  che  i  suddetti  non  appartennero 
mai  a  detto  Signore  il  quale  tiene  sepolta  la  sua  Galleria 
assai  pregevole,  e  che  intorno  a  questi  pezzi  o  Etruschi  o 
non  Etruschi  non  pare  certamente  che  vi  sia  dubbio  di  fal- 
sità. Intanto  anderò  seriamente  pensando  se  convenga  o  no 
farne  uso  nella  meditata  dissertazione. 

Bramerei  ch'Ella  m'illuminasse  intorno  all'Aquila  che  i 
Sig.  Sforza  pongono  nella  loro  arma.  Il  pezzo  di  disserta- 
zione di  Mons.  Compagnoni  su  la  Zecca  Maceratese  non 
avrà  luogo  m  questo  tomo  che  forse  è  troppo  cresciuto  di 
mole.  Bensì  si  pubblicherà   nel   seguente  premettendola  alla 

40 


386  G.    CASTELLANI 


dissertazione    del    Sig.    Ab.    Tondini    sopra    le    Monete    di 
quella  Città. 

In  quest'oggi  ho  ricevuto  un  piego  a  Lei  diretto  pro- 
veniente dal  P.  Affò,  non  mancherò  di  stare  in  pratica  di 
sollecita  e  sicura  occasione  per  prontamente  rimetterglielo. 
M'onori  de'  pregiatissimi  suoi  comandi  e  mi  creda  quale  con 
profondissima  stima  mi  glorio  d'essere 
Bologna,  31  Maggio  178J. 

180.  (CLXXX  —  369). 

Molto  mi  ha  consolato  la  pregiatissima  sua  18  corr,  in 
sentire  che  sia  alquanto  sollevato  dai  suoi  incomodi,  e  gli 
desidero,  che  sempre  più  si  rimetta  in  salute.  Ho  differito 
a  scrivergli  perchè  avevo  destinato  di  farle  in  persona  i  miei 
ossequi  in  questo  medesimo  mese  ;  ma  la  gita  che  ho  fatto 
a  Parma  col  Sig.  Ab.  Marini  e  P.  Affò,  ed  i  miei  interessi, 
me  lo  anno  impedito,  spero  però  che  non  succederà  così  nel 
venturo  anno. 

La  sua  illustrazione  delle  tre  Monete  Pesaresi  è  già 
stampata  nel  terzo  Tomo,  come  le  dissi;  ma  siccome  l'ho 
inserita  in  una  generale  Appendice  di  tutti  tre  i  Tomi,  così 
non  potrei  farne  tirare  a  parte  alcun  esemplare.  In  prova  di 
ciò  le  accludo  una  Tavola  del  detto  Tomo  dove  sono  state 
intagliate,  ma  però  mal  stampata.  Su  il  primo  del  venturo 
al  più  tardi,  spero  di  trasmetterle  il  Tomo  medesimo  unita- 
mente alla  sua  Monetuccia,  giacché  non  resta  più  a  stam- 
parsi che  un  foglio.  La  tardanza  del  medesimo  è  stato  pure 
un  motivo  di  scrivergli,  perchè  speravo  che  da  una  setti- 
mana all'altra  fosse  terminato.  11  P.  Atfò  prima  di  partire 
lasciò  in  mie  mani  un  pacchetto  per  lei,  che  dovrà  ricevere 
fra  poco  per  averlo  spedito  al  Sig.  Borghesi  acciò  glielo 
faccia  avere. 

Il  P.  Ab.  Trombelli  si  è  rimesso  quasi  del  tutto  dai 
suoi  ultimi  incomodi,  perchè  sta  lavorando  sopra  un  Codice 
della  loro  Libraria.  Il  Sig.  Biancani  esso  pure  sta  bene,  e 
ieri  l'altro  mi  richiese  nuove  di  Lei,  che  le  porterò  in  cam- 
pagna il  venturo  sabato  dove  egli  si  trova  ancora  in  villeg- 
giatura. 


LETTERE   DI    GUIDO    ANTONIO   ZANETTI  3B7 

Col  desiderio  de'  pregiatissimi  suoi  comandi  me  le  pro- 
testo d'essere 

Bologna,  22  Ottobre  178}. 

181.  (CLXXXI  —  371). 

Giorni  sono  inviai  al  Sig.  Battaglini  di  Rimini  il  terzo 
tomo  della  mia  Raccolta,  che  finalmente  e  uscito  in  luce, 
acciocché  glielo  rimetta  a  mio  nome.  In  esso  troverà  attac- 
cato ai  cartone,  dentro  una  cartuccina  la  sua  monetuccia, 
che  mi  favorì  per  levarne  il  disegno,  quale  troverà  intagliala 
nell'Appendice  con  altra  consimile  di  diverso  conio.  Sopra 
di  essa  e  di  alcune  altie  monete  Pesaresi  ho  creduto  bene 
di  aggiugnervi  alcune  riflessioni,  per  venire  in  chiaro  del 
suo  valore,  eh'  io  sottometto  ai  suo  saggio  giudizio.  Così 
pure  al 'a  sua  spiegazione  del  sigillo  d'Orvieto  vi  troverà  al- 
cune note  per  maggior  illustrazione  della  materia,  secondo 
il  mio  debole  giudizio,  e  ciò  ho  fatto  per  proseguire  il  me- 
todo intrapreso  e  non  mai  per  altro  fine.  Ma  non  vorrei  aver 
passato  i  limiti  del  mio  rispetto  che  nutro  per  la  sua  degna 
Persona,  eh'  10  venero  e  stimo  assaissimo.  Se  mai  ciò  fosse 
avvenuto,  gliene  chiedo  scusa,  e  pronto  sono  ad  emendare 
ciò  che  non  camminasse  a  dovere.  Scusi  se  prima  d'ora  non 
le  ho  scritto  p>erchè  le  mie  incombenze  non  lo  anno  per- 
messo ne'  giorni  scorsi,  com'era  mio  dovere,  e  perciò  lo 
faccio  ora  con  augurarle  un  felicissimo  principio  d'anno  con 
una  lunga  serie  di  essi,  colmi  di  tutte  quelle  felicità  che  può 
desiderare. 

In  attenzione  de'  suoi  riscontri  unitamente  a  qualche  suo 
comando  passo  al  solito  a  protestarmi 

Bologna,  27  Dicembre  l'jSj. 

182.  (CLXXXII  -   374). 

Rispondo  al  compitissimo  suo  foglio  dei  3  corr.  con  rin- 
graziarla vivamente  delle  cortesi  sue  espressioni  verso  di 
me  fatte.  Io  spero  che  nel  rileggere  che  farà  tanto  le  note, 
che  le  aggiunte  alle  Monete  Pesaresi  fatte,  non  troverà  cose 
che  le  dovessero  dispiacere.  Tuttavolta   se    s' incontrasse  in 


388  G.    CASTELLANI 


qualche  cosa  che  non  camminasse  a  dovere   pronto   sono  a 
correggermi  a  qualunque  suo  cenno. 

Preghi  il  Signore  per  il  nostro  P.  Ab.  Trombelli  per 
esser  quest'oggi  alle  ore  17  passato  all'altro  mondo  con  in- 
finito dispiacere  di  tutti.  Ieri  l'altro  non  aveva  nulla  essendo 
andato  fuori  di  casa  a  celebrar  Messa,  e  ieri  l'ascoltò  nella 
sua  Chiesa.  Essendogli  sopraggiunto  il  catarro  questa  mat- 
tina discorrendo  è  cessato  di  vivere.  Questa  Città  e  la  sua 
Religione  anno  perduto  un  gran  Uomo,  ed  io  ho  perduto  un 
gran  Padrone  ed  Amico  quale  voleva  che  tutte  le  feste  fossi 
da  lui  per  avermi  fatto  Padrone  del  suo  Museo  e  Libreria. 
Mi  dispiace  di  doverle  recar  una  tale  notizia,  perchè  sono 
persuaso  che  le  dispiacerà  ;  ma  bisogna  rassegnarsi  al  voler 
supremo.  Desidero  sentire  buone  nuove  di  sua  salute  unita- 
mente a  qualche  suo  comando,  mentre  pieno  di  stima  me 
le  protesto  d'essere 

Bologna,  7  del  1784. 

183.  (CLXXXIII  -  375). 

Le  rendo  infinite  grazie  per  la  bontà  che  ha  avuto  di 
compatire  quanto  ho  notato  riguardo  alle  monete  Pesaresi. 
Sentirò  volentieri  il  pe.so  e  la  qualità  dell'argento  della  Mo- 
neta Pesarese  ed  Anconitana  per  farvi  nuovo  esame,  ma  non 
dubito  d'essermi  ingannato  (i).  Riguardo  al  sigillo  d'Orvieto 
abbia  la  bontà  di  osservare  quanto  novamente  ho  esaminato 
alla  pag.  484  per  vedere  se  ho  colto  nella  spiegazione,  per- 
chè appunto  di  quanto  ella  mi  scrive  lo  anno  asserito  gli 
Eftemeridisti  nel  dare  l'estratto  della  sua  illustrazione.  Io 
spero  d'esser  riuscito  nell'acquisto  del  superbo  Medaglione 
di  Costanzo  Sforza  da  Lei  illustrato,  perchè  ultimamente  mi 
vien  scritto  da  Modena,  che  mi  sarà  spedito  per  esser  morto 
il  possessore,  che  ne  richiedeva  sei  zecchini,  ed  essendo 
passato  in  mano  d'un  mio  amico    questo    me    lo    ha  ceduto 


(i)  Si  tratta  della  moneta  descritta  dall'O.,  tav.  I.  n.  1,  che  Io  Z. 
giudicò  con  piena  ragione  opera  di  un  falsario  trovando  consenziente 
in  tale  giudizio  lo  stesso  O.,  cfr.  Ili,  pag.  484. 


LETTERE   DI    GUIDO    ANTOMIO    ZANETTI  389 

per  tre  zecchini.  Il  prezzo  veramente  è  ancora  assai  gravoso, 
ma  la  bellezza  sua,  la  conservazione  mi  ha  fatto  fare  Io 
sproprio.  Sotto  il  ponte  vi  si  veggono  le  rondini  nel  nido  e 
nella  Torre  le  luserte  andar  dentro  i  buchi  tanto  è  fino  il 
lavoro,  cose  tutte  che  non  si  veggono  nel  getto  a  lei  spe- 
dito dal  Bellini. 

E  con  piena  stima  me  le  protesto  d'essere 

Bologna,  16  del  1784. 

184.  (CLXXXIV  —  376). 

La  ringrazio  vivamente  dell'approvazione  data  per  la 
spiegazione  del  Sigillo  d'Orvieto,  perchè  n'ero  inquieto.  La 
nota  moneta  d'Ancona  e  Pesaro  non  occorre  che  la  faccia 
saggiare  perchè  andcrebbe  a  perdersi  squagliandosi.  La 
faccia  solo  ritoccare  nel  paragone  in  confronto  di  altra  mo- 
neta consimile  col  nome  di  Sforzi  perchè  certamente  sarà 
d' inferior  lega.  Se  poi  la  lega  fosse  eguale  non  lo  sarà  nel 
peso.  Di  simili  monete  battute  dai  monetar]  falsi  ne  abbiamo 
più  esempi  nelle  monete  Consolari  ed  Imperiali. 

La  prego  ad  aversi  riguardo  nella  presente  critica  sta- 
gione. Io  grazia  Dio  sto  benissimo,  ma  non  è  cosi  di  mia 
moglie,  poiché  trovasi  negli  estremi  lo  che  mi  dà  un  sommo 
rammarico,  come  può  figurarsi  per  essere  stata  un'ottima 
compagnia,  e  che  aveva  ella  tutta  la  cura  della  famiglia,  e 
perciò  mi  lasciava  luogo  di  poter  attendere  ai  geniali  studi. 
Non  si  sa  per  l'avvenire  se  sarà  così  per  il  peso  che  dovrò 
caricarmi,  e  specialmente  per  l'educazione  di  cinque  figli, 
che  mi  lascia.  Comunque  sia  convien  rassegnarsi  al  volere 
supremo. 

E  qui  ansioso  di  sentire  buone  sue   nuove   me    le    pro- 
testo d'essere  con  tutto  l'ossequio 
Bologna,  ji  del  1784. 

185.  (CLXXXV  -  377). 

In  risposta  al  suo  foglio  7  corrente  le  notifico  con  mio 
sommo  dispiacere  la  perdita  della  mia  Consorte  seguita  il 
giorno  della  Purificazione  della  B.  V.  lo  non  so  che  ripetere 


39©  G.    CASTELLANI 


ai  voleri  supremi,  che  così  ha  disposto,  e  perciò  convien 
rassegnarsi,  e  sperare  che  succederà  quel  provvedimento  che 
si  richiede  alle  mie  circostanze,  giacché  sono  in  possesso 
della  Provvidenza  Divina  per  avermi  beneficato  soprabbon- 
dantemente,  ed  in  cose  che  non  mi  sarebbe  mai  passato  per 
mente  di  pensarvi.  Anche  il  giorno  stesso  della  morte  fecemi 
il  Signore  passare  la  giornata  discretamente,  perchè  essendo 
passato  a  pranzo  da  un  Amico  mi  fece  vedere  varie  mo- 
nete, e  me  ne  cedette  varie,  che  mi  mancavano,  fra  le  quali 
due  dei  Manfredi  di  Faenza,  una  delle  quali  inedita,  della 
qual  Zecca  niuna  aveva  nella  mia  Raccolta  di  tredicimila 
Monete  Italiane  per  essere  rarissime. 

Se  vaglio  a  servirla  mi  comandi,  mentre  mi  professo 
d'essere 

Bologna^  ii  Febbraio  1784. 

186.  (CLXXXVI  -  378). 

Dall'Emo  Sig.  Cardinal  Arcivescovo  ho  ricevuto  il  pac- 
chetto con  le  sei  copie  della  giunta  fatta  alla  sua  Opera 
delle  Antichità  Cristiane  (i)  che  pubblicò  tre  anni  sono  per  di- 
spensarle ai  soggetti  indicatimi,  le  quali  saranno  quanto 
prima  distribuite,  giacché  sono  stato  nelle  scorse  due  feste 
in  campagna  dal  Sig.  Biancani  mio  suocero.  Per  la  copia  a 
me  destinata  vivamente  la  ringrazio,  e  molto  più  per  la  me- 
moria che  tiene  di  un  suo  debole  servitore.  Mi  rallegro  nello 
stesso  tempo  del  singolare  acquisto  fatto  di  detti  vetri,  e  gli 
desidero  che  ne  faccia  acquisto  di  altri  per  poterli  illustrare, 
come  pure  gli  auguro  salute  e  tempo  acciò  pubblicare  le 
altre  Opere  che  tiene  presso  di  sé  Ms. 

Forse  le  avrà  fatto  qualche  specie  l'aver  io  detto  poc'anzi 
essere  il  Sig.  Biancani  mio  suocero  e  pure  è  così.  Già  le 
scrissi  sino  nello  scorso  Febbraio  la  perdita  fatta  della  mia 
Consorte.  In  tale  occasione  avendomi  il  Sig.  Biancani  per 
tratto  di  sua  Amicizia  rifugiato  per  alcuni  giorni  in  quella 
critica  occasione,  volle  in  seguito  anche  cedermi   una   delle 


(i)  Di  alcune  altre  Antichità  Cristiane  conservate  in  Pesar u  nel  Museo 
Olivieri.  Pesaro,  Gavelli,  1784,  in-4. 


LETIERE    DI    GUIDO   ANTONIO   ZANETTI  39I 


sue  tre  figlie  per  la  necessità  che  avevo  di  riprender  moglie, 
stante  le  circostanze  della  mia  famig-lia.  e  così  d'amici  siamo 
divenuti  parenti.  Io  poi  sono  contentissimo  per  essere  una 
giovine  timorata  di  Dio  ed  adorna  di  quelle  qualità  che  si 
richieggono  a  una  buona  moglie,  che  in  questi  tempi  sono 
assai  rare.  Non  gliel'ò  prima  partecipato  com'era  mio  do- 
vere, perchè  speravo  di  poterglielo  rappresentare  a  bocca, 
pel  desiderio  che  aveva  di  venirla  a  riverire  in  persona,  lo 
che  non  son  fuor  di  speranza  di  farlo  quest'altro  mese  in 
occasione  di  fare  un  giretto  per  la  Romagna.  li  tanto  le  rin- 
novo le  mie  obbligazioni,  e  me  le  protesto  con  lutto  l'os- 
sequio d'essere 

Bologna,  22  Settembre  1784. 

187.  (CLXXXVII  -  384). 

Essendomi  stato  consegnato  sul  fine  della  Settimana 
scorsa  un  Pacchetto  contenente  vari  esemplari  delle  Orazioni 
funebri  di  alcuni  soggetti  della  Casa  Malatesta  che  hanno 
signoreggiato  in  Pesaro ('),  ne  ho  fatto  prontamente  la  dispensa 
ai  soggetti  indicati  nella  medesima,  quali  mi  hanno  incari- 
cato di  vivamente  ringraziarla  e  promesso  di  dargliene  ri- 
scontro. Per  le  copie  che  si  è  voluto  degnare  aggiungerle 
per  me,  delle  quali  ne  ho  fatto  buon  uso.  Le  rendo  le  più 
vive  grazie,  e  nello  stesso  tempo  rallegrarmi  per  la  illustra- 
zione con  la  quale  la  ha  accompagnata,  che  mette  in  chiaro 
il  dominio  della  medesima  Famiglia  nella  lor  città,  colla 
quale  sempre  più  risulta  la  protonda  erudizione  nelle  cose 
Patrie.  Desidero  che  altri  monumenti  rinvenga  per  sempre 
più  illustrare  la  storia  della  "medesima  e  pronto  a  servirla 
dove  mi  conosce  abile,  colla  maggior  stima  e  rispetto  me  le 
protesto  d'essere 

Bologna,  12  del  ijSj. 

188.  (CLXXXVIIl   -  385). 

In  risposta  al  pregiatissimo  suo  foglio  dei  i8  corr.  le 
dico  di  non  aver  mancato  di  fare  le  necessarie  diligenze  per 


(I)  Orazioni  in  morie  di  alcuni  Signori  di  Pesaro   della  Casa  Mai»- 

testa.  Pesaro,  Gavelli,  1784,  in-4. 


392  G.   CASTELLANI 


rinvenire  l'indicato  Padre  Servita  acciò  ritirare  dal  medesimo 
l'involto  pei  P.  Affò,  ma  non  mi  è  riuscito  per  anche  di  ri- 
trovarlo. Mi  anno  bensì  risposto  che  doveva  passare  per 
Bologna,  ma  che  ha  preso  altra  strada.  Se  ciò  è  vero  si 
prenderà  il  medesimo  premura  di  farlo  recapitare  a  Parma 
da  Verona.  Per  sua  regola  non  sapendo  che  a  Lui  volesse 
spedire  copie  della  sua  stampa,  gliene  mandai  io  una  di 
quelle  che  mi  favorì.  Tuttavolta  se  mi  verrà  alle  mani  il 
detto  involto  non  mancherò  di  prontamente  servirla. 

Lodo  infinitamente  in  sentire  che  pensi  a  stampare  qual- 
che altra  cosa  relativa  ad  Alessandro  Sforza,  e  desidero  che 
il  Signore  le  conceda  tempo  e  salute  per  potere  proseguire 
a  pubblicare  le  molte  altre  notizie  raccolte  per  sempre  più 
illustrare  la  storia  Patria,  giacché  niuno  lo  può  fare  meglio 
di  Lei. 

Se  non  fosse  troppo  ardire  sarei  a  supplicare  di  una 
grazia,  ed  è  di  farmi  gettare  in  rame  un  esemplare  di  ognuno 
degli  Assi  bislunghi  che  possiede,  pronto  a  soccombere  a 
qualunque  spesa  che  vi  occorrerà.  Quello  che  mi  premerebbe 
si  è  che  riuscissero  di  egual  peso  degli  originali.  Sono  già 
in  possesso  delle  sue  grazie,  così  spero  che  non  mi  negherà 
questa  grazia.  Lo  stesso  lo  prego  per  le  Medaglie  antiche 
Pesaresi.  Mentre  con  tutta  la  stima  me  le  protesto  d'essere 

Bologna,  26  del  178J. 

189.  (CLXXXIX  —  386). 

Fino  ad  ora  non  ho  veduto  l'involto  consegnato  a  quel 
P.  Servita,  e  ne  meno  lo  spero  per  ora  di  ricuperarlo,  per- 
chè dovrebb'essere  ormai  a  Verona.  Forse  di  colà  lo  farà 
passare  a  Parma. 

Posto  ch'è  propenso  a  favorirmi  della  copia  in  getto  de' 
suoi  particolari  assi  Etruschi  li  faccia  pur  gettare  in  rame, 
perchè  a  me  basta  d'averne  una  copia  esatta  de'  medesimi. 
Riguardo  al  peso  se  possono  riuscire  come  gli  originali 
avrei  piacere,  quando  no  ò  pensalo  ad  un  ripiego.  Potrebbe 
dire  al  gettatore  che  procuiasse  di  farli  venire  un  poco  più 
grossi  calcando  gli  originali  nell'arena,  perché  così  può  com- 
pensare a  detto  peso  levando  poi  colla  lima  quel  di  più  che 


LETTERE    DI    GUIDO    ANTONIO    ZANETTI  3Q3 


potessero  riuscire.  Intanto  le  avanzo  i  miei  più  distinti  rin- 
graziamenti per  simile  favore  che  mi  è  carissimo.  E  pronto 
a  qualunque  suo  comando,  me  le  protesto  d'essere 

Bologna,  j  Febbraio  Ij8j. 

190.  (CXC  -  387). 

Ieri  consegnai  ad  un  mio  amico  un  involto  a  Lei  diretto' 
con  due  copie  dei  Trattato  delle  Monete  Trevigiane,  una 
delle  quali  per  lei,  e  l'altra  per  pregarle!  a  spedirla  al  Sig. 
Canco  Catalani  di  Fermo.  Detta  copia  per  Lei  gliela  spedisco 
per  ordine  del  degnissimo  Autore  Sig.  Can.  Avogaro  di 
Trivigi  dai  quale  avrà  riscontro.  Il  Libro  come  vedrà  è  fatto 
con  sommo  studio  e  critica,  e  perciò  mi  dispiace,  e  son  pen- 
tito di  avervi  apposte  alcune  note  che  sono  andato  facendo 
nel  mentre  che  si  stampava,  con  tutto  che  l'Autore  le  abbia 
compatite  (0.  II  fatto  si  è  che  in  esse  troverà  pubblicati  tre 
singolari  monumenti  esistenti  in  questo  Instituto,  cioè  due 
pesi  dei  soldi  d'oro  del  tempo  d'Onorio,  da'  quali  si  rileva 
qual  fosse  il  peso  della  Libbra  Romana  ;  ed  il  peso  del 
Marco  stabilito  da  Carlo  Magno  fin  ora  inedito.  Non  le  do- 
vrebbe pure  dispiacere  le  monete  Longobarde  a  me  note 
che  ivi  ho  pubblicate,  e  che  attribuisco  a  Pavia  perchè  poco 
o  nulla  si  sapeva  del  loro  sistema  Monetario,  e  delle  loro 
monete.  Se  mai  nel  leggerla  trovasse  qualche  sbaglio,  e  che 
avesse  qualche  moneta  da  me  non  veduta,  la  supplico  co- 
municarmela per  poterla  unire  all'Appendice  che  verrà  nel 
fine  del  Tomo,  e  nello  stesso  tempo  darmi  il  suo  saggio 
giudizio,  pronto  essendo  a  correggere  ciò  che  non  cammi- 
nasse a  dovere. 

Essendomi  capitata  una  piccola  stampa  qui  ultimamente 
intagliata  da  un  disegno  di  Simone  Da  Pesaro,  mi  sono  preso 
la  libertà  d'unirla  alli  sudetti  due  Libri,  ma  desiderarei  di 
poter  trovare  qualche  cosa  di  migliore  riguardo  alla  sua 
Patria  per  poterle  dimostrare  il  mio  desiderio  di  servirla. 
Con  tutto  suo  comodo  La  supplico  dei  Getti    degli  Assi,   di 


(i)  11  Trattato  si  trova  nel  t.  IV  dello  Z.,  pagg.  1-201.   Le  note  ap- 
postevi sono  veramente  di  grande  importanza. 


50 


394  G-    CASTELLANI 


cui  la  pregai,  e  che  cortesemente  mi  diede  speranza  di  fa- 
vorirmi. Scusi  del  disturbo  e  mi  comandi  liberamente  dove 
posso  servirla,  mentre  con  la  solita  stima  e  rispetto  me  le 
protesto  d'essere 

Bologna,  21  Maggio  ijSj. 

191.  (CXCI  —  392). 

Intendo  dall'ultima  sua  aver  ricevuto  il  Trattato  delle 
Monete  di  Trivigi,  e  d'aver  spedito  al  Sig.  Canco  Catalani 
la  sua  copia  con  altre  stampe  per  cui  le  rendo  vive  grazie. 
Nella  dedica  del  sudetto  Trattato  avrà  veduto  la  Medaglia 
che  ho  fatto  fare  al  defunto  P.  Ab.  Trombelli  per  eternare 
dal  canto  mio  la  sua  memoria,  giacché  nulla  vi  anno  fatto 
finora  i  loro  Padri,  Se  mai  desiderasse  d'averne  una  copia 
per  collocarla  nel  suo  studio,  ben  volontieri  la  servirò  a  qua- 
lunque suo  cenno.  Avverta  però  che  non  è  di  conio,  ma  di 
getto,  perchè  le  mie  forze  non  si  estendono  tant'oltre  per 
poter  subire  la  spesa  dell'incisione,  benché  l'avessi  deside- 
rato per  dimostrare  le  obbligazioni  che  le  dovevo.  Così  potrò 
servirla  anche  di  quella  del  nostro  Emo  Sig.  Card.  Arcive- 
scovo che  collocai  nella  dedica  del  terzo  Tomo. 

Di  sommo  rammarico  mi  è  poi  stata  l'altra  parte  della 
sua  Lettera  nella  quale  mi  dice  di  trovarsi  oppresso  dal 
male.  Desidero  che  il  Signore  faccia  che  la  villeggiatura  le 
giovi,  e  possi  rimettersi  in  salute,  come  bramo  di  vero  cuore. 
Abbiasi  tutto  il  riguardo  possioile,  lasciando  il  Tavolino  acciò 
l'aria  di  campagna  le  possa  giovare. 

In  attenzione  di  riscontro  unitamente  a  qualche  suo  co- 
mando passo  al  solito  a  dichiararmi 

Bologna,  6  Luglio  l'jSj. 

192.  (CXCII  -  393)- 

Di  sommo  piacere  mi  é  stato  il  pregiatissimo,  e  stima- 
tissimo suo  foglio  dei  5  corr.  per  aver  inteso  nuove  della 
sua  Persona  perchè  stavo  in  somma  agitazione,  e  Io  stesso 
era  anche  il  mio  Suocero  Signor  Biancani.  Ella  si  abbia 
tutto  il  riguardo  possibile,   perchè    la    salute    preme    piij    di 


LETTERE    DI    GUIDO    ANTONIO   ZANETTI  395 

tutte  le  altre  cose.  Per  quello  di  cui  la  pregai  si  prenda 
tutto  il  comodo,  e  qualunque  volta  potrà  verrà  sempre  in 
tempo.  Se  vaglio  a  servirla  mi  comandi  liberamente,  mentre 
con  tutto  l'ossequio  me  le  protesto  d'essere 

Bologna,  9  Novembre  I^&s. 

193.  (CXCIII  -  394). 

Dall'Emo  Sig.  Cardinale  Arcivescovo  mi  fu  passato  l'altro 
ieri  l'involto  con  fé  cinque  copie  delle  sue  Memorie  di  Ales- 
sandro Sforza  (i),  le  quali  secondo  il  prescrittomi  nel  pregia- 
tissimo suo  foglio  dei  26  dello  scorso  Novembre  ho  fatto 
avere  ai  soggetti  rispettivi,  a  riserva  di  quella  del  P.  Affò 
che  per  anche  non  mi  è  capitata  occasione,  ma  forse  l'avrò 
lunedì  venturo.  Per  la  copia  che  si  è  degnata  di  assegnarmi 
le  rendo  le  più  dovute  grazie,  e  mi  rallegro  infinitamente 
per  le  belle  notizie  che  in  essa  vi  sono  illustrate  per  averle 
prima  lette  tutte  con  mio  sommo  piacere.  Queste  certamente 
invoglieranno  la  Repubblica  Letteraria  a  vedere  le  altre  dei 
Signori  che  seguitano  della  Casa  Sforza  ;  per  lo  che  gli  de- 
sidero dal  Signore  sanità  e  vita  per  poterle  pubblicare,  figu- 
randomi che  ne  abbia  già  raccolto  i  materiali  necessari.  Dal 
sig.  Co  :  Fantuzzi  mi  è  stato  passato  per  lei  il  Quarto  tomo 
della  sua  Opera  degli  Scrittori  Bolognesi  acciocché  alla 
prima  occasione  gliele  trasmetti,  del  che  ne  vado  in  traccia. 

Sempre  disposto  a  servirla  con  tutto  l'ossequio  me  le 
protesto  d'essere 

Bologna,  4  Dicembre  ijSj. 

194.  (CXCIV  -  395). 

Avendomi  alcune  settimane  fa  il  sig.  Co  :  Fantuzzi  con- 
segnato il  suo  Quarto  Tomo  degli  Scrittori  Bolognesi  acciò 
glielo  spedisca,  non  essendoiii'  capitata  occasione  favorevole, 
che  nel  principio  della  corrente  settimana  di  uno  di  questi 
Mercanti  che  è  partito  per  la  fiera  di  Recanati  al  medesimo 
r  ho  consegnato,  così  spero  che  se  non  lo  ha  avuto  lo  avrà 


(i)  Memorie  dt  Alessandro  Sforza  Signore   di   Pesaro.    Ivi,   Gavelli, 
1785,  in-4. 


396  G.    CASTELLANI 


quanto  prima.  Ella  è  questa  per  me  una  occasione  per  ras- 
segnarle la  mia  servitù,  e  per  pregarla  delle  sue  grazie,  al- 
lorché avrà  comodo  per  i  noti  getti.  E  col  desiderio  di  sen 
tire  buone  nuove  della  sua  Persona,  passo  con   tutto  l'osse- 
quio a  protestarmi 

.  Bologna,  11  del  lySó. 

195.  (CXCV  -  396). 

In  seguito  del  pregiatissimo  suo  foglio  degli  11  corr. 
non  ho  mancato  di  stare  in  ricerca  del  P.  Maestro  Bastoni 
per  ricuperare  i  due  indicatomi  involti  per  Modena  e  Parma. 
Infatti  lunedì  mi  riuscì  di  acquistarli,  e  spero  al  più  tardi 
che  sabato  venturo  saranno  in  Modena.  Mi  dispiace  al  sommo 
il  sentire  che  non  stia  bene.  Si  abbia  tutto  il  riguardo  pos- 
sibile, e  speri  nel  Signore  che  lo  assisterà.  Le  mie  orazioni 
poco  possono  giovare,  tuttavolta  non  mancherò  di  porgere 
suppliche  al  Sig.  Iddio  acciò  possa  rimettersi  in  salute,  e  le 
dia  pacienza  nelle  sue  avversità.  Mi  continui  la  sua  buona 
grazia  e  mi  creda  quale  con  tutto  l'ossequio  mi  protesto 
d'essere 

Bologna,  2S  Febbraio  ij86. 

196.  (CXCVI  -  402). 

Avendo  ricevuto  nell'ordinario  scorso  un  foglio  di  Ap- 
pendice all'ukima  sua  Opera  pubblicata  (i),  e  figurandomi  pro- 
veniente dalla  solita  sua  gentilezza,  gliene  avanzo  i  miei  più 
vivi  ringraziamenti,  e  mi  rallegro  nello  stesso  tempo  del  bel 
documento  scoperto.  Le  rinnovo  le  mie  premure  per  le  copie 
degli  Assi  rettangoli,  premendomi  assai  di  averli.  So  che 
le  sarò  inopportuno,  ma  so  altresì  quanto  sia  grande  la  sua 
bontà,  scusandomi,  a  motivo  del  genio  che  ho  in  simili  cose. 
Se  mai  le  fo^^se  più  comodo  di  spedirmi  per  occasione  si 
cura  gli  originali,  ne  farei  fare  qui  le  copie,    e   glieli  riman- 


(i)  Appendice  alle  Memorie  di  Alessandro  Sforsa  i6ignor  di  Pesaro 
Wi,  G  avelli,  1786,  in-4. 


LETTERE    DI    GUIDO   ANTONIO   ZANETTI  397 

derei  a  posta  corrente.  E  col  desiderio  di  sentire  buone  nuove 
della  sua  salute  passo  a  rassegnarmi  quale  me  le  protesto 
d'essere  con  tutto  l'ossequio 

Bologna,  j  Aprile  ijSó. 

197.  (CXCVII  -  403). 

In  risposta  al  pregiatissimo  suo  foglio  degli  ii  corr.  le 
rendo  vivissime  grazie  per  il  singolare  favore  compartitomi 
di  farmi  fare  le  copie  dei  suoi  Assi  rettangoli,  e  di  spedir- 
meli alla  prima  occasione.  Sarà  subito  servito  delle  due  Me- 
daglie da  me  fatte  fare  all'  Emo  Giovanetti  ed  al  defonto 
P.  Abb.  Trombelii.  ed  alla  prima  occasione  gliele  trasmet- 
terò. Esse  però  sono  di  getto,  perchè  non  avendo  le  mie 
forze  potuto  soccombere  a  farle  fare  di  conio  non  ho  potuto 
fare  di  più.  Con  esse  troverà  l'altra  di  conio  che  feci  fare  al- 
l'Emo Boncompagni,  che  porrà  in  serie  con  le  altre,  e  se 
potessi  servirla  di  qualche  altra  basta  che  me  ne  dia  un 
cenno  che  ben  volontieri  lo  farò  per  dimostrarle  la  stima,  e 
le  obbligazioni  che  le  professo.  Non  manco  di  pregare  il  Si- 
gnore per  le  maggiori  sue  prosperità,  ma  temo  che  abbiano 
poco  effetto,  perchè  non  vagliono  nulla.  Mi  continui  la  sua 
grazia  e  mi  creda  quale  me  le  protesto  d'essere 

Bologna,  ij  Aprile  ij86. 

PS.  Se  mai  le  fosse  riuscito  di  ritrovare  qualche  notizia 
sopra  la  sua  Zecca,  mi  farebbe  sommo  favore  a  comunicar- 
mela per  poterla  inserire  nell'Appendice  al  quarto  Tomo, 
che  presto  coraincierò  a  stampare.  Le  Medaglie  le  perver- 
ranno da  Savignano  dove  sono  state  spedite  a  Pasquale 
Amati. 

198.  (CXCVIII  —  404). 

Mi  dispiace  assaissimo  il  sentire  che  per  favorirmi  della 
copia  delle  Monete  Rettangole  sieno  iiiiaste  offese  le  loro 
palme,  per  lo  che  non  so  indovinare  la  maniera  con  cui 
l'artefice  abbia  ciò  praticato.  Ho  avuta  occasione  anche  l'altro 
ieri  di  far  fare  una  copia  di  due  Piombati  col  Monogramma 
di  Cristo,  e  la  patina  non  ha  patito  nulla,  giacché  altro  non 


39^  G.    CASTELLANI 


se  gli  fa  che  collocarli  fra  rai:ena  per  lasciarvi  l'impressione. 
Subito  che  avrò  avuta  la  scattola  non  mancherò  di  dargliene 
riscontro,  e  intanto  le  rendo  vive  grazie  per  simile  favore. 
Come  pure  le  sono  infinitamente  tenuto  per  l'involto  delle 
sue  carte  attinenti  alla  sua  Zecca,  le  quali  osservate  che 
rabbia,  non  mancherò  di  rispedirgliele. 

Per  corredare  il  fragmento  della  dissertazione  di  Mons. 
Compagnoni  sulla  Zecca  Maceratese  avevo  pensato  di  pre- 
metterlo all'intera  dissertazione  che  aspetto  dal  Sig.  Ab.  Ton- 
dini, per  così  un^ire  tutto  insieme  con  i  tipi  delle  Monete. 
Ma  giacché  desidera  che  sia  pubblicato  sarà  servita  fra  poco. 
Non  avendo  essa  alcun  frontispizio  la  prego  dirmi  come  mi 
devo  regolare.  Se  credesse  bene  di  scrivermi  una  Lettera 
che  mi  dasse  contezza  di  tutto,  la  premetterei  alla  medesima, 
e  perciò  se  trova  un  poco  di  tempo  per  stenderla  mi  farà 
sommo  piacere  giacché  Ella  n'è  di  tutto  informato.  Stia  di 
buon  animo  e  si  faccia  coraggio,  e  speri  nel  Signore  che 
l'assisterà.  Per  me  non  mancherò  di  porgere  preghiere  al- 
l'Altissimo, ma  le  mie  orazioni  poco  giovano,  tuttavolta  lo 
farò  volentieri,  perchè  troppo  le  professo  obbligazioni  delle 
quali  non  mi  scorderò  mai.  E  col  più  profondo  ossequio  mi 
protesto 

Bologna,  22  Aprile  1786. 

199.  (CIC  —  405). 

Serve  questa  mia  per  accusarle  la  ricevuta  della  scat- 
tola, e  dell'involto  trasmessomi,  e  ringraziarla  infinitamente 
per  tal  favore  sì  per  gli  uni  che  per  le  altre.  Rimane  solo 
che  mi  dica  qual  sia  il  mio  debito  per  poterla  soddisfare, 
non  essendo  giusto  eh'  Ella  vi  abbia  da  rimettere.  I  Cavi 
degli  Assi  per  essere  in  piombo  sono  andati  tutti  a  male  per 
il  moto  del  viaggio,  lo  che  non  sarebbe  succeduto  se  l'ar- 
tefice gli  avesse  gettati  in  metallo  oltre  che  sarebbero  riu- 
sciti più  eguali  agli  originali  di  quello  sono  venuti,  ma  vi 
vuole  pazienza  e  tenerli  così.  Osservate  cht^  abbia  le  Carte, 
e  preso  copia  di  quelle  che  possono  servire  per  l'appendice, 
sarà  mia  cura  di  ritornargliele  acciò  le  possa  riporre  a  suo 
luogo.  Mi  figuro  che  abbia  ricevuto  le  Medaglie  che    le   in- 


LETTERE   DI   GUIDO   ANTONIO   ZANETTI  399 

dicai  con  altra  mia.  In  attenzione  di  nuove  di  sua  salute  uni- 
tamente a  qualche  suo  comando,  mentre  me  le  protesto 
d'essere 

Bologna,  29  Aprile  ij86. 

200.  (CC  —  410). 

Compiegato  nel  compitissimo  suo  foglio  dei  29  dello 
scorso  Aprile  ho  ricevuto  la  Lettera  sua  da  premettere  al 
principio  della  Dissertazione  delle  Monete  di  Macerata  del 
fu  Mons.  Compagnoni,  la  quale  va  egregiamente,  e  perciò 
gliene  rendo  vive  grazie  (^).  Solo  pecca  di  troppe  lodi  riguardo 
alla  mia  persona,  ch'io  non  merito;  ma  ciò  riconosco  effetto 
della  sua,  bontà,  e  gentilezza,  per  cui  me  le  protesto,  e  pro- 
fesserò mille  obbligazioni.  Giacché  così  vuole  la  lascierò  cor- 
rere alla  stampa  e  subito  che  sarà  composta  non  mancherò 
di  dargliene  avviso  come  mio  dovere.  E  col  desiderio  di 
sentire  buone  nuove  di  sua  salute,  unitamente  a  qualche  suo 
comando,  con  tutto  l'ossequio  me  le  protesto  d'essere 
Bologna,  j  Alaggio  17S6. 

201.  (CCI  —  411). 

Dal  pregiatissimo  suo  foglio  dei  9  corr.  sento  che  abbia 
ricevuto  il  pacchetto  con  le  tre  Medaglie  trasmessogli,  e  mi 
consolo  che  le  abbia  compatite,  specialmente  quella  di  conio 
che  feci  qui  pure  formare.  Per  sua  regola  questa  pure  è 
anche  rara,  perchè  dopo  coniatone  poco  numero,  regalai  al 
Sig.  Cardinale  anche  il  conio,  e  chi  l'ebbe  in  custodia  lo  la- 
sciò andar  a  male.  Per  due  motivi  non  gli  ho  indicato,  né 
gì' indicare  il  costò  di  dette  Medaglie.  11  primo  perché  Ella 
non  ha  voluto  indicarmi  la  spesa  fatta  per  le  copie  delle  sue 
monete  rettangole.  La  seconda  perchè  le  avevo  fra  le  mie 
duplicate,  e  così  non  ho  speso  nulla,  perciò  Ella  le  riponga 
pure  nella  sua  serie  senza  pensar  altro.  Anzi  se  queste  non 
bastano  per  compensar  la  spesa  fatta  per  me,  abbia  la  bontà 
d'indicarmela  che  compenserò  con  altre  Medaglie  di  suo 
genio.  E  col  desiderio  de'  suoi  comandi,  con  tutta  la  stima 
me  le  protesto  d'essere 

Bologna,  ij  Maggio  ij86. 


(i)  Vedila  in  Z.,  t.  IV,  pag.  483. 


400  G.    CASTELLANI 

202.  (CCII    412). 

La  porzione  della  dissertazione  della  Zecca  di  Macerata 
non  è  per  anche  stampata,  ma  succederà  fra  poco  a  motivo 
che  lo  stampatore,  secondo  il  suo  solito,  vi  ha  frapposto 
altro  lavoro.  Subito  che  sarà  terminata  non  mancherò  di  in- 
viargliene una  copia.  Di  essa  ho  pensato  di  farne  tirare  a 
parte  se  non  poche  copie  per  essere  imperfetta.  Tuttavolta 
se  ne  desiderasse  più  di  quattro  o  sei  copie  me  lo  scrivi 
che  prontamente  la  servirò.  Mi  riesce  nuovo  che  l'Ab.  Ton- 
dini non  pensi  più  a  terminare  la  dissertazione  perchè  ulti- 
mamente mi  scrisse,  che  aspettava  i  disegni  per  terminarla, 
avendo  già  raccolto  tutti  i  documenti,  ed  io  glieli  ho  pro- 
messi con  la  suddetta  stampa. 

Fa  benissimo  a  portarsi  in  campagna  perchè  l'aria  aperta 
della  sua  doviziosa  villeggiatura  non  gli  può  fare  che  bene, 
e  glielo  desidero  di  vero  cuore. 

Avendo  veduto  che  non  ho  più  luogo  di  porre  nell'ap- 
pendice l'articolo  delle  aggiunte  per  esser  molte,  e  perchè 
il  Tomo  si  è  inoltrato  assai,  così  non  ho  potuto  ancora  ter- 
minare i  suoi  documenti  favoritimi  su  la  Zecca  Pesarese  ; 
ma  sbrigato  dell'Indice,  e  rimesso  da  un  incomodo  d'occhi 
sofferto  per  due  settimane  vedrò  di  farne  lo  spoglio  totale, 
per  poterglieli  rimandare.  Intanto  posso  assicurarlo  che  non 
c'è  dubbio  che  si  smarriscono.  Se  vaglio  mi  comandi,  mentre 
con  tutta  la  stima  me  le  protesto  d'essere 

Bologna,  21  Giugno  ijSó. 

203.  (CCIII  —  413). 

Essendosi  incominciata  la  stampa  della  porzio'ne  della 
dissertazione  di  Macerata,  ed  essendo  mancante  di  fronti- 
spizio gliene  ho  fatto  uno  del  quale  non  son  contento,  così 
glielo  trascrivo  acciò  lo  corregga,  pregandola  di  pronta  ri- 
sposta per  poter  proseguire  :  Notìzie  della  Zecca  di  Macerata 
di  Monsignor  Pompeo  Compagnoni  già  Vescovo  di  Osimo 
dirette  al  chiarissimo  Cavaliere  Sig.  Annibale  degli  Abati 
Olivieri  Giordani. 

Alle  dette  notizie  unirò  un  interessantissimo  documento 


LETTERE   DI   GUIDO   ANTONIO  ZANETTI  4OI 

ultimamente  comunicatomi,  che  mostra  esser  stata  la  Zecca 
in  detta  Città  fino  nel  1338,  che  molto  dovrebbe  piacere  ai 
Maceratesi  e  a  quello  che  farà  la  dissertazione,  e  con  essa 
terminerò  il  Tomo.  Mi  dia  nello  stesso  tempo  notizie  di  sua 
salute,  che  desidero  buone,  e  riverendola  distintamente  anche 
da  parte  del  P.  Affò  che  qui  si  trova,  me  le  protesto  con 
tutto  l'ossequio  d'essere 

Bologna,  27  Agosto  ijS6. 

204.  (CCIV  -  418). 

Non  rilevando  dal  compitissimo  suo  foglio  dei  29  dello 
scorso  Agosto  alcuna  difficoltà  all'  indicatogli  frontispizio 
della  Zecca  di  Macerata  farò  che  cammini  così,  e  sperò  che 
quest'altra  settimana  sarà  terminata  la  composizione,  e  così 
in  brieve  di  potergliela  spedire  stampata.  Ciò  veduto  da* 
Signori  Maceratesi  spero  più  facile  ottenerne  il  compimento. 

Essendo  presentemente  tutto  intento  a  terminar  l'Indice 
per  poter  dar  fuori  il  quarto  Tomo,  non  ho  potuto  per  anche 
terminar  la  copia  dei  documenti  relativi  alla  Zecca  Pesarese 
da  Lei  favoritimi.  Ma  terminato  l'indice  sudetto,  che  poco 
pili  mi  resta,  sarà  la  prima  cosa  ch'io  farò  per  poterglieli 
rimandare,  perciò  la  supplico  ad  avere  anche  un  poco  di 
sofferenza,  assicurandola,  che  non  v'è  dubbio  che  si  smar- 
riscono e  che  terminati  avrò  tutta  la  premura  di  rispedirglieli. 

Quando  si  sarà  rimesso  in  Città  mi  sarà  cara  la  copia 
della  lettera  dell'ultimo  Duca  riguardante  la  Zecca  loro,  che 
mi  accenna  aver  scoperta.  Il  P.  Affò  è  passato  a  Firenze, 
ma  deve  ritornare  quanto  prima,  e  allora  gli  faiò  i  suoi 
complimenti.  Mentre  con  la  solita  stima  me  le  protesto 
d'essere 

Bologna^  2  Settembre  ij86. 

205.  (CCV  —  419). 

In  risposta  al  pregiatissimo  suo  foglio  degli  11  corr.  la 
prego  aversi  riguardo  e  non  porsi  alcuna  premura   per  rin- 
venire quella  Lettera  indicatami,  giacché  verrà  a   proposito 
quando  s' incontrerà  accidentalmente  in  essa.  Gli  altri  Reca- 
si 


402  G.    CASTELLANI 


pili  gli  ho  in  parte  copiati,  così  terminati    che    saranno  non 
mancherò  di  rimettergli  con  la  maggior  sollecitudine. 

La  porzione  della  dissertazione  su  la  Zecca  Maceratese 
sono  vari  giorni  che  la  tengo  pronta,  ma  non  mi  è  riuscito 
di  ritrovar  occasione.  Tardando  qualche  giorno  gliela  man- 
derò col  quarto  tomo  che  dovrà  uscire  fra  poco,  non  rima- 
nendo a  stamparsi  che  un  foglio- 
In  altro  ordinario  le  spedirò  la  notizia  che  mi  ricerca, 
non  essendo  stato  possibile  poter  aver  tempo  di  rinvenirla 
per  oggi.  Al  Sig.  Biancani  ho  fatto  i  suoi  cordiali  saluti,  che 
ha  graditi  moltissimo  e  m'incarica  di  ringraziarla,  e  fargli  i 
suoi  complimenti.  Si  trova  da  più  mesi  con  un  grave  rafifred- 
dore,  ma  lo  lascia  però  applicare  alla  formazione  dell'Indice 
di  una  serie  di  Medaglie  d'oro,  greche  e  latine  in  N.°  di  208, 
ch'io  ho  ceduto  all'Instituto  nella  scorsa  settimana  per  at- 
tendere solamente  alle  Monete  d'Italia.  Le  avrei  potute  ven- 
dere altrove  con  mio  vantaggio,  ma  ho  voluto  preferire  l'In- 
stituto,  anche  per  averle  comode  al  bisogno.  E  con  la  do- 
vuta stima,  me  le  protesto  d'essere 
Bologna,  ij  Novembre  iy86. 

PS.  Due  copie  della  Dissertazione  di  Macerata  in  un 
pacchetto  le  sarà  recapitato  quanto  prima  essendo  partito 
questa  mattina. 

206.  (CCVI  —  421). 

In  risposta  alla  gentilissima  sua  dei  12  corr.  mi  do  l'onore 
di  dirle,  che  subito  sarà  arrivato  il  Sig.  Card.  Ranuzzi  non 
mancherò  di  far  ricerca  del  sig.  Canco  Mancinforte  per  con- 
segnarle il  quarto  tomo  della  mia  Raccolta,  ed  unitamente 
alla  maggior  parte  de' documenti  favoritimi  su  la  Zecca  Pe- 
sarese, giacché  non  mi  è  stato  possibile  poterli  terminar 
tutti  di  trascriverli  ;  ma  spero  in  brieve  di  farlo  al  più  tardi 
nelle  prossime  feste.  Stia  sicuro  che  non  v'è  dubbio  che  si 
smarriscano,  e  che  procurerò  di  rimetterglieli  colla  maggior 
sollecitudine,  acciò  li  possa  unire  agli  altri  e  riporli  in  luogo 
sicuro.  Intanto  le  avanzo  i  miei  più  vivi  ringraziamenti  per 
simile  favore,  per  cui  sarà  mio  dovere  di  rendergli  giustizia, 


LETTERE    DI    GUIDO  ANTON»   ZANETTI  4O3 

come  ho  procurato  di  fare  anche  nella  prefazione  del  sud- 
detto quarto  Tomo  per  tanti  favori  ricevuti.  Mi  figuro  che 
avrà  osservato  il  bel  documento  che  ho  aggiunto  alla  dis- 
sertazione di  Mons.  Compagnoni,  il  quale  certamente  era 
ignoto  ai  Signori  Maceratesi. 

Approssimandosi  la  solennità  del  S.  Natale,  gli   auguro 
da!  Signore  tutte  quelle  felicità  che  può  desiderare,  mentre 
con  tutto  l'ossequio  me  le  protesto  d'essere 
Bologna,  16  Dicembre  ij86. 

207.  (CCVII  —  420). 

Erano  alcuni  giorni  da  che  ricevei  il  gentilissimo  suo 
foglio  da  che  avevo  terminato  di  fare  le  copie  dei  documenti 
favoritimi,  ma  un  piccolo  incomodo  che  mi  ha  obbligato 
guardar  la  Camera  per  due  Settimane  mi  ha  ritenuto  di 
procurare  qualche  occasione  per  ritornarglieli.  Lunedì  spero 
di  andar  fuori  di  Casa,  epperciò  non  mancherò  di  star  in 
ricerca  per  rispedirglieli,  ma  intanto  le  avanzo  li  miei  più 
vivi  ringraziamenti.  Purtroppo  ho  fatto  delle  riflessioni  in- 
torno al  nuovo  regolamento,  perché  non  hanno  servito  che 
ad  amarigarmi  l'animo  per  vedere  che  non  anno  servito  a 
nulla,  con  tutto  che  palese  fosse  il  danno  che  si  andava  in- 
contro, e  che  pur  troppo  si  esperimenti  a  danno  sì  del  Prin- 
cipe che  de'  Sudditi.  Ella  è  una  materia  che  sempre  si  ma- 
neggia da  chi  non  l' intende,  e  perciò  sempre  si  attiene  al 
peggio.  Così  conviene  aver  pacienza  e  prenderlo  per  un  ca- 
stigo supremo.  Desidero  di  proseguire  a  sentire  buone  nuove 
di  sua  salute,  ed  intanto  si  continui  ad  aversi  riguardo,  e  a 
mantenermi  nella  sua  buona  grazia,  comandandomi  dove  va- 
glio, mentre  col  solito  rispetto  me  le  protesto  d'essere 
Bologna,  io  Marzo  ijSj. 

208.  (CCVIII   -   426). 

In  seguito  di  quanto  mi  avvisò  consegnai  a  Persona  a 
me  nota  1*  involto  dei  documenti  favoritimi  su  la  Zecca  Pe- 
sarese per  trasmetterli  ad  Imola,  così  spero  che  a  quest'ora 
gli  avrà  ricevuti.  Ad  essi  mi  presi   la   libertà    di    unirvi   un 


404  G.   CASTELLANI 


tomo  per  il  Sig.  Can.  Catalani  di  Fermo  per  pregarla  a  far- 
glielo recapitare  sperando  che  ci  farà  ad  entrambi  questo 
favore.  Intanto  le  rinnovo  le  mie  più  vive  obbligazioni  per 
le  notizie  comunicatemi  che  mi  sono  state  carissime,  le  quali 
subito  che  potrò  ordinare,  ed  inserire  in  uno  dei  Tomi  della 
mia  Raccolta,  non  mancherò  di  rendergliene  quella  giustizia 
che  merita.  Si  abbia  tutto  il  riguardo  possibile  per  conser- 
varsi, e  mi  comandi  liberamente,  mentre  pieno  di  stima  me 
le  protesto  d'essere 

Bologna^  18  Aprile  lySj. 

209.  (CCIX  —  427). 

Dalla  pregiatissima  sua  21  Corr.  sento  con  piacere  che 
abbia  ricevuto  le  Carte  relative  alla  sua  Zecca  che  le  rimisi, 
e  che  di  nuovo  la  ringrazio.  Come  pmre  le  sono  tenuto  per 
r  incomodo  avuto  di  fare  avere  al  Sig.  Canonico  Catalani 
il  suo  tomo. 

I  fogli  scritti  di  sua  mano  sono  le  osservazioni  da  lei 
fatte  a  mia  requisizione  sopra  il  Tomo  I  che  mi  servirono 
poi  per  l'Appendice  del  Tomo  III  se  non  erro.  Continui  ad 
aversi  riguardo,  speri  nel  Signore  e  poi  non  dubiti.  Non 
mancherò  di  pregare  il  Signore  per  Lei,  ma  le  mie  preghiere 
gioveranno  poco.  Mi  continui  la  sua  grazia,  e  padronanza, 
mentre  con  la  solita  stima  me  le  protesto  d'essere 
Bologna,  25  Aprile  ijSj. 


LETTERE   DI   GUIDO   ANTONIO  ZANETTI  405 


CORREZIONI    E    AGGIUNTE 


Prefazione,  ies/o:  Dalle  cognizioni...  —  Uggì:  Delle  cognizioni... 
,  note:  Giovanmi  —  l^ggi-  Giovanni. 

„  testo  e  note:  Ai  biografi  dell'O.  si  aggiunga:  Mamiani  della 

Rovere  conte  Giuseppe  in  Biografia  degli  Italiani  illu- 
stri, ecc.,  pubblicata  per  cura  di  E.  Tipaldo.  Venezia, 
1837,  in-8,  voi.  IV,  405-414,  il  quale  dà  una  accurata  bi- 
bliografia delle  opere  edite  e  inedite  dell'O.  e  un  elenco 
di  quelli  che  parlarono  di  lui.  In  questa  biografia  e  nel- 
l'elogio del  Marignoni.  l'epigrafe  sepolcrale  dettata  dal 
Morcelli  è  riferita,  come  nel  testo  della  Prefazione,  con 
la  parola  prosperitate  invece  di  posterifati,  che  si  trova  ef- 
fettivamente scolpita  sul  marmo,  come  ho  potuto  control- 
lare di  persona  e  come  il  senso  esige. 
Lettera  n.  48,  testo  :  corresse  —  ^'gsi  •'  corregge. 

„         n.  48,  testo  :  no  prezentemente  —  l^ggi  •'  non  presentemente. 
„         n.  69,  nota  :  Bendictum  —  leggi:  Benedictum. 
„  n.  102,  testo:  Madaglie  —  l^ggi •  Medaglie. 

„  n.  113,  noia  :  ne  -ne  —  l^ggi  '  ne. 

,  n.  124,  note  :  La  notizia  data  dal  Sanquintino  al  Borghesi  e  da 
questo  allo  Schiassi  non  risulta  esatta.  Avevo  già  accennato 
alla  contraddizione  esistente  fra  le  diecimila  e  piii  monete 
di  cui  era  composta  la  Collezione  Zanetti  e  la  piccola  rac- 
colta esistente  nella  Biblioteca  Ambrosiana,  Una  lettera 
cortese  del  Prefetto  di  questa,  Sac.  L  Gramatica,  mi  assi- 
cura che  non  havvi  memoria  del  passaggio  totale  o  parziale 
del  Museo  Zanetti  a  quella  istituzione.  Forse  la  voce  potè 
aver  origine  dalla  notizia  pervenuta  al  Sanquintino  del 
deposito  fatto  nel  1832  della  Raccolta  Castiglioni  destinata 
al  Municipio  di  Milano  nel  cui  Museo  oggi  si  trova. 

Il  comm.  aw.  Vittorio  AUocatelli,  amoroso  e  diligente 
raccoglitore  di  libri  e  notizie  numismatiche,  mi  comunica 
con  somma  gentilezza  le  indicazioni  di  una  rara  stampa 
esistente  presso  di  lui,  dalla  quale  risulta  che  la  Collezione 
Zanetti  fu  posta  in  vendita.  Si  tratta  di  un  opuscolo  in-8  piccolo 
di  16  pagine,  non  numerate  le  due  prime,  la  quarta  e  l'ultima: 
questa,  la  seconda  e  la  quarta  sono  bianche.  La  prima  porta 


406  G.    CASTELLANI 


per  titolo  :  Catalogo  |  di  Varie  Monete  |  d'Italia  —  Bologna  \ 
lygj.  La  terza  contiene  questa  notizia  :  "  Il  Signor  Guido 
"  Zanetti  celebre  nostro  Monetografo  dopo  avere  pubblicati 
"  colle  stampe  di  Lelio  dalla  Volpe  cinque  applauditissimi 
"  volumi  di  una  nuova  raccolta  di  Monete  d'Italia  in  se- 
"  guito  dell'illustre  opera  dell' Argelati,  sorpreso  da  morte, 
"  ha  lasciato  una  serie  numerosa  di  varie  Monete  uscite  in 
"  vari  tempi  da  moltissime  Zecche  Italiane.  Questa  raccolta 
"  è  sommamente  pregevole,  e  attissima  ad  illustrare  la 
"  Storia  de'  tempi  bassi,  e  delle  più  cospicue  Famiglie  che 
"  si  sono  distinte  in  questi  secoli.  Essa  viene  esibita  a'  Si- 
"  gnori  dilettanti  di  un  tal  genere  di  studi  a  prezzo  discreto, 
"  come  pure  una  ragguardevole  raccolta  di  Storie  d'Italia. 
"  Chi  ne  volesse  fare  acquisto  può  dirigersi  all'ornatissimo 
"  nostro  Concittadino  Signor  Domenico  Venturoli  amore- 
"  vole  Custode  della  predetta  Raccolta  „.  Nelle  restanti 
pagine,  numerate  da  5  a  15,  sono  segnate  le  varie  Zecche, 
la  qualità  e  il  numero  delle  Monete  e  la  somtna  totale. 
Questa  ascende  a  8548  pezzi,  non  sono  quindi  più  le  dieci- 
mila della  lettera  n.  124,  né  le  tredicimila  della  lettera  n.  185. 
Le  monete  d'oro  sono  :  9  di  Benevento,  loi  di  Bologna, 
4  di  Camerino,  3  di  Correggio,  8  di  Ferrara,  50  di  Firenze, 
19  di  Genova,  11  di  l-ucca,  8  di  Mantova,  22  di  Milano, 
io  di  Modena,  14  di  Parma,  4  di  Pavia,  130  di  Roma,  6 
dì  Savoia,  6  di  Savona,  26  di  Sicilia,  io  di  Siena,  5  di 
Urbino,  15  di  Venezia,  in  tutto  461.  Di  Bologna  oltre  le  loi 
d'oro,  ne  aveva  375  di  argento  e  418  di  rame  e  lega,  ossia 
più  delle  800  menzionate  nella  lettera  n.  67. 

Ho  creduto  bene  riferire  queste  notizie  nella  speranza 
che  possano  invogliare  altri  a  fare  ulteriori  ricerche  sulla 
sorte  toccata  alla  preziosa  raccolta  la  quale  non  è  total- 
mente da  escludersi  possa  essere  per  la  maggior  parte 
finita  nel  crogiolo,  secondo  la  voce  corrente  a  Bologna  ri- 
ferita dal  Borghesi,  data  sopra  tutto  l'epoca  oltre  ogni  dire 
sfavorevole  alla  conservazione  di  rilevanti  quantità  d'oro 
e  d'argento  monetato. 
Lettera  n.  135,  nota  :  Campagnoni  —  i^SS*  '•  Compagnoni. 


LETTERE   DI    GUiTX)   ANTONIO    ZANETTI 


407 


Indiee  0  Repertorio  dei  nomi  e  delle  eose  più  notabili 


La  lettera  P  rimanda  alla  Prefazione,  la  « .  alle  note.  Va  alle  Corre- 
zioni o  Aggiunte,  il  numero  arabico  a  quello  d'ordine  delle' Lettere. 
Sono  omessi  i  nomi  Olivieri  e  Zanetti. 


Accademia.  Etnisca  di  Cortona,  P 
e  «,  179  —  Pesarese,  55,  108  «: 
Medaglia,  32  e  «  —  di  Roma,  69. 

Adriano    card.    Castelli    o    Ca«;tel 
lense,  65  e  n,  68. 

Affò  p.  Ireneo.  135,  136,  137,  138, 
143,  143,  166,  179,  180,  188,  193, 
203,  204. 

Aldrovandi  Ulisse,  8.  Medaglia,  ii'i. 

Alidosio  card.  Francesco,  113. 

Allocatelli  Vittorio,  a. 

Amaduzzi  Gio.  Cristoforo,  131  n. 

Amati  Pasquale,  197. 

Ancona,  67,  135  n.  Monete,  107,  183 
e  n,  184. 

An«elucci  di  Macerata,  100. 

Antonioli  Michele,    P  «,    158,  159, 

165. 

Anzia  gente,  moneta  col  cognome 
Restio,  P. 

Archivio,  del  Collegio  di  Spagna  in 
Bologna,  39,  70  -  di  Fano,  135  n 
—  di  Foligno,  43  —  di  Gubbio, 
3  —  di  Or\'ieto^  147,  151,  153, 
157  —  Senese,  144  n  —  Vaticano 
di  Roma,  48  //,  147  e  «. 

Argklati  Filippo,  a  n,  5,  9,  io, 
II  «,  15.  29  n,  32,  34,  37,  39,  44, 
70,  89,  a. 

Armano  Alfredo,  25  »,  113  n,  124  n. 

Armandi  corriere,  156. 


Arpi,  moneta  antica,  176. 
Arrigoni  Onorio,  P  n,  175,  l^6. 
Ateneo  Pesarese,  P,  144  «,  151  n. 

AVERCAMPIO    O    HaVERCAMPUS    Sigi- 

sberto,  179. 
A\'iGNOrfE  Gaetano,  113  n. 
AvoGARO  Rambaldo  degli  Azzom, 

190. 

Babelon  Emesto,  168  w. 
Baiocchi  e  mezzi,  27,  58,  124  n. 
Balbi  Scipione,  168. 
Bandi  card.  Gian  Carlo,  P.  159. 
Barthélemy  Gian  Giacomo,  P  e  « 

(passim),  168,  169,  174,   175,  178. 
Baruffaldi  Girolamo,  no. 
Bastoni  P.  Maestro,  195. 
Battaguni  conte  Francesco.  181. 
Bayers,  177. 
Bellati  Francesco,  P  n. 
Bellini  Vincenzo,   P    «,  i,  2  «,  3, 

7,  13,  27,  29  e  «,   30,  32,  37,  39, 

45,  67,  72  e  n,  80,  151,  174,  183. 

Lettere  all'Olivieri,  148  n. 
Belluzzi  Teresa  in  Olivieri,    16  «. 
Belvederi  Petronio,  38. 
Benevento,  monete  di,  41,  61,  69  e 

«r  77,  135.  «■ 

Bentivoglio  Giovanni  II,    116.  Mo- 
neta, 113. 

BiANCAM,  V.   Tozzi- Bianconi. 


4o8 


G.    CASTELLANI 


Bianchi  Alessandro,  71. 

Bianconi  Giambattista,  17,  170. 

Biblioteca  :  Albani  di  Roma,  147, 
151  ;  Ambrosiana  di  Milano,  P  e 
«,  a;  Braidense  di  Milano,  P  e 
«  (passim))  del  Collegio  di  Spagna 
a  Bologna,  38  ;  Comunale  di  Bo- 
logna, P  n  ;  Corvisieri,  135  n  ; 
Garampi,  73  «  ;  Hercolani  di  Bo- 
logna, 108  n  ;  dell'  Istituto  di  Bo- 
logna, 55,  84,  108,  123,  135,  148; 
Marciana  di  Venezia,  P  n  ;  Oli- 
veriana  di  Pesaro.  P  e  «  (pas- 
sim)', di  Rimini,  73  «;  di  S.  Sal- 
vatore di  Bologna.  14  w,  180. 
182;  Vaticana  di  Roma,  73  n. 

Bigi  Quirino,  P  n. 

BiONDELLi  Bernardino,  P  e  «. 

Boari 49  e  n,  50,  51,  52  n,  53. 

BoccAFERRi  o  BoccADiFERRo  Gran 
Priore,  13.  39,  56,  70.  84,  89.  90. 
91,  100,  104,  105,  135. 

Bologna,  tutte  le  lettere  sono  da- 
tate da;    19,    42,   50,    51,  57,  58, 

70»  72,  73.  107.  131,  142,  158  «, 
172,  173.  177,  188.  a.  Monete,  l. 
16.  67  e  n,  96,  gg  e  n,  a.  Museo 
Civico,  102  «,  113  n.  Zecca  117. 
V.  Archivio,  Biblioteca,  Monete, 
Raccolta. 

BoNAMiNi  Domenico,  55. 

BoNCOMPAGNi  card.  Ignazio,  117.  Me- 
daglia, 197,  201. 

Borghesi  Bartolomeo,  124  n,  a.  Rac- 
colta, 109  «,  a. 

Borghesi  Pietro,  44,  174,  180. 

Borgia  Cesare  detto  il  duca  Fa- 
leniino,  P,  79. 

Borgia  card.  Stefano,  41,  42  e  n, 
61.  67,  69  e  «,  76,  77,  78,  158  e 
n,  177. 

Bourguet  Luigi,  P. 

BouTERoufi  Claudio,  174. 

Bovio  senatore  Bolognese,  87. 

Bozzolo,  monete,  135,  143. 

Brisighella,  135  n. 


Buoi    casa    Marchionale    de',    135, 

139,  140- 
Buonarroti  Filippo,  169,  170. 

Cabrospino,  113,  116. 
Caccianemici  Tommaso  o  Tomma- 

sino,  131,  132,  133. 
Califfino  Ugone,  153,  154. 
Calpurnia  gente,  asse,  173,  174. 
Cambiasi  famiglia  genovese,  140  e«. 
Camerino,  monete,  98,  a. 
Cantarini  Simone,  190. 
Caprara  P.  Abbate,  123. 
Capua,  monete  antiche,  P,  12  «. 
Carisia  gente,  denaro,  174. 
Carli-Rubbi  Gian  Rinaldo,  il,  49, 

52,  56,  57,  58,  186. 
Carlo  Magno,  107,  190. 
Carradori  conte  Giuseppe,  45. 
Carta  Francesco,  P  n. 
Castiglione  delle  Stiviere,    monete, 

135- 
Catalani  Michele,  P,  loi,  120,  121, 

122,  123,  124,  125,  127.  135.    154. 

158,  166,  190,  191,  208,  209. 
Caucich  R.  a.,  61  n. 
Caylus   Anna   Claudio  Filippo  de 

Tubiéres,  conte  di,  173. 
Celli  Luigi,  48  n. 
Cesena,  125.  V.  Ripostigli.  —  Cese- 

nati,  89,  90. 
Ciani  Giorgio,  129  «. 
Cicogkara  Leopoldo,  113  n. 
Cinagli  Angelo,  158  n. 
Cingoli,  87,  162. 
Clemente  Vii,  151.  .  * 

Clemente  XIV,  16  e  n. 
Colli  notaio  bolognese,  103. 
CoLUCCi  Giuseppe,  P  e  «^  135  ». 
Compagnoni  Floriani  Pietro  Paolo, 

75,  80;    sue    lettere   all'Olivieri, 

76  n. 
Compagnoni  Pompeo,  P,  67,    71  n, 

73  ^  "»  74,  97,   'oo,    loi  "»   120, 

135  e  «,  136,  167,  179,    198,   200, 

203^  ao6. 


LETTERE    DI    GUIDO    ANTONIO    ZANETTI 


409 


Corfiniam,  179. 

CoRNARo  Flaminio,  medaglia,  32  u. 

Correggio,  141,  158, 159. 165.  Monete. 

P  n,  a.  Zecca,  159. 
Cortona,  41,  V.  Accademia.  \ 

CoTANELLo  padre  da  (nome   burle-  ' 

SCO  di  G.  B.  Passeri),  P. 
Dalla  Volpe  Lelio,    19,   6a   «,  <i  ;  ' 

Petronio,  55. 

Denari:  e  doppi  di  Pesaro,  41  «, 
162;  di  S.  Pietro.  69. 

Dniaro,  di  Orvieto,  144  n  ;  d'ar- 
gento, romano.  179,  V.  Amia, 
Corista. 

Denina  Carlo,  170. 

De  Rossi  Gian  Bernardo,  119  e  «. 

1  >ioDATi  Domenico,  P  «. 

DioNisi  Gian  Giacomo.  128,  129, 140 

1  )iPLOVATAZio  Tommaso,  38,  48,  55- 

Ducalo,  di  Carlini.  16  n  ;  ducale  di 
Urbino,  46  ;  romano.  46. 

Ducato  d'oro,  di  Leone  X.  79  e  «, 
83;  doppio  di  Pio  II,  69  «,  76, 
83;  quadruplo  di  Paolo  li,  83  ti. 

DUTENS    Luigi,    170. 

EcKEL  Giuseppe,  P  e  «. 
Effemeridi  e  Effemeridisti  di  Roma, 

P»  76.  77i  78  n,  89.    94  e  «.    158 

;;,  183. 
Enzola  Gian  Francesco,    109.    148. 

149  e  n. 
Erodoto.  i68.  171,  172. 
Eusebio  s..  171. 
Ezzelino.  129,  140. 

Fabriano,  monete,  41. 

Faenza,  135  n.    Monete,    P,   41,  69. 

107,  113,  1x8,  119.  122,  185. 
Fano,    135  n,    146.    V.  Archivio.  — 

Fanese.  79. 
Kantuzzi   conte    Giovanni,    P  e  n, 

38,  70.  119,  124  e  n,  125.  135,  138. 

142.  143.  I49.   171.   193.  194. 
Fattorini  Gaspare.  19,  58,  69. 


Ferlini  curiale  bolognese,  105. 

Fermo,  loi  e  n.  Monete,  121.  123, 
123,  124,  127,  135,  154.  Zecca, 
120,  123,  124,  166. 

Ferrara,  27.  19  e  «,  51,  53,  58, 136. 
137.  158,  159  Monete,  7,  154,  a. 
Museo  dell'  Università.  P  «. 

Ferri  Girolamo,  65  e  n,  69.  70,  73  n. 

Ferri  notaio  bolognese,  93 

FicORONi  Francesco.  173  e  n. 

F1DONE  re  D'Argo,  168  e  n. 

Fioravanti  Benedetto,  79. 

Fiorino,  16  m,  48  e  m  ;  d'oro,  40,  65, 
69,  70,  107. 

Firenze,  70,  ia8.  131,  171,  204.  Mo- 
nete, a. 

Foligno,  monete,  41,  43,  44,  61,  69, 
76,  79  e  «,  80.  83  e  n,  119.  144, 
151.  Zecca.  74,  75.  V.  Archivio. 

Forlì,  monete,  107,  119.  123. 

Forme  da  fondere  monete,  173  e  n. 

FoRRER  L.,  32  n. 

Fossoabrone.  31.  168  n. 

Franchi  Agostino,  32  u. 

Frati  Luigi,  P  «. 

FrlgBaao.  131. 

Frontino,  17I 

Galassi  P.  Priore,  85.  87,  88. 
Garampi  card.  Giuseppe,  P,  16,  18. 

37.  38,  65,  66,  68,  69,  70.   71.  72. 

73  e  «.  82  e  «.  83.  85.  86.  87.  88. 

100,  113,  115.  117,  118,  124.  129. 

136,  153.  154,  157,  158,  159,  165; 

sue  lettere  all'Olivieri,  16  n,  73  n. 

V.  Biblioteca. 
Garrucci  P.  Raffaele,  P  n. 
Ga velli  tipografo  pesarese.  62  n. 
Gentili  Lucantonio.  55. 
Ghirardacci  Clierubino,   131.  133. 
GiANANTONi     protomedico     in    Ur- 
bino, 75. 
Giordani  Gaetano,  108  m.  113  «.  — 

Luigi,  45- 
Giovanetti  card.  Andrea.  136,  141, 

150,  151,  157,  186,  193;  medaglia, 

191,  197. 


M 


4io 


G.    CASTELLANI 


GiULio  11.  22  e  ;/.  ti6.  151;  meda- 
glia, 113  en,  116;  monete,  i.  144 
e  n,  145,  146. 

GiusKPPK  il  imperatore.  86  e  n,  88. 

Gnecchi  Ercole.  107  n  ;  sua  Rac- 
colta. 2  w  ;  e  Francesco.  124  n, 
164  ;;. 

Gonzaga.  Elisabetta,  44:  medaglia. 
25  e  «  ;  26  e  ;/  ;  —  Luigi  detto 
Rodomonte.  142;  —  Vespasiano, 
I42.  V.  Monete. 

GoRi  Anton  Francesco.  P  e  «,  55, 169. 

Gradara,  P  «,  84  e  it,  97. 

Gradenigo  Giacomo,  76,  80,  81;  — 
Jacopo  vesc.  di   Ceneda,  25.   76. 

Gramatica  L.  a. 

Grassi  dottore,  8,  17. 

Qrossi  ;  Ferentini,  165  ;  di  Loze- 
sano  (?).  165;  di  Giovanni  Sforza, 
103. 

Guadagni  marchese  di  Firenze, 
177  ;;,  179  e  n. 

Guarnacci  Mario.   169.  175. 

GuARNiERi  Ottoni  conte  Aurelio. 
loi  e  n. 

Guastalla,  monete.  131,  135.  136, 143. 

Gubbio,  I,  85.  173  n.  Moneta  an- 
tica. P  e  «,  14.  Monete,  i.  3.  io, 
28,  44,  46,  64,  65,  76,  77.  78  «, 
85,  89.  Pianta  della  città,  58. 
V.  Archivio,  Piccoli,  Quattrini. 

Guicciardini  Francesco,  14. 

Iesi,  135  n. 

Imola,  17,  39.  V.  Ripostigli. 

Intagliatovi  in  rame,  58.  V.  Panfxlj. 

KuNz  Carlo,  63  n. 

Lamine  d'argento,  171,  172,  174. 
Lampridio,  173  n. 
Lanzi  Luigi,  P  e  «,  177. 
Lastra  nummana,  173. 
Lazzarini  Giovanni  Andrea,  P  e  n, 

16  «,  108  e  ti. 
Lazzarini  di  Macerata,  127. 


Legnago,  25  m. 

Leone  X,  164  ;/.;  Monete,  1,32,  79, 

83,  104. 
Leonori  marchese,  126,  127. 
Libra;  d'argento,  117  —  d'oro,  80 

—  romana,  190. 

Lira;  bolognese.  99  «  —  mezza  di 

Pesaro,  41  n. 
Lisini  Alessandro,  144  //. 
LoRENziNi.  91,  92,  93.  94,  100,    102. 

105. 
Loreto,  16,  17  n,  68,  69,  138,  139. 
Lucca,  49;  monete,  a. 
LucHTo  o  LucK  Gio.  Giacomo.  47. 
Luppi  Costantino,  P  e  « 
Luzio  Alessandro,  25  «. 

Macerata,  126,  135  n;  Moncu-,  4  , 
44,  66,  67,  71  e  «,  80,  99,  lao, 
135,  136.  Zecca,  42,  66,  71  e  v, 
80,  99,  100,  loi,  167,  179,  198. 
200,  202,  203,  204,  205,  206. 

Machirelli  conte  Vincenzo,  141 

Maffei  Scipione,  P  «,  55,  179. 

M  ÀGiSTRi  o  De  Magistris  Si  n  ione,  49. 

Malaguzzi- Valeri  Francesco,  67  ». 

Malatesta  di  Pesaro.  46,  55,  162, 
187  e  n.  Monete,  13,  19,  29  n,  32, 
128  —  Battista,    V.    Montefeltro. 

—  Pandolfo,  I9. 
Malatesta  di  Rimini,  monete,  19 

—  Carlo,    monete,    4.    —    Sigi- 
smondo, monete,  4. 

Malta,  monete  antiche,  P. 
Malvezzi  monsignore,  65,  66. 
Mamiani  della  Rovere  Giuseppe,  a. 
Mancinforte  canonico,  206. 
Mancini  Luigi,  X64  n. 
Manenti  cronista  di  Orvieto,    147. 
Manfredi  Astorgio  li,    monete,    i 

«,  4. 
Manni  Domenico  Maria,  32,  37  e  «. 
Mantova,  25  w,  49.  166.   Monete,  a. 

Zecca,  155. 
Marca.  27  ;  zecca,  66,  67  e  w. 
Marc/te  di  sterlini,  157. 


LETTERE    DI    GUIDO    ANTONIO    ZAXETII 


411 


Marchi  H.  Pielro,  P  n. 

Marco  di  Carlo  Magno,  190. 

Marcolini  Camillo,  48  «. 

Marcolini  card.  Marcantonio,  129  «• 

Marignoni  Fortunato,  P  e  «. 

Marini  Gaetano,  4  «,  idi  m,  127, 
143  n,  147  e  H,  156  >i,  180. 

Mariotti  Annibale,  loi  « 

Martin  monsignore,  -o. 

Martino  IV,  151. 

Martino  V,  112  e  n. 

Martinori  Eiio.irdo,  73  n,  144  >/. 

Martorelxi  Giacomo,  169. 

Mattjh  cc'iì.  Alessand:  \  158. 

Mazzoni  Carlo,  138,  139,  140. 

Mazzuchelli  Giovai. n    Mhm   ,    no. 

Medaglie,  P,  7,  8.  47,  97,  102,  ilo 
—  della  Casa  Riaria,  1 19  —  Pe- 
sarcs",  disegni  e  incisiuii',  18,  21, 
24,  25,  42,  59,  60,  62  e  «,  64.  66. 
V.  Accaiiemut  Ffsarese,  AlUro 
vandi,  Boncotnpagni,  Cornaro, 
Giovannetti,  Giulio  H,  Gonzaga 
Elisabetta,  Montefeltro,  Ordelaffi, 
Pesaro,  Pio  VI,  Ouerini,  della  Ro- 
vere, .Senigallia,  Sforza  Alessan 
dro, Camilla, Costanzo I,  Faustina, 
Giovanni,  Tozzi- Biancani,  Tram- 
belli. 

Medaglisti,  V.  Enzoia ,  Franchi, 
Romano. 

Medici,  Arnia.  131  —  Lorenzo  duca 
di  Urbino,  22,  24  e  «,  25  ;  mo- 
nete, 22,  25. 

Melchiokki  Domenico,  40,  52,  57. 

Mkngozzi  Giovanni.  P,  41,43,69/», 
74,  75.  76.  79  e  n,  80,  83  e  n,  86, 
88,  101,  127. 

Messerano,  ni   :itta,  151  e  «, 

Metaureose  provincia,  io  n. 

Milani  Luigi  Adrian'-,  176  n. 

Milano,  monete,  a.  V.  Biblioteca. 

Misure  di  Pesaro,  47  e  « 

Modena,  70,  106,  109,  118,  129.  130, 
143,  148,  151  e  n,  160,  183.  105. 
Modenesi,  131.  Monete,  131,  a. 


Moneta:  origine,  168  e  «  —  da  X 
grossi,  46  —  da  18  sedicine,  131 
e  «  —  de'  Fiorentini,  79  —  Man- 
tovana pessima,  58  —  paparina, 
73  «  —  Pavese,  113 

Monete  :  corso,  7  —  peso,  ivi  —  pic- 
cole varietà,  12  e  m  —  regola- 
mento, 25,  207  -  sregolamento, 
117  —  studio.  124  —  valore,  7, 
II,  27. 

Monete  a.  tiche:  fuse  e  conult,  171, 
172  —  gravi,  P  —  quadrilatere, 
P,  171.  172.  174,  176  e  «.  177  e  «. 
188,  189,  196.  197, 198,  199  —  della 
Repubblica  Romana,  V.  Anzia, 
Lalpurnia,  Ca risia.  —  V.  Arpi, 
Capita.,  Gubbio,  Multa,  Pesaro, 
Ravenna,  Rimini,  Sannio,  Todi, 
Volterra. 

.Monete  medioevali  :  Fiorentine,  37, 
70  —  di  Genova,  a  —  dei  Gon- 
zaga, 166  —  d'Italia,  a  —  Lon- 
gobarde, 190  —  Pontificie,  16, 
73  **,  85»  "8,  158  —  di  Savoia, 
rt  —  di  Savona,  a  —  di  Sicilia,  a 

—  di  Siena,  a  —  Trivigiane,  190. 

—  V.  Ancona.,  Benevento,  Bolo- 
gna, Bozzolo,  Camerino,  Casti- 
glione delle  Stiviere,  Correggio, 
Fabriano,  Faenza,  Fermo,  Fer- 
rara, Firenze,  Foligno,  Forlì,  Gua- 
stalla, Gubbio.  Lucca,  Mncrmta. 
Mantova,  Messerano,  Milano,  Mo- 
dena, Novellara,  Parma,  Pali  i- 
montu  di  S.  Pietro,  Pavia,  Pesaro, 
Pompoiiesco,  Ravenna,  Roma, 
Sabbioneta,  Senigallia,  Treviso, 
Urbino,  Venezia,  Verona.  —  V. 
anche  :  Bentivoglio,  Giulio  li. 
Leone  X.  Mnlatesta  di  Pesaro  e 
di  Rimili',  Manfredi,  Medici,  Mon- 
tefeltro, Pio  VI,  della  Rovere. 
Sforza. 

.Monete:  denominazioni.  Augustali, 
107  —  Bianco.  151  —  Bisanzi  o 
Disanti,  107  —  Bolognini,  99  «  — 


412 


G.   CASTELLANI 


Costantinati,  107  —  Bucatone,  2 

—  Ferlino,  178  e  «  —  Michelati, 
107  —  Piastra,  131  n  —  Roma- 
nati,  107  —  Soldino,  45,  46  — 
Soldo,  107,  190  —  Stateri,  172  — 
Tallero,  2  —  Zecchini,   58,    158. 

—  V.  Baiocchi,  Denaro,  Ducato, 
Fiorino,  Grosso,  Lira,  Paolo,  Pic- 
coli, Quattrini,  Scudo,  Sesini. 

Monete:  Raccolte  e  Raccoglitori  di 
monete  e  medaglie.  Conte  Avo- 
gadro  di  Biella,  131  n  —  Casti- 
glioni  Ottavio,  a  —  Granduca  di 
Toscana,  2  n,  12,  128,  129,  176, 
^77»  179  —  Lanna  Adalberto, 
109  n  —  Museo  di  S.  Salvatore 
di  Bologna,  173  n  —  Museo  del- 
l'Università di  Bologna,  102  n  — 
Museo  Britannico,  177  n  —  Mu- 
seo Municipale  di  Milano,  a  — 
(Jlivicri,  103  n,  166  n  —  Sartoni 
Federico  di  Rimini,  83  «  —  Va- 
ticano, 144  n  —  Zanetti  G.  A., 
42,  77,  85,  124  e  «,  185,  a.  —  V. 
Ateneo  Pesarese,  Bologna  Museo, 
Borghesi  Bartolomeo,  Gnecchi  Er- 
cole ,  Fapadopoli ,  Savorgnan  , 
Ta  3  zi-  Biancani. 

Monete,  Santi  sulle  :    Antonio,    178 

—  Crescentinn,  3  —  Decenzio, 
P,  162  e  n,  163  —  Feliciano,  79  n 

—  Giacomo  e  Giovanni,  i,  2,  48 

—  Giovanni  Evangelista,  48  — 
Girolamo,  128  —  Martino,  636  n, 
178  e  «  —  Mercuriale,  107  —  Mi- 
chele Arcangelo,  2  e  n  —  Paolo, 
127,  128  —  Terenzio,  29  n,  31  — 
Ubaldo,  178. 

Monete,  tipi  :  Aquila,  169,  178  — 
Caduceo,  176,  177  11  —  Cerbero, 
P,  170  «,  178,  179  —  Cignale, 
176  —  Elefante,  176,  177  n  — 
Ercole,  178  —  Fulmine,  28,  29, 
30,  31  —  Italia,  179  —  Presepio, 
2,  104  —  Quercia  o  cerqua,  28, 
30,  31    -    Roma,  179  —  Rovere, 


178  —  Scopetta,  178  —  Scrofa, 
177  n  —  Sileno,  169  —  Tridente, 
176,  177  n  —  Vaso,  48  e  n,  178. 

Monogramma  di  Cristo,  198. 

MoNTEFANi  avvocato,  55,  57,  59,  J42. 

VIONTEFELTRO,    famiglia    di,    I,    IO  — 

Antonio,' moneta,  2  e  «,  3,  4, 
112  e  n,  —  Battista,  161  e  n  — 
Guido  Antonio,  moneta,  2  e  «, 
112  e  n  116  —  Guido  Ubaldo  I, 
3,  4;  medaglia,  61  e  n,  164  n  ; 
moneta.  47  —  Oddo  Antonio,  2, 
V.  Gonzaga  Elisabetta. 

Monti  Gaetano,  129,  132,  133,  135, 
136,  140,  142. 

MoRCELLi  Stefano,  P,  a. 

MoRHLLi  Andrea,  179. 

Muratori  Achille,  92,  93. 

Muratori  Lodovico  Antonio,  7,  24, 
25,  29,  30,  32,  37,  107,  115,    144. 

Muratori  Pier  Luigi,   93,   94,   102. 
Nabuccodonosorre  fra  (pseudonimo 

dell'Olivieri),  P  e  «. 
Novellara,  monete,  135. 
Novelle  letterarie  di  Firenze,  P,  65, 

69  w. 
Novilara,  118  e  n. 

Odorici  Gaspare  Luigi,  idi  ». 

Olio,  privativa  dell',  52,  53. 

Orazio,  172  e  n,  174. 

Ordelaffi  Francesco,  medaglia, 
149. 

Oretti  Marcello,  108  e  «,  ili,  112. 

Orvieto:  cronaca,  144;  sigillo  della 
zecca,  P,  144  e  «,  145,  148,  149, 
150,  151  e  n,  152,  154,  155,  156, 
158  e    n,    181,    183,    184;   zecca, 

146,   147.  Ì50.  ^5h  153.  155.   157. 

158,  163.  V.  Archivio,  Denaro. 
Osimo,  66,  71  «,  74,  76  «,  108,  203. 
Ovidio,  172. 
Oxford,  168  e  n. 

Padova,  86  n. 


LETTERE    DI    GUIDO    ANTONIO   ZANETTI 


413 


Pagniot  Gian  Francesco,  79,  82. 
Panfilj  Pio,  58  «. 
Pantanelli  Sebastiano,  P. 
Paolo,    13,    37,    57,    58.   59,  67,  68, 

13',  151- 

Papadopoli  Nicolò,  raccolta  di  mo- 
nete, 41  n,  197  «,  162  «. 

Parma,  119  e  «.  i2'\  130,  143.  160. 
180,  188,  189,  195;  duca  di,  159; 
monete,  131.  a. 

Passeri  Ciacca  Francesco  Save- 
rio, 79. 

Passeri  Gio  Battista,  P  e  «  (pas- 
sim), 16  «,  103,  128,  134  e  n,  I41. 
166  e  ».  169,  171.  174.  175.  176. 
179. 

Patrimonio  di  S.  Pietro,  monete  e 
zecca,  155,  157,  158. 

Pavia,  monete,  190,  a. 

Peu-erin  Giuseppe.  78,  178,  179. 

Pelli  Gaetano,  129.  176,  179. 

Perini  Quintilio,  129  «. 

Perugia,  zecca,  idi  e  n. 

Peruzzi   Agostino,  135  n. 

Pesaro,  P  (passim),  io  /;,  22  n,  31, 
48  e  n,  54,  55,  57,  71,  93,  107, 
no.  III.  113.  114.  116,  117,  125, 
164.  Battistero,  108.  Contado,  123 
n.  —  Figline  o  figuline,  143  e  n. 
Fortezza  o  Ròcca.  25.  41  n.  Meda- 
glie, P,  14.18,21,24.  44.  Monete 
antiche,  P,  14,  29,  34,  170  e  n,  171, 
175'  ^76  177»  '78>  179,188.  Monete, 
P,  I.  2,  5,  6,  7,  8,  9,  IO,  14,  15,  29, 
30,  32,  44,  4.S,  55,  65,  80,  83,  loi, 
loj,  127,  128.  129,  131,  132,  134, 
136,  139,  164.  180,  181,  182.  183 
e  n,  184,  197.  Piauia  della  città, 
P,  2  «,  21,  22,  33,  6a.  Ponte, 
109.  Porto,  P.  62  it,  IDI,  102, 
103.  Zecca  antica,  14  ;  medio- 
evale  e  moderna,  P,  12  e  n,  13, 
48,  55,  103  u.  132.  162.  164  n,  ig-], 
198,  202,  204.  205,  206,  208,  209. 
—  X.  Accademia,  Ateneo,  Biblio- 
teca, Lira,    Misure,    Monete,  Pic- 


coli, Raccolte  di.  Quattrini,  Scudo 
d'oro.  Soldino. 

Petronio,  171,  172,  174. 

Piccoli;  di  Foligno,  80  ;  di  Gubbio, 
3;  di  Pesaro.  162,  164. 

Pio  vi.  89,  90,  91,  92,  93,  94,  95. 
158,  161  «  ;  Medaglie.  89,  90,  158 
e  «,  159  ;  Monete,  158  e  «,  159  ; 
Quattrini,  124  n. 

Pisa,  49. 

Plinio,  176. 

Plinti  d'oro,  171,  173,  173. 

PoLiDORi  Carcarasi  Lìvìo,  P,  153 
e  «,  155.  156,  158,  163;  sua  let- 
tera all'Olivieri,  153  n. 

Pomponesco,  monete,  135. 

Pobrena  Corriere,  148. 

Predieri  Giandomenico,  75,  83. 

PRoms  Vincenzo,  164  «. 

Quattrini,  13,  19  e  n,  27,  28,  29,  30. 

31,  46,  48  e  «,  58,  77,  79  e  «,  81 , 

117,  124  «,  144  f  n,  145,  146,  163. 

178  ;  politi,  103  e  n. 
Querini  card.  Angelo  Maria,  P,  55, 

Medaglia,  33  n. 

Raccolta  (Zalogeriana,  P  (passim),  55. 

Raffaelli  Filippo,  67  n. 

Ranuzzi  cardinale,  ao6. 

Ravenna;  moneta  antica,  175.  176, 
monete,  107  ;  Soc.  Letteraria,  55, 

Recanati,  194. 

Renier  Rodolfo,  25  n. 

Renzim  Salvatore,  P  n. 

Reposati  Rinaldo,  P  e  «,  i  e  n,  2, 
3,  4  **,  5,  6,  7,  9  e  n,  io  e  «,  12, 
13,  H  e  n,  15,  16,  i7,  18,  19,  21, 
23,  25,  26,  31,  33,  34,  36,  42,  44, 
46,  47,  48,  50,  52,  53,  54,  55.  56, 
I  57.  58.  61  e  n,  62.  63,  66,  71,  731 
I       84,  85,  89,  122,  173  n. 

Rl\kio  Ottaviano,  107. 

RÌBlni,  73  n,  119;  moneta  antica, 
P,  84  n.  V.  Biblioteca. 


414 


G.   CASTELLANI 


Ripostigli  di  monete  a  Cesena, 
Imola  e  S.  Lorenzo  in  Campo,  P. 

Rocchi  Francesco,  124  «. 

Roma,  83,  8J,  94,  116,  118,  143,  147. 
179;  monete,  67,  70,  a  ;  zecca,  58, 
173.  V.  Accademiiìy  Archivio,  Bi- 
blioteca. 

Romagna,  73  /?,   186. 

Romano  Gian  Cnsloluru,  25  n. 

Rovere,  Famiglia  della,  i,  io  —  Fc 
derico  Giuseppe  Ubaldo,  30,  31, 
79  —  Francesco  Maria  I,  P,  i. 
14,  22  e  //,  23,  25  «,  28  e  «,  31, 
46,  113,  114,  115.  116;  Medaglia, 
47  ;  moneta,  48,  I04  -  France- 
sco Maria  li,  13  e  «,  14,  28  e  n, 
29,  31;  monete,  13,  14,  28,  ,0, 
48,  104  e  «,  178  —  Guido  Ubai 
do  li,  48  e  n,  164  1/;  Medaglia, 
P,  2  //,  61  e  «  ;  iiìunele.  14,  29 
e  M,  30,  48,  63,  178  -    Livia,  14. 

Rubini  Gio.  Giacomo,  55. 

Sabbioneta,  monete,  135,  143. 
Sadarghi  Giuseppe,  154. 
Salvioni  Gio.  Battista,  99  n. 
Samhieri  Gio.  Battista,  72. 
Saiiiiio,  monete  antiche,   P,  55,  79 
Sanquintino    Giulio    Corderò    di, 

124  n,  a. 
Santoni  Milziade,  67  n. 
Sartoni  co.  Federieo,  84.    V.    Ma 

nete,  Raccolte. 
Sassatklli  conte,  16  n. 
Savignano,  44,  164,  197. 
Savioli  senatore    Bolognese,    131, 

132,  136,  139,  140,  142. 
Savorgnano  P.  Urbano,    102  e  //  ; 

Raccolta  di  monete,  103,  104. 
Scaligeri  di  Verona,  140. 
ScAKSELLi  cavaliere,  95. 
ScHiASSi  Giuseppe  Maffeo,  124  h,  n. 
Scilla  Saverio,  79. 
ScnwEiizEK  Fcdciico,  144  «. 
Srutto;   d'argento,    48,-    d'oro,    P, 

2  M,  13  e  «,  14,   23,   53;   ducale 


di  Urbino,  46,  48;  romano,  46, 
48,  58. 

Secreti  Causidico,  93. 

Seneca,  172,  174. 

Senigallia,  31,  135  n,  161  ;  Meda- 
glia, 61  e  n,  164  n;  monete,  164  tt; 
Zecca,  I,  164  n. 

Serafini  Camillo,  144  «,  158  «. 

Sesini,  58,  117;  mezzi,  31. 

Sforza  :  107,  193  ;  aquila  nello 
stemma,  179,   193;   monete,    184 

—  Alessandro,  188,  193,  196  n; 
medaglia,    P  ;    monete,    32,     148 

—  Camilla,    medaglia,    25  ;    ino 
nete,  32,  37,  79,  162  —  Caterina, 
moneta,  107  e  n  —   Costanzo  I, 
medaglie,  F,  20,  21,  24,  25,  4I  e 
H,    109  e  «,    no,    III,    112,-  129, 

148,  150,  151  e  rt,  152,  183;  mo 
netf,  29,  32,  76,  79,  80,  81,    128, 

149,  164  —  Costanzo  li,  39;  luo- 
neie,  128,  i2g«,  132,  136,  I62  — 
Faustina,  medaglia,  124  e  //  — 
Galeazzo,  39,  162  —  Giovanni, 
116;  mcdagli.  ,  24;  munete,  4,  32, 
41  «,  103,  128,  136,  149,  162. 
V.  Gròssi. 

Sigilli,  102.  —  V.  Orvieto. 

Sorbelli  Albano,  P  n. 

Sperlingio  Ottone,  168,  169,  171, 
172,  174. 

Spoleto,   '77";  zecca.    101  e  «. 

Spon  Giacomo,  P  «. 

Stato  Pontificio,  circolazione  e  si- 
sterna  monetario,  P,  27  e  «,  58 
e  «,  124  e  II,  2>  7. 

Stosch  Filippo,  177,  179  «. 

Targioni-Tozzetti     Giovanni,     37, 

40.  79 
Tàzzi-Biancani  Giacomo,  5,  7  v  //. 
33.  39,  70,  73.  77.  78.  84,  89,  io i, 
103,  112,  123.  I2S.  134,  135.  i4;-5. 

145  e  «,  146,  154,  179.  180,  186, 
192,  205;  Medaglia,  7  h;  Rac- 
colta di  monete,  121. 


LETTERE    DI    GUIDO    ANTONIO    ZANETTI 


415 


Terenzio  s.,  103  e  >/,  178. 

Terremoto,  134. 

TiPAUK)  Emilio,  a. 

TiRABoscHi  Girolamo.  70,  106.  iii, 
118. 

Todi,  moneta  fintica,  P  e  «.  169, 
170,  171,  172. 

Tondini  Gio.  Battista,  135.  136.  164 
e  n,  167,  179,  198.  202.  Sun  let- 
tera all'Olivieri,  135  n. 

Tonini  Carlo,  73  n. 

Torino,  131. 

Trebellio  PoLLiONE,  173  e  n. 

Trento,  97,  loi.  Zecca,  97 

Treviso,  monete,  190,  191. 

Trombelli  P.  Cristoforo,  14.  21,  31, 
32,  3.3.  61,  65,  66,  70,  73,  77,  83, 
84,  101,  107,  108,  135,  146,  151, 
152,  174  180,  182.  Medaglia,  191, 
197. 

UOOLINI  Filippo.   48   «. 

Urbano  IV,  144 

Urbino,  4  «,  25  «.  31,  48  n.  75,  144; 
Ducato,  140  n;  Duchi,  122,  168; 
Stato,  I,  9,  IO,  48;  Comi  e  Duchi, 
monete,  P.  i,  2,  4,  44,  45,  46,  76, 
81,  139,  140.  177,  178,  a;  mono- 
gramma su  moneta,  i,  2,  3,  4  e 
//,  112  «j  fi.  —  Zecc.n,  12  //.  22. 
48,  112,  116,  136. 

Vaccaj  Giulio,  P  «,  151  n. 
Varano  Alfonso,  148  //. 
Varrone  Terenzio.  176. 


Venezia,  56,  86  w;  Monete,  n;  Zec- 
ca, 145.  —  V.  Biblioteca. 

Venturoli  Domenico,  a. 

Venuti  Ridolfino,  P  n. 

Vergi  Giambattista,  140. 

Vermigligli  Giambattista,   n>i   n. 

Vernazza  Giuseppe,  131  ». 

Verona,  monete,  128,  129  «,  140  . 
n,  188,  189;  Zecca,  129  e  n. 

Vettori  Pietro,  70. 

Vienna,  129,  158.  159. 

Viterbo,  146. 

VrrERBo  Ettore.  P  n. 

Volterra,  moneta  grave,  P  e  «. 

WiNCKELMANN  Gio.  Gioacchino,  170. 

Zaccaria  P.  Francesco  Antonio,  49. 

Zacconi  P.  Agostino,  29. 

Zanetti,  dott.  Giuseppe,  4  —  Pel- 
legrino, 68  —  Padre  Servita,  97, 
98,  114,  115.  ia6. 

Zara,  81. 

Zauu  Giacomo,  i  ». 

Zecca,  anche  sicla,  157  —  V.  Bo- 
logna, Correggio,  Fermo,  Foligno. 
Macernln,  Mantova^  Marca,  Or- 
vieto, Patrimonio  di  S.  Pietro, 
Perugia,  Pesaro,  Roma,  Senigal- 
lia, Spoleto,  Trento,  Urbino,  l^e- 
nesia.   Verona. 

Zecche:  antichissime,  166;  d'Italia, 
70  e  «,  132,  a;  pontificie,  116, 117. 

Zblada  card.  Francesco  Saverio. 
44  e  n,  89,  90,  91,  92,  93,  95. 


BIBLIOGRAFIA 


LIBRI    NUOVI    E    PUBBLICAZIONI 


Bollettino  del  Circolo  Napoletano.  Serie  I.  n.  i.    Napoli,    lu- 
glio, 1916. 

Il  primo  fascicolo  di  questo  periodico,  di  cui  nel  numero 
precedente  della  Rivista  annunciavamo  la  prossima  pubbli- 
cazione, ha  faito  teste  la  sua  comparsa  nel  mondo  numi- 
smatico. Questo  primo  saggio,  ci  affrettiamo  a  dirlo,  è  quale 
si  poteva  attenderlo  dagli  egregi  numismatici  ghe  hanno 
dato  vita  a  quel  sodalizio,  sotto  la  guida  e  la  direzione  di 
quell'intrepido  e  infaticabile  condottiero  che  è  il  cav.  Memmo 
Cagiati  che,  giova  ripeterlo,  fu  l'anima  del  risorgimento  nu- 
mismatico delle  Provincie  meridionali;  la  vera  .favilla  che  ri- 
destò la  sacra  fiamma  di  tali  studi  in  quelle  terre,  ove  l'in- 
gegno naturale  abbonda  forse  più  che  in  qualunque  altra 
d'Italia  e  non  ha  bisogno  che  d'essere  destata. 

Il  nuovo  Bollettino  del  Circolo  Napoletano,  col  suo  primo 
numero,  ha  già  preso  il  suo  posto  in  prima  linea  fra  tutte 
le  pubblicazioni  congeneri. 

Schiva  dalle  frasi  rimbombanti  e  dalle  facili,  grandiose 
promesse,  la  Direzione  si  limita  a  poche  e  modeste  parole 
di  proemio,  ed  ecco  quale  è  il  compito  ch'essa  intende  di 
assumersi  :  *  aprire  un  solco  e  seminar  un  bene,  riassumere 
cioè,  illustrare,  e  porre  in  luce,  specie  con  svariata  rassegna 
di  documenti,  la  monetazione  antica,  medioevale  e  moderna 
delle  regioni  meridionali  d' Italia   ,. 

Seguono  quindi  quattro  interessanti  lavori  di  numisma- 
tica e  uno  di  medaglistica,  e  sono  i  seguenti  : 

Aggiunte  e  rettifiche  alle  monete  normanne  battute  nel 
regno  delle  Due  Sicilie. 

In  questa  prima  parte  del  suo  importante  lavoro  il 
eh-  prof.  Luigi  dell'  Erba  tratta  delle  monete  coniate,  spe- 
sa 


41 B  BIBLIOGRAFIA 


cialmente  a  Salerno,  dai  duchi  normanni.  Dopo  di  avere  in 
breve  sintesi  accennato  ai  vari  autori  che  si  occuparono 
dell'argomento,  dal  Fusco  e  dallo  Spinelli,  all'Engel,  al  Fo- 
resio  ed  ai  Sambon,  padre  e  figlio,  il  eh.  A.  rettifica  alcuni 
errori  di  attribuzione  e  non  poche  inesattezze  incorse  nelle 
loro  opere,  e  aggiunge  alcune  monete  inedite  o  varianti, 
occupandosi  di  preferenza  di  quelle  che  presentano  speciali 
segni  di  zecca.  È  un  lavoro  utilissimo  per  gli  studiosi  di 
questa  monetazione,  che  è  una  delle  più  incerte  e  difficili  per 
i  dubbi  che  tuttora  sussistono  circa  la  classificazione  di  molte 
fra  quelle  monete. 

Spigolature  d' Archivio.  —  Sulle  monete  di  bronzo  o  rame 
di  Filippo  IV.  —  Sulla  data  1818   delle   monete   napoletane. 

Il  cav.  B.  Cosentini  tratta  qui  due  questioni  riguar- 
danti la  coniazione  di  monete  napoletane.  La  prima  accenna 
alle  varie  opinioni  circa  le  monete  di  rame  di  Filippo  IV, 
se  cioè  quelle  monete  furono  coniate  a  martello  o  a  mezzo 
di  macchine  o  per  fusione.  Con  documenti  d'archivio  il  eh.  A. 
arriva  alla  conclusione  che  per  quelle  monete  furono  impie- 
gati, secondo  le  occasioni,  i  tre  sistemi. 

L'altra  questione  riflette  la  data  1818  sulle  monete  di 
Ferdinando  I  Borbone.  L'A.  prova,  con  un  documento,  che 
dal  1818  fino  all'aprile  1822  la  zecca  di  Napoli  continuò  a 
coniare  le  monete  d'oro  e  d'argento  di  Ferdinando  I  col  mil- 
lesimo 1818,  dal  quale  anno  datava  l'emanazione  della  legge 
monetaria  del  Regno.  In  aggiunta  a  questa  notizia  l'A.  fa 
osservare  che  durante  il  periodo  borbonico  la  zecca  di  Na- 
poli usava  sovente  fare  la  riconiazione  di  monete  dei  sovrani 
passati  e  anche  di  monete  estere,  e  dà  il  disegno  di  una  piastra 
di  Ferdinando  I,  riconiata  su  di  un  pezzo  da  lire  dieci  venete. 

Le  monete  dette  Giustine  di  Ferdinando  1  e  Ferdinando  li 
d*  Aragona. 

È  un  interessante  studio  dell'egregio  Carlo  Prota  sulle 
monete  dette  Giustine  dalla  leggenda  del  rovescio  :  IVSTITIA 
E(5/)  FORTITVDO  MEA.  La  coniazione  di  quelle  monete  fu 
iniziata  da  Ferdinando  I  d'Aragona  nel  1459,  ed  ebbe  ter- 
mine sotto  Ferdinando  II  nel  1496,  nella  quale  epoca  esse 
furono  abolite  e  ritirate,  perchè  il  loro  valore  era  superiore 
al  pregio  del  metallo.  Il  lavoro  è  corredato  da  documenti. 


RIBLIOGRATIA  4I9 


Le  monete  o  medaglie  italiane  di  ostentazione  ed  una 
prova  inedita  per   Vasto. 

L'Autore,  il  cav.  L.  Gioppi,  riunisce  in  questo  lavoro  tutte 
le  monete  fatte  coniare  in  altre  officine,  specialmente  estere, 
da  alcuni  Signori  e  Pi  incipi  italiani,  per  mera  ambizione  e 
per  ostentazione  di  potere. 

Esse  abbracciano  l'epoca  dal  1704  al  1794.  come  se  si 
trattasse  di  moda,  aggiunge  l'A.,  e  rappresentano  i  feudi  di 
Belgiojoso,  Belmonte,  Castiglione  dei  Pepoli,  Orciano,  Porcta, 
Retegno,  San  Giorgio,  Soragna,   Ventimiglta  e   Vasto. 

Riguardo  alla  zecca  di  Castiglione  dei  Pepoli,  l'A.  af- 
ferma che  manca  qualsiasi  indicazione  numismatica  o  sfra- 
gistica. Qui  Egli  fu  tratto  in  inganno  da  una  duplicità  di 
nomi.  I  numismatici  conoscono  da  tempo  le  monete  dei  conti 
Pepoli.  Esse  furono  pubblicate  da  V.  Promis  nel  1881,  ma 
sotto  il  vecchio  nome  di  Castiglioue  dei  Gatti  (0,  che  così  si 
chiamò  quel  feudo  fino  a  circa  trent'anni  fa,  e  sotto  questa 
denominazione,  a  cominciare  dalle  Tavole  Sinottiche  del 
Promis,  figura  quasi  sempre  nelle  liste  delle  zecche  ita- 
liane, compresa  quella  pubblicata  nel  1906  in  questa  Ri- 
vista (2),  Anche  nel  Catalogo  della  collezione  E,  Gnecchi  del 
1902,  vediamo  figurare  (3)  sotto  il  nome  di  Castiglione  dei 
Gatti  uno  scudo  d'oro  di  Ercole  e  Cornelio  Pepoli. 

Quanto  ai  tre  pezzi  d'argento  coniati  da  Tomaso  Obizzo 
per  il  suo  feudo  di  Orciano,  oltreché  essere  postumi,  perchè 
battuti  quando  egli  non  possedeva  più  quel  feudo,  e  per  il 
loro  tipo  e  per  il  genere  del  rovescio,  anziché  monete,  si 
devono  ritenere  medaglie.  Quei  pezzi  non  furono  coniati 
nella  zecca  di  Vienna,  come  la  maggior  parte  delle  monete 
di  ostentazione,  ma  in  quella  di  Firenze,  ed  é  conosciuto 
anche  il  nome  dell'incisore. 

In  seguito  alle  monete  del  marchese  del  Vasto,  l'A. 
pubblica  due  inedite  prove,  una  in  metallo  bianco,  l'altra  m 


(i)  Promis  Vincenzo,  Sulle  monete  di  Castiglione  dei    Gatti.   Torino, 
1881,  in-8. 

(2)  E.  Gnecchi,  Appunti  di  Numismatica  Italiana.  XX.  Le  zecche  ita- 
liane medioevali  e  moderne  {Rivista  ilal.  di  nutn.,  X906,  pagg.  «39-242). 

(3)  I.»  Parte,  pag.  50,  lav.  VI,  n.  974. 


4aO  BIBLIOGRAFIA 


Ottone.  Quei  due  pezzi,  identici  nel  tipo  e  nelle  dimensioni, 
secondo  l'A.,  sarebbero  prove  dello  zecchino  o  del  quarto 
di  scudo. 

Regine  e  Principesse  di  Napoli  nella  medaglistica. 

In  quest'ultitno  lavoro,  che  chiude  la  serie  degli  articoli 
del  Bollettino,  il  eh.  A.,  sig.  E.  Ricciardi,  riunisce  una  col- 
lana di  IO  medaglie  coniate  in  onore  di  altrettante  Regine  e 
Principesse  di  Napoli,  che  comprendono  l'epoca  dal  1768  al 
1861.  Di  ognuna  di  esse  l'A.  dà  il  disegno,  la  diligente 
descrizione  del  diritto  e  del  rovescio,  più  un  piccolo  cenno 
storico. 

Agli  studi  di  numismatica  il  Bollettino  fa  seguire  nume- 
rose Note  Bibliografiche  e  un  Notiziario. 

La  Direzione  della  Rivista  Numismatica^  congratulandosi 
sinceramente  col  Bollettino  del  Circolo  Napoletano  per  il 
modo  veramente  splendido  col  quale  esso  ha  iniziato  le  sue 
pubblicazioni,  dà  il  benvenuto  all'egregio  confratello  e  gli 
augura  di  cuore  tutta  la  prosperità  che  si  merita. 

La  Direzione. 

Carusi  (Enrico).  Lettere  inedite  di  Gaetano  Marini.  i.°  Let- 
tere a  Guid* Antonio  Zanetti.  Roma,  19 16. 

Questo  volumetto  fa  parte  di  una  serie  di  pubblicazioni 
che,  sotto  la  denominazione  generale  di  Studi  e  Testi,  ven- 
gono fatte  per  cura  della  Biblioteca  Vaticana,  allo  scopo  di 
far  conoscere  operette,  documenti  e  .autografi  inediti  da  essa 
posseduti. 

Il  volume,  compilato  dall'egr.  Enrico  Carusi,  scrittore 
della  Biblioteca  Vaticana,  contiene  60  lettere  di  Gaetano  Ma- 
rini, l'erudito  bibliotecario  della  Vaticana  a  Guid'Antonio 
Zanetti.  Queste  lettere  hanno  uno  speciale  interesse  per  i 
numismatici,  abbracciando  gli  anni  dal  1777  al  1790,  ossia 
l'epoca  in  cui  lo  Zanetti  attendeva  alla  pubblicazione  della 
sua  grandiosa  opera  sulle  zecche  italiane  (i). 

Lo  Zanetti,  infervorato  nel  suo  lavoro,  ad  ogni  momento 


(i)  Nuova  Raccolta  delle  inonetr  e  zecche  d'Itali;!.  Bologna,   IT]S' 
1789;  cinque  volunii  in-4  con  tavole. 


BIBLIOGRAFIA  49i{ 


tempestava  il  suo  amico  Marini  per  aver  nuove  notizie  sulle 
varie  zecche  che  stava  studiando.  Il  Marini,  coi  tesori  pos- 
seduti dalla  Vaticana,  poteva  quasi  sempre  accontentare 
l'amico,  e  cosi  vediamo  che  successivamente  gli  manda  libri, 
documenti,  contratti  di  zecca,  tariffe  monetarie,  bolle  ponti- 
ficie sulle  zecche  di  Foligno,  Fermo,  Benevento,  Macerata, 
Rimini,  Recanati,  Aqtiileia,  Viterbo,  Fano,  Massa  Lombarda, 
Castro,  Peugia,  Parma,  ecc.,  ecc.,  e  ne  riceve  in  contrac- 
cambio vino,  rosolio  e  salati.  Lo  Zanetti,  del  resto,  si  ri- 
cordò sempre  dei  favori  ottenuti  dall'amico  bibliotecario,  e 
in  vari  punti  della  sua  opera  ne  ha  fatto  un  doveroso  cenno. 

Colle  ultime  lettere  il  Marini  manda  all'amico  dei  docu- 
menti sulle  zecche  di  Messerano  e  di  Montanaro.  Di  queste 
zecche  non  vi  è  traccia  nell'opera  dello  Zanetti.  Se  ne  tro- 
verà probabilmente  fra  i  numerosi  suoi  manoscritti  che  da 
tanto  tempo  giacciano  inediti  e  dimenticati  e  che  forse  presto 
vedranno  la  luce. 

Nella  lettera  n.  46  si  fa  parola  della  Zecca  di  Parma, 
pubblicata  dall'Affò,  e  inclusa  nel  V  volume  dell'opera  dello 
Zanetti.  Vediamo  da  questo  cenno  che  lo  Zanetti  non  si  era 
limitato  a  pubblicare  il  lavoro  dell'Affò,  ma  vi  aveva  effica- 
cemente collaborato. 

Un  altro  interesse  ci  offre  la  lettura  di  queste  lettere 
nei  numerosi  cenni  biografici  e  bibliografici  di  pressoché 
tutti  gli  scrittori  di  numismatica  di  quell'epoca.  Ci  passano 
sovente  in  rassegna  i  nomi  dell'abate  /.  Affò,  del  conte  Bat- 
taglini,  del  card.  Zelada,  del  card.  N.  Antonelli,  del  cardi- 
nale Garampi,  di  mons.  Borgia,  del  conte  Avogadro,  di 
Vincenzo  Bellini,  dell'ab.  Oderico,  dell'ab.  Zaccaria,  di  Giorgio 
Zoega,  di  Jacopo  Taggi-Biancani,  ecc.,  ecc.,  con  giudizi  sulle 
loro  opere,  sul  loro  valore. 

Scorrendo  queste  lettere  vediamo  poi  quanto  fosse  al- 
lora diffusa  la  passione  per  le  raccolte,  e  quanto  fossero  ri- 
cercati i  libri  di  numismatica  e  specialmente  le  nuove  pub- 
blicazioni. Ad  ogni  pie  sospinto  si  parla  di  spedizioni,  di 
proposte,  di  scambi  di  tali  opere. 

Tutto  questo  complesso,  insomma,  di  chiacchere.  fra  i 
due  amici  ci  dipingono  al  vivo,  come  in  uno  specchio,  il 
movimento    numismatico    di    quell'epoca,    specialmente*  per 


4^2  BIBLIOGRAFIA 


quanto  riguarda  le  monete  di  zecche  italiane,  che  allora  co- 
minciavano ad  essere  seriamente  studiale,  mentre  gli  scrit- 
tori del  secolo  antecedente  si  erano  quasi  esclusivamente 
occupati  di  numismatica  classica. 

Un  plauso  sincero  va  tributato  alla  direzione  della  Bi- 
blioteca Vaticana  per  la  pubblicazione  di  questi  interessanti 
carteggi  inediti  e  noi  facciamo  voti  che  molte  altre  Biblio- 
teche ne  seguano  l'esempio. 

E.  G. 


Archivio  Storico   del  Sannio    Alifano    e    contrade   limitrofe. 
Rivista  quadrimestrale.  —  Maddaloni,   1916,  anno  I,  n.  i. 

Questa  nuova  "  Rivista  scientifica  „,  pubblicata  sotto  gli 
auspici  dell'Associazione  Storica  di  Piedimonte  d'Alife,  deve 
la  sua  origine  all'iniziativa  del  prof.  cav.  Raffaello  Marrocco 
locale  ispettore  onorario  di  monumenti  e  scavi,  il  quale  seppe 
trasfondere  ne'  suoi  conterranei  il  proprio  amore  delle  anti- 
chità patrie,  aprendo  così  una  nuova  fonte  di  studi  storici, 
archeologici  e  numismatici. 

Sono  appunto  questi  ultimi  che  ci  offrono^  l'opportunità 
o,  meglio,  ci  impongono  il  dovere,  di  annunciare  ai  nostri 
lettori  il  nuovo  periodico,  al  quale  auguriamo  una  lunga 
vita  prospera  e  feconda. 

Ma  non  è  solamente  l'eventualità  di  qualche  argomento 
numismatico  che  ci  fa  segnalare  la  nuova  pubblicazione.  In 
esso  la  Numismatica  assume  un  interesse  affatto  speciale, 
una  interpretazione  nuova  e  si  mette  in  posizione  di  scoprire 
nuovi  orizzonti. 

L'Associazione  storica  di  Piedimonte  d'Alife,  inaugurando 
nello  scorso  gennaio  la  sua  costituzione,  affidava  all'illustre 
prof.  dott.  Posteraro,  addetto  al  Gabinetto  Numismatico  del 
Museo  di  Napoli  e  che  in  quell'epoca  si  trovava  sotto  le 
armi  in  Piedimonte,  al  comando  di  una  compagnia  del  40." 
Fanteria,  l'incarico  di  una  conferenza  per  la  solenne  occasione. 

Quella  conferenza  che  ha  per  argomento,  Origini  cT  Ali  fé, 
Simbolismo  delle  sue  tradizioni  e  della  sua  moneta,  venne 
difatti  tenuta  il  giorno  9  gennaio  scorso   ed   è   riprodotta  in 


BIBLIOGRAFIA  423 


testa  al  primo  numero  deWArchivio  stesso.  E  in  essa,  l'au- 
tore espone  un  programma.  Prendendo  come  punto  di  par- 
tenza le  poche  monete  d'Alife,  l'autore  si  presenta  quale 
araldo  di  una  nuova  interpretazione  scientifica  della  mitologia 
in  genere  e  delle  numerosissime  espressioni  di  questa  nella 
lunga  serie  di  monete  coniate  nella  Magna  Grecia  e  in  Sicilia. 

La  nuova  scuola  vorrebbe  interpretare  la  Mitologia  in 
modo  scientifico,  vedervi  cioè  qualche  cosa  di  simile  oppure 
un  sostituto  alla  chimica  moderna,  per  la  scienza  delle  me- 
tamorfosi e  delle  trasformazioni  e  per  la  spiegazit)ne  poetica 
delio  svolgimento  dei  fenomeni  naturali. 

Il  nuovo  punto  di  vista  può  riuscire  più  o  meno  accetto 
agli  studiosi  ;  ma  in  ogni  caso  è  degno  di  considerazione  e 
certo  provocherà  delle  discussioni.  Gli  è  per  questo  che, 
non  potendo  essere  rinchiuso  nell'angusto  spazio  di  una  re- 
censione —  nella  quale  mancherebbe  poi  il  contradditorio  — 
la  Direzione  della  Rivista  ha  creduto  opportuno,  previa  per- 
missione degli  autori,  di  pubblicare  in  questo  numero  (i)  la 
Prolusione  del  Posteraro  e,  insieme  a  questa,  altro  articolo 
del  Marrocco  sulla  "  Monetazione  Alifana  „  apparso  lo  scorso 
anno  nel  2,°  numero  della  Rivista  del  Sannto.  Questa  può 
essere  l'inaugurazione  di  una  sene  di  pubblicazioni  mitolo- 
gico-numisniatiche,  le  quali  faranno  più  largamente  conoscere 
le  nuove  teorie,  aprendo  così  il  campo  ad  una  eventuale  di- 
scussione fra  gli  studiosi  della  numismatica  greca. 

Era  giusto  che  dall'Italia  Meridionale,  l'antica  madre 
della  più  splendida  sene  di  monete ,  dovesse  venire  il 
soffio  di  vita,  che  dopo  tanti  secoli,  le  rianimasse.  È  quella 
la  patria  naturale  della  nuova  scuola,  che  si  assume  l' in- 
carico di  rivendicare  all'Italia  lo  studio  e  l'interpretazione 
delle  nostre  ricchezze  artistico-numismatiche,  sotto  una  luce 
più  vera,  più  calda  e  più  viva  di  quanto  non  abbia  fatto 
finora  la  cultura  straniera,  che  quasi  se  n'era  appropriato  il 
monopolio. 


La  Direzione. 


(i)  Vedi  pag.  299  a  pag.  320. 


4^4  BIBLIOGRAFIA 


Herrera  (Adolfo).  Et  Duro.  Madrid,  1914,  Imprenta  y  Fo- 
totipia de  J.  Lacoste,  due  volumi  in-4.°  di  pagg.  523 
e  53  tavole. 

Il  titolo  è  completato  dalle  parole:  "  estudio  de  los  reales 
"  de  a  ocho  espaiìoles  y  de  làs  nionedas  de  igual  o  apro- 
u  ximado  valor  labradas  en  los  dominios  de  la  corona  de 
tf  Espana  „  con  le  quali  viene  chiarito  il  significato  dei  nome 
Duro  e  determinati  i  limiti  del  lavoro.  Nei  due  volumi  che 
lo  compongono  si  contiene  infatti  la  descrizione,  accompa- 
gnata da  opportune  riproduzioni  raccolte  nelle  tavole,  delle 
grandi  monete  d'argento  dei  monarchi  spagnoli,  la  cui  serie 
comincia  con  Carlo  V  per  finire  con  Amedeo  di  Savoja,  il 
principe  italiano  che  combinazioni  politiche  posero  per  breve 
tempo  sul  trono  dei  Re  Cattolici,  La  intera  serie  è  divisa  in 
dieci  gruppi  corrispondenti  alle  monetazioni  della  Spagna 
propriamente  detta  e  a  quelle  dei  vari  domini  ad  essa  sog- 
getti, gruppi  naturalmente  suddivisi  a  seconda  delle  varie 
località  che  furono  sede  di  zecca.  Il  lavoro  è  condotto  con 
diligenza  somma,  e  la  riunione  in  un  solo  corpo  di  ben  2432 
pezzi  di  grande  modulo,  molti  de'  quali  di  alto  interesse  ar- 
tistico, riesce  assai  piacevole  ed  istruttiva. 

Le  monete  battute  a  Milano,  a  Napoli,  nella  Sicilia  e 
nella  Sardegna  costituiscono  quattro  di  questi  gruppi  e  rap- 
presentano per  noi  italiani  la  parte  più  interessante  dell'opera, 
perchè  vi  troviamo  riuniti  e  disposti  in  ordine  cronologico 
tutti  quei  maestosi  pezzi  d'argento  che  coi  vari  nomi  di 
scudi,  ducatoni,  piastre,  reali  e  filippi  e  relativi  multipli,  furono 
emessi  durante  la  dominazione  spagnola  in  quelle  quattro 
regioni  ed  ebbero  largo  corso  anche  nel  rimanente  d' Italia. 

L'A.,  pur  mostrandosi  assai  edotto  della  non  piccola  bi- 
bliografia delle  monetazioni  spagnole  in  Italia,  non  è  sempre 
d'accordo  con  i  nostri  scrittori  nella  distribuzione  dei  singoli 
pezzi  nei  vari  gruppi,  mentre  non  si  è  nemmeno  occupato, 
forse  per  la  difficoltà  che  presentava  la  cosa,  di  ricercarne 
le  zecche.  Siccome  poi  non  ci  dà  alcun  indizio  dei  criteri 
seguiti  in  queste  assegnazioni,  così  mi  faccio  lecito  di  ac- 
cennare qui  ad  alcune  di  tali  divergenze  e  anche  a  qualche 
omissione,  perchè  il  rilevarle  non  solo  non  toglie  nulla  al 
merito  o  alla  importanza  del  lavoro,  ma  può  dar  motivo  ad 


BIBLIOGRAFIA  425 


aprire  sui  punti  controversi  una  discussione  utile  a  dissipare 
i  dubbi  che  possono  restare  nell'animo  dei  lettori. 

Nel  gruppo  delle  monete  della  Sicilia  sono  comprese 
coi  numeri  1257  e  1238  due  varietà  dello  scudo  di  Carlo  V 
che  da  un  lato  ha  lo  stemma  inquartato  in  petto  dell'aquila 
bicipite  e  dall'altro  la  croce  fiorata  con  quattro  corone  al- 
l'estremità delle  braccia  ;  di  questo  scudo  non  si  conoscono 
esemplari  e  solo  se  ne  ha  notizia  da  vecchie  tariffe  ;  però  un 
mezzo  scudo  simile  fu  collocato  sotto  la  zecca  di  Napoli  nel 
catalogo  di  vendita  della  raccolta  S^  mhon,  e  alla  stessa 
zecca  tanto  l'intero  che  le  frazioni  furono  attribuite  senza 
alcuna  titubanza,  in  base  a  documenti,  da  Arturo  Sambon 
nello  studio  **  Les  Monnaies  de  Charles  V  dans  l'Italie  Me- 
ridionale „  [Annuaire  de  la  Société  Frattfaise  de  Numisma- 
tique,  XVI)  e,  dopo  di  lui,  dal  Cagiati. 

In  questo  stesso  gruppo  (n.  1259)  si  trova  il  famoso 
scudo  ossidionale  del  quale  viene  riprodotto  sulle  tavole  quel 
primo  esemplare  mal  conservato  pubblicato  dal  Fusco,  che 
diede  luogo  alla  erronea  lettura  di  SENATOR  in  luogo  di 
SCVTO  ■  R  -,  dalla  quale  derivò,  nonostante  la  data,  una  pre 
sunta  attribuzion':  all'assedio  di  Roma.  La  lettura  del  Fusco 
esercitò  una  specie  di  suggestione  sui  possessori  e  gli  scrit- 
tori successivi  che  continuarono  ad  assegnare  la  moneta  alla 
zecca  di  Roma,  suggestione  alla  quale  non  sfuggì  nemmeno 
il  nostro  A.,  che  dopo  averlo  ricordato  come  battuto  a  Roma 
nella  prefazione,  finì  poi  per  collocarlo  nel  gruppo  siciliano. 
Ora  però  dopo  la  esuriente  dimostrazione  data  dal  Sambon 
nello  studio  su  ricordato,  non  può  restar  dubbio  alcuno  che 
lo  scudo  stesso  e  la  relativa  metà  siano  stati  coniati  nella 
zecca  di  Napoli  mentre  questa  città  era  stretta  d'assedio  dai 
francesi  nel  1528.  Un  altro  scudo  di  Carlo  V  non  è  al  suo 
posto  in  questo  gruppo  e  cioè  quello  descritto  col  n.  1260 
che  porta  al  rovescio  l'aquila  sul  globo  e  la  leggenda  SVVM 
CVIQVE  che  i  fratelli  Gnecchi  e  più  recentemente  il  "  Corpus 
Nummorum  Italicorum  „  assegnano  alla  zecca  di  Milano. 

Dei  successori  di  Carlo  V  poi  vi  troviamo  lo  scudo  di 
Filippo  III  con  l'aquila  e  la  leggenda  QVOD  •  VIS  (n.  1268) 
che  il  catalogo  Sambon  e  il  Cagiati  ritengono  uscito  dalla 
zecca  di  Napoli. 

M 


426  BIBLIOGRAFIA 


Dal  gruppo  di  Napoli  per  contro  dovrebbe  togliersi  il 
ducato  d'argento  di  Filippo  III  descritto  col  n.  1285,  che  il 
catalogo  Sambon  descrive  sotto  la  zecca  di  Messina,  mentre 
il  Cagiati  lo  esclude  dai  prodoti i  dell'officina  n&politana,  della 
quale  invece  non  vi  è  descritto  il  ducato  di  Carlo  II  col 
tosone  (Cagiati  n.  4). 

Finalmente  nella  serie  milanese  si  cerca  invano  il  duca- 
tene di  Filippo  II  con  Atlante,  descritto  dai  Gnecchi  al  n.  29 
e  dal  "  Corpus  Nummorum  „  al  n.  279. 

Alla  descrizione  delle  singole  monete  l'A.  antepone  una 
nota  illustrativa  con  accenni  alla  rarità  e,  per  alcune  anche 
alla  quantità  lavorata  nelle  varie  emissioni.  Da  queste  note 
mi  piace  trarre  quelle  relative  ai  pezzi  da  cinque  pesetas  di 
Amedeo  I,  perchè  hanno  uno  speciale  interesse  anche  per  i 
raccoglitori  italiani.  Di  essi  dunque  furono  emessi  n.  21586200 
così  distribuiti  : 

1871  5936978      1873   2870046 

1872  7704184      1874   5074992. 

Il  più  curioso  però  è  che  tutti  portano  ben  visibile  la 
sola  data  del  1871,  mentre  la  vera  epoca  della  emissione 
risulta  da  numeri  microscopici  posti  nelle  due  stelle  che  si 
trovano  nel  diritto  in  basso  ai  lati  della  testa   del    Sovrano. 

In  fine  del  libro  v*è  una  rassegna  biografica  degli  inci- 
sori che  lavorarono  i  coni  delle  monete  e  delle  medaglie  dei 
Re  di  Spagna,  tra  i  quali  figurano  i  nomi  dei   nostri    artisti 

migliori. 

G.  Majer. 

Cagiati  (Memmo).  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie 
da  Carlo  I  d' Angiò  a  Vittorio  Emanuele  II  (fase.  IX, 
parte  III).  Le  zecche  siciliane.  Napoli,   1916. 

Il  eh.  Autore,  completata  coll'ottavo  fascicolo  della  sua 
opera  poderosa  l' illustrazione  della  zecca  di  Napoli,  e  di 
quelle  delle  sue  città  minori,  inizia  in  questo  nono  fascicolo 
la  serie  delle  zecche  siciliane,  descrivendo  le  monete  di  Mes- 
sina, da  Carlo  I  d'Angiò  (1266-1282)  a  Ferdinando  II  d'Ara- 
gona (1479-15 16).  Il  sistema  seguito  dall'Autore  in  questa 
terza  parte  del  suo  lavoro  è  identico  a  quello  da  lui  adottato 
per  le  altre  due.  Ad  ogni  sovrano  è  premesso  un  importante 


BIBLIOGRAFIA  427 


cenno  storico,  che  ne  illustra  i  fatti  più  salienti;    segue    poi 

la  descrizione  delle  sue  monete,  illustrate,  ad  ogni  nuovo 
tipo,  da  bellissimi  disegni.  Il  lavoro  è  poi  preceduto  da  una 
copiosa  bibliografia. 

Ben  a  ragione  l'egr.  Autore,  ne'  suoi  cenni  preliminari, 
si  lagna  dell'abbandono  e  della  noncuranza  in  cui  furono 
sempre  lasciati  i  ciraelii  medioevali  e  moderni  della  Si- 
cilia, che  quindi,  in  gran  parte  sono  scomparsi.  Lo  stesso 
deve  dire  delle  monete,  che  ben  pochi  si  curarono  di  rac- 
cogliere e  studiare,  talché  *  nei  Cataloghi  delle  più  ricche 
"  collezioni  di  monete  di  zecche  italiane  vendute  a  pubblico 
"  incanto,  nelle  collezioni  Fusco  e  Sambon,  nel  genere  tra 
"  quelle  di  maggiore  importanza,  noi  troviamo  molto  scàr- 
"  samente  rappresentate  le  zecche  di  Sicilia  „. 

L'Autore  deplora  inoltre  l'impossibilità  di  esaminare  le 
monete  di  questa  serie  nei  nostri  gabinetti  numismatici,  i 
quali,  per  la  massima  parte  si  trovano  in  gran  disordine,  in 
completo  abbandono  e  sprovvisti  di  Cataloghi.  L'Autore  ha 
tutte  le  ragioni,  e  noi  ci  uniamo  di  cuore  a  Lui  nel  lamen- 
tare questo  grave  inconveniente,  che  rende  tanto  difficile 
agli  studiosi  il  mezzo  di  poter  usufruire  di  tanti  tesori  rac- 
chiusi o,  diremo  meglio,  sepolti  nei  nostri  Musei. 

Appunto  per  questo  gli  studiosi  devono  essere  ben  grati 
all'egr.  Autore,  il  quale,  in  mezzo  a  tante  difficoltà,  si  è  sob- 
barcato al  penoso  lavoro  di  compilare  questa  illustrazione 
di  monete  assai  poco  conosciute.  La  sua  opera  è  certo  il 
miglior  incitamento  per  far  rinascere  l'amore  e  lo  studio  di 
questa  importantissima  serie  di  monete  italiane. 

E.  G. 

Dieudonné  (A.).  Manuel  de  Niimismatique  fran^aise  par 
A.  Blanchet  et  A.  Dieudonné.  Tomo  H,  per  cura  di 
A.  D.  —  Parigi,  Augusti  Picard,  1916,  pag.  x-468  e 
tavole  illustrative  I-IX. 

Questo  secondo  volume  del  Manuale  di  numismatica 
francese  più  completo  e  più  utile  agli  studi  nostri,  che  sia 
uscito  per  le  stampe  in  Francia  in  questi  ultimi  anni,  è  in- 
dispensabile e  degno  compimento  del  primo  volume  di  nu- 
mismatica francese,  curato  dai  Blanchet,  di  cui  si  é  parlalo 


428  BIBLIOGRAFIA 


a  SUO  tempo,  e  illustra  le  monete  regali  francesi  da  Ugo 
Capete  alla  Rivoluzione.  E  stato  curato  e  redatto  fino  alla 
sua  più  possibile  perfezione  dall'illustre  numismaiico  Dieu- 
donné,  già  favorevolmente  noto  anche  al  pubblico  dei  numi- 
smatici italiani  per  altri  lavori  scientifici,  conservatore  ag- 
giunto alla  sezione  numismatica  della  biblioteca  nazionale,  e 
onorato  del  premio  di  numismatica  medioevale. 

Bisogna  davvero  congratularsi  con  l'autore  se,  non 
ostante  le  preoccupazioni  dirette  e  incessanti  della  guerra 
nazionale  in  Francia,  e  vincendo  le  difficoltà  d'ogni  sorta 
create  dalle  condizioni  del  periodo  presente  al  lavoro  tipo- 
grafico ed  editoriale,  questo  volume,  con  lodevole  perseve- 
ranza e  coraggio,  fu  condotto  a  termine  e  pubblicato  entro 
l'anno  1915. 

Ma  non  si  deve,  del  resto,  credere  che  tale  lavoro  sia 
di  fatto  così  estraneo  agli  avvenimenti  storici  e  politici,  come 
a  prima  vista  potrebbe  parere  un  lavoro  di  numismatica 
francese  !  Giustamente  l'autore  nella  prefazione  esclama  ; 
A  la  fagon  doul  nous  comprenons  la  numismatique  fran- 
gaise,  les  annales  de  notre  pays,  le  passe  de  la  France  y 
sout  intimement  liés  ;  or  jamais  l'histoire  n'a  eté  si  vivante 
qu'en  ce  temps-ci.  Puis,  quelle  meilleure  application  de 
l'esprit  critique  que  ce  genre  de  recherches  !  Le  libre 
examen  est  pernicieux  dans  les  domaines  qui  touchent  de 
près  à  l'action,  où  l'esprit  de  foi  et  d'obeissance  sont  de 
rigueur  ;  sur  le  terrain  de  l'érudition,  au  contraire,  il  est 
fécond  et  prépare  le  progrès  scientifique  de  demain  „. 
Del  resto,  per  la  numismatica  francese  medioevale,  che 
emana  dall'autorità  costituita,  il  testo  numismatico  stesso,  che 
si  fonda  sul  documento,  è  per  sé  testimonio  sicuro  e  impor- 
tante, e  da  questo  lato  esercita  la  critica  sana,  non  quella 
soggettiva  dell'artista,  e  come  esprime  un  altro  illustre  sto- 
rico francese  :  "  le  texte  empèchc  les  écarts  de  l' imagina- 
"  tion,  guide  l'esprit,  donne  à  l'argumentation  une  base  iné- 
"  branlable  „• 

Noi  pertanto  ci  congratuliamo  sinceramente  con  l'autore 
se  coraggiosamente  colmò  in  questo  periodo  una  vera  e 
propria  lacuna  nella  bibliografia  numismatica  medioevale  e 
moderna,  poiché  ritrattò  tutto  l'argomento  con  la  visione  di- 


BIBLIOGRAFIA  429 


retta  dei  monumenti  e  con  l' illustrazione  del  maggior  nu- 
mero di  monete,  e  questo  era  doppiamente  necessario  per 
le  monete  regali  di  Francia,  e  in  genere  per  tutte  le  monete 
francesi  dal  Medio  Evo  alla  Rivoluzione.  Queste  erano  finora 
poco  conosciute  e  apprezzale,  appunto  perchè  mancava  una 
guida  sicura  e  completa  che  le  illustrasse  e  ne  facesse  com- 
prendere r  importanza,  non  ostante  il  minor  valore  artistico 
e  la  minore  varietà,  ch'esse  possano  avere  a  differenza  delle 
monete  greche  e  romane,  o  di  quelle  della  Rinascenza  italiana. 

Il  volume  del  Dieudonné  è  molto  opportunamente  diviso 
in  tre  libri,  di  cui  il  primo  contiene  i  dati  generali  e  le  de- 
finizioni tecnico  monetarie,  il  secondo  la  parte  storica  della 
moneta  francese,  il  terzo  la  loro  descrizione.  Il  primo  libro  è  a 
sua  volta  suddiviso  in  sette  capitoli,  che  trattano  i  seguenti 
temi:  Capitolo  i.°  Organizzazione  monetaria;  2.°  Fabbrica- 
zione delle  monete;  3."  Materia  di  cui  sono  fatte  le  monete  e 
formazione  delle  leghe  monetarie;  4-**  Della  coniazione  delle 
monete;  5.**  —  Pezzi  moneti/ormi;  6°  Valore  economico  della 
moneta  e  cause  delle  sue  oscillazioni  ;  7.**  /  nomi  delle  monete 
francesi  e  le  loro  variazioni. 

Il  secordo  libro  analizz  \  nel  primo  capitolo  la  storia  po- 
litica e  amministrativa  della  monetazione  francese,  nei  sci 
periodi  principali  del  suo  sviluppo,  da  Ugo  Capeto  fino  alla 
decadenza  della  monarchia  con  Luigi  XV  e  XVI  e  l'avvento 
della  Rivoluzione,  cioè  dall'anno  987  al  1793.  Ne  è  una  specie 
di  illustrazione  dal  lato  finanziario  ed  economico  della  mo- 
neta il  difficile  e  importante  capitolo  secondo,  che  esamina  i 
vari  sistemi  monetari,  le  restaurazioni  successive  fino  alle 
*  réformations  „  del  periodo  di  Luigi  XIV  e  di  Laco. 

Il  terzo  capitolo  è  più  interessante  dal  punto  di  vista 
estetico,  e  tratta  della  storia  artistica  della  moneta  francese, 
dai  tipi  carolingi  e  urbani  del  tempo  dei  denari  parigini  e 
dei  tornesi.  attraverso  la  evoluzione  dei  grossi  e  degli  scudi 
d'oro,  fino  al  testone  con  i  ritratti  del  tempo  di  Germain  Pilon 
'1513-1610).  Succede  lo  studio  esauriente  della  riforma  da 
Nicolas  Briot  a  Vann  e  all'uso  del  bilanciere,  con  la  storia 
dell'opera  dei  Roeitiers,  di  Duvivier,  di  Agostino  Duprè. 
Segue  uno  studio  comparativo  dello  sviluppo  della  epigrafia 
numismatica  francese. 


43°  BIBLIOGRAFIA 


Forma  la  terza  parte  del  volume,  e  ne  assorbe  la  mela 
del  contenuto,  il  libro  IH,  da  pag.  200  a  pag.  393,  cui  se- 
guono, come  appendici,  l'elenco  delle  officine  monetarie, 
quello  degli  zecchieri,  o  maestri  di  zecca  e  loro  assistenti 
fino  a  Enrico  II  e  sotto  il  periodo  della  Lega,  l'indice  bi- 
bliografico e  r  indice  analitico. 

La  parte  descrittiva  del  libro  III,  che  riesce  quella  più 
direttamente  utile  non  tanto  agli  storici,  agli  economisti  e  ai 
critici  d'arte,  quanto  ai  numismatici  collezionisti,  è  molto  chiara 
e  molto  accurata,  e  cerca  di  togliere,  sia  con  la  saggia  di- 
stribuzione, sia  con  la  facile  e  precisa  esposizione,  le  difficoltà 
non  poche  dei  primi  periodi  della  monetazione  francese,  spe- 
cialmente da  Ugo  Capeto  a  Luigi  VII  (987-1180),  da  Filippo 
Augusto  (i  180- 1223)  ai  due  Luigi  VIII  e  IX  (1223-1266),  fino 
alla  introduzione  del  grosso  {gros)  dal  1266  al  1270,  e  dopo, 
da  Filippo  il  Bello  a  Carlo  Vili  (1285-1483).  Per  ogni  prin- 
cipe, il  Dieudonné  Ha  il  prospetto  dei  pesi  e  dei  valori  delle 
monete,  secondo  le  vane  emissioni,  fa  seguire  un  riassunto 
bibliografico,  utilissimo  per  ulteriori  ricerche,  e  poi  divide  la 
illustrazione  secondo  i  metalli  {monnaies  d'or,  d'argent,  de 
billon,  de  cuivre,  monnaies  noires,  o  di  lega  infima,  in  con- 
fronto con  la  mannaie  bianche^  di  vera  lega  argentea). 

Importante  e  utile  fu  l'aggiunta  al  cap.  XXXI  del  libro  III, 
e  cioè  all'antipenultimo,  della  illustrazione  di  tutte  le  monete 
coniate  dai  re  di  Francia  in  Italia,  in  Spagna  e  nelle  colonie. 

Una  parola  meritano  anche  le  nove  nitide  tavole,  che 
seguono  cronologicamente  lo  sviluppo  storico  e  artistico 
della  moneta  francese,  e  sono  distribuite  come  segue:  tav.  I, 
da  San  Luigi  a  Giovanni  il  Buono;  II,  da  Carlo  VI  a  Lui 
gì  XI ;  III,  da  Luigi  XIII  a  Francesco  I,  a  E?irico  II ;  IV, 
da  Carlo  IX  a  Enrico  //';  V,  da  Litigi  XIII  a  Luigi  XIV; 
VI,  Luigi  XV  e  XVI;  VII,  Monete  del  Delfinato.  di  Pro- 
venza^ di  Borgogna  ;  Vili,  Monete  di  Navarra,  Fiandra, 
Strasburgo,  monete  coloniali  e  false  dell'epoca  ;  IX,  monete 
coniate  in  Italia  e  in  Ispagna. 

La  Rivista  augura  il  buon  successo  che  merita  all'opera 
.del  numismatico  Dieudonné  e  dell'editore  Picard. 

S.  Ricci. 


BIBLIOGRAFIA  43 1 


Newell  (Edward  T.).  The  cinted  Alexander  coirtage  of 
Sidon  and  Ake.  Volume  II  delle  Yale  Orientai  Series. 
—  New  Haven,  Yale  University  Press  (London  :  Hum- 
phrey  MilforH  ;  Oxford:  University  Press),  1916.  Volume 
di  pag.  72  e  IO  tavole,  di  cui  le  prime  quattro  illustrano 
le  monete  di  Sidone,  la  5.^  monete  di  Sidone  e  di 
Ake,  le  ultime  cinque  esclusivamente  le  monete  di  Ake. 

Lo  studio  del  giovane  numismatico  Newell,  che  visitò 
anche  il  nostro  Museo  Numismatico  di  Brera  in  Milano  e  ne 
trasse  incoraggiamenti  e  studi  di  confronto  nell'ampia  colle- 
zione macedonica,  è  un  bel  saggio  di  numismatica  greca 
comparata,  contando  i  confronti  coi  risultati  delle  sue  ricer- 
che in  diciassette  collezioni  pubbliche  e  in  dieci  private.  Si 
può  dire  che  le  monete  macedoniche  di  tutto  il  mondo  an- 
tico e  nuovo  sono  state  messe  a  contributo  dal  valoroso  e 
dotto  studioso  americano. 

Fra  i  contributi  italiani  notansi  le  collezioni  pubbliche 
del  R.  Museo  di  Antichità  di  Torino  e  del  Museo  Nazionale 
di  Napoli,  e  la  collezione  privata  di  un  valente  numismatico 
italiano,  del  cav.  Giovanni  Dattari,  che  è  al  Cairo;  non  è 
citato  il  Medagliere  Nazionale  di  Brera  per  un  incidente  do- 
loroso dovuto  al  caso,  non  alla  volontà  di  alcuno.  Il  Newell 
lasciò  a  Brera  la  nota  dei  calchi,  che  dovevan  essere  tratti 
dalle  monete  ch'egli  aveva  studiato  presso  il  R.  Gabinetto 
Numismatico,  e  poi  scomparve,  e  non  si  fece  più  vivo  a 
Milano,  né  in  persona,  né  per  lettera.  La  nota,  confusa  non 
si  sa  in  che  modo  con  la  corrispondenza  della  Direzione,  o 
entrata  in  qualche  periodico,  non  si  trovò  più,  e  a  nulla  val- 
sero le  richieste  ripetute  del  Direttore,  perché  non  si  potè 
più  riavere,  forse  per  i  continui  viaggi  e  spostamenti  di  re- 
capito del  Newell.  Unica  speranza  mi  rimane  a  compenso 
dell*  involontario  danno,  ch'egli  poi,  confrontando  fra  loro 
tutti  i  calchi  ricevuti,  non  trovasse  quelli  attesi  come  pro- 
venienti dal  Medagliere  di  Milano  di  tale  importanza,  da  dover 
essere  riprodotti  sulle  tavole,  come  ne  fanno  fede  anche  le 
altre  collezioni  pubbliche  italiane,  che,  citate  nell'elenco  di 
consultazione,  non  lo  sono  nell'elenco  delle  monete  ripro- 
dotte sulle  tavole.  Poiché  mi  parrebbe  impossibile  che  il 
Newell  stesso,  nel  suo  interesse,  non  mi    avesse    dovuto  ri 


432  BIBLIOGRAFIA 


mandare  la  nota  dei  calchi  da  fare  e  qualche  sollecitatoria, 
se  davvero  avesse  notato  che  tale  mancanza  fosse  stata  di 
danno  scientifico  al  suo  lavoro. 

Il  quale  è  riuscito  importante  ed  esauriente  per  le  due 
officine  della  monetazione  di  Alessandro  Magno  a  Sidone 
e  ad  Ake,  di  cui  il  Newell  ha  rilevalo  sette  serie  monetali 
per  Sidone,  distribuite  in  ordine  cronologico  come  segue  : 
Serie  I,  333-330  a.  C.  ;  II,  ottobre  331-ottobre  327  a.  C;  III, 
ottobre  327-1.*  parte  dell'anno  323  a.  C.  ;  IV,  metà  del  323- 
I.*  parte  del  320  a.  C.  ;  V,  metà  320-ottobre  317  a.  C.  ;  VI, 
fine  317-ottobre  309  a.  C;  VII,  ottobre  309-ottobre  305  a.  C. 

Per  l'officina  monetaria  di  Ake,  il  Newell  trova  pure 
sette  serie  monetali  con  qualche  variante  di  periodo  crono- 
logico in  confronto  con  la  serie  di  Sidone,  come  segue  : 
Serie  I,  332-330  a.  C.  ;  II,  329-328  a.  C.  ;  III,  327  a.  C.  circa; 
IV,  326-321  a.  C.  ;  V,  321-317  a.  C;  VI,  317-307  a.  C.  ;  VII, 
307-304  a.  C. 

Le  osservazioni  che  il  Newel  fa  seguire  a  questa  distin- 
zione di  serie,  tanto  per  l'ofTicma  di  Sidone,  quanto  per  quella 
di  Ake,  sono  molto  acute,  e  mostrano  il  risultato  di  studi 
profondi  su  tutta  la  monetazione  del  grande  Macedone,  con 
lo  sfondo  storico  dei  fatti,  tolto  dalle  due  opere  più  impor- 
tanti della  storia  di  quel  periodo,  quella  del  Droysen  {Ge- 
schichte  des  Hellentsmus)  nella  sua  2.^  edizione,  e  quella  del 
Niese  {Geschichie  der  griechischen  und  makedonischen  Staaten); 
cosicché  tutta  la  datificazione,  per  così  dire,  della  immensa 
monetazione  macedonica  risulta  dallo  studio  del  Newell  rin- 
novata e  precisata,  per  quanto  è  possibile  e  il  materiale  nu- 
mismatico rimastoci  lo  con'cede.  Da  questo  lavoro  appare 
ancor  più  chiaramente  —  se  pur  ce  ne  fosse  bisogno  —  il 
nesso  intimo  che  vi  è  tra  la  storia  e  la  monetazione  dei  sin- 
goli popoli  antichi. 

S.  Ricci. 


Finitd  di  stampare  il  5  ottobre  1916. 
RoMANENGHi  Angelo  FRANCESCO,   Gerente  responsabile 


'«•«««••««♦«••««««♦••♦i  •*•»••*••»«««••*«•«»«»• 


FASCICOLO  IV. 


TOPOGRAFIA   E   NUMISMATICA 

CM 

IBLA     GALEOTIS 


La  ricerca  del  sito  di  Ibla  Galeotis  ha  subito 
varie  vicende  e  se  ora,  latti  sul  luogo  degli  scavi, 
la  posizione  topografica  di  essa  è  in  qualche  modo 
tra  le  più  note  della  Sicilia,  è  ancora  incerta  la  sua 
primitiva  storia. 

Tucidide  (VI,  62.  5)  fa  menzione  di  v;ì>.x  r.  leXexTi;, 
come  città  sicula;  Diodoro  (XI.  88)  la  chiama  città 
libera  ed  indipendente;  Pausania  (V,  33,  6)   intorno 

alle  Ible  sicule  scrive  :  ^Jo  ^è  hdav  èv  i:'.y.sXìy.  ^ròXei;  ai 
"^T^Dat  (f,  uiv\  rtozìzii  ZTsvAkfttty,  tt,v  ^è  ('òr— sp  ye  Asd  (t.v)  sxàXovv 
v^'.?[ov«,  cjrovci  Ss  XX'.  /.xz'   :y.t  in  tx  òvòj/-aTa  èv  tt,  xaravaia,   6z 

T.  tx£v  esnjAo;  à{  xxx^,  r.  ^s  x<òu.t,  te  xxravauov  _  e  Stefano  Bi- 
zantino alla  voce  rxXwòTa»,  chiama  i  cittadini  di  Ibla 

Lo  Storico  della  guerra  del  Peloponneso  (HI, 
103)  dà  maggiori  indicazioni  sul  sito  di  Ibla  e  rac- 
conta che  Tesercito  ateniese  nella  guerra  contro  Si- 
racusa, ritornando  da  Centuripe  a  Catana,  bruciava 
le  messi  degli  inessei  e  degli  iblensi.  La  narrazione 
tucididea  indica  chiaramente  che  Ibla  Galeotis  do- 
veva essere  situata  tra  Aetna-Inessa  e  Catana. 

Gli  autori  moderni  non  sono  tutti  concordi  nel 


436  SALVATORE    MIRONE 


determinare  il  sito  della  città  :  V  Hunter,  deviando 
dal  retto  sentiero,  crede  di  trovarla  nell'odierno 
Belpasso;  il  Carrera  la  situa  presso  Paterno  nella 
contrada  chiamata  Acqua  Rossa  o  Acqua  di  Ferro; 
il  Fazello  è  in  dubbio  sul  sito  di  questa  città;  il 
Cluverio,  il  La  Scine  ed  il  Baudrand  la  riconoscono 
nel  sito  dove  poi  fu  edificato  l'odierno  Paterno  e 
dell'opinione  di  questi  ultimi  sono  il  Parthey,  lo 
Schubring  ed  i  moderni  cartografi.  L'Alessi  {Storta 
critica  della  Sicilia,  Catania.  1835,  voi.  I,  parte  II. 
pag.  322)  fissa  il  sito  di  Ibla  Galeotis  dove  fu  rin- 
venuta Tara  votiva  sacra  a  Venere  Vincitrice  Iblense. 
Il  Freeman  [History  of  Sicily,  Oxford,  1891,  voi.  I, 
pag.  159)  scrive  che  il  grande  castello  costruito  a 
Paterno  dal  conte  Ruggero  indica  il  posto  della  dea 
patrona  Ibla.  L' Holm  {Storia  della  Sicilia,  Torino, 
1896,  voi.  1,  pag.  153)  è  dell'opinione  che  il  posto 
di  Ibla  sia  stato  nel  luogo  del  castello  dell'odierno 
Paterno,  fondato  sopra  una  ripida  roccia  presso  il 
Simeto  nell'anno  1073,  durante  l'assedio  di  Catania. 
Invece  il  Pais  ed  altri  scrittori  sostengono  che 
il  /twfAYi  TE  )caTava'.tóv  di  Pausania  sia  Tibia  Etnea  spe- 
cialmente per  l'iscrizione  sepolcrale  C,  I,  L,  X,  71 
dove  si  fa  menzione  di  una  bambina,  nata  ad  Ibla 
e  seppellita  a  Catania.  Ibla,  seguendo  il  Pais,  non 
solo  doveva  essere  un  vicus  di  Catania,  ma  anche 
non  molto  distante  da  essa.  Il  Savasta  {Notizie  sto- 
riche di  Paterno,  Catania,  1905,  pag.  io  e  seguenti) 
sostiene  con  vari  argomenti  che  Paterno  sostituisce 
l'antica  Aetna,  non  come  un  paese  che  viene  a  sor- 
gere sulle  rovine  di  un  altro,  ma  per  solo  cambia- 
mento del  nome.  Tali  argomenti  sono  poco  convin- 
centi perchè  generalmente  si  sa  che  Ibla  si  è  con- 
servata come  paese  e  forse  come  casale  di  Catania 
fino  alla  fondazione  del  borgo  e  della  città  di  Pa- 
terno nel  secolo  undicesimo. 


TOMOGRAFIA    E    NUMISMATICA    DI    IBLA    GALEOTIS  437 

Gli  abbondanti  avanzi  archeologici  trovati  presso 
l'Acropoli  vulcanica  di  Paterno  dimostrano  che  è 
esatta  la  narrazione  tucididea  e  che  ivi  è  fiorita  una 
antica  città  sicula  e  greca  {Rivista  di  storia  antica, 
V,  55).  L'Ibla  Galeotis  dovette  indubbiamente  esi- 
stere a  Paterno  e  precisamente,  secondo  l'Orsi  {No- 
tizie scavi,  1909,  pag.  85),  la  primitiva  città  doveva 
raccogliersi  attorno  alla  grande  rupe  isolata,  su  cui 
si  erge  il  torrione  che  vuoisi  normanno  ;  tale  rupe 
costituiva  una  formidabile  acropoli  naturale,  ed  in- 
fatti nelle  nere  e  frastagliate  rocce  che  la  cingono  a 
mezzogiorno,  veggonsi  ancora  campate  in  aria  celle 
sicule  a  forno. 

L' incertezza  regna  sulla  fondazione  della  cittii, 
che  sfugge  ad  ogni  ricerca  e  si  perde  nel  buio  di 
un'epoca  preistorica,  circa  la  quale  i  più  autorevoli 
scrittori  antichi  della  Sicilia  non  danno  esatte  e 
complete  notizie. 

Stefano  Bizantino  racconta  che  la  città  venne 
chiamata  Ibla.  perchè  Iblone  re  dei  siculi,  la  edificò 
con  una  colonia  di  megaresi.  Pietro  Carrera,  fondan- 
dosi su  una  lettera  di  un  certo  Diodoro,  scrittore 
antichissimo  e  distinto  dall'omonimo  storico  (?),  opina 
che  Ibla  venne  fondata  dai  Catanesi  e  che  poi  fu 
disfatta,  ma  ignora  il  tempo  di  tale  avvenimento. 
Come  ben  nota  l'illustre  storico  siciliano,  l'Alessi, 
(op.  cit ,  voi.  I,  parte  IL  pag.  322)  la  città  di  Ibla  è 
indubbiamente  di  origine  sicana  o  sicula  e  la  sua 
fondazione  confina  con  le  epoche  favolose  e  quando 
i  greci  vi  si  stabilirono  dovettero  riunirsi  agli  antichi 
abitanti  o  cacciarli. 

Un  altro  punto  oscuro,  che  dovrebbe  essere 
chiarito,  è  la  quistione  del  nome,  perchè  la  etimo- 
logia di  esso  manca  di  una  spiegazione  conclusiva. 
Assodato  che  il  nome  di  Ibla  non  e  una  località 
caria    e    che    la    parola    usata    da   Menodoto  Samio 


43^  SALVATORE    MIRONE 


presso  Ateneo  XV  invece  di  £^?  'vfiXav  dovrebbe  es- 
sere si;  rXkx'jxkxy  ed  essendo  una  leggenda  la  fonda- 
zione da  parte  del  re  Iblone,  si  può  ritenere  che  il 
nome  della  Dea  e  della  città  sia  una  traduzione 
greca  di  una  parola  del  linguaggio  dei  sicani  o  dei 
siculi.  Non  conoscendosi  la  lingua  di  questi  due  po- 
poli non  si  può  lare  con  tutta  certezza  alcuna  affer- 
mazione, ma  si  intuisce  chiaramente  che  la  voce 
grecizzata  ìfiXai  abbia  una  stretta  attinenza  all'appel- 
lativo dell'acqua  minerale  della  sorgente  Maimonide. 
perchè  i  siculi  ebbero  una  tendenza  a  divinizzare  le 
tonti  ed  i  fiumi,  dando  il  relativo  nome. 

Ibla  dovette  essere  una  città  sui  generis,  per- 
chè come  narra  Pausania  (V,  23,  6),  vi  era  un 
tempio  della  divinità  iblea,  molto  riverito  dai  sice- 
lioti  ;  ma  la  città  era  deserta  (forse  nel  significato 
di  un  piccolo  casale)  all'epoca  dello  storico,  che 
scrisse  le  sue  opere  in  parte  sotto  i  regni  di  Adriano 
ed  Antonino  e  che  le  finiva  sotto  Marco  Aurelio 
dopo  il  174.  Attorno  al  tempio  vi  era  una  numerosa 
corporazione  di  sacerdoti,  che  erano  famosi  nell'  in- 
terpretare i  sogni  ed  i  presagi.  Ora  il  tardo  ingresso 
di  Ibla  nella  storia  della  monetazione  fa  supporre 
che  in  origine  e  dopo  vari  secoli  dallo  stabilimento 
dei  greci  in  Sicilia  essa  non  sia  assurta  al  grado  di 
una  vera  e  propria  città  ma  che  sia  stata  solamente 
un  santuario  della  Dea  Ibla,  solitario  nella  campagna 
etnea,  avendo  come  popolazione  una  numerosa  co- 
munità ieratica  attorno  al  tempio  della  divinità,  né 
più  ne  meno  come  nell'epoca  cristiana,  specialmente 
nel  medio  evo,  hanno  acquistato  grande  importanza 
dei  santuari  con  conventi  in  aperte  campagne  e  lon- 
tani da  centri  rurali  ed  urbani.  A  questa  jìopolazionc 
permanente  e  sedentaria  si  deve  aggiungere  quella 
fluttuante  dei  fedeli,  che  viene  per  adorare  la  Dea 
e  che  riparte  dopo  avuto  il  responso   della   divinità 


TOPOGRAFIA    E    NUMISMATICA    DI    lEI.A    GAI.EOTIS  439 

per  mezzo  dei  sacerdoti  indovini.  Non  si  potrebbe 
del  resto  giustificare  in  altro  modo  la  tarda  moneta- 
zione di  Ibla,  quando  si  pensa  che  anche  piccole 
città  della  Sicilia,  autonome  o  no.  fin  dal  periodo 
arcaico  o  fin  dal  periodo  di  transizione  hanno  avuta 
la  loro  zecca  ed  anche  una  ricca  monetazione.  Non 
può  recare  meraviglia  quest'opinione  quando  si  sa 
che  il  vicino  Adrano,  fondato  da  Dionisio  il  Vecchio, 
fino  all'anno  400  a.  C.  non  era  altro  che  un  famoso 
santuario  solitario  nella  campagna  etnea  e  quindi  Ibla 
gradatamente,  senza  intervento  di  alcun  oichista,  per 
la  sua  grande  nomea  ha  veduto  aumentare  la  sua 
popolazione  ed  è  assurta  ad  una  vera  città  senza 
accorgersi. 

Pausania  (V,  23,  6)  ta  poi  sapere  che  in  tale 
santuario  era  venerata  la  Dea  Ibla,  il  di  cui  culto  è 
considerato  dallo  storico  siracusano  Filisto  come  in- 
digeno e  che  all'epoca  di  Dionisio  era  già  ellenizzato, 
e,  descrivendo  le  famose  statue  di  Olimpia,  narra  che 
vicino  al  cocchio  del  tiranno  Cerone  vi  era  la  statua  di 
Giove,  dono  degli  iblei.  Non  deve  considerarsi  come 
casuale  la  statua  votiva  degli  iblei  in  Ohmpia  accanto 
al  cocchio  del  potente  principe  siracusano,  ma  come 
un  vero  atto  politico,  perchè  Cerone,  volendo  se- 
guire una  politica  di  penetrazione  nelle  regioni  etnee, 
come  lo  dimostra  il  tentativo  d' innalzare  un  tempio 
a  Demetra  in  queste  contrade  e  non  condotto  alla 
fine  per  la  sua  morte  (Diodoro,  XI,  26,  7),  aveva 
tutto  r  interesse  di  procacciarsi  la  simpatia  delle  po- 
polazioni sicule,  presso  le  quali  il  culto  della  Dea 
Ibla  era  in  grandissimo  onore.  Il  culto  ha  incomin 
ciato  certamente  a  ellenizzarsi  per  opera  di  questo 
principe  e  l'originario  appellativo  di  Cereatis,  tra- 
sformandosi in  seguito  in  Celeotis.  ricorda  in  certo 
qual  modo  il  nome  del  tiranno  siracusano  e  della  sua 
patria  Cela.  Non  va  dimenticato  poi  che  chi  magni- 


44°  SALVATORE   MIRONE 


ficava  il  santuario  d' Ibla,  lo  storico  Filisto,  era  un 
cittadino  siracusano  e,  quel  che  è  più,  un  insigne 
uomo  politico. 

Tutti  gli  scrittori  sono  concordi  nel  determinare 
il  carattere  indigeno  della  Dea  Ibla.  L' iscrizione  tro- 
vata a  Paterno  a  Venere  Vincitrice  Iblense  (Castelli, 
Iscriz.  di  Catana,  Panormo,  1769,  pag.  io;  Momm- 
sen,  C.  I,  X,  70T3)  conferma  che  la  Dea  nel  periodo 
ellenico  e  successivamente  in  quello  romano  era  iden- 
tificata con  Venere  od  Afrodite  e  quindi  rappresen- 
tava il  concetto  della  generazione  della  terra.  Il  suo 
appellativo  Gereatis,  non  essendo  una  corruzione 
dell'altro  Galeotis,  fa  pensare  che  in  origine  si  sia 
riferito  alla  dea,  perchè  la  parola  yspsaT'.?  si  potrebbe 
mettere  etimologicamente  in  relazione  con  quella 
antica  ysppa  o  yèppai  usata  dai  siculi  per  significare 
xà  àvXpeia  /.xi  yuvat/tsia  aìSoìia  e  per  dinotare  il  concetto 
della  fecondità  e  della  generazione.  Del  resto  la 
stessa  parola  ysppa  esiste  nel  culto  di  Afrodite  (Esi- 
chio-ad  V  Kaibel,  Cam.  graec.  frag.,  1899,  I,  pag.  122). 

Senza  dubbio  ci  troviamo  di  fronte  al  culto  di 
quelle  divinità  telluriche  che  furono  tanto  comuni  in 
Sicilia  a  causa  delle  manifestazioni  vulcaniche  ed  in 
questo  caso  la  Dea,  presiedendo  ai  fenomeni  natu- 
rali del  luogo,  dettava  i  suoi  responsi  comunicando 
con  le  regioni  di  sotterra  (Freeman,  op.  cit.,  voi.  1, 
pag.  159;  Ciaceri,  Miti  e  culti  della  storia  antica  di 
Sicilia,  Catania,  191  t,  pag.  15;  Rapisarda  N.,  Sul 
sito  di  due  antiche  città  Inessa-Aetna  ed  Ibla  Galeotis, 
Catania,  1913  pag.  15).  Era  naturale  che  questo 
culto  sia  nato  ed  abbia  acquistato  una  grande  im- 
portanza presso  i  siculi  quando  si  sa  che  le  prime 
manifestazioni  del  sentimento  religioso  di  questo  po- 
polo si  siano  riferite  più  o  meno  direttamente  alle 
vicende  della  vegetazione  ed  ai  fenomeni  tellurici. 
La  religione  dei  siculi,  pur  non  avendo  una  teologia 


TOPOGRAFIA    E    NUMISMATICA    DI    IBLA    GALEOTIS  44I 

sodamente  stabilita,  ammetteva  una  certa  importanza 
a  taluni  fenomeni  nei  quali  pareva  manifestarsi  una 
potenza  soprannaturale,  specialmente  alle  misteriose 
forze  sotterranee,  le  quali  danno  segno  della  loro 
esistenza  nelle  sorgenti  di  acque  calde  o  minerali. 

Vicino  l'odierno  Paterno  vi  è  un  terreno  vul- 
canico fangoso,  denominato  Salinella,  che  in  qualche 
modo  ha  una  certa  rassomiglianza  con  gli  ebullientes 
crateres  dei  Palici  e  vicino  vi  è  la  sorgente  del- 
l'acqua minerale  detta  Maimonide.  la  quale  con  le 
sue  ben  note  qualità  doveva  necessariamente  formare 
oggetto  di  un  superstizioso  culto,  (vedi  Recupero, 
Storia  naturale  e  generale  dell* Etna,  Catania,  1815, 
voi.  I,  i)ag.  214-220;  Ferrara,  Storia  generale  della 
Sicilia,  Palermo,  1837,  voi.  IX,  pag.  85-86,  ed  i  la- 
vori del  Silvestri,  Costanzo,  Aradas,  Lassaulx  e 
Grumbel,  citati  nella  biografia  storico  scientifica  del 
Crino  in  Atti  Accademia  Gioenica,  Catania.   1907). 

Il  santuario  della  Dea  doveva  indubbiamente 
sorgere  vicino  ai  luoghi  di  queste  manifestazioni  na- 
turali affinchè  la  corporazione  degli  indovini  potesse 
interpretare  i  sogni  della  gente  ivi  accorsa  consul- 
tando la  divinità  per  mezzo  della  fonte  e  del  vul- 
cano. Questi  indovini  erano  famosi  neirantichità  ; 
Esichio,  sulla  fede  di  Fanodemo,  scrive:  Taxeoì  fAàvrw? 

o'JTO'.  xarx  tt.v  2',xò\ìav  w/.T.Tav'  yuà  yèvo;  ti,  w?  (prici  <I>avò«5TjfJL0? 
x.ai  'Pivrwv  TapavTÌvo;. 

Cicerone  {De  Div.,  I,  20,  30)  riferendosi  allo 
storico  Filisto  (framm.  47)  ed  Eliano  (XII,  46)  nar- 
rano il  sogno  della  madre  di  Dionisio  il  Vecchio. 
Avendo  questa  sognato  durante  la  sua  gravidanza 
che  avrebbe  dato  alla  luce  un  piccolo  satiro,  con- 
sultò quegli  indovini,  interpretes  portentorum,  dice 
Cicerone,  qui  Galeotae  tum  in  Sicilia  nominabantur. 
i  quali  predissero  che  suo  figlio  sarebbe  stato  assai 
celebre  fra  i  greci  e  costantemente  felice.  Lo  stesso 

56 


442  SALVATORE    MIRONK 


Filisto  racconta  un'altra  predizione  dei  Galeoti  a  Dio- 
nisio (Cicerone,  De  Div.,  I,  32  ;  Plinio,  Ist.  nat.,  Vili, 
64;   Eliano,   Ilor/ar,  'I<7Topìa^    XII,   46). 

Samuele  Bocarto  forma  l'etimologia  della  voce 
Galeote,  facendola  derivare  da  Gala,  nome  fenicio 
con  significato  profetico  ed  il  Gaetano  {Histor.  sicnì. 
cap.  II,  n.  2)  opina  che  gli  indovinamenti  dei  Ga- 
leoti siano  stati  fatti  per  arte  magica.  L'opinione  del 
Gaetano  non  è  errata  perchè  forse  questi  sacerdoti 
per  dare  i  loro  responsi  dovevano  ricorrere  all'ipno- 
tismo ed  al  sonnambulismo,  che  all'epoca  dello  scrit- 
tore erano  considerati  come  un'arte  diabolica  o 
magica. 

Invece  il  sacerdozio  dei  Galeoti  si  ricollega  ma- 
nifestamente con  la  Grecia  e  sta  in  relazione  con 
l'antico  culto  di  Apollo  Cario,  il  quale,  secondo  la 
leggenda,  ebbe  da  Temisto,  figliuola  di  Zabio  re 
degli  Iperborei,  due  figli:  Telmisso  e  Galeote.  Sem- 
bra risultare  da  un  passo  di  Stefano  Bizantino,  forse 
alterato  dall'abbreviatore,  che  i  due  fratelli  erano  an- 
dati a  consultare  l'oracolo  di  Dodona  ed  il  Dio  diede 
loro  una  risposta  quasi  simile  a  quella  che  ricevet- 
tero Lacio  ed  Antifemo,  fondatore  di  Gela,  vai  quanto 
dire  che  esso  li  mandò  uno  all'Occidente  e  l'altro  ad 
Oriente. 

Telmisso  fondò  in  Caria  una  città  con  un  tem- 
pio di  Apollo  Telmisseo,  Galeote  venne  in  Sicilia. 
I  galeoi  o  galeotai  erano  dei  pesci,  i  cosidetti  pesci 
spada  (Strab.,  I,  24;  Plin.,  XXXII,  12)  e  forse  da 
questo  nome  si  può  arguire  che  gli  indovini  iblei 
presero  tale  appellativo  quasi  a  significare  che  se- 
condo la  leggenda  essi  erano  venuti  dal  mare  per 
stabilirsi  nel  famoso  santuario  ibleo. 


TOPOGRAFIA    E    NUMISMATICA    DI    IBLA    GALEOTIS  «^43 


«       • 

Quando  nell'anno  210  a.  C.  Marco  Valerio  Le- 
vino dava  assetto  alla  Sicilia,  che  fu  la  prima  pro- 
vincia romana,  Ibla  Galeotis  fu  messa  nel  novero 
delle  civitates  decumanae  f^Cicer.,  Verr.,  Ili,  102). 
Sotto  la  dominazione  romana  questa  città  ebbe  la 
sua  zecca  e  coniava  una  ristretta  serie  di  monete 
autonome  molto  somiglianti  fra  loro  per  il  tipo;  ben 
s'intende  la  monetazione  è  limitata  al  solo  bronzo 
come  nelle  altre  città  siciliane. 

Il  Ciaceri  (op.  cit.  e  Megara  Iblea  ed  Ibla  Ga- 
leotis in  Studi  storici  per  P antichità  class.,  Pisa,  1909, 
pag.  179)  vorrebbe  sostenere  che  le  monete  con  la 
leggenda  YBAAI  MEFAAA!,  attribuite  da  tutti  i  nummo- 
grafi  ad  Ibla  Gereatis.  devono  essere  assegnate  a 
Megara  Iblea  dove  sarebbero  passati  ■  il  culto  della 
Dea  Ibla  e  la  leggenda  del  re  Iblone.  A  questo  culto 
devesi  principalmente  se  Megara  prese  anche  il  nome 
di  Iblea,  giusta  l'indicazione  data  da  Pausania  (V, 
23,  6)  e  da  Stefano  Bizantino  alla  voce  "TfiXai.  Contro 
questa  opinione  del  Ciaceri  bisogna  fare  notare  che 
Megara,  distrutta  da  Gelone,  il  quale  trasportò  in 
Siracusa  gli  abitanti  più  ricchi  e  vendette  come 
schiavi  i  più  poveri  (Erodoto,  VII,  156,  3;  Tucidide, 
VI,  4,  2;  Polieno,  I,  27,  3),  decadde  in  un  modo 
spettacoloso  tanto  che  all'epoca  della  guerra  ateniese 
contro  Siracusa  era  una  povera  città,  un  punto  stra- 
tegico dei  siracusani,  un  <ppo'V-o''  (Tucid.,  VI,  75).  11 
console  Marcello  poi,  nelle  preliminari  operazioni 
militari  contro  la  potente  città  siceliota,  onde  impau- 
rire con  un  esempio  i  siracusani,  prese  e  quindi  di- 
strusse una  seconda  volta  Megara,  che  aveva  ten- 
tato di  resistere  (Livio,  XXI,  35).  Megara  Iblea  quindi 
dalla  sua  distruzione  avvenuta  per  opera  di  Gelone 


444  SALVATORE    MIRONE 


non  potè  mai  risollevarsi  né  risorse  sotto  la  domi- 
nazione romana  (Strabone,  1-IV  e  Pausania,  V,  23) 
e  seguitò  ad  esistere  come  una  povera  città  censoria. 
Ora  questa  città  coniava  nel  secolo  V  prima 
dell'era  volgare  una  litra  di  argento  con  la  leggenda 
MEfA  (Evans,  Contrib.  to  Sicilian  Numismatics,  Lon- 
don, 1894,  II,  tav.  IX,  2)  cioè  con  le  due  sillabe  ini- 
ziali della  parola  MEfAPAION.  Questa  iscrizione  del 
resto  concorda  perfettamente  con  il  nome  usato  dagli 
storici  originali  Tucidide ,  Erodoto  e  Polieno ,  i 
quali  parlando  di  detta  città  la  chiamano  MEfAPA  e 
mai  YBAAI  MEfAAAl.  Ora  se  la  povera  città  censoria 
avesse  nuovamente  battuto  delle  monete  sotto  i  ro- 
mani, come  varie  città  siceliote  che  interruppero  e  poi 
ripresero  la  coniazione,  avrebbe  con  certezza  incisa 
una  leggenda  pili  estesa  o  più  accorciata.  Vi  sarebbe 
una  contraddizione  con  la  parola  usata  ({Atxpà)  da  Ste- 
fano Bizantino,  ma  non  bisogna  dimenticare  che 
questi,  autore  del  basso  tempo,  scrisse  in  base  alle 
storie  precedenti  ed  alle  informazioni  e  che  della 
sua  opera  si  possiede  non  la  compilazione  primitiva 
ma  quella  più  ristretta  di  Ermolao.  In  ultima  ipotesi 
poi  anche  ammettendo  esatta  la  terminologia  perve- 
nutaci da  Stefano  Bizantino,  si  può  supporre  che  i 
cittadini  iblei,  sacrificando  tutti  gli  appellativi  della 
loro  città,  abbiano  aggiunto  nelle  monete  la  parola 
MErAAAZ  quasi  a  dimostrare  che  nel  periodo  romano 
e  massimamente  prima  dell'era  volgare  l' Ibla  Ge- 
reatis  era  la  maggiore  delle  altre  Ible,  perchè  una 
era  ridotta  ad  una  povera  città  censoria  e  l'altra 
era  scomparsa.  Supposizione  che  potrebbe  essere 
una  realtà;  sapendo  che  Tibia  Galeotis  dopo  vari 
secoli  da  un  semplice  santuario,  dedicato  alla  Dea 
con  una  corporazione  d'indovini  sacerdoti,  era  as- 
surta al  grado  di  una  ricca  e  fiorente  città,  come  lo 
dimostrano  gli  avanzi  archeologici  romani   trovati  a 


TOPOGRAFIA   E    NUMISMATICA   DI  IBLA   GALEOTIS 


445 


Paterno  cioè  i  due  archi,  le  rovine  di  bagni,  Tacque- 
dotto,  le  tombe,  le  cisterne,  ecc.  {Riv.  di  storta  antica, 
V,  55).  Le  monete  di  Ibla  Galeotis  sono  le  seguenti: 


1.  &  —  Testa  della  Dea  Ibla  a  destra  che  porta    una    col- 
lana ed  il  modio  ;  dietro  un'ape  a  sin.    Cer.  peri. 
R)    —  YBAAZ  MErAAAI   Ecate  in  piedi  a  sin.  con  il  bastone 
nella  mano  destra  e  con  una  piccola  anfora  nella 
mano  sin.;  un  cane  salta  incontro. 
Paruta,  tav.  79,  I;    Poole,  pag.  85,  n.  i;    Macdonald,   pag.  191-192, 
gr.  8,035;  Head,  pag.  148;  Holm,  n.  675;  Hill,  pag.  220,  fig.  76;  Museo 
Nazionale  di  Palermo,  7,70. 


2.  &  —  Simile  tipo. 
p    —  Simile  tipo. 
Poole,  pag.  86,  n.  2;  Macdonald,  pag.  191,  n.  2. 


3.  /©'  —  Simile  tipo. 
9*   —  Simile  tipo. 

Poole,  pag.  86,  n.  3. 

Il  Torremuzza  riporta  altri  due  tipi  :  tav.  XXXVIII,  3  la  testa  della 
Dea  viene  raffigurata  senza  il  modio  e  la  collana  e  tav.  XXXVIII,  5  la 
testa  porta  la  collana  senza  il  modio  né  vi  è  l'ape. 


i44^  SALVATORE   MIRONE 


4.  -©'  —  lA  Testa  femminile  a  destra  indossando  stephane. 
iP*    —  Un  caduceo  tra  YB  e  ME. 

Head,  pag.  148;  Holin,  n.  676  ;  Imhouf-Blurner,  Zur  Miinzkttmie,  eie. 
Wien,  1887,  paji.  253,  n.  i,  gr.  1,82. 


5.  /B'  —  Testa  di  Atena. 
I^    —  Un'ape  tra  YB  e  ME. 

Head,  pag.  148  ;  Holm,  n.  677  ;  Imhool-Blunier,  op.  cit.,  pag.  253, 
n.  2;  Fraccia,  in  Giornale  di  Sicilia,  luglio  1866,  11.  35. 

Quest'ultimo  tipo  erroneamente  è  attribuito  da  Torremuzza  a  ta- 
vola Xl.III,  6  e  dal  Poole,  pag.  96,  n.  i  a  Megara.  L' Holm,  pag.  247, 
n.  685  è  indeciso  assegnarlo  a  quest'ultima  città,  facendo  una  confu- 
sione fra  i  due  tipi. 

La  testa  del  diritto  dei  tre  primi  tipi  riproduce 
indubbiamente  T  immagine  della  Dea  Ibla,  venerata 
in  quella  città  ed  esistente  forse  nel  famoso  san- 
tuario ;  l'acconciatura  e  la  collana  si  adattano  bene 
ai  costumi  dell'epoca,  in  cui  le  monete  furono  co- 
niate. La  figura  in  piedi  del  rovescio  rappresenta 
Ecate,  divinità  infera,  e  l'animale  che  salta  incontro 
alla  figura  è  un  cane  e  non  una  pantera,  come  ge- 
neralmente è  stato  detto  dai  piti  illustri  nummografi. 
La  pantera  sarebbe  stata  indicata  qualora  nel  rove- 
scio dei  tre  coni  vi  fosse  stata  incisa  la  figura  di 
Dionisio. 

11  Paruta  {La  Sicilia  descritta  con  le  medaglie, 
Lione,  1697,  pag.  55),  sebbene  abbia  scritta  la  sua 
opera  in  un'epoca  in  cui  la  scienza  numismatica  muo- 
veva i  suoi  primi  passi,  nota  che  in  tah  monete 
l'animale  è  un  cane,  il  quale  fa  festa  alla  figura.  Il 
Ciaceri  {Miti  e  Culti,  pag.  17,  nota  i)  esuma  quest'opi- 


TOPOGRAFIA   E    NUMISMATICA    DI    IBLA   GALEOTIS  447 


nione,  da  condividersi  pienamente,  e  mette  in  rela- 
zione il  cane  con  la  divinità  di  sotterra  Ecate.  Di- 
fatti il  cane  per  i  popoli  antichi  era  in  stretto  rap- 
porto con  questa  divinità  infera,  la  quale  iniettava 
ai  cani  il  fuoco  della  rabbia  {Orph.  argon. ^  910  ; 
Eliano,  nspi  Iòm^^  XII.  22).  Chi  poi  guarda  con  una 
certa  attenzione  la  figura  dell'animale  incisa  in  tali 
coni,  si  convincerà  subito  che  essa  rappresenta  un 
cane  della  specie  dei  segugi,  che  in  Sicilia  viene 
chiamato  cirneco,  come  lo  dimostra  lo  sviluppo  del 
muso.  Questi  cani  in  Sicilia  vengono  tuttora  adibiti 
nella  caccia  degli  animali,  es.  conigli,  che  usano  in- 
tanarsi e  forniti  di  un  fine  odorato  indicano  al  cac- 
ciatore, dopo  aver  annasato  dietro  le  orme  degli  ani- 
mali, con  abbaiamenti  e  guaiti  speciali,  la  buca  dove 
si  trova  intanata  la  selvaggina,  che  poi  viene  latta 
uscire  con  il  furetto.  L'artista  ha  inciso  questa  specie 
di  cane,  perchè  forse  con  le  sue  straordinarie  qua- 
lità venatorie  creduto  più  adatto  a  comunicare  con 
la  divinità  di  sotterra. 

Nel  campo  dei  primi  tre  tipi  e  nel  rovescio  del 
n.  5  si  trova  incisa  un'ape  la  quale  allude  ad  una 
delle  migliori  produzioni  agricole  del  territorio  iblense: 
il  miele,  tanto  conosciuto  ed  apprezzato  nell'antichità 
e  che  gareggiava  con  quello  dell'  Inietto.  Il  commercio 
del  miele  era  una  vera  fonte  di  ricchezza  per  i  cit- 
tadini iblei,  perchè  non  conoscendosi  lo  zucchero, 
detto  prodotto  si  vendeva  ad  un  altro  prezzo.  Di- 
fatti il  Boeck  {Economia  politica  degli  Ateniesi,  lib.  1, 
XVII I  fa  notare  che  un  cotilo  di  miele  attico  valeva 
cinque  dramme. 

Strabone  racconta  che  fò  U  -rf,;  ^r^lrn  ovofza  TUfxjtèvei 
^là  T71V  àperriv  -roO  u-sXito?  e  la  maggior  parte  degli  an- 
tichi scrittori  lodano  il  miele  ibleo  (Plinio,  XII,  13  ; 
Pomponio  Mela,  I;  Marziale  V.,  epigr.  40;  Stazio,  II; 
Sylv.,  I  ;    Vigilio,  ecl.  I  e  VI  ;    Ovidio,    V,   eleg.  5, 


448  SALVATORE    MIRONE 

II,  ex  Pon.,  eleg.  7,  IV,  eleg.  5  ;  Calpurnio  Siculo, 
ecl.  4  ;  Silio  Italico  III  e  XIV).  Questa  rinomanza 
del  miele  ibleo  non  è  oggidì  del  tutto  scomparsa  e 
difatti  il  miele  di  Paterno  e  dei  dintorni  dell'Etna  è 
uno  dei  più  saporiti  della  Sicilia,  perchè  prodotto  in 
massima  parte  dai  fragranti  fiori  degli  agrumi.  Se  ora 
per  l'introduzione  e  l'acclimazione  di  tali  piante  detto 
miele  è  saporitissimo,  non  si  deve  dimenticare  che 
nell'antichità  aveva  anche  questa  qualità  perchè  pro- 
dotto dalla  flora  indigena,  nella  quale  abbondava  la 
melissa.  Questo  fiore  molto  diffuso  in  quelle  con- 
trade è  gratissimo  alle  api  e  concorre  a  fare  pro- 
durre un  ottimo  miele. 

La  iscrizione  lA  del  tipo  n.  4  può  essere  messa 
in  relazione  con  il  caduceo  del  rovescio  e  potrebbe 
sembrare  l'abbreviazione  del  nome  del  magistrato 
romano  adetto  alla  monetazione;  mentre  il  caduceo 
non  lascia  alcun  dubbio  che  rappresenti  l'impronta 
di  detto  magistrato  monetario.  Nell'ultimo  tipo  com- 
parisce la  testa  di  Atena,  il  cui  culto  era  diffusis- 
simo presso  le  popolazioni  greche  della  Sicilia. 

Nella  maggior  parte  dei  casi,  nelle  monete  sice- 
liote  si  legge  il  nome  della  città  emittente,  il  quale 
comunemente  è  al  genitivo  plurale  dell'etnico.  La 
leggenda  al  nominativo  singolare  in  questi  primi  tre 
coni  sembra  che  spieghi  la  figura  incisa  nel  diritto 
cioè  la  Dea  Ibla  ed  a  conferma  di  ciò  si  può  ricor- 
dare che  nella  numismatica  siceliota  si  trovano  degli 
esempi  con  simili  iscrizioni,  le  quali  si  riferiscono 
ad  un  Dio  fluviale  (AKPArAZ,  AMENAN02),  ad  una  ninfa 
o  Dea  rappresentante  la  città  (KAMAPINA,  KATANE,  MEI- 
ZANA).  Sebbene  coniate  nel  periodo  della  decadenza 
dell'arte,  le  monete  di  Ibla  Galeotis  sono  tutte  di  un 
ottimo  stile  e  dimostrano  che  gli  artisti  della  zecca 
iblea  non  subirono  l'influenza  dei  modelli  romani  e 
si  uniformarono  agli  insegnamenti  dell'arte  ellenica. 


TOPOGRAFIA    E    NUMISMATICA    DI    IBLA    GALEOTIS  449 

Vi  si  osserva  una  severità  dello  stile  assieme  ad 
una  manierata  ricerca  del  dettaglio  ed  ad  una  pre- 
ziosità nell'espressioni  delle  figure. 

Essendo  i  detti  coni  regolati  con  molto  giudizio 
dal  punto  di  vista  dei  pesi  e  della  tecnica,  si  può 
affermare  con  tutta  sicurezza  che  la  zecca  iblea  abbia 
coniato  delle  monete  per  una  corta  durata  e  che 
quindi  i  sopradetti  coni  siano  quasi  coevi.  Dallo 
stile  molto  rassomigliante  e  da  quanto  sopra  si  è 
detto,  la  monetazione  di  Ibla  Galeotis  ha  dovuto 
avere  luogo  non  prima  del  principio  del  secolo  se- 
condo avanti  l'era  volgare,  epoca  in  cui  la  città  era 
assurta  al  massimo  fiore  ed  in  cui  le  acconciature 
all'orientale  cominciano  ad  essère  di  moda  nella  Si- 
cilia, come  anche  si  può  desumere  dai  tipi  della 
ricca  monetazione  siceliota  sotto  la  dominazione 
romana. 

Ringrazio  l'illustre  signor  Hill  per  avermi  inviato  i  calchi  delle  mo- 
nete esistenti  nel  Brìtish  Museum  (Hepartment  of  coins  and  medals)  di 
Londra. 

/^.  Umvtrsità  di  Torino. 

Doti.  Salvatore  Mirone. 


57 


LE    MONETE 

DI 

LÒNGANE   o   LONGONE 


Le  tradizioni  letterarie  pervenute  fino  ai  tempi 
moderni  circa  il  sito  di  Lòngane  o  Longone  sono 
veramente  incomplete  perchè  rimangono  pochissimi 
frammenti  dei  libri,  in  cui  i  due  storici  Filisto  e  Dio- 
doro Siculo  fanno  menzione  di  tale  città  o  castello. 
.  Il  siracusano  Filisto  fa  conoscere  che  Longone 
era  una  città  della  Sicilia  (frammento  38:  AoyywvYj, 
2ix,6Via?  TròXi;,  'o  TtoViTnq  XoyYwvoìo?.  ^ìXicto;  $exàT<{>)  ed  indub- 
biamente ha  dovuto  descrivere  la  posizione  di  questa 
città  nel  libro  decimo  della  sua  storia,  del  quale  è 
pervenuto  sino  ai  tempi  odierni  il  solo  titolo.  Invece 
l'agirese  Diodoro  Siculo  (XXIV-VI,  reliquiae)  dà 
maggiori  indicazioni  sul  sito  di  Longone,  chiamato 
anche  Itahco  od  Itaho,  narrando  che  era  situato  nella 

campagna    Catanese     (ek    ^è    tÒv    Aòyywva    xaTàvifK;    (ppoùptov 
ì)7C'?ipye,  xa>iO'j[/.£vov  'iTaXtov.  "Owsp  7:oXe[7.7i<Ta?  (iàp^a;  ò  Kapj(_inSòvio?...). 

Stefano  Bizantino,  riportando  il  testo  del  libro 
decimo  di  Filisto,  situa  Longone  come  città  della 
Sicilia;  Ortelio  lo  conta  fra  i  luoghi  di  sito  incerto; 
Cluverio  lo  chiama  castello  o  città  dei  catanesi  senza 
determinarne  il  sito,  mentre  il  Parthey  (Sictliae  an- 


LE   MONETE   DI    LÒNGANE   O   LONGONE  45I 

tiqiiae  tabula  emendata,  Berlino,  1834)  situa  Longone 
sul  fiume  omonimo  nel  territorio  di  Milazzo. 

Il  Poole  {Catalogne  of  greek  coins  of  the  Britisk 
Museum  Sicily,  London,  1876.  pag.  96)  descrivendo 
la  iitra  d'argento  di  Lòngane  opina  erroneamente 
che  la  testa  del  Dio  fluviale  sul  rovescio  del  conio 
sia  quella  del  Dio  del  fiume  Amenano,  alle  cui  foci 
era  situata,  come  lo  è  tuttora,  la  città  di  Catania,  e, 
sebbene  non  faccia  alcuna  congettura  sul  sito  di  tale 
castello,  esplicitamente  fa  intravedere  la  sua  opinione 
cioè  che  esso  doveva  sorgere  nella  campagna  cata- 
nese.  Se  non  che  la  maggior  parte  dei  più  autore- 
voli storici  e  numismatici  moderni,  come  V  Holm 
{Storia  della  Sicilia  -  Storia  della  ììioneta,  voi.  Ili, 
parte  II,  Torino,  1906,  pag.  85,  n.  121);  l' Head 
{Historia  ntiiìiorum,  Oxford,  1887  ^  poJ  ^9^1,  pag.  151) 
e  l'Hill  {Coins  of  Ancient  Sicily,  Westminster,  1903, 
pag.  92),  riferendosi  alla  narrazione  di  Polibio  (I,  9, 

àv  T<5  MuXxl(f>  TTeStfe)  Tcepi  tòv  AoyYxvòv  xaXo'j{/.£vov  TcOTajAOv^  g  Se- 
guendo l'opinione  del  Parthey,  concordemente  so- 
stengono che  la  città  di  Lòngane  o  Longone  doveva 
essere  situata  sull'omonimo  fiume  nel  territorio  di 
Milazzo.  Ma  l'opinione  di  questi  scrittori  non  è  as- 
solutamente sostenibile  quando  si  sa  che  lo  storico 
Diodoro  Siculo  ha  fatto  sapere  che  nel  territorio  ca- 
tanese  vi  era  un  castello  chiamato  Aòyywv^  il  quale 
deve  indubbiamente  identificarsi  con  la  città  di  AoyyàvT 
menzionata  da  Filisto.  Vero  si  è  che  molti  nomi  di 
città  trassero  origine  dai  rispettivi  fiumi  e  che  que- 
sta appropriazione  fu  molto  frequente  nell'Italia  e 
nella  Sicilia,  ma  non  si  deve  dimenticare  anche  che 
molti  fiumi  bagnavano  delle  città  senza  avere  lo 
stesso  nome,  come  il  Crisa  di  Assaro,  l'Ippari  di  Ca- 
marina,  l'Amenano  di  Catania,  l'Assino  di  Nasso,  ecc. 
Infine  l'opinione  dell' Holm,  dell' Head  e  dell'Hill  è 
campata  in  aria  perchè  facendo   un'esatta   pondera- 


453  SALVATORE   MIRONE 


zione  del  passo  della  storia,  su  cui  essi  si  basano, 
risulta  chiaramente  che  Polibio  fa  menzione  non  di 
una  città  ma  del  fiume  Aoyyàvo?^  con  il  quale  poi  si 
deve  correggere  il  >oìTavov  TCOTajxòv  di  Diodoro,  ram- 
mentato nei  resti  del  libro  XXII,  in  cui,  come  in 
altri  punti  della  storia,  vi  sono  molti  errori  di 
scrittura. 

Polibio  è  storico  molto  assennato,  critico  acuto 
e  prudente,  osservatore  attento  e  conoscitore  delle 
condizioni  politiche  del  mondo  greco  e  romano  e 
dopo  Tucidide  è  lo  storico  più  serio  dei  greci.  Egli 
visitò  quasi  tutte  le  regioni  dell'  impero  romano  per 
raccogliere  sugli  stessi  luoghi  cognizioni  e  materiale 
per  la  grande  opera  storica,  che  meditava,  e  con 
tutta  certezza  avrebbe  fatto  cenno  della  città  di  Lòn- 
gane  posta  nel  territorio  di  Milazzo  e  non  del  fiume, 
massimamente  che  si  trattava  di  descrivere  la  bat- 
taglia avvenuta,  poco  tempo  prima  della  sua  nascita, 
fra  i  Siracusani  comandati  da  Cerone  II  ed  i  Mamer- 
tini,  che  furono  sconfitti.  Del  resto  il  nome  di  Lon- 
gana  viene  dato  ora  a  quella  punta  di  terra  nelle 
vicinanze  di  Milazzo  ove  sbocca  il  piccolo  fiume  di 
Castro  e  ricorda  il  fiume  menzionato  dal  detto  Po- 
libio (I,  9)  e  da  Diodoro  (XXII). 

Alle  due  citazioni  di  Filisto  e  di  Diodoro,  di- 
sgraziatamente frammentarie,  si  aggiunge  che  Lieo- 
fronte  di  Calcide,  poeta  dell'epoca  alessandrina,  men- 
ziona la  Dea  Longatis  (520,  ^<^'-  TptyèwyiTo?  ^«à  pcwpfxìa 
AoyyàTi?  '0|;.oXfe)ì?)  e  narra  che  anche  vi  era  il  famoso 
tempio  della  Vergine  Longatis  (1032,  xXbvòv  tSpw.a 
TrapQèvov  AoyyàTtSo;).  Licofrone  avrà,  con  tutta  certezza, 
avuta  notizia  di  tale  culto  da  Timeo  da  Tauromenio, 
che  nelle  sue  storie  andate  perdute  non  si  limitava 
a  narrare  gli  avvenimenti  politici  e  militari,  ma  en- 
trava ancora  nei  particolari  degli  usi,  dei  costumi, 
delle  opinioni  filosofiche  e  della  religione. 


LE  MONETE  OI  LÒNGANE  O  LONGONE  453 

Pietro  Carrera  (Mem.  di  Cat.,  libro  II)  uno  dei 
primi  storiografi  di  Catania,  fa  l'importantissimo  ri- 
lievo che  l'antico  castello  di  Longone  venne  poi  no- 
minato Lògnina.  Giovanni  Massa  {La  Sicilia  in  pro- 
spettiva, parte  seconda,  Palermo,  1709,  pag.  320)  oc- 
cupandosi della  Torre  di  Lògnina  di  Catania  sostiene 
giustamente  che  Lògnina  sia  una  parola  corrotta  e 
derivata  da  Ongia,  oppure  Ognia,  Dea  in  molta  stima 
presso  le  antiche  popolazioni  di  quelle  contrade.  Il 
Ferrara  {Le  credenze  religiose  degli  antichi  siciliani  sino 
air introduziotte  del  cristiaìtestmo,  ecc.,  Catania.  1844) 
ed  il  Coco-Grasso  {Della  vita  e  delle  opere  di  F.  Fer- 
rara, Palermo.  1850,  pag.  62,  nota  i)  sostengono  che 
il  tempio  della  Dea  Ongia  doveva  sorgere  fra  'Ognina 
ed  Aci,  mentre  il  Cordaro  Clarenza  {Osservazioni 
sopra  la  Storia  di  Catania  cavate  dalla  storia  generale 
di  Sicilia,  Catania.  1833.  voi.  I.  pag.  82-83)  rileva 
che  il  tempio  della  Dea  Ognia  ha  dato  un  simile 
nome  alla  contrada  detta  oggi  'Ognina. 

Recentemente  il  Ciaceri  {La  Alessandra  di  Li- 
cofrone,  Catania,  note  e  comm.  520  e  1032,  pag.  209 
e  290  ;  Culti  e  Miti  della  storia  antica  di  Sicilia,  Ca- 
tania, 191 1,  pag.  157),  condividendo  le  opinioni  del 
Carrera  e  del  Massa,  sostiene  giustamente  che  tanto 
la  città  AoyvwvT.,  ricordata  da  Filisto,  che  il  castello 
Aòyyojv  menzionato  da  Diodoro  Siculo,  non  sia  altro 
che  la  borgata  detta  oggi  Ognina  ed  anche  Lògnina, 
posta  a  brevissima  distanza  di  Catania  verso  est  e 
che  nel  detto  castello  doveva  sorgere  il  santuario 
dedicato  alla  Dea  Longatis,  la  quale  altro  non  è  che 
Pallade.  Il  culto  della  Dea  Atena  era  molto  diffuso 
nelle  colonie  greche  dell'antica  Sicilia  ed  i  santuari, 
secondo  le  consuetudini  di  allora,  venivano  eretti  in 
prossimità  dei  porti  accessibili  alle  havi  affinchè  i 
marinai  sia  al  partire  che  al  ritorno  potessero  con 
maggiore  facilità  recarvisi  e  sacrificare  alla  Dea. 


454  SALVATORE   MIRONE 


È  antichissima  e  costante  la  fama  che  nella  ri- 
viera orientale  di  Catania  vi  era  un  porto  spazioso 
e  sicuro,  chiamato  porto  delizioso  perchè  prima  del- 
l'invasione  della  lava  quella  riviera  era  ricca  di- al- 
beri e  di  ombrosi  olivi.  Difatti  lo  storico  arabo  Edrisi 
(Abu-Abd- Allah -Mohamed)  autore  del  Nozhat-el- 
Mosctak,  ecc.,  designa  il  porto  di  Lògnina  con  lo 
stesso  nome  e  Malaterra  racconta  che  il  conte  Rug- 
gero con  la  sua  flotta  sostava  una  notte  in  detto 
porto  (Amari  Michele,  Storia  dei  Musulmani  di  Si- 
cilia, Firenze,  1868,  voi.  Ili,  parte  I,  pag.  166). 

Il  Casagrandi  {La  Pistrice  sui  pnmi  tetradrammi 
di  Catana,  ecc.,  Catania,  1914,  pag.  29  e  30,  nota  1, 
estratto  ddàV Archivio  Storico  per  la  Sicilia  Orientale, 
anno  XI,  fase.  1),  sebbene  in  maniera  molto  inciden- 
tale, si  occupa  della  htra  d'argento  di  Lòngane  e  dà 
delle  esatte  informazioni  sul  sito  di  questo  castello. 
Egli  giustamente  fa  notare  che  il  porto  naturale  del- 
l'antica Catana,  che  ha  veduto  impegnarsi  nel  suo 
seno  strepitose  battaglie  navali,  come  quella  fra  i 
Siracusani  e  i  Cartaginesi  nell'anno  405  a.  C,  ove 
questi  si  impegnarono  con  non  meno  di  500  navi 
da  battaglia  (Diodoro,  XIV,  50),  non  può  essere  ri- 
scontrato neir  insignificante  Porto  Saraceno  alle  foci 
dell'Amenano  e  tanto  meno  a  Murgantia  distante 
46  chilometri  !,  ma  dovrà  ricercarsi  in  quell'  insena- 
tura, che  si  racchiude  fra  il  promontorio  del  Gaìto 
a  sud,  e  quello  capace  ad  est,  insenatura  che  fu  in- 
vasa dalle  lave  dette  del  Ròtolo,  ma  che  in  parte 
tuttora  rimane  visibile  con  tratto  di  spiaggia  in  due 
punti,  al  Gaìto,  e  massime  a  S.  Giovanni  li  Cuti.  Le 
lave,  che  hanno  invasa  tale  insenatura,  appartengono 
all'eruzione  che  ebbe  luogo  nelle  vicinanze  del  co- 
mune di  S.  Maria  li  Plachi,  chiamato  ora  Gravina 
di  Catania,  il  6  agosto  1381  e  che  devastò  il  cosi- 
detto  Oliveto  di  Catania  (Simone  di    Lentini,    Chro- 


LE   MONETE   DI    LÒNGANE   O    LONGONE  455 

nica,  voi.  2,  pag.  511;  Amico,  Catana  illustrata,  Ca- 
tania, 1746,  libro  6,  cap.  2,  tomo  2,  pag.  244;  Re- 
cupero, Storia  naturale  e  generale  delF Etna,  Catania, 
1815,  voi.  2,  pag.  84). 

Il  porto  dell'antica  Catana  greca  e  romana  do- 
veva essere  quello  di  Longone  come  sbocco  natu- 
rale ed  unico  delle  ricche  risorse  agricole  del  bosco 
etneo,  mentre  quello  di  Murgantia  (ora  la  rada  di 
Agnone)  doveva  essere  lo  sbocco  dell'immensa  pro- 
duzione granaria,  quando  la  Piana  di  Catania  era  il 
granaio  di  Roma.  La  si  desume  anche  dal  fatto  che 
i  catanesi,  dopo  l'eruzione  del  1381,  furono  costretti 
ad  ampliare  il  porto  saraceno,  che  a  dire  del  Grossi 
{Cat.  Decadi.  Chor.  V.^  pag.  167)  exiguam  praebet 
navibus  stationem.  Difatti  Simone  de  Puteo,  vescovo 
di  Catania,  nell'anno  1387  ingrandiva  il  detto  porto 
saraceno  (Amico,  op.  cit.,  libro  VI,  cap.  VII,  pag.  245). 
Condividendo  l'opinione  del  Casagrandi,  il  castello 
di  Longone  ed  il  santuario  della  Dea  Longatis  do- 
vevano sorgere  sulla  collina  circolare  soprastante, 
percorsa  ora  dalla  strada  provinciale  dalla  Guardia 
al  Ròtolo. 

Longone  dovette  avere  una  certa  importanza 
per  il  sicuro  ed  ampio  porto,  per  la  vicinanza  di 
Catana  e  per  il  santuario  della  Dea  Atena,  il  di  cui 
appellativo  di  Longatis  i)rova  pure  che  doveva  es- 
sere ben  noto  ai  naviganti.  Il  porto  sotto  la  signoria 
del  dinomenide  Cerone  indubbiamente  ha  incomin- 
ciato il  suo  incremento  e  durante  gli  ultimi  anni 
della  guerra  peloponnesiaca  come  un  punto  sicuro 
di  approdo  e  di  rifornimento  per  la  flotta  degli  Ate- 
niesi e  degli  alleati,  ha  dovuto  assorgere  ad  una 
grande  importanza  militare  e  commerciale  ed  il  ca- 
stello con  tutta  certezza  ha  dovuto  seguire  le  sorti 
di  Catana,  asservita  da  Dionisio  il  Vecchio,  perdendo 
la  sua  autonomia.  Difatti  chi  ben   nota    la    termino- 


45^  SALVATORI!    MIRONE 


logia  dei  due  illustri  storici  siciliani,  che  hanno  fatto 
menzione  di  Longone,  noterà  che  Filisto,  nato  il 
430  e  morto  il  356  a.  C.  e  quindi  vissuto  ai  tempi 
dei  due  Dionisi,  chiama  Longone  ^ò>.i?  ;  segno  evi- 
dente che  all'epoca  dello  storico  siracusano  il  ca- 
stello contava  una  numerosa  popolazione  ed  era  in 
floride  condizioni,  mentre  Diodoro  Siculo,  contem- 
poraneo di  Giulio  Cesare  e  di  Augusto,  lo  chiama 
semplicemente  ?poùpiov,  indizio  sicuro  che  verso  l'era 
volgare  esso  aveva  perduto  la  primitiva  importanza 
e  si  riduceva  a  poche  abitazioni.  Filisto,  che  certa- 
mente aveva  visitato  Longone,  usa  il  vocabolo  7rò>.t; 
per  dinotare  che  esso  ai  suoi  tempi  era  veramente 
una  città.  La  zecca  di  Lòngane  o  Longone  coniava 
la  seguente  litra  d'argento  : 


•  # 


1.  ^  —  AOrrANAION  (leggenda  retrograda)  Testa  giovanile 
di  Ercole  a  destra  con  pelle  di  leone.  C.  p. 
I^    —  Testa  giovanile  a  sinistra  del  Dio  del   fiume  Leu- 

catea  con  corti  corni. 
Head,  p.  151;  Poole,  p.  96,  n.  i,  gr.  0,712;  Holm,  n.  345;  Hill,  p.  92. 
Gabinetto  Numismatico.  Biblioteca  Nazionale  di  Parigi,  gr.  0,65. 

Il  tipo  del  diritto  di  questa  piccola  moneta  al- 
lude al  culto  in  onore  di  Ercole  molto  difi'uso  presso 
le  popolazioni  greche  dell'antica  Sicilia,  mentre  quello 
del  rovescio  si  riferisce  ad  un  Dio  fluviale.  In  un 
paese  eminentemente  agricolo  come  l' isola,  in  cui 
le  condizioni  climatiche  fanno  iipprezzare  grande- 
mente i  benefici  dell'acqua,  non  è  da  farsi  meravi- 
glia se  vi  fosse  sede  di  un  culto  dove  scorreva  un 
fiume,  che  dalla  fantasia  popolare  religiosamente  ve- 
niva personificato.  I  greci,  che  vennero  a  stabilirsi 
nella  Sicilia,  aggiunsero    ai    loro    patri    culti    anche 


LE  MONETE   DI   LÒNGANE    O   LONGONE  457 

questi  propri  degli  indigeni  e  la  loro  religione  dette 
un  grande  sviluppo  alle  divinità  fluviali;  quindi,  se- 
condo queste  credenze,  il  piccolo  fiume  Leucatea, 
che  scorreva  verso  Lòngane,  venne  divinizzato.  Que- 
sto limpido  fiume,  come  viene  da  alcuni  asserito, 
ben  diverso  dell'Amenano,  che  immettendosi  nella 
cosidetta  Gurna  di  Nicito  scorreva  ad  ovest  della 
collina  di  S.  Sofia  sopra  Cibali,  scorreva  ad  est  di 
detta  collina  e  si  scaricava  nel  bacino  del  porto  di 
Longone,  come  lo  confermano  ora  le  acque  del  Fa- 
sano  e  della  Licatia  e  quelle  che  sotto  la  lava  rag- 
giungono il  mare  nel  lungo  tratto  dell'attuale  sta- 
zione ferroviaria  di  Catania  al  seno  di  S.  Giovanni 
li  Cuti. 

Nelle  vicinanze  delle  bocche  dell'eruzione  del- 
l'anno 1381  vi  è  un  canale  nominato  volgarmente 
cafòli,  il  quale  imita  al  naturale  un  letto  di  fiume 
abbandonato,  tanto  che  l'Amico  (op.  cit.,  tomo  I, 
pag.  45)  giustamente  sostiene  che  sia  stato  l'alveo 
di  quel  fiume  che  sboccava  sotto  la  Licatia.  Tale 
opinione  è  fondatissima  perchè  chi  osserva  quei  luo- 
ghi si  convince  subito  che  quel  canale  doveva  es- 
sere il  corso  naturale  del  fiume  Leucatea.  Difatti  la 
lava,  che  si  avanza  secondo  la  legge  dei  liquidi,  ha 
dovuto  avanzare  celeramente  verso  il  mare  e  di- 
struggere il  porto  dell'antica  Catana. 

Sebbene  in  questa  litra  d'argento  vi  sia  la  leg- 
genda con  la  scrittura  retrograda,  che  potrebbe  fis- 
sare la  data  della  coniazione  nei  primi  anni  del  pe- 
riodo di  transizione,  in  cui  non  sono  rare  le  monete 
con  simile  scrittura,  il  tipo  della  testa  del  Dio  flu' 
viale  invita  invece  a  credere  che  la  litra  sia  stata 
coniata  molto  più  tardi,  cioè  quando  le  divinità  flu- 
viali non  vengono  più  raffigurate  come  mostri  o 
tori  androcefali,  ma  trasformati  in  giovincelli  di  belle 
fattezze,  ad  esempio  nelle  monete  di  Catana  e  di  Gela. 

68 


45^  SALVATORE   MIRONE 


È  stato  chiaramente  dimostrato  che  le  dramme 
dèlia  zecca  catanese  incise  da  Eveneto,  che  portano 
sul  diritto  la  testa  giovanile  del  Dio  del  fiume  Ame- 
nano, siano  state  coniate  prima  dell'asservimento  di 
Catana  al  tiranno  Dionisio  il  Vecchio  (Sallet.  Die 
antiken  Miinzen,  Berlin,  1909,  pag.  17  e  Zeitschrift 
far  Numismatik,  I-II  e  Gardner,  The  types  of  greek 
coins,  Cambridge,  1883,  pag.  129),  anzi  l'Holm  (op. 
cit.,  pag.  98);  l'Head,  pag.  177;  l'Hill,  pag.  76  ed 
il  Casagrandi  (op.  cit.,  pag.  23)  giustamente  opinano 
che  siano  state  cociate  prima  del  disastro  ateniese 
ossia  durante  i  tre  anni  415-413  dell'assedio  di  Si- 
racusa. Siccome  vi  è  molta  attinenza  fra  il  tipo  di 
questa  piccola  moneta  di  Lòngane  ed  il  tipo  adot- 
tato nelle  dramme  catanesi  da  Eveneto,  da  Choirion 
e  da  Eracleida  e  siccome  la  piccola  zecca  di  Lòn- 
gane ha  indubbiamente  subito  l' influenza  dei  tipi 
della  vicina  zecca  catanese,  vi  sono  tutte  le  buone 
ragioni  per  ritenere  che  la  litra  d'argento  sia  stata 
coniata  durante  questo  triennio  415-413  o  pochi  anni 
dopo  cioè  durante  gli  anni  412-404:  t.°  perchè  nelle 
dramme  catanesi  le  divinità  fluviali  sotto  l'aspetto 
giovanile  compariscono  indubbiamente  nel  periodo 
assegnato  dai  sopracitati  autori  ;  2.°  perchè  Lòngane 
durante  la  guerra  ateniese  con  il  suo  naturale  porto 
ha  dovuto  acquistare  una  grande  importanza  per  il 
movimento  delle  navi  e  delle  truppe  degli  ateniesi  e 
degli  alleati  ;  3."  perchè  Lòngane  ha  dovuto  perdere 
la  sua  autonomia  e  quindi  ha  cessato  anche  la  sua 
monetazione  quando  la  vicina  Catana  fu  conquistata 
dai  Siracusani  nel  404  a.  C. 

Si  potrebbe  obbiettare  che  nella  leggenda  : 
AOrrANAION  non  si  fa  uso  della  lettera  lunga  omega, 
ma  non  bisogna  dimenticare  che  non- si  hanno  no- 
tizie certe  quando  sono  state  introdotte  le  lettere 
lunghe  in  Sicilia  e  che  fra   le    dramme    di    Catania, 


LE    MONETE   DI   LÒNGANE   O  LONGONE  459 

riportate  dal  Poole  a  pag.  47,  vi  è  quella  a  n.  41 
con  la  lettera  omicron:  segno  evidente  che  prima 
del  400  a.  C.  non  era  generalizzato  l'uso  delle  let- 
tere lunghe  età  ed  omega  nella  scrittura. 

La  moneta  dal  punto  di  vista  artistico  è  di  un 
elevato  stile,  di  quella  graziosa  arte  allora  nel  mas- 
simo fiore  presso  le  popolazioni  greche  della  Sicilia. 
La  testa  del  Dio  fluviale  ha  molto  rassomiglianza 
per  lo  stile  con  quelle  di  Amenano  delle  dramme 
catanesi  e  certamente  l'autore,  se  pur  non  è  uno  dei 
grandi  artefici  del  periodo  aureo,  ha  subito  l' in- 
fluenza dei  grandi  incisori  suoi  contemporanei  ed  ha 
saputo  dare  alle  figure  del  conio  l'impronta  della 
sua  specialità  per  il  vigore  dell'esecuzione  e  la  bel- 
lezza dell'espressione.  Forse  la  coniazione  di  Lòn- 
gane  in  questo  suo  periodo  di  prosperità  non  si  è 
limitata  a  questa  sola  litra  d'argento,  ma  ha  dovuto 
abbracciare  una  ristretta  serie  di  monete  andate  per- 
dute per  l'esiguo  numero  coniato. 

Lòngane  nel'  periodo  della  decadenza  dell'arte 
coniava  le  seguenti  due  monete  di  bronzo  : 


2.  ^  —  Testa  imberbe  diademata,  a  destra.  C.  p. 
5»    —  Cornucopia  AOf 
Mionnet,  n.  253;  Gabinetto  Num.  Bibl.  Nazionale  di  Parigi,  gr.  4.20. 


3.   B*  —  Stesso  quasi  simile. 
I^    —  Cornucopia  AOf 
Mionnet,  n.  254  ;  Gabinetto  Num.  Bibl.  Nazionale  di  Parigi,  gr.  2.82. 


460  SALVATORE    MIRONE 


È  strano  che  i  più  autorevoli  nummografi,  tranne 
il  Mionnet,  non  hanno  fatto  menzione  di  queste  due 
monete,  mentre  la  leggenda  accorciata  secondo  gli 
usi  introdotti  sotto  la  dominazione  romana  non  la- 
scia alcun  dubbio  che  si  devono  assegnare  a  Lòn- 
gane. 

Le  monete  indicano  poi  che  nel  periodo  della 
decadenza  il  castello  di  Lòngane  seguitava  ad  essere 
autonomo,  data  la  sua  vicinanza  all'importante  porto 
del  bosco  etneo.  11  tipo  della  cornucopia  dimostra 
che  il  territorio  doveva  essere  abbondante  di  pro- 
duzioni agricole  che,  date  le  relazioni  intense  com- 
merciali fra  r  isola  e  l' Egitto,  i  bei  pezzi  tolemaici 
con  la  cornucopia  non  sono  forse  estranei  alla  scelta 
del  tipo  ;  il  quale  si  diffonde  rapidamente  in  Italia 
ed  in  SiciHa.  Il  tipo  del  diritto  dei  due  bronzi  fa 
dubitare  che  sotto  la  dominazione  romana  non  sia 
del  tutto  scomparso  presso  le  popolazioni  di  quel 
territorio  il  culto  in  onore  della  divinità  del  fiume 
Leucatea,  perchè  le  teste,  sebbene  in  acconciature 
ben  diverse  secondo  la  moda  di  quel  periodo,  sem- 
brano riferirsi  a  questo  Dio  fluviale. 

I  conj  dal  punto  di  vista  artistico  non  presen- 
tano nulla  di  notevole  e  somigliano  molto  alle  con- 
temporanee monete  di  bronzo  sicehote. 

Je  sens  le  devoir  de  remercier  M/  Dieudonné,  conservateur  adjoint 
du  Cabinet  Num.  de  la  Bibliothèque  de  Paris  de  m^avoir  envoyè  les 
moulages  des  monnaies  et  m'avoir  fourni  des  informations  sur  leur  poids. 

Torino,  R.  Università. 

Dott.  Salvatore  Mirone. 


IL  SIMBOLISMO  PAGANO 

SULLA    MONETA  CRISTIANA 


V'è,  nell'uomo,  un  senso  istintivo  di  ripiegamento. 
L'innovazione  è  solo  nella  volontà.  L'umanità  non 
è  sfuggita  interamente  ai  ceppi,  in  cui  l'avvinsero 
e  le  prime  credenze  e  le  istituzioni  prime.  La  fede 
primordiale,  la  rudimentale  civiltà  lasciarono,  nella 
umana  coscienza,  una  traccia,  che  né  i  secoli  futuri, 
ne  le  future  generazioni  progredienti  varranno  a  can- 
cellare. Questa  verità  etica,  più  che  in  enunciati  filo- 
sofici, è  nel  concetto  di  Montesquieu  :  «  I  primi 
uomini  fecero  le  istituzioni,  queste,  in  seguito,  fecero 
gli  uomini  ».  Le  idee  nuove  non  furono  mai  perfet- 
tamente tali,  e  l'adattamento  alle  riforme  seguì  sotto 
l'influenza  di  principi  preesistenti.  L'evoluzione  stessa 
non  è  che  un  richiamo  al  passato;  non  si  evolve 
ciò  che  non  è.  Così,  nel  graduale  trasformismo  di 
concetti  fondamentali,  non  si  estinsero  le  prime  fonti^ 
cui  attinse  l'umanità  bambina.  L'idea  di  Dio,  p.  es., 
della  Creazione,  del  caos  iniziale,  ove  ben  si  consi- 
deri, non  si  formava  che  attraverso  sentimenti  e  con- 
cetti punto  nuovi,  ripetuti,  derivati,  dedotti  da  ele- 
menti speculativi  remotissimi.  È  facile  così  passare 
dalla  Trimurti  indiana,  o  dalla  Triade  egizia,  ai  Tre 
Dei  superiori  dei  Greci  e....  alla  Trinità  Cristiana  ; 
ovvero,    dal    miracolo    del    Pramantha,    al    prodigio 


462  NICOLA   BORRELLI 


Prometeo,  al  sacro  fuoco  di  Vesta,  alle  fiamme  eterne 
e  purificatrici,  che  attendono  i  moderni  peccatori 
della  Chiesa.  Non  dovette  dunque  esser  molto  diffi- 
cile allo  Schlegel  spiegare  il  mito  della  Vergine  Ma- 
dre, risalendo  alla  Tkn-jou,  la  Celeste  Nutrice,  degli 
antichi  Chinesi. 

La  digressione,  che  mi  accompagna  nel  modesto 
campo  prefissomi,  basta  a  far  rilevare  come  su  re- 
motissime orme  l'umanità  tracciasse  il  suo  cammino 
ascendente  ;  e,  come  nei  miti,  nelle  credenze,  nei 
dommi,  così  ancora  nel  simbolismo  jeratico  o  demotico 
o  —  per  dirlo  con  parole  più  povere  —  religioso 
o  civile,  si  riscontra  il  progressivo  adattamento  al- 
l'innovazione. Si  provi,  p.  es.,  a  concepire,  materian- 
dola,  l'idea  della  sovranità  e  del  dominio,  senza  ri- 
correre all'immagine  della  corona,  dello  scettro  o 
del  soglio;  il  simbolo,  se  pur  si  rinvenga,  riuscirà 
oscuro  ed  incerto  ;  o  s' imprechi,  con  furore  di  po- 
polo, contro  il  principe  tiranno,  ingiusto  o  crudele... 
i  sudditi  non  riusciranno  a  distruggere  i  simboli  della 
sovranità  e  del  dominio  ;  abbia  pur  sormontata  la 
testa  di  un  Diocleziano,  il  feroce  persecutore  dei 
Cristiani,  la  corona  radiata,  il  nimbo...  questo  sor- 
monterà la  testa  del  Redentore,  della  Vergine,  dei 
Santi  ;  abbia  pure  indossato  il  manto  di  porpora  un 
Nerone,  un  Caracalla,  un  Giuliano  II  —  l'apostata  — 
rivestirà  quel  manto  la  figura  del  Nazareno....  Ecco 
dunque  dei  simboli  prettamente  pagani,  passati,  per 
tacita  convenzione,  nei  domini  d'opposta  fede. 

Non  è  certo  il  campo  numismatico,  nel  quale 
occorre  eh'  io  resti,  il  più  fecondo  per  l'esame  del 
simbolismo  pagano  entrato  —  diciamo  così  —  nel- 
l'orbita dell'arte  cristiana.  Il  più  ricco  materiale,  per 
un  tale  studio,  è  dato  —  ognun  lo  sa  —  dalle  Cata- 
combe ;  i  più  stridenti  anacronismi  ivi  si  rinvengono 
nella  simbolica  cristiana.    Per   un    certo    eclettismo, 


IL    SIMBOLISMO   PAGANO   SULLA    MONETA   CRISTIANA  463 


cui  non  sfugge  il  neofita,  si  confusero  colà,  colle 
concezioni  e  visioni  nuove,  i  più  remoti  elementi 
d'arte  pagana.  Sia  che  quei  primi  artisti  cristiani 
non  sapessero  staccarsi  dai  tipi  adottati,  per  tanti 
secoli,  dai  maggiori,  sia  che,  la  mente  ancora  invo- 
luta nelle  rimembranze  gentilesche,  essi  non  ardis- 
sero abbandonare  completamente  quanto  formava 
l'eredità  di  antichissime  civiltà;  sia  ancora  per  quella 
tara  atavica,  per  cui  l'uomo,  specie  se  semplice  o 
debole  o  esaltato,  sfugge  all'analisi  dell'  incertezza, 
delle  imperfezioni,  degli  errori,  su  cui  mossero  i  suoi 
predecessori,  indotto  piuttosto,  dall'  influenza  di  ca- 
ratteri ereditari,  ad  esprimere  concetti  e  credenze, 
col  mezzo  più  noto  ed  accessibile,  per  tutto  ciò,  di- 
cevo, il  più  strano  accozzo  di  tipi  pagani  e  cristiani 
si  riscontra  in  quegli  umili  tempi,  preparati  dall'eroi- 
smo dei  fossori,  ai  neofiti  cristiani.  S'alternano  così, 
in  quelle  pitture  parietarie,  idoli  e  martiri,  animali 
favolosi  della  mitologia  e  cristiani  oranti,  immagini 
del  Buon  Pastore  e  scene  del  Vecchio  Testamento  ; 
e  poi  fregi  e  motivi  decorativi  prettamente  pagani  : 
corone,  festoni,  geni,  ecc.  l'eclettismo,  dunque,  di 
neofiti  e  di  gnostici.  Il  tipo  stesso  del  Buon  Pastore 
non  è  che  la  diretta  derivazione  dell'  Hermes  erio- 
foro dei  Greci. 

Per  quanto  dunque,  come  abbiamo  detto,  non 
sia  il  campo  numismatico  il  più  adatto  e  rispondente 
alla  comparazione  —  diciamo  così  —  del  simbolismo 
pagano  con  quello  cristiano,  pure,  la  moneta,  che  si 
impronta  al  nuovo  carattere  religioso,  non  va,  ancor 
essa,  immune  da  quell'adattamento  dei  tipi  antichi 
ai  concetti  e  sentimenti  nuovi.  Dei  quali,  ancora  in- 
decisi ed  incerti,  è  evidente  esponente  un  piccolo 
bronzo  di  Costanzo  II,  nel  cui  rovescio  vedesi  l'Im- 
peratore che,  ritto  su  di  una  nave,  regge  colla  si- 
nistra il  labaro  col  monogramma  di  Cristo    e    colla 


464  NICOLA    BORRELLI 


destra  la  fenice,  l'uccello  che  rinasceva  dalle  pro- 
prie ceneri,  epperò,  ora,  simbolo  di  rigenerazione  ; 
mentre,  a  lato  dell'Imperatore,  seduta  al  timone,  sta 
la  Vittoria  alata,  con  fra  le  mani  il  sacro  attributo 
di  Nettuno:  il  tridente. 

Il  concetto  è  dunque  reso  :  ma  attraverso  un 
simbolismo  del  tutto  pagano.  Del  resto,  eccettuati 
pochi  esempì,  i  tipi  della  prima  arte  cristiana  si  con- 
tinuano in  una  sempre  crescente  decadenza  ed  uni- 
formità. Povera  ed  avvilita  l'arte  monetaria,  come 
quella  in  genere,  si  svolge  attraverso  pochi  ed  umili 
tipi,  divenuti  tradizionali  e  direi  quasi  dommatici. 
Ove  l'arte  fosse  stata,  pur  nel  trionfo  della  fede, 
meno  schiava  e  tenebrosa,  più  franca,  più  larga,  più 
espansiva,  esempì  più  numerosi  avrebbero  confortato 
la  nostra  modesta  esegesi  tipica;  ma  quell'arte, 
chiusa  ancora  nei  veli  della  superstizione  e  del  mi- 
stero, nulla  esigeva,  poco  chiedeva,  pochissimo  era 
chiamata  ad  esprimere,  oltre  l'esaltamento  della  nuova 
fede  abbracciata.  Pure,  in  quell'oscurantismo  intel- 
lettuale, nel  misterioso  ed  arcano  raccoglimento,  che 
andava  trasformando  l'umanità  ;  all'alito  di  quella 
immateriahtà,  cui  attingevano  i  nuovi  principi,  for- 
mavasi  il  sostrato  della  nuova  arte,  grandiosa  e 
sublime,  che  dovea  poi  guidare,  attraverso  gli  ori  e 
le  ieratiche  figurazioni  dei  Bizantini,  alle  eteree  vi- 
sioni del  Beato  Angelico,  alle  dolci  e  vitali  imma- 
gini dell'  Urbinate,  alle  forti,  sovrumane  concezioni 
di  Michelangelo. 

E  la  divagazione  ci  conduca  ormai  al  simbolismo 
pagano,  che  s'insinua  ed  afferma  nell'arte  cristiana, 
e  però  ancor  sulla  moneta,  che  s'impronta  al  nuovo 
carattere  religioso. 

Non  v'è  lettore,  io  credo,  che,  nel  volger  la 
mente  ai  simboli  cristiani,  non  fermi  subito  il  suo 
pensiero  sul  maggior  simbolo  della  fede:  la  Croce... 


IL   SIMBOLISMO   PAGANO    SULLA    MONETA    CRISTIANA                  465 
l . 


l'emblema  del  divin  martirio,  lo  strumento  della  Pas- 
sione... Ebbene,  la  Croce,  che  seppe  lo  strazio  della 
grande  Anima  Nazarena  ed  il  pianto  in  cui  si  sciol- 
sero le  dolcissime  creature  —  le  Marie  —  suadenti 
con  l'opera  pietosa,  al  sacrificio  supremo,  la  Croce, 
dicevo,  è  ancor  essa,  un  antico  simbolo  pagano.  Se- 
gno ieratico  di  vita  presso  gli  Egizi,  la  T  geroglifica, 
che  è  la  croce  ansata  nelle  mani  di  Fta,  è  ancora, 
tra  gli  Ebrei,  il  simbolo  di  rinnovata  esistenza,  se- 
gnata sulla  fronte  dei  ravveduti  di  Gerusalemme. 
Ma  poiché  all'  «  Osanna  »  seguì,  risuonando  per  la 
valle  d'Israele,  il  grido  a  Crucifigel  »  l'infame  stru- 
mento del  martirio,  il  «  lignuni  crucis  »,  issato  sul 
Golgotha  per  la  redenzione  dei  popoli,  divenne  il 
simbolo  supremo  della  Fede,  il  segno  in  cui  ogni 
battaglia  è  vinta:   «  In  hoc  signo  vinces  ». 

Così,  mutato  nel  concetto  e  nell'espressione,  Tan- 
ticu  simbolo  pagano,  la  Croce,  entra  nella  religione 
e  nell'arte  cristiana.  Adottata  per  la  prima  volta  sulla 
moneta  da  Giustiniano  II,  «  servus  Christi  »,  lo  è  in 
seguito  dagli  imperatori  bizantini,  dalla  maggior  parte 
dei  principi  del  medioevo  e  dalle  città  libere,  e  an- 
cora frequentemente,  da  stati  e  sovrani  moderni,  tra 
cui.  principalmente,  dai  re  di  Napoli  e  di  Spagna. 
Nella  foggia  più  varia,  non  v'è,  si  può  dire,  zecca 
d'Italia  che  non  abbia  adottato,  in  qualche  esemplare 
almeno,  il  gran  segno  cristiano:  dall'egizia  alla  greca, 
dalla  latina  a  quella  di  S.  Andrea,  dalla  patente  a 
quella  di  Gerusalemme,  la  Croce  è  il  tipo  più  dif- 
fuso sulla  moneta  bizantina,  medioevale  e  moderna  ; 
essa  appare,  attraverso  la  monetazione,  ornata,  an- 
sata, fiorita,  fiammata,  pomata. 

E  compaiono,  sulle  monete  degli  imperatori  di 
Oriente,  i  tipi  del  Redentore,  della  Vergine  e  dei 
Santi;  ma  la  pagana  Vittoria  è  appena  scomparsa, 
per  ricomparire  ancora  su  qualche  moneta  pontificia 

59 


466  NICOLA    BORRELLI 


(Adriano  IV,  Leone  X).  La  Vittoria  costituì  il  tipo 
più  usato  nella  monetazione  del  morente  Impero  Ro- 
mano e  del  fiorente  Cristianesimo:  Gioviano,  Onorio, 
Valentiniano  III,  gì'  imperatori  araldi  della  Fede,  eb- 
bero sulle  loro  monete  la  Vittoria;  Onorio  vi  appare 
da  essa  incoronato,  mentre  sostiene  il  labaro  cri- 
stiano; in  una  medaglia  di  Galla  Placidia,  la  dea 
alata,  regge  invece  della  corona,  la  Croce.  Non  più, 
certo,  allusiva  ora  alle  conquiste  delle  legioni  e  alle 
vittorie  degli  eroi,  ma  a  ben  altri  trionfi,  da  conse- 
guirsi «  in  più  belle  prove  ».  E  la  Vittoria  cedeva 
agli  Angeli  le  ali,  come  a  lei  le  avean  cedute  i 
Genii,  ed  a  quelli,  forse,  V  Iside  Crusotera. 

Così  delle  corone,  che  frequentemente,  sulle 
monete,  rinchiudon  la  croce:  non  più  il  simbolo  della 
Vittoria,  conseguita  nel  circo  o  in  battaglia,  ma  quello 
del  premio  Juturo...  Così  il  nimbo  sulla  testa  del  Sal- 
vatore, sarà  il  simbolo  di  quell'altro  regno,  che  a 
Gesù  conseguiva,  per  feroce  irrisione,  uno  straccio 
di  porpora,  una  corona  di  spine,  uno  scettro  di  canna. 

Altro  simbolo  pagano,  irradiato  dalla  luce  della 
fede  nuova,  è  il  labaro:  il  vessillo  «  flamulae  rufae  », 
l'antica  insegna  legionaria.  A  nuovo  carattere  im- 
prontato, recante  il  monogramma  cristiano,  sarà  ora, 
il  labaro  di  porpora  e  gemmato,  che  precederà  gli 
imperatori  cristiani.  Al  trionfo  guiderà  ora  l'anima 
redenta,  come  già  le  formidabili  legioni  alla  conquista 
ed  al  sangue. 

Derivazione  di  quel  panteismo  che  integrò  il 
culto  della  Roma  repubblicana  e  dell'impero,  e  che 
rinvenne  il  suo  motteggiatore  in  Caio  Lucilio  (Patrio 
suolo  aurunco,  onore  a  te!)  son  poi  le  personifica- 
zioni allegoriche,  che  appaiono  fin  sulle  monete  pon- 
tificie o  di  principi  cattolici  medioevali  e  moderni, 
improntate  a  carattere  religioso:  la  Giustizia  (Sisto  V), 
l'Abbondanza  (Innocenzo  XII),  la  Carità  (Clemente  XI), 


IL    SIMBOLISMO    PAGANO    SULLA    MONETA    CRISTIANA  467 

la  Sicurezza  (Ferdinando  IV),  la  Maternità  (Ferdi- 
nando IV  e  M.  Carolina).  E  così  le  frequentissime 
personificazioni  di  città.  Non  è  il  caso  d' includere 
in  questi  tipi  di  derivazione  pagana,  quelli  d*  indole 
assolutamente  gentilesca,  costituenti  le  impronte  dei 
nummi  di  Costantino,  quali,  per  es.,  Pallade,  Marte, 
il  Sole,  ecc.  Essi  ricorrevano  in  un  periodo  di  tran- 
sizione, in  cui  rimperatore,  che  per  opportunità  più 
che  per  sentimento,  intendeva  costruire  la  sua  po- 
tenza sulle  basi  della  nuova  religione,  da  questa  non 
attingeva  che  attraverso  gli  adattamenti  della  propria 
coscienza  ed  il  lento  e  prudente  sovvertimento  del 
remotissimo  culto  pagano.  Costituiva  dunque  quel 
connubio  di  tipi  e  di  simboli  un  graduale  avvia- 
mento alle  nuove  credenze  ed  alla  politica  religione 
del  Gran  Costantino,  la  cui  prudenza  non  seppe  di 
meglio  suggerirgli  che  lasciare  Roma  ai  papi  e  tra- 
sportare a  Bisanzio  la  sede  dell'Impero. 

Altri  simboli  pagani,  nella  monetazione  medio- 
evale e  moderna,  suggeriva  la  storia  e  la  tradizione 
di  città  che  battevano.  Così,  per  es.,  la  Lupa  sulle 
monete  di  Adriano  IV  (zecca  di  Roma);  il  Monte 
Olimpo,  Pallade  o  il  Pegaso  sulle  monete  della  zecca 
di  Mantova,  in  ricordo  del  sommo  poeta  latino.  Altri 
tipi  ricorrono  per  analogia  ed  allusione  :  Saturno, 
per  es.,  sulla  moneta  di  Ercole  II  d'Este  (zecca  di 
Ferrara)  ricorda  il  PubbHco  Erario  dell'antica  Roma, 
annesso  al  Tempio  di  Saturno  (e,  non  diversamente, 
quella  divinità  appariva  su  molti  denari  della  Repub- 
blica Romana  battuti  sotto  la  giurisdizione  di  que- 
stori, di  cui  uno,  il  «  quaestor  urbanus  »,  era  pre- 
posto alla  custodia  del  Pubblico  Erario)  o  la  Lupa, 
come  sulle  monete  di  Adriano  VI  (zecca  di  Piacenza), 
il  cui  tipo  veniva  adottato  per  la  glorificazione  della 
Città  eterna. 

Ne  mancano  i  tipi,  che  io  chiamerei    di    osten- 


468  NICOLA   BORRELLI 


tazione,  e  che  rispecchiano  la  vanagloria  di  principi  : 
vediamo  infatti,  per  la  sola  rispondenza  del  nome, 
la  testa  di  Alessandro  Magno  sulle  monete  di  Ales- 
sandro Farnese  (zecca  di  Parma)  e  il  ricordo  del 
gran  conquistatore  richiama  ancora,  sulle  monete  di 
quel  principe,  il  tipo  di  Pallade-Minerva,  mentre  non 
trascurato  è  S.  Ilario... 

Per  analogia  di  riti,  o  per  inspirazione  a  re- 
moto e  saldissimo  culto,  altri  simboli  pagani  ricor- 
rono sulle  monete  cristiane  :  così  l'ara  sulla  moneta 
di  Adriano  VI  (zecca  di  Parma);  la  fiamma,  accom- 
pagnata dalla  leggenda  «  vestali  purior  »,  sulle  mo- 
nete di  G.  Francesco  Pico  (zecca  di  Mirandola). 

Molti  altri  tipi,  riportati  da  monete  del  medio 
evo  e  moderne  e  che  risentono  di  derivazione  pa- 
gana, trovano  origine  nella  fantasiosa  ideazione  di 
distintivi  e  di  fregi,  di  cui  s'ornarono  principi  e  feu- 
datari, capitani  di  ventura  e  cavalieri,  e  che  finirono 
poi  per  diventare  gli  emblemi  delle  città  e  le  armi 
di  nobiltà:  ma  la  ricerca  di  quei  tipi  ci  trasporte- 
rebbe oltre  i  limiti  assegnati  a  brevi  osservazioni, 
suggerite  dalla  ricorrenza  di  simboli  pagani  su  mo- 
nete cristiane:  intendendo  per  tali  quelle  recanti  evi- 
dente segno  cristiano  e  toccando  appena  altre,  emesse 
da  principi,  che  improntarono  a  carattere  significa- 
tamente  religioso  la  loro  monetazione. 

Il  leone  e  Faquila  ricorrono  frequentemente  sulle 
monete  pontificie  :  il  leone  di  Cibele  e  l'aquila  di 
Giove  simboleggeranno  ora  gli  evangelisti  S.  Marco 
e  S.  Giovanni.  Così  la  belva  di  Nemea,  e  che,  pei 
campi  di  Berccinto,  traeva,  su  carro  trionfale,  la 
Gran  Madre,  alluderà  alla  Fede  forte  ed  invincibile, 
come  l'aquila  di  Giove  e  delle  apoteosi  sarà  il  sim- 
bolo dello  spirito,  che  aleggia  alla  conquista  del 
Cielo.  Sulla  moneta  di  tanti  papi  e  di  tanti  prin- 
cipi e   Stati  ricorrono  i  due  simboli  pagani  :  l'aquila 


IL   SIMBOLISMO    PAGANO    SULLA    MONETA    CRISTIANA  469 

delle  legioni  e  l'attributo  della  feconda  Dea  di  Pes- 
sinunte. 

L' allegorico  dominio  del  mondo ,  passato  al 
Redentore  «  Rex  regnantium  »  induce  gli  imperatori 
e  principi  cristiani  a  ricorrere  ad  altro  simbolo  pa- 
gano :  il  Globo.  La  sfera  nicefora,  che  appare  sulle 
monete  di  Diocleziano,  Massimiano,  Valente,  ecc., 
spesso  retta  dagli  imperatori,  divenuta  crucifera,  si 
vede  nelle  mani  di  Onorio,  di  Valentiniano  III,  di 
Costantino  XI,  di  Antemio,  di  Giustiniano  I,  ecc., 
come  sulle  monete  ancora  dei  religiosi  re  di  Napoli, 
Roberto  d'Angiò,  Alfonso  d'Aragona,  Carlo  II  di 
Austria. 

L' idea  della  forza  e  del  fasto  non  andò  poi  di- 
sgiunta dal  religioso  sentimento  cristiano.  E  ancora 
qui  ritorna  il  ricordo  simbolico  pagano  dell'eroe  e 
del  trionfatore.  In  ogni  tempo,  come  ancor  oggi, 
nessuna  figurazione  allegorica  del  trionfo  trovò  mag- 
gior favore  dell'eroe  cavaliero.  I  monumenti  equestri 
ne  sono  l'esponente.  Quel  concetto  di  esaltamento  e 
di  glorificazione,  come  sulle  monete  di  Filippo  di 
Macedonia,  di  Traiano,  di  Marc'Aurelio,  di  Decio, 
di  Costanzo  Gallo,  lasciò  ancor  traccia  su  molte  mo- 
nete medioevali,  su  cui  ricorre  l' immagine  di  Santi 
cavalieri.  E  qui  rammento  :  S.  Antonio  (zecca  di 
Lucca  e  di  Piacenza,  Ranuccio  li  Farnese);  S.  Co- 
stanzo (zecca  di  Saluzzo,  Ludovico  li);  S.  Maurizio 
(zecca  di  Savoia,  Carlo  II)  ;  S.  Giorgio  (zecca  di  Tas- 
sarolo.  Filippo  Spinola;  zecca  di  Tresana,  Francesco 
Malaspina);  S.  Crescentino  (zecca  di  Urbino,  Clemen- 
te Xlj  ;  S.  Giuliano  (zecca  di  Macerata,  Grego- 
rio XIII),  ecc. 

Infine  le  chiavi,  l'attributo  di  Giano  «  Patulcius  e 
Clusius  »  che  presiedeva  alle  porte  del  Cielo,  passano, 
per  nuovo  significato,  nelle  mani  del  principe  degli 
Apostoli,  S.  Pietro,  a  simboleggiare  come  Egli,  il  rac- 


470  NICOLA  BORRELLI 


coglitor  di  proseliti,  il  fanatizzatore  di  turbe,  apra 
e  chiuda  le  porte  dell'ai  di  là,  alle  anime  assetate 
di  vivissima  luce.  Così  che  molti  papi  adottarono, 
sulle  loro  monete,  il  tipo  delle  chiavi  decussate  ; 
r  ideale  attributo  dell'Apostolo,  che  venuto  d'Antio- 
chia a  Roma,  a  gettarvi  il  seme  della  nuova  fede, 
faceva  sì  ch'essa  trionfasse  di  tutte  le  persecuzioni, 
di  tutti  i  martiri,  di  tutte  le  stragi,  con  cui  s'inveiva 
contro  gli  insani,  i  ribelli,  i  profanatori,  che  osavano 
attentare  alla  religione  eroica  dei  maggiori,  che  pen- 
savano di  rovesciare  il  gran  tempio  pagano....  Tali 
i  neofiti,  nell'idea  dei  persecutori... 


Curano  (Caserta),  Ottobre  iijió. 

Nicola  Borre lll 


LA    ZECCA   DI    BENEVENTO 

2.°  Periodo  (774-900)  -  Monetazione  principesca 

(Continnaxione  e  fine;  ved.  fase.  (II-IV,  191S;  'mc.  I,  III,  1916). 


Una  vera  anarchia,  dopo  la  morte  di  Sicardo, 
regnò  per  due  mesi  nel  principato  beneventano,  alla 
cui  signoria  si  sottrasse  Amalfi  per  tema  di  essere 
oppressa  dall'ignoto  successore  al  trono,  si  ribellò 
Landolfo,  il  bellicoso  castaido  di  Capua,  quando  Ra- 
delclìi  ebbe  ad  impadronirsi  del  disputato  potere. 

Dandosi  a  Siconolfo,  il  prigioniero  di  Taranto, 
Salerno  innalzò  il  vessillo  della  ribellione  ''>  e  la  lotta 
che  seguì  stremò  le  forze  del  principato  beneventano, 
già  sconvolto  tra  rivoluzioni  e  disordini,  già  esposto 
ad  essere  invaso  da  ogni  Iato.  1  due  avversari,  cia- 
scuno con  propria  Corte  nella  sua  Capitale,  si  inti- 
tolarono entrambi  nei  diplomi  e  nelle  monete  Prin- 
cipi <H  Benevento,  si  contesero  aspramente  il  domi- 
nio, mentre  i  partigiani  di  Radelchi  reputavano  Si- 
conolfo un  ribelle,  a  Salerno  Radelchi  era  ritenuto 
l'usurpatore  del  trono  ^^K 

Omne  regnum  in  se  ipsum  divisum  ciesolabitttr  (3»  e 
ben  più  triste  divenne  la  sorte  delle  provincie  lon- 
gobarde quando  le  bande  dei  saraceni  di  Sicilia  e 
di  Spagna,  invitate  tra  quelle  guerre  che  si  com- 
battevano ora  per  personale  ambizione,  ora  per  l'in- 
dipendenza del  paese,  ebbero  agio  di  devastarne  le 
belle  e  fiorenti  contrade.  Le  stragi  più  crudeli  e  spa- 
ventose, la  morte,  il  terrore  ed  ogni    sorta   di  cala- 


(i)  Erchemperto,  n.  14  e  15.  —  Ostiens,  lib.  I,  cap.  25. 

(2)  Cod.  Dipi.  Cav.,  doc.  XIX,  t.  I,  ao,  ai.  —  Ughelli,   X,  453,  454. 

(3)  Chron.  Cassiti,  e.  2,  469. 


472  MEMMO   CAGIATI 


mità  dilagarono  per  dodici  anni  come  diluvio  di  sven- 
tura, ridussero  le  città  teatri  di  funesti  avvenimenti, 
le  campagne  in  uno  stato  miserando  e    lacrimevole. 

Dello  scisma  politico  del  principato  e  delle  in- 
felici condizioni  in  cui  si  era  ridotto  doveva  trarre 
profitto  Lotario,  che  col  facile  pretesto  della  querela 
dei  principi  longobardi,  intervenendo,  rassodava  nel 
Mezzogiorno  d*  Italia  il  suo  dominio  imperiale  ed 
imponeva  la  pace,  che  d'altro  canto  era  divenuta 
una  necessità.  La  desideravano  Radelchi  e  Siconollo 
stanchi  dell'aspra  lotta,  la  bramavano  i  popoli  op- 
pressi dal  peso  di  tante  sventure  e,  d'altra  parte,  la 
divisione  dello  Stato  conveniva  a  Napoli,  che  da 
smembrate  forze  avrebbe  avuto  meno  da  temere,  ed 
a  Capua  che  a  suo  tempo  ne  avrebbe  tratto  pro- 
fitto per  scuotere  il  giogo  e  rendersi  indipendente 
a  sua  volta. 

11  trattato  di  alleanza,  stabilito  tra  i  due  prin- 
cipi contendenti,  assegnava  a  Radelchi  Ik^nevento  e 
quanto  dalla  Valle  Caudina  a  Montevergine  si  estende, 
sino  airestremità  delle  Puglie,  ossia  la  parte  setten- 
trionale del  principato;  a  Siconolfo  quella  a  mezzo- 
giorno, con  la  sovranità  sul  contado  di  Capua  e  su 
i  castaldati  di  Teano  e  di  Sora  <^),  feudi  che,  dopo 
la  morte  di  Siconolfo,  su  i  brani  dei  due  principati 
dovevano  formare  la  contea  di  Capua,  quella  terza 
signoria  longobarda  che,  confinando  a  mezzodì  col 
ducato  di  Napoli  si  estese  sino  a  Sora  ed  Arpino  <^\ 
in  seguito,  con  Pandolfo  Capo  di  ferro,  impose  alle 
altre  la  sua  potenza. 

Sanzionati  da  Ludovico  II  i  patti  che  dovevano 
rendere  stabile  la  pace    tra    i    due  emuli    nacque  il 


(i)  Valente  U.,  Memorie  storiche  sullo  stato  delle  Provincie  che  cotii- 
pongono  il  Regno  di  Napoli.  Napoli,  1847,  C.  II. 

(2)  Ignot.  Cassin.  apiid  Pelleg.  n.  23  e  26.  —  Pellkgrini,  Chron.  Coni. 
Captine,  pag.  135.  —  Hist.  Pr.  Lang.  et  de  Fin.  Due.  Ben.,  diss.  Vili. 


LA    ZKCCA    ni    BENEV'ENtO  473 

principato  di  Salerno  ^3>  e  cominciarono  tra  i  diversi 
principi,  non  esclusi  i  napoletani  che  ne  profittarono, 
le  dissenzioni  che  dovevano  essere  causa  dei  fre- 
quenti ritorni  dei  francesi  e  dei  saraceni,  nonché  dei 
mali  a  cui  le  nostre  terre  soggiacquero  ancora.  Lu- 
dovico II  ebbe  quindi  agio  di  sostituire  alla  sua  su- 
premazia puramente  nominale  la  militare  occupazione 
del  principato  di  Benevento  e  più  vigorosa  divenne 
Tautorità  degli  Imperatori  d'Occidente,  che  da  tribu- 
tari dello  Stato  beneventano  dovevano  divenirne 
presto  feudatari.  Così  ancora  cominciarono  a  divi- 
dersi i  principati  in  contadi,  i  contadi  in  altri  con- 
tadi, ed  a  formarsi  quei  feudi  che  si  videro  in  pro- 
gresso di  tempo  sempre  più  numerosi  e  cagione  di 
frequenti  guerre  civili. 

Il  giovane  Radelgario  successe  a  suo  padre  Ra- 
delchi,  ma  dopo  due  anni  moriva  <4)  lasciando  erede 
del  trono  il  fratello  Adelchi  che,  a  restaurare  la  po- 
litica di  Arichi,  cercò  ogni  modo  per  stimolare  il 
sentimento  nazionale  longobardo;  i  generosi  suoi 
sforzi  non  potettero  però  trattenere  lo  Stato  preci- 
pitante verso  la  sua  infelice  fine,  mentre,  a  detri- 
mento di  esso,  Salerno  e  Capua  si  acquistavano  pro- 
gressivamente maggiore  preponderanza.  Vittima  di 
una  congiura,  ordita  dagli  stessi  suoi  congiunti,  ca- 
deva Adelchi  trucidato  da  un  sicario  ed  invece  del 
figliuolo  Radelchi,  gli  succedeva  il  nipote  Gaiderio, 
col  quale  si  congratulava  pubblicamente  Giovan- 
ni Vili  ^5)  ;  il  principato  beneventano,  agognato  dai 
Franchi  di  Spoleto,  dal  Pontefice,  dai  bizantini,  dive- 
niva la   mira  di  tutte  le  ambizioni,  la  preda  disputata 


(3)  Schifa  M.,  Storia  del  Principato  longobardo  di  Salerno  in:  Arch. 
Stor.  Napol.,  anno  1887,  f.  I. 

(4)  Pellegrini,  Hist.  Pr.  Lang.,  ecc. 

(5)  Erchemperto,    c.    40,  41,  42,  44,  45,  46,   47,    250,    254.    —    Cron. 
Salem.,  e.  123,  134,  125,  534. 

60 


474 


MEMMO    CAGIATI 


fra  emiri  saraceni,  duchi  napoletani,  stratigoti  greci, 
nunzi  papali  e  nobili  romani. 

A  Gaiderio,  preso  a  tradimento  da  Landone  di 
Capua  e  consegnato  prigioniero  ai  Franchi,  successe 
Radelchi  II,  il  figlio  primogenito  di  Adelchi,  reinte- 
grato nel  suo  diritto  di  successione;  deposto  tre 
anni  dopo,  il  potere  passava  ad  Aione  II  fratello 
di  Adelchi.  Alla  morte  di  Aione  succedeva  il  di  lui 
figliuolo  Orso,  bambino  di  dieci  anni  appena,  al  quale 
i  greci  facilmente  tolsero  il  dominio. 

Data  in  reggenza  dall'imperatore  Leone  a  Sim- 
batico,  che  l'aveva  conquistata,  poscia  al  governatore 
Giorgio  Patrizio,  Benevento  fu  governata  dai  greci  ; 
venne  Guido  a  scacciare  Giorgio  Patrizio,  ma  il  prin- 
cipato si  trasformò  in  un  nuovo  impero  della  Casa 
di  Spoleto  ;  tornò  ancora  al  potere  il  detronizzato 
Radelchi  II,  ma  due  anni  dopo  Atenolfo  investi  Be- 
nevento e  si  impadronì  di  Radelchi.  Dopo  la  lunga 
agonia  rapida  era  giunta  la  fine  miseranda  del  prin- 
cipato beneventano  che,  ridotto  in  provincia,  formò 
parte  del  contado  di  Capua,  fu  assoggettata  a  quel 
feudo  che  un  tempo  gli  era  stato  dipendente. 

Questo  r  ultimo  periodo  del  principato  bene- 
ventano, di  cui  per  ciascun  principe  v^erremo  qui 
appresso  esponendo  le  monete. 

•    * 

Radelchi,  (839-851)  che  Erchemperto  ci  dice  te- 
soriere del  Regno  0),  che  invece  la  Cronaca  di  S.  Ben. 
Cassin.  chiama  rotarius  palatii,  ossia  cameriere  di 
Corte  (2),  nella  contesa  contro  Adelchi,  figliuolo  del 
cancelliere  RoffVido,  seppe  vincere  le  aderenze  della 


(i)  Erchemperto,  c,  14,  240.  —  Diplomi  Sicardi. 
(a)  Cron.   di  S.    Ben.    Cassin.   e.   5.   —   M.  G.  H.  SS.  RR.    LL.   et 
Ital.,  471. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  475 

caduta  dinastia  e  quella  di  Landolfo  di  Capua,  seppe 
far  precipitare  dall'alto  del  Sacro  Palazzo  il  vinto 
rivale.  Radelchi  ebbe  il  torto  di  non  occuparsi  d'altro, 
nei  primi  momenti  del  suo  principato,  che  di  repres- 
sioni e  vendette,  per  conseguenza  fu  costretto  a  de- 
dicare tutto  il  resto  della  sua  vita  all'aspra  lotta  con- 
tro Sicoiiolfo,  l'eletto  di  Salerno.  Questi,  negli  estremi 
istanti  della  sua  esistenza,  rimpianse  forse  di  non  es- 
sere riuscito  ad  espugnare  Benevento  quando  aveva 
potuto  cingerne  d'assedio  le  mura,  il  che  avrebbe 
risparmiata  la  guerra  civile  che  inferì  per  tanto  tempo 
ancora;  Radelchi  però  dovè  portare  nella  tomba,  pochi 
mesi  dopo,  il  rimorso  di  essere  stato  l'autore  della 
divisione  del  gran  principato  beneventano.  Vittime 
entrambi  delle  orde  saracene  che  chiamarono  in  loro 
soccorso,  i  valorosi  avversari  restano  nella  storia 
come  due  belle  figure  del  tempo,  a  cui  il  destino 
incombente  sulla  fortuna  delle  nazioni  commise  il 
triste  mandato  di  rovinare  il  dominio  da  Zottone 
istituito. 

Le  monete  di  Radelchi,  e  così  quelle  di  Sico- 
nolfo,  ebbero  lo  stesso  tipo  delle  monete  coniate  dai 
precedenti  principi  di  Benevento;  si  potrebbero  anzi 
immaginare  le  une  e  le  altre  prodotto  della  stessa 
zecca  beneventana,  se  le  cronache  non  assicurassero 
le  prime  battute  in  Benevento  e  la  storia  non  ci  di- 
cesse che  in  Salerno  soltanto  Siconolfo  ebbe  il  suo 
dominio,  e  prima  e  dopo  della  divisione  tra  i  due 
principati. 

Principe  splendido,  più  che  liberale  e  generoso, 
padre  di  numerosa  prole,  Radelchi  venne  a  morte 
neir  851  ed  ebbe  a  successore  il  suo  primogenito 
Radelgario. 


476 


MEMMO    CAGIATl 


(Tipo  A). 


V 


I.  Soldo  d'oro. 
B'  —  RAD  —  +  —  ELCHIS  Busto  di  prospetto  tenendo  nella 

destra  il  globo  crucigero. 
I^    —  ARCHANG-E:- MICHAEL-  Croce,  su  tre  gradini,  affian- 
cata dalle  lettere  R  — A  Radelchis  {vedi  fig).  R.  EL. 
Coli,  del  prof.  dell'Erba  di  Napoli. 

(Tipo   B). 


ì      M.       I 


I.  Denaro. 

&  —  •  PRINCE  BENEBENTI    Nel  campo,  in  monogramma, 

Radelchis. 
R)    —  ARHANG-EL  •  MICHAEL  Croce,  su  tre  gradini,  accostata 
da  un  globetto  e  da  un  triangolo  {vedi  fig.).  R.  ^ 
A.  iSaniboii,  Le  Musée,  pag.  22. 


iedIi 


2.  Idem. 

^  —  ARCHANGE  MICHAEL  :  Nel  campo,  in  monogramma, 
Radelchis. 

R)  —  +  RADELINSE  PRINCES  •  Croce,  su  tre  gradini,  af- 
fiancata da  due  puntmi  {vedi  fig).  R.  M 
Culi.  Cagiati. 

3.  Idem.   —  Simile  al  preced.  con     RADELCHIS-  La  crocee 

affiancata  da  un  globetto  ed  un  triangolo. 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  22. 


La    zecca    DJ    BENEVENTO 


477 


4.  Idem. 

B'  —  •  RADELCHIS  PRINCEPS  Nel  campo  tridente,  avente 

nel  centro  una  spig^a  di  grano. 
^    —  •  ARCHANGE  MICHAEL  Croce  rincrociata  da  quattro 

losanghe  {vedi  fig.).  R.  M 

Wroth,  British  Museum,  pag.  182,  n.  3,  pi.  XXV,  n.  3. 

5.  Idem. 

/B'  —  RADELCIHS  PRINCEPS  Simile  al  precedente. 
1?    —  ARCHANG-E  niCHAEL  Simile  al  precedente,  la  spiga 
termma  con  tre  puntini.  R,  M 

Wroth,  British  Museum,  pag,  182,  n.  2,  pi.  XXV,  n.  2. 


* 


Radelgario  (851-853).  Poche  notizie  ci  dà  la 
storia  di  questo  VII°  principe  di  Benevento,  che  regnò 
appena  due  anni.  Giovane  ventenne,  valoroso  ed 
astuto,  educato  alla  scuola  delle  armi  e  degli  intrighi 
politici,  quando  la  guerra  sedea  sovrana  nel  prin- 
cipato, Radelgario  fu  tra  coloro  che  per  aiuto  ri- 
corsero a  Ludovico  II,  perchè  1*852  i  saraceni,  sta- 
biliti in  Bari,  dilagando  nella  Puglia  e  nella  Cala- 
bria, si  avanzavano  insino  a  Salerno  e  Benevento. 
Le  abbattute  forze  dei  due  principati  non  sareb- 
bero bastate  a  reprimere  quest'altra  invasione  e, 
ad  ottenere  il  soccorso  del  re  francese,  fu  necessità 
offrirgli  giuramento  di  obbedienza  e  quella  suddi- 
tanza^') che  lo  stesso  Carlo  Magno  e  Pipino,  figliuolo 


(i)  Erchemperto,  n.  20  '  */  shtus  inquiunt,  fidelissimi  famuli  tìlius, 
"cosiiluatque  nos  suòesse  cuilibet  ultimo  suorum  „. 


473  MEMMO   CAGIATI 


di  lui,  non  potettero  conseguire  da  Arichi  e  da  Gri- 
moaldo. 

Ludovico  venne  in  Italia,  portò  le  sue  armi 
verso  Bari,  sicché  i  saraceni  furono  costretti  a  ri- 
tirarsi, però  accortosi  della  infedeltà  dei  capuani, 
che  si  erano  sottratti  a  prestare  il  loro  contributo 
di  guerra,  e  della  dappocaggine  del  governo  che  si 
teneva  in  Salerno  a  nome  dell'infante  Sicone,  sde- 
gnato, aspramente  trattò  i  primi,  pose  Salerno  nelle 
mani'  di  Ademario,  valoroso  capitano  franco,  e  con- 
dusse con  se  il  fanciullo  Sicone  nel  tornarsene  in 
Lombardia  (^).  Così  i  principi  longobardi  comincia- 
rono a  sentire  il  giogo  gravoso  della  altrui  domi- 
nazione, mentre  nel  dicembre  853  Radelgario  moriva 
ed  il  principato  beneventano  passava  in  potere  del 
di  lui  fratello  Adelchi. 

Di  Radelgario  non  conosciamo  monete  ed  è  assai 
probabile  che  egli  non  ne  abbia  coniata  alcuna  nel 
breve  tempo  di  suo  dominio. 


*    * 


Adelchi  (853-878).  Troppi  ostacoli  si  oppone- 
vano alla  realizzazione  dei  generosi  disegni  di  Adelchi 
che,  per  sentimento  patriottico,  ribelle  all'autorità 
franca,  entusiasta  ammiratore  e  seguace  della  poli- 
tica di  Arichi,  si  proponeva,  salendo  al  trono,  di  ri- 
pristinare in  tutta  la  sua  passata  gloria  la  nazionalità 
beneventana.  Le  incessanti  rivalità  tra  i  principi 
longobardi,  apportatrici  di  discordie  interne,  le  de- 
vastatrici invasioni  dei  saraceni,  che  non  avevano 
sgombrate  le  nostre  contrade,  la  rinascente  potenza 
dei  greci,  per  Adelchi  temibile  quanto  i  successi  di 


(i)  Ignot.    Cassin,    n.  13.   —   Anonym.   Salernitani   ineiiit  apud  Ca- 
/niilum  Pelle^rinum. 


LA    ZKCCA    DI    BENEVENTO  479 

Ludovico  II,  resero  vano  ogni  sforzo  del  generoso 
principe,  rovinarono  a  poco  a  poco  l'unità,  la  forza, 
la  gloria  del  principato. 

L'imperatore  si  prestò  ancora  nell'Sóó  a  com- 
battere gli  arabi,  ma  per  imporre  sempre  più  le  sue 
pretese  nell'Italia  meridionale,  il  suo  diritto  autori- 
tario su  i  longobardi.  Capua  disfatta,  Salerno  minac- 
ciata, dovettero  subire  la  sovranità  dei  Franchi, 
Adelchi  dovè  far  buon  viso  ad  avversa  fortuna  ed 
associare  al  potere  Ludovico. 

I  saraceni  furono  sconfìtti  dalle  forze  imperiali, 
Bari  fu  restituita  al  principato  beneventano  e  Ludo- 
vico delle  sue  vittorie  trasse  il  maggior  profìtto  tor 
nando  in  Benevento    più    che    da    padrone  da    con 
quistatore  e  signore  assoluto.  Sergio  di  Napoli,  Guai 
ferio  di  Salerno,    Marino    di    Amalfi  (^),  preoccupati 
dei  progressi  di  Ludovico,  minacciati   anch'essi   nei 
loro  domini,    si  accordarono    con  Adelchi,    che    già 
pensava    a    scuotere    1*  indegno    giogo,    e  la  rivolta 
scoppiò  il  13  agosto  871  '2);  quella  notte  le  inorgo- 
glite  soldatesche    franche,    che    avevano    provocato 
l'odio  dei  cittadini,  furono  dai  rivoltosi  messe  in  fuga  ; 
Ludovico  ed  Angilberga  sua  moglie  sorpresi  trova 
rono  immediato  scampo  in  una  torre    fortificata   del 
Palazzo,  in  cui  per  tre  giorni  resistettero  agli  asse- 
dianti,  ma  dovettero  arrendersi  prigionieri  ed  ebbero 
salva  la  vita  per   intercessione    del    vescovo    Alone 
fratello  di  Adelchi. 

La  nuova  della  prigionia  di  Ludovico  svegliò 
il  coraggio  dei  Saraceni  che,  di  nuovo  bottino  ane- 
lanti,   traversarono  la  Calabria    andando    alla    volta 


(i)  G.  Diacono,  c.  65,  435.  —  Vi/a  Athanasii  Episc.  ntap.,  e.  Vili. 
—  Erchemperto,  c.  33,  34,  347. 

(2)  Di  Meo,  IV,  243,  245  (anticipa  di  un  anno  la  ribellione  beneven- 
tana, ma  le  sue  ragioni  non  sono  salde  e  niuno  le  ha  accettate.  Vedi 
ScHiPA,  Storia  del  Princ.  long.,  pag.  123). 


480  MEMMO    CAGIATI 


di  Salerno.  Innanzi  all' imminente  pericolo,  per  con- 
siglio del  Pontefice  Adriano  II,  Adelchi  dovè  rimet- 
tere in  libertà  Ludovico  <'),  il  quale  giurò  solenne- 
mente di  non  portare  mai  più  le  sue  armi  contro 
Benevento,  di  rinunziare  a  qualsiasi  vendetta  contro 
i  principi  longobardi.  Le  mire  di  Giovanni  Vili, 
succeduto  in  quel  tempo  ad  Adriano  II,  calcolavano 
però  sul  braccio  di  Ludovico  II;  ad  armarlo  davano 
occasione  i  saraceni  che  minacciavano  Salerno,  a 
spingerlo  alla  lotta  contro  Benevento  sarebbero  ba- 
stati i  pieni  poteri  pontifici  che  avrebbero  prosciolto 
a  tempo  l' imperatore  dai  giuramenti  fatti. 

Neir  873  Ludovico  tornò  difatti  con  forte  eser- 
cito nella  Campania  ed  i  saraceni  atterriti  furono 
disfatti  sulle  rive  del  Volturno  e,  messi  in  fuga,  ri- 
cacciati e  confinati  in  Taranto;  poi  le  armi  di  Lu- 
dovico si  volsero  pur  troppo  contro  Benevento  e  ne 
invasero  le  provincie  che  sarebbero  state  distrutte, 
se  la  mano  di  Giovanni  Vili,  che  pronta  attendeva 
gli  eventi,  non  si  fosse  alzata  protettrice  in  favore 
di  Adelchi,  cercando  frattanto  di  mettere  sotto  la 
sovranità  pontificia  gli  Stati  longobardi. 

Ludovico  nell'  874  tornò  in  Francia  e  vi  morì 
l'anno  appresso;  l'accordo  tra  il  Pontefice  ed  Adelchi 
non  potè  essere  che  di  breve  durata  ;  Benevento 
strinse  alleanza  con  i  bizantini,  a  cui  pagò  il  tributo 
che  un  tempo  esigevano  i  carolingi,  ed  i  saraceni 
tornarono  ad  invadere  le  ammiserite  provincie  e  a 
depradarle  per  rifarsi  delle  perdite  subite.  Bari, 
troppo  lontana  dalla  Capitale,  ad  evitare  nuove  stragi 
e  rapine,  cercò  aiuto  ai  greci  (2)  che  la  difesero  prima 
e  se  ne  impadronirono  poi,  nonostante  gli  amiche- 
voli rapporti  con  Benevento,  e  nel  maggio  878,  dopo 


(1)  Grbgorovius,  111,  207.  —  Di  Meo,  IV,  241. 

(2)  Erchemperto,  11.  38.  —  Lupo  Frotospata  nei  a.  875. 


LA    ZECCA    ni    BENEVENTO 


481 


25  anni  di  regno,  Adelchi  cadeva  trucidato  ;  una 
congiura  ordita  dagli  stessi  nipoti  del  disgraziato 
principe  ne  aveva  decretata  l'uccisione. 

Non  si  conoscono  monete  d'oro  di  Adelchi  e 
nei  contratti  del  tempo  non  se  ne  trova  menzione  ; 
si  hanno  invece  denari,  che  riscontrano  le  quattro 
epoche  della  loro  emissione  con  le  relative  vicende 
del  regno  di  Adelchi,  di  cui  ci  occuperemo  a  clas- 
sificare per  ordine  cronologico. 


1."  Epoca  {a  nome  di  Adelchi)  853-867. 

(Tipo  A) 


rM-^ 


I .   Denaro. 

fy  —   Nel  campo  +  ADEL'  i  •  ;  PRIN. 

ii     —     ARHANGEMIHAE    Croce    rincrociata  da  quattro  lo- 
fi. M 


sanghe  {vedi  fig.). 
A.  Sambon.  Le  Musée,  nag.  25. 


(Tipo  B.). 


2.   Idem. 

>>'*—  •:•  ADELHIS  -  •  -  PRINCE  Croce  su  tre  gradini. 

1;    —  A  •  RHAHGELVMICHAEL    Croce,  la.  cui  asta  verticale 

è  ornata  a  ciascuna  estremità  da  sette  globetii  e 

sulla  quale  è  innestata  la   lettera    M    (iniziale    del 

Santo  protettore)  {vedi  fig.).  R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  25. 

et 


482 


MEMMO   CAGIATI 


(Tipo  C). 


3.  Idem. 

B'  —  +  SANCTA  MARIA    Nel  centro,  disposlt  in  croce,  le 
lettere  P  |  ADL  I  R  {Adelchis  Frinceps). 


R)    —  +  ARHANGELVniH  Croce  [vedi  fig.\ 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  26. 


M 


(Tipo  D). 

4.  Idem. 

i^^   —  +  ADELCHIS  IBPNI    Nel  centro,  in  monogramma  di- 
sposto m  croce,  Sanerà  Maria. 
Hj    —   •  ARHANG-ELVS  MIH  Croce  su  tre  gradini  {vedi  fig.). 

R.  M 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  26. 


(Tipo  E). 


5.  Idem. 

^  —  +  ADELGISI  PRINCE    Croce    greca    accostata   dalle 

lettere  A  —  CO. 
fi)    —  +  ARHANGELVSniHA   Nel  centro,  in    monogramma 
crucilornìe,  Sancta  Maria  {vedi  fig.).  R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  26. 


LA   ZECCA    Di   BENEVENTO 


6.   Idem. 

y  —  +  ADELGISI  PRINC  Simile  al  precedente. 
I^    —  ARHANGELVS  MIH  Simile  al  precedente. 
A.  Sainbun,  Le  Musée.  pag.  26. 


483 


k.  .fi 


(Tipo  F.). 


7.  Idem. 

B'  —  ADELCHIS  PRIN  Tempietto  carolingio. 
^    —  +  SCAM     — •—    ARIA    Croce    su    tre    gradini 
accostata  a  d.  da  due  globetti  {vedi  fig.).     R.  M 


Coli.  Cagiati. 


(Tipo  G). 


8.  Idem. 

J>'  —  Nel  campo  monogramma  del  nome  Adelchis  sor- 
montato da  V,  a  destra  un  ostensorio,  a  sinistra 
croce  a  lunga  asta. 

^  —  •  BENE  —  •  —  BENTV  Croce,  su  tre  gradini,  accostata 
dalle  lettere  M  -  H  {vedi  fig.).  R.  M 

Coli,  del  prof.  dell'Erba  (ii  Napol'. 


9.  Idem. 

Simile  al  precedente  con  BENE  —  BENETV 
Coli.  Cagiati. 


R.  M 


484 


MEMMO    CAGIATI 


2."  Epoca    {a  nome  di  Ludovico  e  Adelchi)   867-870. 

(Tipo  A). 


ran 


I.  Denaro. 

&  —  +  LVDOVVICVS  IMPE  Spiga,  a  due  steli  ricurvati 
e  terminanti  in  tre  globetti,  accostata  dalle  lettere 
A  —  R  {Arcaftgelus). 
T^  —  +  ADELHIS  PRINCE8  Croce  a  lunga  asta,  superior- 
mente rincrociata,  accostata  dalle  lettere  M  —  H 
[Micael]  {vedi  fig.).  R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  27, 

(Tipo  B). 


ZMIÌ 


2.  Idem. 

&  —  Nel  campo,  in  quattro  linee  I  |  LVDO  |  VVICV  \  "  P '' 

{Liidovicus  Imperalor). 
9(    —  +  ARHANGEMIHAEL  Nel  centro,  in  tre  linee,  P  |  ADEL  ] 
R  {Adelchis  Princeps)  {vedi  fig.).  R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  27. 

3."  Epoca  {a  nome  di  Ludovico,  o  di  Ludovico  ed  An- 
gilberga)  870-871. 

(Tipo  A). 


30 


r.  Denaro. 
i^   —  +  LVD0VVICV3  IMPE  Croce  rincrociata. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO 


48; 


t^    —   +  BENEBENTV  CIBI  Tempietto  carolingio  {vedi  fig.). 

R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  uag.  27. 

2.  Idem. 

Simile  al  precedente  nel  retro  BENEBENTV  CIB. 
Fr.  Fusco.  Tav.  VII,  n.  2. 

(Tipo  B). 


3.   Idem. 

I>^  —  +  ilTl  LVDO  i     !  VVICV  I  P:-  [Ludovicus  Imperator) 

in  quattro  linee  nel  campo. 
li    —  +  XP3TIANARELI(yl    Croce,  a  lunga  asta,  accostata 
dalle  lettere  Cu  —  A  •  {vedi  fig.).  R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  a?. 

(Tipo  C). 


4.  Idem. 

^y  —  +  HLVDOVICVco  tMP  R  Croce  in  un  cerchio  di  perline. 
\^    —  Nel  campo,  m  tre  linee.  BENE  '  BEN  I  TVM  {vedi  fig.). 
Fr.  Fusco.  Tav.  VII,  n.  3. 

(Tipo  D). 


5.  Idem. 

^  —  +  DOMLVDVVVICVS    Nel  centro  IMP  sormontato  da 
un  globetto. 


486 


MEMMO   CAGIATI 


I^    —  +  DMA  •  ANGILBERGA   Nel  centro  IMP  •  sormontato 
da  un  globetto,  sotto  altro  globetto  {vedi  fig.).  R.  M 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  28. 

6.  Idem. 

,tì'  _  +  DOM  •  LVDVVICVS    Nel    centro    INP    fra    quattro 
globetti. 

P    -   DA  {Domina)  ANG-ILBERG-A  Nel  centro  INP  fra  quat- 
tro globetti.  R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  28. 

(Tipo  E). 


l'^n 


7.  Idem. 

^  —  +  LVDOVICVS  INP   Cróce  su  tre  gradini,  a  sinistra 

un  globetto. 
^    —  Nel  campo,  in  quattro   linee,   +  •  |  ANGIL  |  BERGA  | 
INP  {vedi  fig.).  R.  M 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  28. 

(Tipo  F). 


8.  Idem. 

^  —  +  LVDOVVIGVS  INP  Croce  su  tre  gradini. 
;pi    _  +  ANGILBERG-A  NP    Nel    centro    piccola  croce  rin- 
crociata  {vedi  /ig.).  R.  ^ 

Coli.  Cagiati. 


9.  Idem. 

Simile  al  precedente  con  LVDOVVICVS 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  28. 


R.  M 


LA    ZECCA    ni    BENEVENTO 


487 


(Tipo  G). 


IO.  Idem. 

TY  —  +  LVDOVVICVS  IMRE  Nel  centro,  m  un  monogramma 

criiiij'irnic.   .-Uii^'i/sltis. 
F^    —  +  ANGILBERGA  inP  Nel  «-entro,  in  due  linee,  AGV 
STA  (veéii  fig.).  R.  M 

Culi.  L'agiati. 

ir.  Idem. 
Simile  al  precedente  con  ANGILBERGA  IMPE  R.  M 

A.  Sambon.  Le  Musée,  pag.  28. 


12.  Idem. 

Simije  al  precedente  con  LVDVVIGVS  INP 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  28. 


R.  M 


13.  Idem. 
Simile  al  precedente    con    un    astro    a    destra    del    mono- 
granìma  tra  le  lettere  V  —  S.  R.  M 

Coli,  de!  prof,  dell'  Erba  di  Napoli. 


4.'  Epoca  {a  nome  di  Adelchi  e  Giovanni  Vili)  871 


(Tipo  A). 


I.  Denaro. 

'&  —  •¥  ADELGI  •  PRN  Nel  centro,  in  monogramma  cruci- 
forme, lOHA 

\^  —  Nel  campo,  tra  due  rosette  una  .superiore  l'altra  in- 
feriore, SCAMP  (Sancln  Maria)  {vedi  fig.).  R.  A\ 
A.  Sambon,  Le  Musée.  pag.  29. 


488 


MEMMO    CAGIATI 


» 
*       « 


Gaiderio  (878-881).  Accecato  dal  desiderio  di 
regnare  Gaiderio.  figlio  di  Radelgario,  a  capo  di 
una  congiura  votò  alla  morte  Adelchi  suo  zio  e  gli 
successe  in  luogo  di  Radelchi,  a  cui  sarebbe  spet- 
tata l'eredità  del  trono  come  figliuolo  primogenito 
dell'ucciso  principe. 

Guidato  soltanto  dalla  più  sfrenata  ambizione, 
rinnegando  puranco  ogni  sentimento  di  nazionalità 
per  conservare  il  dominio,  Gaiderio  nello  stesso 
tempo  lusingava  le  brame  di  Giovanni  Vili,  nego- 
ziava con  i  bizantini  contro  il  Papa,  a  seconda  delle 
opportunità  stringeva  e  tradiva  amicizie  ed  alleanze. 
Gli  portò  sventura  spezzare  quelle  che  lo  tenevano 
legato  a  Landone  di  Capua,  perchè  a  trarne  ven- 
detta Landone  unì  il  suo  al  partito  dello  spodestato 
Radelchi  e  potè  a  tradimento  aver  nelle  mani  l'usur- 
patore e  consegnarlo  prigioniero  ai  Franchi  di  Spoleto. 

A  Gaiderio  riuscì  poi  di  evadere  e  di  rifugiarsi 
a  Bari  ;  si  recò  a  Costantinopoli  a  chiedere  prote- 
zione agi*  imperatori  Basilio,  Leone  ed  Alessandro 
ed  ottenne  col  titolo  di  Protospata  il  governo  di 
Oria,  di  dove  per  tutta  la  vita  non  lasciò  di  mole- 
stare il  principato  beneventano  <^). 

L'unica  moneta  che  si  conosca  di  Gaiderio  è  la 
seguente,  di  cattiva  lega  e  d'arte  molto  scadente. 


I.  Denaro. 
^  —  Nel    campo,  in  monogramma    cruciforme,    GAIDERI 
PRIN. 


(1)  Ekchempek  10.  11.  39,  48. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  489 


9    —  Nel  campo,  in  monogramma    cruciforme,    S  MARIA 
{vedi  frg').  ^-  ^ 

A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  30. 


Radelchi  li  (8^1-884).  Mentre  i  saraceni  imper- 
versando nel  Mezzogiorno  d' Italia  sempre  più  met- 
tevano dappertutto  lo  scompiglio  e  la  desolazione  e 
il  Pontefice  Giovanni  Vili  fulminava  con  i  suoi  ter- 
ribili anatemi  i  principi  che,  impossibilitati  a  difen- 
dersi, erano  stati  costretti  a  far  lega  con  gli  inva- 
sori ('),  scomunicava  e  malediceva  specialmente  At- 
tanasio di  Napoli,  che  gli  si  era  levato  contro '2)  j 
mentre  Carlo  il  Calvo  accorreva  in  soccorso  al  mi 
nacciato  Stato  pontificio,  preceduto  da  Carlomanno 
che  con  poderose  schiere  scendeva  in  Italia  e  ve- 
niva dal  Papa  incoronato  imperatore;  mentre  insor- 
geva la  guerra  tra  napoletani  ed  amalfitani  da  un 
canto,  capuani  e  benev^entani  dall'altro,  Radelchi  II 
regnò  in  Benevento  nulla  affatto  tranquilla,  anzi  nel 
più  completo  disordine. 

Nell'agosto  884  Radelchi  dovè  lasciare  il  go- 
verno tenuto  per  tre  anni  circa  e  prendere  la  via 
dell'esilio,  scacciato  dai  suoi  sudditi  malcontenti  e  ri- 
voltosi che  vollero  in  suo  luogo  Aione,  fratello  di 
lui  ^3).  Del  breve  periodo  di  quel  regno  abbiamo 
la  seguente  moneta  : 


Cr)  Erchbmperto,  n.  38,  39. 

(2)  Epistola  41,  Jov.  vili.  —  Epistola  22  (scomunica  gli  Amalfitani). 

(3)  Erchemperto,  n.  48,  49. 


ffi 


490  MEMMO    CAGIATI 


1 .   Danaro. 

EV     ~    Nel  campo,   in    monogramma  cruciforme,  RADELSH 

PRIN. 
^     -    +    SCA  MARIA    Nt^l   centro,  in   njonogramma    cruci- 
turnie,   MIH('''^/  Archangelus)  {vedi  ftg-).  K.   M 

A.  S.iiiihmi,  Le   Miisée,  pag.   30. 

* 
*      * 

AiONE  li  (884-890).  Audace  e  valoroso,  ambizioso 
ed  attivo,  Aione  II  tentò  di  risollevare  le  sorti  del 
principato,  risvegliando  nei  longobardi  quel  senti 
mento  d'orgoglio  nazionale  che  li  avesse  resi  soli- 
dali e  forti  contro  ogni  tentativo  d'invasione  nemica. 
Alla  testa  dei  principi  che  lo  seguirono  attaccò  i 
greci  spinti  contro  Benevento  dalle  mene  del  ven- 
dicativo Gaiderio,  si  impadronì  di  Bari  nell'  888 
ed  alleati  a  se  i  saraceni  potè  insieme  ad  essi  scon- 
figgere le  truppe  imperiali  speditegli  contro  da 
Leone  VI.  Abbandonato  poi  da  quei  principi  che 
per  intrighi  e  per  gelosie  gli  divennero  contrari,  im- 
poverito di  forze,  dovè  restituire  Bari  e  tornarsene 
affranto  e  sconfortato  in  Benevento,  dove  poco  tempo 
dopo  morì  lasciando  alla  mercè  dei  cortigiani  l'erede 
suo  figliuolo  Orso,  un  bambino  di  dieci  anni  su  cui 
il  trono  doveva  precipitare. 

Di  Aione  II  non  abbiamo  che  il  seguente  denaro 
di  scarso  peso,  dal  Sambon  giustamente  chiamato 
un  triste  campione  della  monetazione  longobarda 
emesso  in  quel  periodo  di  guerre  incessanti. 


I.  Denaro. 
Jà"  —  Nel  campo,  in  monogramma  cruciforme  accostata  da 
quattro  globetti  :  AIO  PRI. 


LA    ZECCA    DI    BENEVENTO  49I 

9    —  Croce,  su  tre  gradini,  accostata  dalle  lettere  A  —  CO 

{vedi  fig.).  R.  M 
A.  Sambon,  Le  Miisée,  pag.  31. 


Orso  (890-891).  La  morte  del  princij)e  Aione 
procurava  una  maggiore  opportunità  a  Leone,  l'in- 
novatore deir  impero  d'Oriente,  di  tentare  la  con- 
quista della  Longobardia  minore  e  Gaiderio  non  ri- 
stava dal  consigliarla.  Il  13  luglio  891  un  poderoso 
esercito  condotto  da  Simbatico  accerchiava  le  mura 
di  Benevento  ed  il  18  ottobre  la  città  era  presa  ; 
Siponto  e  molte  altre  terre  erano  intanto  già  cadute 
in  potere  dei  bizantini. 

Che  ne  avvenne  di  Orso  si  ignora  U),  come  si 
ignora  se  fossero  state  coniate  monete  in  quei  pochi 
mesi  che  il  governo  fu  tenuto  in  nome  dello  sven- 
turato fanciullo. 


Dominazione  greca  (891-895).  Sullo  scorcio  del 
IX  secolo  quelle  terre,  che  la  potenza  dei  forti  e 
valorosi  normanni,  debellatrice  dei  saraceni,  dei 
greci,  dei  longobardi,  doveva  riunire  poi  in  un  solo 
regno,  erano  divise  in  tanti  piccoli  Stati  <*;,  n 
principato  di  Salerno  era  governato  da  Guaimario, 
che  gì'  imperatori  d'Oriente,  Leone  ed  Alessandro, 
avevano  assicurato  in  quel  dominio  e  Capua  obbe- 
diva ad  Atenolfo  che  aveva  discacciati  i  suoi  fratelli 

(i)  Catalogus  Regnum  Long,  et  Ducum  Benev.  —  M.  G.  H.  SS.  RR. 
LL.  et  Ital.,  494.  —  Cron.  Salem.,  e.  143,  144,  542,  543.  —  Antiales  Be' 
ttevenlani,  an.  892,  p.  174.  —  Lupus  Prolospata,  an.  891,  p.  53.  —  Leone 
Marsic,  l.  I,  e.  49,  615.  —  Cod.  Dipi.  Cav.,  doc.  CUI,  I,  131.  —  Di  Meo, 
V.  50. 

(2)  GiANNONE  P.,  Historia  civile  del  Regno  di  Napoli,  voi.  II,  lib.  VII. 


492  MEMMO   CAGIATI 


Landolfo  e  Landone  ;  buona  parte  delle  Puglie  e 
della  Calabria  era  passata  sotto  la  dominazione  dei 
greci  che  mandavano  patrizi  e  strateghi  a  governare 
le  varie  città  sottomesse  ;  Gaeta  col  suo  piccolo  du- 
cato parimenti  ai  greci  si  appartenne,  mentre  il  du- 
cato di  Napoli  era  rimasto  autonomo  ed  indipendente 
ma  in  confini  molto  ristretti,  giacche  distaccato  da 
Amalfi  era  sottoposto  al  governo  di  un  duca  che 
riconosceva  la  sovranità  dell'  Impero  greco.  La  città 
di  Benevento,  trecentotrent'anni  dopo  da  che  i  lon- 
gobardi l'avevano  tolta  ai  bizantini,  ricadeva  sotto 
l'antico  dominio  ed  i  greci  vi  esercitavano  un  go- 
verno così  duro  e  tirannico  che  i  cronisti  del  tempo 
ce  li  descrivono  quali  dominatori  più  perfidi  dei  sara- 
ceni, più  crudeli  delle  bestie  feroci. 

Ristretto  ed  impicciolito,  a  beneficio  di  Salerno 
e  di  Capua,  il  principato  beneventano  sotto  i  greci 
fu  dapprima  governato  per  un  anno  circa  da  Sim- 
batico,  che  ne  aveva  conquistata  la  Capitale,  poscia 
per  altri  tre  anni  da  Giorgio,  patrizio  imperiale,  in- 
viato come  governatore  da  Leone  VI.  Di  questo  pe- 
riodo non  si  hanno  monete  beneventane  perchè  quella 
dal  Borgia  attribuita  a  Giorgio  Patrizio  noi  credemmo 
classificare  tra  quelle  del  duca  Gregorio. 

* 

Guido  di  Spoleto  (895-897).  Chiamato  da  suo 
cognato  Guaimario  riuscì  a  Guido,  figliuolo  di  Gui- 
do Il  di  Spoleto  <')  (non  già,  come  alcuni  storici  vo- 
gliono, quel  Guido  che  per  il  favore  di  Stefano  V 
fu  vincitore  nell'acerba  lotta  con  Berengario,  indi 
l'acclamato  imperatore  d' Italia)  di  sorprendere  ed 
espellere  nell'agosto  895  la  guarnigione  greca  che 
custodiva    la    città    dei    longobardi    e    fu  così  che  i 


(l)   ErCHEMPERXO,   11.   79. 


LA    ZECCA    DI   BENEVENTO  493 

greci  perderono  Benevento,  mentre  i  beneventani,  che 
per  sottrarsi  al  duro  giogo  dei  bizantini  avevano  con 
gioia  accolte  le  schiere  liberatrici  di  Guido  di  Spoleto, 
dovettero  subire  per  due  anni  il  dominio  di  questo  prin- 
cipe straniero  ('>  che  non  battè  moneta  in  Benevento. 

*    » 

Interregno  (897).  Distratto  da  altre  imprese  e 
costretto  a  ritornare  a  Spoleto,  Guido  deliberò  di 
cedere  il  principato  di  Benevento  a  Guaimario  e 
lasciò  frattanto  nell'SQy  la  città  sotto  la  reggenza 
del  vescovo  Pietro  '^). 

Frementi  e  concordi  nel  rifiutarsi  a  sottoporre 
la  città,  avversa  a  dominare,  in  servitù  del  principe 
di  Salerno,  i  beneventani,  acclamando  il  vescovo 
Pietro,  chiedevano  l'autonomia  del  principato;  quando 
poi  ebbero  la  nuova  che  Guaimario  già  si  incamminava 
alla  volta  di  Benevento  per  prenderne  possesso,  ad 
ostacolargli  la  strada  incaricarono  Adalferio,  castaido 
d'Avellino,  nipote  del  nobile  beneventano  Roffrido. 
Si  vuole  che  questi  fattosi  incontro  a  Guaimario  gli 
offrisse  ospitalità  e  profittasse  poi  nella  notte  deireb- 
brezza  in  cui  il  principe  convitando  era  caduto  per 
fargli  cavare  gli  occhi  dai  suoi  sgherri  e  che  Guai- 
mario fosse  costretto  a  tornarsene  con  i  suoi  a  Sa- 
lerno a  dolersi  della  mala  ventura  <3).  Di  questa  dove- 
vano poi  profittare  nel  901  i  salernitani,  stanchi  del 
malgoverno  e  della  perfidia  del  cieco  loro  signore, 
per  deporlo  dal  trono,  innalzando  in  sua  vece  il  figlio 
di  lui,  che  fu  Guaimario  II  '4). 


(1)  Anon.  Sa/ern.,  e.  151  e  seg. 

(2)  A.  Sajìbon,  Recueil  des  monnaies^  ecc.  in  :  Le  Musée,  op.  cit., 
pag.  32. 

(3)  Anon.  Sa/ern.,  e.  152. 

(4)  Leges  Bajoariorum,  t.  II.  "  non  invalidum  Ducem  suo  et  regno 
*  ab  filio  dejici,  sed  Ducem  viribus  animi  corporisque  constantem,  atque 
"  non  caecum,  vel  non  surdum,  vetabant  ,. 


4-94  MEMMO    CAGIATI 


Il  chiarissimo  Arturo  Sambon  attribuisce  al  breve 
periodo  d' interregno  con  Pietro  Vescovo  la  seguente 
moneta,  di  cui  possediamo  un  esemplare  perfetta- 
mente uguale  anche  per  peso,  a  quella  che  si  con- 
serva nel  R.  Museo  di  Torino,  la  quale  sembra  battuta 
a  nome  della  città  che  era  devota  della  Vergine  Maria. 


I.   Denaro. 

B   —  +  BENEBENTV    Nel    campo    croce    latina    accostata 

dalle  lettere  A  —  Cu. 
^    —  +    SCA    MARIA    Nel    campo    croce    a  sei  aste  {vedi 

CoU.  Cagiati. 


* 
*      • 


Radelchi  II  REINTEGRATO  (897-900).  Il  31  marzo 
897,  dopo  dodici  anni  di  esilio,  Radelchi  II  era  resti- 
tuito da  sua  madre,  l'imperatrice  Ageltrude,  al  prin- 
cipato che  Alone  gli  aveva  tolto  ^^),  ma,  semplice  e 
dappoco,  neanche  in  questo  secondo  periodo  di  regno 
egh  seppe  accattivarsi  l'animo  dei  suoi  sudditi,  ai 
quali  divenne  presto  odioso,  specie  per  le  crudeltà 
che  egli  lasciava  commettere  in  suo  nome  dal  feroce 
Verualdo  suo  favorito  ministro. 

Crebbero  i  disordini  in  Benevento  nelle  mani 
di  una  aristocrazia  sediziosa  e  d'un  popolo  corrotto, 
molti  cittadini  abbandonarono  la  loro  patria.  Capua 
li  accolse,  Capua  che  Atenolfo  portava  alla  mag- 
giore grandezza,  sicché  delle  sollevazioni  contro  Ra- 
delchi,   della    intelligenza  che  correva  tra  i  congiu- 


(i)  Chron.  i>aleru.,  e.  148,  545.   —    Atinales   betteven/tint,   all'a.    898, 
174.  —  Cod.  Dipi.  CaiK,  doc.  CX,  I,  138.  —  Di  Meo,  V,  84. 


LA   ZECCA    DI    BENEVENTO  495 

rati  rimasti  in  città  e  quelli  che  in  Capua  si  erano 
rifugiati,  trasse  profitto  Atenolfo,  che  con  i  suoi  ar- 
mati una  notte  sorprese  Benevento,  prese  d'assalto 
il  Palazzo,  in  cui  Radelchi  tranquillo  dormiva,  e  si 
impadronì  dell'avversario,  mentre  nobili  e  popolo, 
malcontenti  ed  esiliati,  lo  salutavano  festosamente 
come  principe  di  Benevento"). 

Il  Sanibon  <2)  ci  dice  che  fu  probabilmente  sotto 
la  dominazione  di  Atenolfo  di  Capua  che  si  conia- 
rono in  Benevento,  ultime  monete,  queste  d'argento 
che  qui  appresso  riportiamo,  aventi  per  tutta  iscri- 
zione il  nome  della  Santa  Vergine,  simigliante  alle 
monete  che  si  battevano  a  Capua  in  quel  periodo 
col  nome  di  Atenolfo  e  di  suo  figlio  Landolfo,  simi 
glianti  anche  a  quelle  che  furono  battute  da  Lan- 
dolfo li  e  del  Pandolfo  I  Testa  di  ferro. 

(Tipo  A). 

i.  Mezzo  denaro  {^). 

i*    —  Nel  campo  SCA  sotto  tre  globetti. 
1>    —  Nel  campo  MAR  soito  tre  globetti  {vedi  /ig.).  R.  M 
A.  Snmbnp,  Le  Musée,  pag.  32. 

(Tipo  B). 


2.  Idem, 

B'  —  Nel  campo  in  due  linee  SAN  |  TA. 
1^    —  Nel  campo  in  due  linee  MA  ■  I  RIA  {vedi  fig.).  R.  M 
A.  Sambon,  Le  Musée,  pag.  32. 


(l)  Chron.  Solerti.,  e.  152.  153,  154,  547.  548. 

(a)  A.  Sambon,  Recueii des  monnates,  ecc.  in:  Lt  Musie,  op.  cit.,  p.  32. 


4g6  MEMMO   CAGIATI 


Trasferita  che  fu  la  sede  del  principato  in  Ca- 
pua,  alla  potenza  di  Benevento  seguì  la  potenza  di 
Capua  (^)  ;  Atenolfo  da  castaido  aveva  saputo  fab- 
bricarne la  fortuna  ed  esserne  principe  saggio,  valo- 
roso e  liberale;  la  costante  successione  dei  principi 
longobardi,  che  ebbero  il  princi])ato  di  Benevento 
riunito  al  contado  di  Capua  (2),  andò  sino  al  16  giu- 
gno 1072  giorno  in  cui,  con  la  morte  di  Arrigo  in 
Sicilia,  si  estinse. 

Da  circa  tre  secoli  Arichi  dormiva  nella  tomba 
e  da  più  tempo  si  era  spezzata  la  lancia  di  Autaii, 
quella  lancia  con  cui  si  vuole  fosse  percossa  la  co- 
lonna miliaria  sulla  riva  di  Reggio  indicata  a  limite 
del  dominio  longobardo.  All'antica  ed  insuperata 
gloria  di  questo  dominio  presto  rispose  l'eco  di  una 
nuova  civiltà  che  si  ripercosse  di  monte  in  monte  in 
guisa  fatidica  ;  a  pie  del  Volturno  fu  stretta  la  inspe- 
rata federazione  dei  principi  normanni  e  si  combat- 
terono le  lotte  che  diedero  al  Mezzogiorno  d'Italia 
quella  autonomia  ed  egemonia  che  portarono  ai  primi 
germi  di  un  regno  italico. 

Posilipo,  Novembre  1916. 

Memmo  Cagiati. 


(1)  O.  Rinaldo,  Memorie    istorie  he   della  fedelissima  città  di  Capua, 
toni.  II,  e.  I. 

(a)  Principes  beneventanorum  et  cnpuanorum  (Pellegrino  Par.,  V), 


APPUNTI 

DI 

NUMISMATICA    ITALIANA 


XXII. 

NUOVO  ELENCO  DELLE  ZECCHE  ITALIANE 
MEDIOEVALI   E   MODERNE. 

Quando,  nel  1906,  pubblicai  in  questa  Ri'Asta^^^ 
r Elenco   delle   Zecche    italiane    accertate,   probabili* 
ed  apocrife,  secondo  le  ultime  ricerche,  aggiungevo^ 
che   quella   serie   avrebbe   certamente    subtto  «  non; 
poche  variazioni    ed    aggiunte   col   progredire  degli 
studi  e  delle  scoperte  ». 

Ora,  infatti,  dopo  dieci  anni  da  quell'epoca,  le 
aggiunte,  le  modificazioni  e  gli  spostamenti,  richiesti 
dai  nuovi  studi  hanno  modificato  sensibilmente  quel- 
l'Elenco, tantoché  non  mi  sembra  opera  inutile  pre- 
sentarne ora  ai  Lettori  uno  nuovo,  che  sia»  per 
quanto  mi  è  possibile,  l'ultima  parola  degli  studiosi 
sull'argomento. 

Ora  sono  in  corso  delle   pubblicazioni,  q^ali  il 


(I)  E.  Gnecchi,  Appunti  di  Numismatica  Italiana:  XX.  Le  zecche- 
italiane  medioevali  e  moderne  {Rn>ista  italiana  di  numismatica,  igité, 
fase.  II,  pag.  229-238). 


49^  E.   GNECCHI 


Corpus  Nummonim  ^^),  le  Monete  del  Reame  delle  Due 
Sicilie^^\  e  altre,  specialmente  di  autori  napoletani, 
che  porteranno  certamente  nuove  modificazioni  e  ag- 
giunte a  questo  Elenco.  Ebbene,  se  ne  farà  un  terzo, 
un  quarto,  e  si  continuerà,  da  chi  lo  potrà,  a  tener 
dietro  ai  nuovi  trovati  della  scienza.  Si  sa  bene  che 
questi  lavori  sono  sempre  perfettibili,  sempre  natu- 
ralmente soggetti  a  modificazioni,  ma  l' importante  è 
di  poter  dare  oggi  il  risultato  esatto  e  completo  delle 
ricerche  fatte  fin  qui  sull'argomento. 

Ho  creduto  compilare  tre  Elenchi  di  Zecche 
italiane,  distinti  nel  modo  seguente  : 

I.  —  Zecche  accertate  e  generalmente  ammesse, 
ossia  quelle,  di  cui  si  conoscono  monete  effettive,  e 
quelle  poche  di  cui  fu  con  documenti  accertato  in 
modo  indiscutibile  l'esistenza,  quantunque  gli  studiosi 
non  siano  ancora  riusciti  a  distinguere  con  sicurezza 
le  monete  in  esse  prodotte.  Inutile  il  dire  che,  desi- 
derando fare  un  Elenco  sicuro  delle  vere  Zecche  ita- 
liane, mi  sono  studiato  di  vagliarle  col  massimo  ri- 
gore, e  farne  una  attenta  selezione ,  lasciandone 
da  parte  un  certo  numero,  che  pure  taluni  vorreb- 
bero comprese  fra  quelle  accertate.  In  questo  Elenco 


(i)  Corpus  Nummorum  Italicorum.  Primo  Tentativo  di  un  Catalogo 
Generale  delle  monete  medioevali  e  moderne  coniate  in  Italia  o  da  ita- 
liani in  altri  paesi.  —  Di  quest'opera  poderosa  del  nostro  Augusto  So- 
vrano sono  usciti,  dal  1910  ad  oggi,  sei  volumi.  Essi  comprendono: 
la  Savoia;  il  Piemonte  colla  Sardegna  e  le  zecche  d'oltremonti  di  Casa 
Savoia;  la  Liguria  e  la  Corsica;  le  zecche  minori  della  Lombardia; 
Milano;  la  prima  parte  della  zecca  di  Venezia,  dalle  origini  a  Marino 
Grimani. 

(a)  Cagiati  Memmo,  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie  da  Carlo  1 
d'Angiò  a  Vittorio  Emanuele  li.  Napoli,  1911-1916  (con  disegni  nel 
testo).  Di  quest'opera  sono  usciti  finora  n.  9  fascicoli.  I  primi  cinque 
illustrano  la  zecca  di  Napoli  ;  il  sesto,  il  settimo  e  l'ottavo,  le  Zecche 
minori  del  Reame  di  Napoli,  e  il  nono,  la  prima  parte  della  Zecca  di 
Messina. 


LE  ZKCCHE  ITALIANE  499 


però  i  Lettori  troveranno  cinque  nomi  di  zecche 
(e  precisamente  quelle  di  Antignate,  Cantù,  Covo, 
Sovana  e  Valenza)  contradistinte  da  un  asterisco  (*). 
Sono  zecche  che  non  ho  osato  levare  dall'  Elenco, 
perchè  sembrano  ormai  accettate  dalla  generalità, 
ma  che,  a  mio  parere,  condiviso  anche  da  altri, 
non  avrebbero  ancora  tutti  i  titoli  richiesti  per  ap- 
partenere con  sicurezza  a  quella  prima  categoria, 
ed  esigerebbero  nuovi  studi,  nuove  ricerche  per 
esservi  comprese  di  pieno  diritto.  All'avvenire  l'ap- 
pello definitivo  sulla  bontà  della  loro  causa. 

IL  —  Zecche  probabili.  Di  questa  categoria  fanno 
parte  : 

a)  I  nomi  di  città  o  terre,  che  ottennero  pri- 
vilegi o  diritti  di  zecca,  ma  delle  quali  finora  non 
apparve  alcuna  moneta  che  possa  essere  loro  con 
certezza  attribuita. 

b)  I  nomi  di  luoghi,  a  cui  fu  da  qualche  au- 
tore assegnata  una  data  moneta,  sulla  quale  però 
occorrono  nuovi  studi  perchè  tale  attribuzione  sia 
generalmente  e  definitivamente  approvata. 

III.  —  Città  0  terre,  alle  quali  erroneamente  si 
attribuì  una  zecca. 

Il  sistema  migliore  e  più  razionale  sarebbe  stato 
quello  di  distribuire  gli  Elenchi  secondo  le  varie  re- 
gioni, come  vediamo  ora  praticato  nel  Corpus  Num- 
morum,  e  in  tutte  le  opere  più  recenti.  Ma  io  ho 
creduto  opportuno  di  ripetere  questi  Elenchi  in  or- 
dine alfabetico,  perchè  tutti,  e  specialmente  i  princi- 
pianti, possano  confrontarli  colle  Tavole  sinottiche  del 
Promis  ^^),  col  Saggio  di  bibliografia  dei  Fratelli  Gnec- 


(i)  Vincenzo  Promis,   Tavole  sinottiche  delle  monete  battute  in  Italia 
o  da  italiani  alPestero,  dal  sec.  VI  a  tutto  l'anno  1868.  Torino,  1869.  in-4. 


500  E.   GNECCHI 

chi  ^^^  e  coir  ultimo  Elenco,  già  accennato,  del  1906, 
tutti  lavori  conapilati  in  ordine  alfabetico,  e  rendersi 
conto,  a  colpo  d'occhio,  delle  modificazioni  e  delle 
aggiunte  che  mano  mano  vi  si  sono  susseguite. 

A  un  certo  numero  di  zecche  accertate  ma  meno 
conosciute  o  di  recente  scoperte,  a  tutte  le  zecche 
probabili,  e  a  tutte  quelle  erronee  ho  aggiunto  la 
relativa  indicazione  bibliografica,  scegliendo  di  pre- 
ferenza le  pubblicazioni  più  recenti,  le  quali  na- 
turalmente riassumono  le  opere  precedenti,  le  com- 
pletano, ne  confutano  gli  errori,  presentano  insomma 
il  risultato  dei  vari  studi  fatti  intorno  ad  esse.  Cosi 
ognuno  potrà  con  facilità  conoscere  le  ragioni  che 
hanno  consigliato  di  collocare  una  data  zecca  in  una 
categoria  piuttosto  che  nell'altra. 

Un  vivo  ringraziamento  debbo  qui  tributare  ai 
vari  amici  che  mi  aiutarono  con  qualche  suggeri- 
mento nella  compilazione  di  questi  Elenchi,  e  uno 
specialissimo  all'egregio  e  carissimo  amico  e  collega, 
fl  cav.  Memmo  Cagiati,  il  quale  ebbe  la  bontà  di 
rivedere  da  cima  a  fondo  il  piccolo  lavoro,  miglio- 
randolo con  numerose  correzioni  ed  aggiunte,  spe- 
cialmente per  quanto  riguarda  le  zecche  dell'Italia 
Meridionale,  nelle  quali  Egli  è  maestro. 

Sarò  sempre  grato  a  tutti  coloro  che  vorranno 
farmi  conoscere  il  loro  parere  sul  piccolo  lavoro,  e 
accennarmi  le  inesattezze,  in  cui  fossi  per  avventura 
incorso.  Ne  farei  tesoro  per  un'altra  eventuale  com- 
pflazionje. 


(i)  Francesco  ed  Ercole  Gnecchi,  Saggio  di  BiblÌQgrq/ia . numisma- 
tica delle  zecche  italiane  medioevali  e  moderne.  Milano,  1889,  in-8. 


LE   ZECCHE  ITALIANE  50I 


I. 

Zecche  Italiana. 


ÀCQUABELLÀ. 

Promis  Domenico,  Monete  dei  Reali  di  Savoia.  Torino,  1841  ;  vo- 
lumi II,  in-4. 

Rabut  Francois,  Denier  de  l'évcché  de  S.'  Jean  de  Maurienne  frappé 
à  Aigiiebelle  au  XI  siede  {Mém.  et  Documents  de  la  Sociéti  d'hisloire 
et  et  archeologie.  Chambery,  1859,  in-8,  tomo  3.»). 

Corpus  Ntimmorum  Italicorum.  Primo  tentativo  di  un  Catalogo  ge- 
nerale, ecc.  Voi.  II,  pag.  429,  tav.  XLI,  19. 

ACQUI.  I   ALBA. 

Maggiora- tergano  £.,  Sopra  due  nuove  zecche  (Alba  e  Pontestura 
in  Piemonte),  inedite.  Asti,  1873. 

Corpus,  voi.  II,  pag.  3  e  4,  tav.  I,  8. 

ALBERA. 

Promis  D.,  Monete  inedile  del  Piemonte.  Tonno,  1866,  pag.  30,  31, 
tav.  III. 

Corpus,  voi.  II,  pag.  4,  tav.  I,  9  e  io. 

ALESSANDRIA.  1  AMABILIS   (Abbazia  di  Casa- 

ALOHERO.  I  mabilej. 

Samòon  A.,  Follis  de  l'abbaye  de  Saint  Maxime.  Recueil  des  mon- 
naies  de  l' Italie  Meridionale  depuis  le  VIII  siècle  jusqu'au  XJX  [Le 
Musée,  Reviie  if  Art,  Paris,  1909). 

Sambou  G.,  Repertorio  Generale  delle  monete  coniate  in  Italia  o 
da  Italiani  all'estero  dal  sec.  V  al  XX  nuovamente  classificate  e  de- 
scritte. Parigi,  I912. 


AMALFI. 
AMATRICE. 


ANCONA. 

*  ANTIGNATE. 


Muotti  Dom.,  Officina  monetaria  di  Giovanni  II  Bentìvoglio  nei  ca- 
stelli di  Antignate  e  Covo  (ducato  di  Milano)  {Periodico  di  numism.  e 
sfragistica.  Firenze,  1869,  voi.  II). 

Corpus,  voi.  IV,  pag.  1-9,  tav.  I,  1-13. 


502  E.   GNECCHI 


ANTIOCHIA.  AREZZO. 

ANTIVARI.  ARQUATA. 

AOSTA.  ASCOLI. 

AQUILA.  ASTI. 

AQUILEJA.  ATRI. 

V.  Lazari,  Zecche  e  monete  degli  Abruzzi.  Venezia,  1858. 

Idem.,  Monete  inedite  degli  Abruzzi  {Rivista  della  Numism.  antica  e 
moderna,  pubblicata  dall'Olivieri,  voi.  I,  pag.  33-41,  tav.  I,  V-VIII). 

Cagiati  Menimo,  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie  da  Carlo  I 
d'Angiò  a  Vittorio  Emanuele  II.  Parte  II.  Le  zecche  minori  del  Reame 
di  Napoli.  Fascicolo  VI,  1913,  pag.  69-71,  fig. 

AVI&LIANA. 

Promis  D.f  Monete  dei  Reali  di  Savoia.  Torino,  1841. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri  della  Real  Casa  di  Savoia.  Con- 
tributo all'  opera  del  Promis  {Rivista  italiana  di  numismatica,  1909, 
pag.  206-207,  fig.). 

AVIGNONE.  I  BARI- 

BARDI.  I  BARLETTA. 

Sambon  A.,  Monnajage  de  Charles  I  d'Anjou  dans  l'Italie  meridionale. 
(Annuarie  de  la  Société  de  Numismatique.  Paris,  1891). 

Cagiati  M.,  Le  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  VI, 
pag.  77-82. 


BELGIOJOSO. 
BELLINZONA. 


BELMONTE. 
BENEVELLO. 


Promis  V.,  Monete  di  Gio.  Battista  Falletti,  conte  di  Benevello.  To- 
rino, 1888,  in-8,  con  i  tav. 

Corpus,  voi.  II,  pag.  49-50,  tav,  V,  18-20. 

BENEVENTO. 

Sambon  A.,  Recueil  des  monnaies,  ecc.  Benevcnt,  in  Le  Musie,  ecc. 
Sambon  G.,  Repertorio,  ecc. 

Cagiati  M.,  La  zecca  di  Benevento   {Rivista  Ital.  di  Numismatica, 
fase,  II,  IH,  IV,  1915  ed  in  corso  di  pubblicazione). 

BERGAMO.  I   BIELLA. 

Promis  D.,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Riv.  it.  di  num.,  I909,  fase.  II, 
pag.  231-232). 

BOLOGNA.  I   BORGO  DI  BRESSA. 

Promis  D.,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini   R.   A.,   Zecche   e   zecchieri,   ecc.    {Riv.   it.  di  num.,   1909. 
pag.  ao8-9ii). 


LE   ZECCHE   ITALIANE  503 


BORGOTARO. 

Pigorini  Luigi,  Memorie  storico-numismatiche  di  Borgotaro,  Bardi 
e  Compiano.  Parma,  1863. 

Catalogo  Coli.  E.  Gnecchi,  I  parte,  pag.  32,  num.  609,  tav.  IV. 

BOSA. 

Spano  Gio.,  Sopra  due  monete  sarde  della  zecca  di  Bosa  (Periodico 
di  num.  e  sfrag.,  anno  V,  pag.  i-li,  tav.  I,  i  e  a). 
Corpus,  voi.  II,  pag.  4.^437,  tav.  XLI,  22. 


BOZZOLO 

BRESCELLO 

BRESCIA. 

BRINDISI. 

BUSCA. 

CAFFA. 


CAGLIARI. 

CAMERINO. 

CAMPI. 

CAMPOBASSO. 

CANDIA. 

»  CANTU'. 


Gavazzi  Giuseppe,  A  proposito  delle  monete  di  Giancarlo  Visconti 
{Riv.  il.  di  num.,  1888,  fase.  II,  pag.  225-228). 

Ambrosoìi  Solone,  La  zecca  di  Cantù  e  un  codice  della  Trivulziana 
{Riv.  il.  di  num.,  1904,  fase.  IV,  pag.  475-478,  fig.). 

Corpus,  voi.  IV,  pag.  88,  tav.  Vili,  15. 

CAPUA. 

Cagiati  M.,  Il  "  cavallo  „  per  Capua  (Riv.  it.  di  num.,  1914,  Caso,  lll- 
IV,  pag.  411-418,  fig.). 

Idem,  Le  monete  dei  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  VII,  1915, 
pag.  1 17-123,  fig. 


CARMAGNOLA. 

CARPENTRASSO. 

CASALE. 


CASTELDURANTE. 

CASTELLEONE. 

CASTELSARDO. 


Spano  Giov.,  Memoria  sopra  una  moneta  finora  unica  di  Nicolò 
Boria.  Cagliari,  1868. 

Corpus,  voi.  II,  pag.  477,  tav.  XLIV,  17. 

CASTEL  SEPRIO. 

Jeckltn  Fritz,  Il  rinvenimento  di  monete  longobarde  e  carolingie 
presso  Ilanz,  nel  Cantone  dei  Grigioni.  Cividale  del  Friuli,  1907,  pag.  14- 
16,  tav.  I,  15-21. 

Corpus,  voi.  IV,  pag.  89-90,  tav.  VITI,  17  e  18. 

CASTIGLIONE  DEI  PEPOLI  (già  dei  gatti). 

Promis  V.,  Sulle  monete  di  Castiglione  dei  Gatti.  Torino,  1881,  fig. 


5Q4  £•   GNECCHI 


CASTIGLIONE  DEL  LAGO. 

Tonini  F.  P.,  La  crazia  e  il  quattrino  di  Ferdinando  De  Medici, 
principe  di  Castiglione  del  Lago  {Periodico  di  num.  e  sfrag.,  Firenze, 
anno  I,  pag.  17-22,  tav.  II,  1-4). 

CASTIGLIONE  DELLE  STIV.RE       CATANIA. 

CASTRO. 

Rossi  Umberto,  Le  monete  di  Catania  {Gazzetta  numistn.  di  Como, 
anno  II,  n.  3,  pag.  io  e  11;  n.  4,  pag.  13  e  24). 

Sambon  A.,  Le  monnayage  d'Artale  d'Alagon  à  Catane  (1377). 
{Revue  Numismatique,  anno  1913). 

Sambon  G  ,  Repertorio,  ecc. 

CATANZARO. 

Cagiati  M.,  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  VII, 
pag.  125-129,  fìg. 

CATTARO.  I  CEVA. 

CEFALONIA.  |  CHAMBERY. 

Promis  D.y  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Riv.  it.  di  num.,  1909, 
pag.  201-206,  fig.). 

CHIARENZA.  |  CHIUSI. 

CHIETI.  I 

Bellini  Vincenzo,  De  monetis  Italiae,  etc,  tomo  li  pag.  93,  i;  t.  Ili, 
tav.  IX,  I. 

Pizzetti,  Zecca  di  Chiusi  ed  antichità  toscane.  Siena,  1798. 
Catalogo  Coli.  Gnecchi,  I  parte,  pag.  53;  tav.  VI. 

CHIVASSO.  I   CISTERNA. 

Promis  D.,  Monete  inedite  del  Piemonte.  Torino,  1866,  pag.  20-23, 
tav.  Ili,  32;  tav.  IV,  33  e  34. 

Corpus,  voi.  II,  pag.  213-214,  tav.  XVIII,  i4-i6, 

CIVITADUCALE. 

Lazari  Vincenzo,  Zecche  e  monete  degli  Abruzzi.  Venezia,  1858, 
pag-  36-37.  tav.  IV. 

Cagiati  M.,  Le  monete,  ecc.,  fase.  VII,  pag.  143-140. 


CIVITAVECCHIA. 

COCCONATO   (V.  PASSERANO), 


COMPIANO. 
CORFU'. 


COMO.  I  CORNAVIN. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Riv.  it.  di  num.,    1909,   pa- 
gina 2a4-aa6,  fìg.). 


LE  ZECCHE  ITALIANE  5^5 


CORREG&IO.  I  CORTEMIGLIA. 

CORTE.  !  CORTONA. 

Bellini  Vincenzo,  De  monetis  Italiae  medii  aevi.  etc.  Tomo  II,  pa- 
gina 36,  n.  I. 

Catalogo  Coli.  E.  Gnecchi,  I  parte,  pag.  59,  n.  1121. 

NB.  Riguardo  al  Tremisse  attribuito  a  Cortona,  vedasi  Kuns  C, 
Il  Museo  Bottacin,  ecc.  {Periodico  di  num.  e  sfrag.  di  Firenze,  voi.  Il, 
pag.  77,  in  nota  e  voi.  Ili,  pag.  26  e  27). 

*  COVO  (vedi  antignate).       |  CREMA. 

Kunz  C,  Miscellanea  numismatica  italiana.  I.  Della  zecca  di  Crema. 
Venezia,  1867,  tav.  annessa  n.  i,  2  e  3. 

CREMONA.  I  CUNEO. 

CREVACUORE.  |  DAMALA. 

Schlumberger  E.,  Numismatique  de  FOrient  latin.  Paris,  1878,  in-4, 
avec  Supplenient,  1882  (con  tav.). 

DEGO. 

Giorcelli  Giuseppe,  Una  zecca  piemontese  medioevale  sconosciuta 
{Bollettino  ital.  di  num.  e  di  arte  della  medaglia,  Milano,  1905,  fase.  Il, 
pag.  19-22). 

Ricci  Serafino,  La  nuova  zecca  di  Dego  (Ponzone)  {Boll.  il.  di  nu- 
mismatica, ecc.,  1905,  fase.  II,  pag.  22-24). 

Corptis,  voi.  III,  pag.  1-3,  tav.  I,  n.  1-4. 

DESANA.  ;   DOGLIANI. 

Promis  D.,  Monete  inedite  del  Piemonte.  Torino,  1866,  pag.  28-32, 
tav.  IV,  37. 

Grillo  Guglielmo,  Ripostiglio  di  monete  medioevali.  Monete  inedite 
di  Milano,  Dego.  Una  nuova  zecca  sconosciuta  {Boll.  it.  di  num.,  ecc., 
1909,  pag.  11-12,  fig.). 

Corpus,  voi.  II,  pag.  275,  tav.  XXV,  14. 

DOMODOSSOLA. 

Vernaaaa  de  Freney,  Monete  del  vescovo  di  Novara,  conte  d'Ossola, 
1790,  in-8. 

Coire  Pietro,  Monete  novaresi,  1882,  tav.  I,  9. 

Corpus,  voi.  II,  pag.  275-276,  tav.  XXV,  15  e  XLVII,  io. 

DONNAZ. 

Promis  D.,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Rivista  ital.  di  num.,  1909, 
pag.  219-220,  fìg. 

«4 


5o6 


E.    GNECCHl 


FERRARA. 

FIRENZE. 

FOGLIA  VECCHIA. 

FORLÌ'. 


FABRIANO. 
FAENZA. 
FAMAGOSTA. 
FANO. 

FERMO. 

Burriél  Antonio,  Vita  di  Caterina  Sforza  Riario,  contessa  il' lincia 
e  signora  di  Forlì.  Bologna,  1795,  voi.  3,  in-4,  con  tav. 

Gnecchi  Ercole,  Appunti  di  num.  italiana.  Un  quattrino  di  Caterina 
Riario  Sforza,  signora  di  Forlì  {Riv.  ii.  di  num.,  1905,  pag.  493-498,  fig.). 

FORTE  URBANO. 

Promis  D.,  Monete  di  zecche  italiane  inedite  o  corrette.  Torino, 
1867,  tav.  II,  29. 

FOSDINOVO.  I  GARFAGNANA. 

FOSSOMBRONE. 


FRINCO. 
FULIGNO. 

GAETA. 

Promis  D 


GAZZOLDO 
GENOVA. 


j  GEX. 

Monete  dei  Reali  di  Savoia. 
Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  (Rivista  Hai.  di  num.,    1909, 
pag.  231). 

IGLESIAS  (v.  VILLA  DI  chiesa). 


GORIZIA. 
GUARDIAGRALE. 
GUASTALLA. 
GUBBIO. 


INCISA. 
ISERNIA. 


Sambon  A.,  Monete  napoletane  inedite,  ecc.,  {Riv.  Hai.  di  Num., 
anno  1901. 

Idem,  I  tornesi  falsi  di  Ferdinando]  d'Aragona  coniati  a  Napoli,  ecc., 
in  "  Supplemento  „  del  Cagiati,  anno  HI,  n.  5,  6  e  7. 

Cagiati  M.,  Le  mon.  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  fase.  VII,  p.  179-181. 

NB.  Dai  documenti  pubblicati  dal  Sambon  risulta  accertata  la 
coniazione  di  tornesi  in  questa  zecca  ;  solo  tìnora  non  fu  dato  agli  stu- 
diosi di  distinguere  questi  tornesi  da  quelli  ufficialmente  coniati  al  tem/xì 
di  Ferdinando  I  nelle  diverse  zecche  del  Reame. 


IVREA. 


LANCIANO. 


Sambon  Arturo,  Di  alcune  monete  inedite  di  Alfonso  I  e  Ferdi- 
nando I,  re  di  Napoli,  e  di  due  officine  monetarie  del  Nafioletano  sinora 
sconosciute.  Zecca  di  Lanciano  {Riv,  il.  di  num.,  anno  V,  1892,  p.  350-353. 

Cagiati  M.,  Le  mon,  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  fase.  VII,  p.  183-186. 

NB.  Anche  su  questa  zecca  l'Autore  produce  alcuni  documenti  pub- 


LE   ZECCHE  ITALIANE 


507 


blicati  dal  Pansa  che  ne  provano  ad  esuberanza  l'esistenza,  quantunque 
non  si  conoscano  ancora  monete  effettive  in  essa  prodotte,  e  si  conclude 
che  "  possiamo  ritenere  fra  le  accertate  la  zecca  di  Lanciano,  a  cui 
"  speriamo  si  possano  presto  attribuire  quelle  monete  di  sua  fabbri- 
"  cazione,  le  quali,  cosa  strana  ed  inesplicabile,  non  è  stato  possibile 
*  finora  agli  studiosi  di  distinguere  ,. 

LECCE. 

Frola  Carlo,  Sulla  zecca  di  Lecce  (Supplemento  all'opera:  Le  mo- 
nete del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  anno  III,  1913,  pag.  37  e  38). 

Cagiati  M.,  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  Vili» 
pag.  187-196,  lìg. 


LECCO. 

LEPANTO. 

LESINA. 

LIVORNO. 

LOANO. 

LODI. 


LUCCA. 

MACCAGNO. 

MACERATA. 

MALTA. 

MANFREDONIA. 

MANOPPELLO 


Lazari  V.,  Zecche  e  monete  degli  Abruzzi,  ecc. 
Cagiali  M.,  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  Vili, 
pag.  20I-204,  fig. 


MANTOVA 

MASSA  DI  LUNI&IANA. 

MASSA  DI  MAREMMA. 

MASSA  LOMBARDA. 

MATELICA. 

MERANO. 

MESOCCO 

MESSERANO. 


MESSINA. 
METELINO. 
MILANO. 
MILETO. 

MIRANDOLA. 
MODENA 
MONACO. 
MONCALIERI. 

Promis  D.f  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  [Riv.  il.  di  num.,  1909,  p.  224). 


MONCALVO.  I   MONLUELLO. 

Promis  D.,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Rivista  Hai.   di   num.,  1909, 
pag.  226-227,  fig.). 


MONTALCINO. 
MONTALTO. 


MONTANARO. 
MONTEFIASCONE. 


Martinori  Edoar.^  Della  moneta  paparina  del  Palrimonio  di  S.  Pietro 
in  Tuscia  e  delle  zecche  di  Viterbo  e  Montefiascone  {Riv.  il.  di  num., 
1909,  pag.  379-438.  fig-  ;  1910,  pag.  37-72,  fig.). 


5o8 


E.   GNECCHI 


MONZA. 

MURATO. 

MUSSO. 

NAPOLI. 

NASSO. 


NICOSIA. 

NIZZA 

NOVARA. 

NOVELLARA. 

NYON. 


Marini  R.  A.,  Zecca  e  zecchieri,  ecc.    (Rivishi    i/al.    di  num.,  1909, 
pag.  226-227,  fig.). 

OREZZA. 

Corpus,  voi.  Ili,  pag.  601-602,  tav.  XXIX,  I0-12, 


PARMA. 
PASSERANO. 
PAVIA. 
PERA. 


PIACENZA. 
PIETRA  SAVINA. 


ORTONA. 
ORVIETO. 
PADOVA. 
PALERMO. 

PALMANOVA. 

Schlurnberger  E.,  Num.  de  l'Orient  latin. 

PERGOLA. 

PERUGIA. 

PESARO. 

Ambrosoli  S.,  Di  alcune  nuove  zecche  italiane  (Atti  del  Congr.  Int. 
di  Roma,  1904,  pag.  184). 

San  Rome  Mario,  Una  moneta  inedita  di  Pietra  Gavina.  Milano, 
1915  {Riv.  It.  di  Num.,  1915,  fase.  III-IV,  pag.  377-380). 

PIETRACASTELLO. 

Promis  D.,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Riv.  II.  di  Num.,  1909,  p.  221. 

PINEROLO. 

Promis  D.,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Rivista  It.  di  Num.,  1909. 
pag.  222,  fig.). 

Idem,  La  zecca  di  Pinerolo  e  dei  principi  di  Savoia- Acaia  (Rivista 
it.  di  num.,  1910,  pag.  73-118,  fig.). 

PIOMBINO.  POMPONESCO. 

PISA.  PONTE  D'AIN. 

Promis  D.,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  (Rivista  ital.  di  num.,  1909, 
pag.  215-217,  fig). 


LE    ZECCHE    ITALIANE  50g 


PONTE  DELLA  SORGA. 

Martinori  Edoardo,  La  zecca  papale  di  Ponte  della  Sorga.  Contado 
Venesino  (Riv.  it.  di  num.,  1907,  pag.  215-247). 

RONZONE  (vedi  dego). 

Morel-Fatio  Am.,  Cortemiglia  e  Ponzone.  Monnaies  inédites  {Revue 
belge  de  num.,  serie  IV,  tomo  III,  con  tavola). 

Ambrosoli  S.,  Il  ripostiglio  di  Lurate-Abbate  {Riv.  il.  di  ntuu.,  a.  I, 
1888,  pag.  18-22,  tav.  II,  n.  I  e  2). 

PORCIA. 

Atnbrosolt  S.,  Lo  zecchino  di  Porcia  (Rivista  ila/,  di  num.,  1897, 
pag.  159-169.  fig). 


RAGUSA. 

RAVENNA. 

RECANATI. 

REGGIO  EMILIA. 

RETEGNO. 

RIMINI.  i  ROVEGNO. 

Olivieri  A..  Monete,  medaglie  e  sigilli  dei  principi  Doria,   ecc.    Ge- 
nova, 1858. 

Corpus,  voi.  II,  pag.  389,  tav.  XLV,  20. 


RODI. 
ROMA- 

RONCIGLIONE. 
RONCO. 


SALERNO. 
SAN  GENISIO. 


ROVEREDO. 
ROVIGO. 
SABBIONE!  A. 

Promis  D.y  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Rivista  Ital.  di  Num.,  1909, 
pag.  220-221,  fig.). 

SAN  GIORGIO.  SAN  MAURIZIO  D'AGAUNO. 

SAN  MARINO. 

Promis  D.,  Monete  del  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  (Rivista  Hai.  di  Num.,  1909, 
pag.  200-201,  fig.). 

SAN  SEVERINO.  |   SAN  SEVERO 

Ruggero  Giuseppe,  Un  lorncse  di  San  Severo  {Riv.  II.  di  Num.,  1903. 
pag.  434-430,  fig.). 

Cagiali  M.,  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.  Fase  Vili, 
pag.  229-234,  fig. 


5IO  E.   GNECCHI 


SAN  SINFORIANO  D'OZON. 

Proinis  D,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  (Rivista  Hai.  di  Num.,  1909, 
pag.  208). 

SANTA  FIORA. 

Caiicich  A.  R.,  Breve  cenno  di  una  moneta  finora  unica  dei  conti 
di  Santa  Fiora  (Boli,  di  num.  Hai,  Firenze,  anno  II,  pag,  26,  tav.  Ili,  3. 

Idem,  Di  una  inedita  e  finora  unica  moneta  dei  conti  di  Santa  Fiora 
(Boll,  di  num.  il.,  Firenze,  anno  II,  pag.  39-40). 

Milanesi  E.  Di  una  moneta  battuta  dai  conti  Aldobrandeschi  di 
Santa  Fiora  (Per.  di  num.  e  sfrag.,  voi.  I,  1868,  pag.  110-120,  tav.  VI,  11). 

SANTHIA'. 

Promis  D.,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  (Rivista  Hai.  di  num.,  1909, 
pag.  231-232). 


SASSARI. 

SAVOIA. 

SAVONA. 

SCIO. 

SCUTARI. 


SEBENICO. 

SEBORGA. 

SIENA. 

SINIGAGLIA. 

SIRACUSA. 


Samòon,  Catalogo  della  Coli.  Sambon.  Monete  dell'Italia  Meridio- 
nale, pag.   107,  n.  1340. 

SOLFERINO.  SORA&NA. 

SORA.  SORRENTO 

Fusco  Salvatore,  Tavole  di  monete  del  Reame  di  Napoli  e  Sicilia 
presentate  nel  1839  all'Accademia  Pontaniana  (Aiti  dell' Acc.  Poniaii., 
voi.  Il,  pag.  9,  tav.  I,  8  e  9). 

Samòon,  Cat.  delia  Coli.  Sambon,  pag.  44,  tav.  IV,  n,  531. 

*  SOVANA. 

Lisini  Alessandro,  Di  una  nuova  zecca  dei  conti  Aldobrandeschi 
(Riv.  it.  di  num.,  1895,  pag.  205-208,  fig.). 

SPALATO. 

SPOLETO. 

SULMONA. 


TAGLIACOZZO. 

TASSAROLO. 

TERAMO. 


SUSA. 

Savtni  Francesco,  Il  Comune  Teramano.  Roma,  1895,  P^g-  24^' 
Ruggiero  Giuseppe,  Le  monete  di  Teramo    (Riv.  H.   di  num.,  1905, 

fase.  IV,  pag.  485-487,  fig.). 

Cagiati  71/.,  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  Vili, 

pag.  279-284  fig. 


LE    ZECCHE   ITALIANE  5II 


TERMINI. 

Promis  V.,  Tavole  sinottiche,  ecc.,  pag.  221. 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliografìa  num.,  ecc.,  pag.  376-377. 

TERNI.  TINO. 

TICINO. 

Srhhtmberger  E.,  Num.  de  l'Orient  latin. 

TIVOLI.  I  TOCCO. 

Cagiali  M.,  Monete  del  Reame    delie    Due    Sicilie,    ecc.,    fase.  Vili, 
pag.  28V287,   fio;. 

TORINO.  TRESANA. 

TORRI&LIA.  TREVISO. 

TORTONA.  I  TRIESTE. 

TRAU'.  '  URBINO. 

TRENTO.  *  VALENZA. 

Ambrosoli  S,,  Di  una  nuova  zecca  Lombardo-Piemontese  {Rìt.  Uni. 
di  num.,  1901,  fase.  IV,  pag.  383-386). 

VASTO.  I   VAUD. 

Promis  D.,  Monete  inedite  del  Piemonte.  Torino,  1866,  pag.  14-16, 
tav.  Ili,  26-29. 

Idem,  Monete  di  zecche  ital.  inedite.  Torino,  1868,  pag.  7,  tav.  I,  3. 

VENEZIA.  I   VENTIMI&LIA  (o  gerace). 

Grassi-Grassi  Antonino,  Le  monete  di  Ventimiglia  (Boll,  di  num. 
ed  arte  della  med.,  1903,  n.  5-6,  fig.). 

Idem,  Ancora  delle  monete  di  Ventimiglia  (Boll.,  ecc.,  1903,  n.  9-10, 

P'ig-  95-99.  fig-)- 

Ambrosoli  S.,  Le  monete  dei  conti  di  Ventimiglia  {Riv.  it.  di  num., 

1903,  pag.  437-444)- 

Grassi- Grassi  A.,  Per  la  zecca  di  Ventimiglia  {Riv.  Uni.  di  num., 
1908,  fase.  MI,  pag.  341-342). 

VERCELLI.  I    VERGA&NI. 

Olivieri  A.,  Monete  e  medaglie  degli  Spinola,  ecc.,  Genova.  1860, 
pag.  141142  e  il  documento  XVIII,  tav.  XIV,  2. 

Gnecchi  Ercole,  Uno  Scudo  di  Gian  Battista  Spintila,  principe  di 
Vergagni  {Riv.  it.  di  num.,  1903,  fase.  II,  pag.  187-189,  fig.). 

Corpus,  voi.  II,  pag.  427-428,  tav.  XLI,  16-18. 


VERONA. 

VICENZA. 

VILLA  DI  CHIESA. 

VITERBO. 


VITTORIA. 
VOLTERRA. 
ZANTE. 
ZARA. 


512  E.   GNECCHI 


Zecca  Incerta. 


VARCE  {Varsi,  Varzi,  Varzo,  Barzó). 

Ruggero  Giuseppe^  Annotazioni  numismatiche  italiane.  Zecca  in- 
certa, sec.  XIII  {Riv.  it.  di  num.,  1908,  fase.  IV,  pag.  575-576,  fig.)- 

Grillo  Guglielmo,  Ripostiglio  di  monete  niedioevali.  Monete  inedite 
di  Milano,  Dego.  Una  nuova  zecca  (Boll.  il.  di  num.,  1909,  fase.  I, 
pag.  12-13,  H-)- 

Corpus,  voi.  II,  pag.  423,  tav.  XLI,  7. 


II. 

Zecche   Italiane  probabili. 
ACAJA. 

Scìilumberger  G.,  Numismatique  de  l'Orient  latin.  Paris,  1878,  in-4, 
avec  Supplement,  1882  (con  tav.). 

ACRI. 

Heyd  A.,    Ucber   die  angeblichen    Miinzpràgungen    dar  Venetianer 
in  Accon,  Tyrus  und  Tripolis  (Num.  Zeiischriff^  1879,  pag.  237). 
Schlumberger  G.,  Num.  de  l'Orient  latin. 

AIX-LES-BAINS. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri  della    Real    Casa    di  Savoia  {Ri- 
vista ital.  di  num.,  1909,  fase.  II,  pag.  227). 

ALBENGA. 

Zanetti  G.  A.,  Manoscritto  esistente  presso  la  Braidense,  voi.  II. 

ALVITO. 

Catalogo  della  collezione  Sambon,  n.  851. 

Cagiati  M.,  Le  monete  del  Reame,  ecc.,  fase.  VI,  pag.  11-13. 

ANNECY. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  (Rivista  ital.   dt    num.,  1909, 
pag.  232.233). 


LE   ZFCCHF.    ITALIANE  5I3 


ARIA. 

Schlumherger  E.,  Numismatique  de  l'Orient  Latin.  Paris,  1878.  ir,-4, 
avec  Supplement.  1882  (con  tavola). 

ATENE. 

Schlnmherger  E.,  Numismatique  de  l'Orient  latin. 

AVELLA. 

G.  Df  Petra,  Tesoretto  di  denari  tornesi  trovati  in  Napoli.  Me- 
moria letta  all'Accademia  d'Arch.  Lettere  e  Belle  Arti  nella  tornata 
del  3  agosto  1886. 

Cagiatì  AL,  Le  monete  del  Reame  dellf  Due  Sicilie,   ecc..   fase.  \'l. 

pag-  73-75,  *ìg- 

BERIG-NONE  (vedi  Volterra). 

Listili  .4.,  Le  monete  e  le  zecche  di  Volterra,  Montieri,  Berignone 
e  Casole  (Riv.  il.  di  num..  1909.  pag.  ■2.^'ì,-'>pi2,  fìg.  e  pag.    139-467). 

BORGO  DELLA   ROCCHETTA. 

Olivieri  A.,  Monete  e  medaglie  degli  Spinola,  ecc.  Genova,  1860, 
pag.  118  e  segg.  e  il  documento  XllI  a  pag.  242. 

BORGO  SANTO  STEFANO. 

OlìV:eii  A..  Monete,  medaglie  e  sigilli  t\i-\  principi  Doria,  pag,  23. 

CARPI. 

Tiraboschi  e  ZantUi  G.  A.,  Del  diritto  dì  zecca  concesso  ad  Alberto 
Pio.  conte  di  Carpi,  da  Massimiliano  I  imperatore  di  Germania.  Lettere 
inedite  di  Tiraboschi  a  Guid'Antoiiio  Zanetti.  Milano,  1870. 

CARREGA. 

Olivieri  A..  Monete,  ecc.,  dei  principi  Doria.  pag.  24. 

CASANOVA. 

Raggiera  Orazio.  Altra  moneta  dei  marchesi  di  Saluzzo.  Zecca  di 
Carmagnola  {Bolleit.  it.  di  num.  e  di  arie  della  nted.  Milano,  1910,  p.  78). 

CASCIA. 

Joniiii  F.  P.,  Topografia  generale  delle  zecche  italiane.  Firenze, 
1869.  pag.  62. 

CASOLE  (vedi  Volterra). 

Lisini  A.,  Le  monete  e  le  zecche  di  Volterra,  Montieri,  Berignone 
e  Casule  {Riv.  il.  di  num..  1909,  pag.  253-302.  tìg.  e  439-467). 

CASTEL  DI  MONTE. 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  bibliograha  nuiiiismaiica  delie  zecche 
italiane  medioevali  e  moderne.  Milano,  1889,  pag.  61. 

66 


5t4  E.   GNECCHl 


CASTEL  VELTRAJO. 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliogr..  ecc..  pag.  63. 

CASTROeiOVANNI. 

Sambon  G.,  Repertorio,  ecc.,  pag.  129.  —  L'A.  si  giova  dell'opyera 
ancora  inedita  del  dott.  A.  Sambon  e  delle  osservazioni  dell'Amari. 

CATABIASCO. 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  bibliografia  num.,  ecc.,  pag.  66. 

CHARLEVILLE  (carlopoli). 

Amhrosoli  .S.,  La  zecca  franco-italiana  di  Charleville  o  Carlopoli 
{Riv.  it.  di  num.,  1903,  fase.  I,  pag.  87-90,  iìg.). 

CITTA'  DI  CASTELLO. 

Tonini  F.  P.,  Topografia  generale  delle  zecche  ital.,  pag.  72. 

CIVIDALE  (vedi  aquileja). 

Liruti  Giangiuseppe,  Della  moneta  propria  e  forestiera  ch'ebbe  corso 
nel  ducato  del  Friuli.   Venezia,  1749,  in-4, 

CORINTO. 

Schiuinberger  A.,  Niuii.  de  l'Orient  latin. 

CORON. 

Schlumherger  E.,  Num.  de  l'Orient  latin. 

EMPOLI. 

Alorbio  Carlo,  Monete  ossidionali  sconosciute  di  Volterra,  Empoli, 
Lecco,  Casale  e  Sabbioneta  (^Periodico  di  num.  e  s/ragis.,  toino  I,  1869, 
pag.  238-240). 

FELTRE. 

Verci  GiambaI tinta,  Storia  della  Marca  Trivigiana.  Bassauo,  1786-91, 
tomo  I,  pag.  18  e  pag.  25. 

FINALE. 

Gnecchi  l'\  ed  E.,  Saggio  di  bibliografia   num.,  ecc.,  pag.  118. 

Siila  G.  A.,  La  zecca  dei  marchesi  Del  Carretto.  Signori  di  Finale 
{Boll.  it.  di  mini..  1910,  pag.  180  e  191 1,  pag.  181). 

Perini  Quintilio,  A  proposito  della  zecca  di  Finale  dei  marchesi 
Dei  Carretto  {Boll,  it,  di  num.,  19TI.  pag.  .51-53). 

FOLLONICA. 

Zanetti  G.  A.,  Nuova  ràCCDlta  delle  inonete  d'Italia,  voi.  II.  p.  XL. 


LE   ZECCHE   ITALIANE  515 


FONDI. 

Ambrosoli  S.,  Di  alcune  nuove  zecche  italiane  (Aiti  del  Congr.  liti. 
di  scienze  storiche  in  Roma,  1904,  pag.  185,  fig.). 

Cagiati  AI.,  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc..  fascicolo  VII- 
pag.  153-157.  fig->- 

GARBÀGNA. 

Olivieri  A..  Monete,  ecc.,  dei  princijji  Dulia,  pag.  25. 

GEMONA  (vedi  aquileja). 

Ltrtiti  G..  Della  moneta  propria  e  forestiera,  ecc. 

GERUSALEMME. 

Schlumberger  £.,  Num.  de  l'Orient  latin. 

GINEVRA. 

Proinis  D.,  Monete  dei  Reali  di  Savoia. 

GORRETO. 

Olivieri  A.,  Monete,  ecc..  dei  prìncipi  Centurioni-Scòtti,  pag.  89. 

GRAVEDONA. 

Promis  K,  Monete  di  zecche  italiane  inedite  o  corrette.  Torino, 
1882,  tav.  V,  48. 

NB.  Né  a  noi,  ne  ad  alcuno  dei  nostri  amici,  che  interpellammo  in 
proposito,  fu  mai  possibile  vedere  un  esemplare  indiscutibilmente  auten- 
tico di  questa  moneta.  Perciò,  fino  a  prova  in  contrario,  ho  creduto 
opportuno  di  mantenere  il  nome  di  questa  zecca  nella  categoria  delle 
probabili. 

GRONDONA. 

Olivieri  A.,  Monete,  ecc..  dei  principi  Doria,  pag.  25. 

IMOLA. 

Zanetti  G.  A.,  .Manoscritto  esistente  alla  Braidense,  voi.  XIV. 

LACCIO. 

Olivieri  A.,  Monete,  ecc.  dei  principi  Doria,  pag.  23. 

LATISANA. 

Fuselli  Alberto,  Archeografo  triestino,  1891. 

MARCIANA. 

Zanetti  G.  A.,  Nuova  raccolta  delle  monete,  ecc.,  voL  II,  pag.  XL. 


5l6  E.    GWECCHI 


MEDE 

Ambrosoli  S.,  Di  alcune  nuove  zeci.he  italiane  {Atti  del  Congr.  Int. 
in  Roma.  Ivi,  1904,  pag.  184). 

MILLESIMO. 

Ambrosoli  S.,  Il  ripostiglio  di  Luratc-Abbatc  {Riv.  it,  di  nam.,  1888, 
fase.  I,  pag.  15-24,  con  i  tav.). 

MODON. 

Schlumberger  E ,  Num.  de  l'Orient  latin. 

MONDONDONE. 

Aìnbrosoli  S.,  Di  alcune  nuove  zecche  italiane  {Atti  del  Congr.  Int. 
di  Roma,  pag.  184). 

MONTAFIA. 

Proniis  D.,  Monete  inedite  del  Piemonte.   Torino,    1866,    pag.  38-4J. 

MONTEBRUNO 

Olivieri  .l.y  Monete,  ecc.,  dei  principi  Doria,  pag.  23  e  80. 

MONTECCHIO. 

Tonini  F.  P.,  Topografia  delle  zecche   italiane,  pag.  47. 

MONTIERI  (vedi  Volterra). 

Ltsini  A.,  Le  monete  e  le  zecche  di  Volterra,  Moutieri,  Berignone 
e  Casole  (Riv.  it.  di  num.,  1909,  pag.  253-302,  tìg.  e  pag.  439-467). 

NEOPATRA. 

S.hlninberger  E.,  Num.  de  l'Orient  latin. 

NICOSIA  DI  SICILIA. 

Grassi-Grassi  Antonino,  I  Chiaramonte  e  le  loro  monete.  Una  zecca 
quasi  sconosciuta  {Boll.  it.  di  num.  e  di  arte  della  med.,  1904,  fase.  III. 
pag.  27-32;  fase.  IV,  pag.  37-41,  tìg.). 

Ricci  Serafino- Grassi-Grassi  A.,  Intorno  alle  presunte  nionett^  mi 
Chiaramonte  {Boll.,  ecc.,  anno  111,  1905,  pag.  38-39). 

NOCETO. 

Zanetti  G.  A.,  Nuova  raccolta  delle  monete,  ecc.,  tomo  III,  pag.  8, 
in  nota;  IV,  pag.  417-418,  in  nota;  V,  pag.  27  e  28. 

NOVELLO. 

Ambrosoli  S.,  11  ripostiglio  di  LurateAbbate  (Ktv.  it.  dt  num.,  1888. 
.pag.  15-24,  con  una  tav.). 


LB   ZECCHE   ITALIANE  5I7 


OLEGGIO  (Oletium). 

Santbon  A.  {Revue  Numismatiqtu,  anno  1898). 
-S.  Qiiitt/ino,   tav.  I,  n.  12. 

ORBETELLO. 

Cariati  M.,  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  Vili, 
pag-  307-309- 

ORIA. 

Samòutt  Art.,  Monete  del  ducato  napoletano.  Napoli,  1889,  tav.  II,  6. 
Idem,  Catal.  della  coli.  Sambon,  1897,  P^g-  33'  ^^^-  ^»  3^- 

ORISTANO. 

Spano  G.,  Catalogo  della  raccolta  archeol.  Sarda  del  cav.  G.  Spano. 
Cagliari,  1852.  pag.  2x7. 

PISTOJA. 

Promis  D-i  Monete  della  Repubblica  di  Siena.  Torino,  1868,  pag.  7 
e  8  in  nota,  col  disegno  del  tremisse  longobardo. 

Kuns  C,  lì  Museo  Bottacin,  ecc.  {Periodico  di  num.  e  s/rag.,  vo- 
lume HI,  pag.  26). 

PIZZO. 

Cagiati  M.,  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  Vili, 
pag.  213-215. 

PONTESTURA. 

Maggior  a- Vergano  E.,  Sopra  due  nuove  zecche  (Alba  e  Pontestura 
in  Piemonte)  inedite.  Asti,  1873. 

Brambilla  C,  La  zecca  di  Pontestura  ?  {Rivista  ttal.  di  num.,  1891, 
pag.  157-161.  fig.) 

PRATO. 

Tonini,  Topogr.  generale  delle  zecche  italiane,  pag.  56. 
Sambon  A.,  Gillax  d'inféodation  de  Robert  d'Anjou  frappée  a  Prato 
en  Toscana  {Revue  Niimismatique,  Paris,  1912). 

REG&IO  CALABRIA. 

Cagiati  M.,  Monete  del  Reame  delle   Due   Sicilie,   ecc.  Vili, 

pag.  217-223.  fig. 

RIFREDI. 

Franco  A.,  .\ppunti  di  num.  toscana  dei  sec.  XllI-XIV.  Firenze,  I903. 

Ruggero  Gius.,  Annot.  num.  itai.  Monete  battute  in  campo  dai  Ho- 
rentini  e  dai  Pisani  {Riv.  it.  di  nufrt^,-  igKrj,  pag.  403-406,  fig.). 


5l8  E.   GNECCHI 


RI&LIONE. 

Franco  A.,  Appunti  di  num.  toscana,  ecc.  Firenze,  1903. 

ROCCA  D'ARAZZO. 

Prumis  V.,  Tavole  sinottiche  delie  monete,  ecc.,  pag.  xvi. 

ROCCAFORTE. 

Olivieri  A.,  Monete  e  medaglie  degli  Spinola.  Genova,  1860, 

RODIGO. 

Rossi  Umberto,  Le  monete  di  Rodigo  {Gazselia  unni.,  anno  I,  n.  9, 
pag.  46-47). 

Ambrosoli  S.,  Zecche  minori  dei  Gonzaghi  nella  Raccolta  Ambro- 
soli  {Gazzetta  Num.,  a.  IV,  n.  5-6,  pag.  37). 

ROMENA. 

franco  A.,  Appunti  di  num.  toscana.  Firenze,  1903. 

SALUZZO. 

Promis  D.,  Monete  dei  Paieológhi  marchesi  di  Monferrato.  Torino. 
1858,  pag.  14,  in  nota, 

SAN  MARTINO  DELL'AR&INE. 

Ambrosoli  S.,  Zecche  minori  dei  Gonzaghi  nella  raccolta  Ambrosoli 
(Gazzetta  imm.,  anno  IV,  n.  9,  pag.  68-69). 

KuHz  e,  Il  Museo  Bottacin,  ecc.  (Periodico  di  num.  e  sfrag.,  voi.  , 
pag.  254-255,  tav.  XIII,  2). 

SANTA  CROCE. 

Gamurrini  G.  F.,  Monete  inedite  medioevali  con  l'epigrafe  SCA  • 
CROCE  {Period.  di  num.  e  s/rag.,  voi.  1,  pag.  121-125,  tav.  IV,  i). 

SANT'JACOPO    (VAL    DI    SERCHIO).        r 

Franco  A.,  Appunti  di  num.  toscana,  ecc.  Firenze,  1903. 

Ruggero  Gius.,  Annot.  num.  ital.  XII.  Monete  battute  in  campo  da 
P'iorentini  e  da  Pisani  (Riv.  it.  di  num.,  J907.  pag.  402-403,  fig.). 

SANTO  STEFANO  D'AVETO. 

Olivieri  A.,  Monete,  ecc.,  dei  principi  Doria,  pag.  23-24. 

SARTENA. 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliog.  num.,  ecc.  Milano,  1889,  p.  344. 

SASSOLA. 

l^ermigltoli  G.  B.,  Della  zecca  e  delle  mon.  perugine.  Perugia,  1816. 
Promis  V.,  Tavole  sinottiche  delle  monete,  ecc.,  pag,  xvi. 


LE   ZECCHE   ITALIANE  519 


SIGNÀ. 

Mossagli  £>.,  Della  zecca  e  delle  monete  di  Lucca  nei  secoli  di 
mezzo  {Monumenti  e  doc.  per  sen'ire  alla  storia  di  Lucca.  Ivi,  1870,  to.  I, 
parte  II,  tav.  IX,  3  e  4). 

SPEDALUZZO. 

Franco  A.,  Appunti  di  num,  toscana,  ecc.  Firenze,  1903. 

TEANO. 

Fusco  Salvatore,  Tavole  di  monete  dei  Reame  di  Napoli  e  Sicilia 
presentate  nel  1839  all'Accademia  Pontaniana  {Atti  dell' Acc.  Pont.,  vo- 
lume IV.  pag.  13,  tav.  IV,  8). 

THIERRENS. 

Marini  R.  A.,  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Riinsta  ital.  di  num.,  1909, 
p;ig.  217-219). 

TIBERIADE. 

Fromis  V.,  Tavole  sinottiche,  ecc.,  pag.  221. 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliografìa  num.,  ecc.,  pag.  377378. 

TODI. 

Caucich  A.  R.,  Di  un  documento  della  z.rca  di  Todi  (Bull,  di  num. 
italiana^  anno  II,  n.  2,  pag.  14  e  15). 

TORRE  DELL'ANNUNZIATA. 

Calciati  M.  Monete  del  Reame  dtllc  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  Vili, 
pag.  296. 

NB.  Non  si  può  ancora  accertare  questa  zecca  sino  a  quando  gli 
ultimi  studi  annunziati  dal  Cagiati  non  abbiano  detta  l'ultima  parola. 

TRICERRO. 

Cora  Luigi,  .Appunti  di  num.  piemontese.  Tricerro  {Riv.  il.  di  tium., 
1914,  pag.  51-56,  fig.). 

TUNISI. 

Sambon  A.,  Monete  d'oro  coniate  da  Carlo  I  d'Angiò  a  Tunisi  {Ri- 
vista it.  di  num..  1893,  fase.  Ili,  pag.  341-346.  fig.), 

UDINE  (vedi  aquileja). 

Liruti  C,  Della  moneta  propria  e  forestiera,  ecc. 

VENNE. 

Marini  R.  A.  Zecche  e  zecchieri,  ecc.  {Riv.  it.  di  num.,  1909,  p.  221). 

VOLANO  (Porto  Volano). 

Sambon  G.,  Repertorio,  ecc.,  pag.  61.  n.  374. 


520  E.    GNF.CCHI 


III. 

Città  e  Terre  alle  quali  erroneamente 
Sì   attribuì   una   Zecca. 

ALESSIO. 

Gnecc/ìi  F.  ed  £".,  Saggio  di  Bibliogr.  mini.,  ecc.,  pag.  6  e  "]. 

ARBOREA. 

Idi  111,  idem,  pag.  15. 

ARCEVIA. 

Anselmi  Anselmo,  Una  zecca    sconosciuta  {Bull,   di   num.   e   sfrag- 
Camerino,  1887,  ^ol.  Ili,  pag.  91-92). 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  15. 

BASTIA. 

Promis  F.,  Tavole  sinottiche,  ecc  ,  pag.  xvii. 

BECCARIA. 

Brambilla  Camillo,  Monete  di  Pavia.  Ivi,  1883,  pag.  335. 
Gnecchi  F.  ed  E..,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  26-27. 

CALDIERO. 

Idem,  idem,  pag.  50. 

CELLAMARE. 

Idem,  idem,  pag.  69. 

CHIERI. 

Idem,  idem,  pag.  73. 

COSENZA 

Cagiati  M.,  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,    fascicolo  VII, 
pag.  147-152,  lìg. 

DEGAGNA. 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  100. 

DULCIGNO. 

Idem,  idem,  pag.  106. 


LE   ZECCHE    ITALIANE  S*^ 


ELBA. 

Idem,  idem,  pag.   io6. 

ESTE. 

Idem,  idem,  pag.  107. 

LAVAGNA  (vedi  messerano). 

Idem,  idem,  pag.  156. 

LOMBARDORE  (vedi  montanaro). 

Promis  D.,  Monete  degli  Abbati  di  S  Benigno  di  Fruttuaria.  To- 
rino, 1870,  pag.  IO,  in  notn. 

LORETO 

Sclìweilser  F.  Moneta  inedita  autonoma  eli  Loreto  (Schweitzer,  No- 
tizie peregrine  di  num.  e  (farcheol.^  decade  VI,  pag.  19,  tav.  I,  aK 

Kunz  C,  Il  Museo  Bottacin,  ecc.  {Fermdico  di  uttwistu.  e  sfrag^., 
voi    III,  pag.  160. 

È  tempo  ormai  di  far  giustizia  della  zecca  di  Loieto  e  ài  ra^i^ria 
defiiiinvamente  dal  novero  delle  zecche  italiane.  La  moneta,  che  do- 
vrebbe rappresentarla,  e  che  è  una  volgare  falsificazione,  fu  pubbli- 
cala dnlln  Schweitzer  in  quelle  sue  Notizie  peres^rine,  dove  sono  rac 
colti  altri  cinielii  dello  stesso  genere,  e  da  allora  venne  riprodotta  in 
tutte  le  bibliografìe. 

LUCO. 

De  P0irii  6'.,  Tesorelto  di  denari  lornesi  trovalo  in  Napoli  (Attt 
della  Regia  Accademia  di  Lettere  e  Belle  Arti.  Napoli,  1886). 

Cagiati  M.^  Le  monete  del  Re^nie  delle  Due  S.c,l»e,  tuscicoii;  VII, 
pag.  197-199. 

LUGANO  (vedi  Ticino). 

Gneccht  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  169-170. 

LUNL 

Olivieri  A.,  Della  zecca  e  delle  monete  battute  in  Luni  nel  medio 
evo  {Rivista  delia  num.  aut.  e  mod.  Asti,  vii.  I,   pag.  69-73,   t^v.  U,    §)• 

MARCiASO. 

Remedi  Angelo,  Un  otlavetto  della  manhesa  di   Ponzaneilo  e   Mar- 
ciaso  {Bull,  di  HHm.  itai.  Firenze,  anno  II,  1867-68,  pag.  4,  tav.  I,  3. 
Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliografìa  num.,  ecc.,  pag.   184, 

MARTINENGO. 

Idem,  idem,  pag.  184. 


522  E.    GNECCHI 


MASEG-RA  (vedi  Beccaria). 

Brambilla  Camillo,  Monete  di  Pavia.  J?'/,  1883,  pag.  335. 
Gnecchi  F.  ed  £"..  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  26-27. 

MEDOLE. 

Idem,  idem,  pag.  190. 

Schweiizer  F.y  Notizie  peregrine,  ecc.,  decade  III,  pag.  84. 

MELFI. 

Gnecchi  F,  ed  E.,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  190. 

METAURO. 

Idem,  idem,  pag.  200-aoT. 

MOLFETTA. 

«     Idem,  idem,  pag.  220-221. 

MONFERRATO  (vedi  casale). 
Idem,  idem,  pag.  226. 

MONTEFELTRO  (vedi  Urbino). 

Idem,  idem,  pag.  232. 

MONTE  SANTA  MARIA. 

'    Carli  G.  li  ,  Delle  monete  e  dell'istituzione  delle  zecche  d'Italia,  ecc. 
Mantova,  1754,  voi.  I,  pag.  215. 

Gnecchi  F.  ed  £.,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  232. 

MURANO. 

Idem,  idem,  pag.  234-235. 

NAPOLI  DI   ROMANIA. 

.Idem,  idem,- pag.  246. 

ÓRCIANO. 

Kuns  C,  11  Museo  Bottacin,  ecc.  {^Periodico  di  nuwis.  e  sfrag.,  vo- 
lume III,  pag.  35. 

Gnecchi  F.  ed  £".,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  257. 

PONZANELLO. 

Remedi  A.,  Un  ottavetto,  ecc.  (Bull,  di  nunt.  Hai.,  Firenze^  anno  II, 
pag.  4,  tav.  I,  3. 


LE   ZECCHE   ITALIANE  523 


ROCCA  CONTRADA  (vedi  arcevia). 

Anselmi  Anselmo^  Una  zecca  sconosciuta  {Bull,  di  num.  e  sfrag.. 
Camerino,  1887,  pag.  91-92. 

SAN  BENIGNO  DI  FRUTTUARIA  (vedi  montanaro). 

Promis  D.,  Monete  degli  Abati  di  S.  Benigno  di  Fruttuaria.  To' 
rino.  1870. 

SAN  GALGANO. 

Tonini,  Topogr.  delle  zecche  italiane,  pag.  57. 
Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  pag.  336. 

SAN  LERINO  (vedi  seborga). 

Rossi  Gerolamo,  La  zecca  di  Seborga  {Gazsetia  num.  di  Como, 
anno  I,  n.  4,  pag.  17-18). 

Idem,  idem,  Il  Principato  di  Seborga  e  la  sua  zecca  {Gazz.  num., 
anno  VI,  11.  4-5,  pag.  3B-40). 

SAVELLO. 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  345. 

SUTRI. 

Bramlnlia  C ,  Tremisse  inedito  al  nome  di  Desiderio  re  dei  Lon- 
gobardi. Pavia,  1888,  tìg. 

Jecklin  Fritz,  Il  rinvenimento  di  monete  longobarde  e  carolingie 
presso  Ilanz,  nel  Canton  de'  Grigioni.  dvidale  del  Friuli,  ìgo-],  pag.  14 
e  15,  tìg- 

TARANTO. 

Gnecchi  F.  ed  E ,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  374-375. 

TOLMEZZO  (vedi  aquileja). 

Muoni  D.,  Elenco  delle  zecche  d'4talia  dal  medio  evo  inaino  a  noi. 
Como,  1886,  in-8,  pag.  61. 

TORRE  DEL  GRECO. 

Cagiati  M.,  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie,  ecc.,  fase.  Vili, 
pag.  289-396. 

TORTOLI. 

Gnecchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliogr.  num.,  ecc.,  pag.  384. 

TRINO. 

Idem,  idem,  pag.  393. 


fc54  E-    «NECCHl 


VALDITARO  (vedi  bardi  e  compiano). 

Gnetchi  F.  ed  E.,  Saggio  di  Bibliografia,  eccu,  pag.  396. 

VALLETTA  (vedi  malta). 

Idem,  idetn,  pag.  396. 

VIGEVANO  (vedi  mesocco). 

Mazzuchelli  Pietro,  Intomiazione  sopra  le  zecche  e  le  monete  di 
G.  G.  Trivulzio,  marchese  di  Vigevano,  ecc.  (Rosmini,  dcW  Istoria  'in- 
torno alle  inilitari  impresi  'e  alla  Vita  di  G.  G.  TrivìtlSìo,  Milano,  1815, 
in-4,  tomo  11,  pag.  345-380,  con  4  tavole). 

Gnecv/ii  F.  ed  E.,  Le  monete  dei  Trivulzio.  Milano,  1887,  in-4  ('^o" 
8  tavole). 


Riassunto  generale. 

Zecche  italiane N.  267 

„  ,,         piobabili >      87 

^  „         apocrife  ....      „      46 

E.    XjNfeCCHl. 


UN  TORNESE  INEDITO  DI  RENATO  D'ANGIÒ 


Dopo  le  pubblicazioni  del  Pansa  ">,  del  Sam- 
bon  <2)  e  del  Cagiati  <3)  sui  tornesi  di  Renato  d'Angiò, 
per  Sulmona,  si  è  ritenuto  che  gli  unici  esemplari 
esistenti  fossero  soltanto  i  seguenti  : 

1.  y  RENATVS    D    G  •  REX  Croce  in  circolo  di  perline. 
ì^    —   •  DE  •  SVLMONA  •  1    Castello  sormontato  da  un  giglio. 

Museo  di  Brescia  (4). 

2.  J  '    —  *  RENATVS  •  D  •  G  •  R  •  simile  al  precedente. 
I^    —  DE  •  SVLiyiOWA  •  I  simile  al  precedente. 

Collezione  Saiitboo. 

Ora,  invece,  un  terzo  tipo  di  tornese  sulmonese, 
pure  di  Renato  d'Angiò,  è  stato  da  me  scoperto,  ed 
è  entrato  nella  piccola  collezione  del  Museo  di  Pie- 
dimonte.  Esso  è  sconosciuto  ai  numismatici,  e  manca 
in  tutte  le  collezioni,  non  esclusa  quella  di  Sua 
Maestà  il  Re. 


(i)  Cfr.  G.  Pansa.  Saggio  Ut  una  bibliografia  della  zecca  medioevale 
degli  Abruzzi  in  Supplemento  all'opera  :  Le  Monek  del  Reaute  delle  Due 
Sicilie  a  cura  di  M.  Cagiati,  anno  JII,  n.  3-4. 

(2)  Cfr.  A.  Sambon,  Le  mone/e  di  Renalo  ifAngio  coniale  nel  Reame 
di  Napoli  in  Suppl.  cit..  anno  IV,  n.  i. 

(3)  Cir.  M.  Cagiati,  Le  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie  da  Carlo  I 
d'Angiò  a   anturio  Emattntk  li,  fase.  VHI,  Napoli,  I916. 

(4)  L'esemplare  venne  scoperto  dal  sig.  dott.  Prospero  Rizzini, 
Direttore  del  Museo  di  Brescia,  come  assicura  il  Pansa. 


526       R.   MARROCCO    —    UN   TORNEbE   INEDITO   DI   RENATO   d'aNGIÒ 

Eccone  l' indicazione  : 

/B'  —  •  RENATVS  *  •  REX  simile  al  precedente. 
R)    —  •  DE  •  SVLMONA  •  I  simile  al  precedente. 

Come  si  vede,  la  leggenda  nel  diritto  del  tor- 
nese  da  me  scoperto,  varia  da  quelle  degli  altri  due 
oltre  pel  fatto  che  la  crocetta  non  precede  il  nome 
di  Renato  —  come  nell'esemplare  del  Sambon  — 
ma  perchè  nella  leggenda  stessa  mancano  le  lettere 
D  •  G  •  {Dei  Gratta),  che  sono  negli  esemplari  cono- 
sciuti. Nel  rovescio,  poi,  della  moneta  conservata  a 
Piedimonte,  va  notata  un'altra  variante,  che  ha  anche 
particolare  interesse,  e  cioè  mentre  sotto  la  base  del 
triangolo  simboleggiante  il  Castello  vi  sono  —  negli 
indicati  tornesi  —  tre  piccolissimi  cerchietti:  uno  al 
centro  e  gli  altri  due  sotto  gli  angoli  opposti,  nel 
nostro  tornese,  invece,  i  cerchietti  sono  soltanto  due, 
posti  sotto  i  rispettivi  angoli  della  base. 

La  scoperta,  intanto,  di  questo  nuovo  tornese 
di  Renato  d'Angiò,  per  la  zecca  di  Sulmona,  ha,  se- 
condo me,  non  poca  importanza  storico-scientifica, 
perchè  ritengo  che  il  medesimo  sia  stato  il  primo 
della  ristretta  serie  sulmonese,  appunto  per  la  man- 
canza delle  lettere  D  •  G  -,  innanzi  citata,  le  quali  sa- 
rebbero state  aggiunte  soltanto  nella  successiva  co- 
niazione, quando  cioè  Renato  d'Angiò  volle  —  usan- 
dole —  indicare  l'origine  della  sua  sovranità  per 
favore  divino. 

Piedimonte  d'Alife. 

Raffaello  Marrocco. 


La  Zecca  di  Trìpoli  d^Occidente 

sotto  il  dominio  dei  Caramanli 


In  una  recensione  dell'opera  di  M/  Valentine  <*), 
pubblicata  nel  2.*'  fascicolo  di  questa  Rivista,  ab- 
biamo fatto  qualche  accenno  alla  monetazione  della 
Reggenza  di  Tripoli  sotto  gli  ultimi  principi  Cara- 
manli ed  alla  ripercussione  che  su  di  essa  ebbero 
gli  avvenimenti  storici  e  le  condizioni  particolari  in 
cui  la  Reggenza  ebbe  a  trovarsi  negli  anni  che  pre- 
cedettero la  restaurazione  ottomana  Avendo  avuto, 
in  seguito,  l'opportunità  di  raccogliere  dà  documenti 
inediti  e  precisamente  dai  registri  dei  rapporti  con- 
solari o  di  corrispondenza  dell'epoca,  esistenti  nel- 
l'archivio di  questo  Castello  e  da  altri  scritti,  anche 
inediti,  altre  notizie  dettagliate  ed  importanti  sul- 
l'argomento, riteniamo  opportuno  ritornare  sulle  ca- 
ratteristiche della  monetazione  tripolina  dei  Cara- 
manli, mantenendoci  per  ora  sulle  linee  generali  e 
facendo  ricorso  con  una  certa  frequenza  (che  spe- 
riamo non  sembrerà  eccessiva  trattandosi  di  storia 
poco  nota  e  particolarmente  interessante  per  noi 
italiani)  alla  storia  della  regione,  nel  periodo  preso 
in  esame. 


I)  \V.  H.  Valentine,    Modern    Copper    Coins   of  the  Muhammadan 
Sintfs.  London,  igii. 


528  GUfDO    CIMINO 


Per  quanto  sia  scritto  nel  «  Libro  Vecchio  »  re- 
datto dai  Prefetti  Apostolici  della  Missione  France- 
scana (^)  che  «  l'anno  1709,  la  sera  del  21  ottobre 
«  incominciò  la  ribellione  di  Tripoli  contro  Khalil 
«  Pascià  e  durò  sino  ai  30  detto  »,  il  periodo  dal 
1709  al  171 1  non  è  preso  in  esame  negli  annali  della 
Tripolitania  del  Feraud  f^)  e  nelle  memorie  del  rab- 
bino Abram  Chalfun  (3)  che  sono  concordi  nell'atte- 
stare  che  solo  nel  171 1  Ahmed  Caramanli,  capo 
della  cavalleria  ottomana,  si  fece  proclamare  Pascià 
di  Tripoli,  riuscendo,  con  molti  doni  e  dopo  fiera 
strage  di  capi  ostili,  a  farsi  riconoscere  anche  dal 
sultano  Ahmed  III  U).  E  poiché  l'anno  1711,  col  quale 
quindi  si  deve  ritenere  iniziata  a  Tripoli  la  domina- 
zione della  famiglia  dei  Caramanli,  corrisponde  al- 
l'anno 1123  dell'Egira,  possiamo  cominciare  coiraf- 
lermare  che  la  monetazione  della  prima  dominazione 
turca  si  chiude  (in  base  agli  elementi  finora  posse- 
duti) e  per  quanto  riguarda  il  rame,  col  tipo  de- 
scritto dal  Valentine  ai  nn.  19  e  20  e  al  n.  3  che, 
come  abbiamo  visto  nel  precedente  articolo,  è  stato 
erroneamente  assegnato  ad  Ahmed  i.  Il  quale  tipo, 
nel  gran  numero  di  varietà  possedute  dallo  scri- 
vente, porta  sempre  la  data  1115  dell' E.  che  è  la 
data  di  assunzione  al  trono  di  Ahmed  III  e  deve  ri- 
tenersi anche  data  di  coniazione,  non  essendo  an- 
cora usato  il  sistema  al  quale  abbiamo  già  accen- 
nato, di  segnare  cioè  l'anno  di  assunzione  al   trono 


(i)  Ricopiato  dall'originale  manoscritto  dal   P.  Costanzo  Bergna  di 
Cantù  nello  scorso  anno  1915  e  gentilmente  concessoci  in  lettura. 
(a)  Pubblicati  nella  Revue  Afrkaine.  e  già  citali. 

(3)  Citate  nel  precedente  articolo. 

(4)  Si  ritiene  che  la  differenza  di  date  non  inficii  l'attendibilità  delle 
due  ultime  fonti,  giacché  la  rivolta  alla  quale  accenna  il  "  Libro  vec- 
chio „  seuìbra  sia  stato  un  movimento  diverso  da  quello  che  pose 
Ahmed  Caramanli  a  capo  del  Paese. 


LA    ZECCA    DI    TRIPOLI    D  OCCIDENTE  529 

sul  diritto  e  l'anno  di  regno  sul  rovescio.  Il  primo 
tipo  posteriore  all'anno  1711,  da  potersi  assegnare 
quindi  alla  nuova  dominazione  dei  Caramanli  è,  pel 
rame,  quello  da  noi  già  descritto,  che  porta  nei  tre 
segmenti  di  cerchio  tracciati  intorno  ad  un  triangolo 
la  data  11 34  corrispondente  all'anno  1721.  E,  per 
ora,  pare  sia  l'unico  tipo  fatto  coniare  nel  rame  da 
Ahmed  Caramanli.  Non  si  conoscono  monete  d'ar- 
gento o  d'oro. 

Ad  Ahmed  Caramanli  che,  secondo  quanto  scrive 
il  Feraud,  si  tolse  la  vita  il  4  novembre  1745  per 
aver  perduta  la  vista,  successe  il  figlio  Mohammed 
che  rimase  al  potere  circa  10  anni,  dal  1745  al  1754 
(1157-1168  a.  H.),  e  sotto  il  quale  la  pirateria  co- 
miiìciò  a  prendere  quello  sviluppo  che  ebbe  a  pro- 
vocare di  tanto  in  tanto  l'intervento  delle  navi  euro- 
pee nella  rada  di  Tripoli.  Non  si  conoscono  monete 
coniate  in  questo  periodo. 

11  24  luglio  1754  muore  Mohammed  Caramanli 
e  gli  succede  il  primogenito  Ali,  uomo  di  debole 
carattere  che  non  riesce  ad  esercitare  alcuna  auto- 
rità per  dirimere  le  beghe  e  le  contese  sorte  tra  i 
suoi  tre  figliuoli:  Hassen,  il  bey.  Ahmed  e  lusuf,  i 
quali  subiscono  invece  l'autorità  della  madre  Leila 
Halluma  o  Leila  Chebira  (la  signora  grande,  come 
popolarmente  veniva  designata),  donna  di  grande 
prestigio  e  fermezza  che  ci  vien  fatta  conost:ere  nella 
sua  vita  più  intima  e  nelle  sue  relazioni  con  il  nu- 
meroso stuolo  di  principi  e  principesse  dimoranti  nel 
Castello,  da  una  dama  inglese,  la  cognata  del  con- 
sole britannico  dell'epoca  fO,  in  uno  scritto  pieno  tli 
attrattive  e  di  notizie  preziose  *2).   \\  pascialato  di  Ah 


(1)  Lady  Mary  Wortlhey,  cognata  del  console  Richard  Tully. 

(2)  II  libro  è  intitolato  :   Tripoli  au  XyUl  sifc/e  -  Sociétécfes  éditions 
Louis  Michaud.  Paris. 

«7 


S^O  GUmo   CIMINO 


fu  un  periodo  di  torbidi  politici  e  di  discordie  inte- 
stine.   Nell'anno    1790,    il    20    luglio    (1204  dell*  E.) 
lusuf,  terzogenito  del  Pascià,  uccide   con    due   colpi 
di  pistola,  in  presenza  della  madre,  il  primogenito  e 
cioè  il  be}^  Hassen,  ed  ancora  oggi  la  tradizione  ac- 
cenna a  questo  delitto  che  provocò  fiere  lotte  tra  il 
principe  ribelle    appoggiato    da    una    parte    del   po- 
polo  e  le  truppe  che  ubbidivano  al  fratello  Ahmed, 
proclamato  be}^  ed  al  vecchio  Pascià  Ali.  La  mone- 
tazione di  rame  durante  i  40  anni    che    vanno    dal- 
l'assunzione di  Ali  Caramanli  all'anno  in  cui  si  rese 
padrone  di  Tripoli  Ah  Borghul,  comprende  vari  tipi 
con  numerose  varietà,    coniati    col    nome  di  sultani 
diversi  e  precisamente:  Othman  III  <^"  (1168-T171  a. 
H.;  1754-T757  a.  d.)  ;  Mustafà  III  (1171-1187  a.  H.; 
1757-1773  a.  d.)  ;  Abdul  Hamid  I  (1187-1203  a.  H.; 
1773-1788  a.  d.)  e  Selim  III  (1203-1222  a.  H.;  1788- 
T807  a.  d.).  Si  conoscono  monete  di  argento  (la  lega 
è  diventata  già  molto  bassa)  coniate    in    questo   pe- 
riodo col  nome  di  Mustafà  III  (datate  1173),  di  Abdul 
Hamid  I  (datate  1188)  e  di   Selim  III    (datate  1203). 
Un  solo  tipo  di  monete  d'oro  (il  mahbub  =  a  4  lire 
circa),  coniato    col    nome    di    Abdul  Hamid  I  e  da- 
tato 1187. 

Approfittando  del  disordine  regnante  nella  Reg- 
genza, il  29  luglio  1793  (1207  deirE.)  giunse  con 
una  squadra  a  Tripoli,  dichiarandosi  inviato  dal  sul- 
tano per  ristabilire  l'ordine  ed  insediarvisi  come 
Pascià,  Ah  Aghà  o  Borghul  Gurgi  (nello  scritto  di 
lad}^  Wortlhey  è  indicato  col  nome  di  Ali  ben  Zoul), 
capitano  della  marineria  di  Algeri.  I  Caramanli  fug- 
girono, ma  accortisi  più  tardi  della  falsità  del  fir- 
mano e  riconciliatisi  tra  di  loro,  assediarono  la  città 


(1)  Col  nome  di  questo  sultano  si  conosce    una    sola    monetina  de- 
scritta dal  Valentine  al  n.  22. 


LA    ZECCA    DI    TRIPOLI    D  OCCIDENTE  53I 


per  14  mesi  provocando  una  grave  carestia  (').  Il 
29  agosto  1794  (1209  dell'E.)  Ali  Aghà  vinse  i  due 
fratelli  Caramanli  e  questi  furono  costretti  rifugiarsi 
a  Tunisi  ove  li  aveva  preceduti  il  vecchio  padre 
Ali.  L'usurpatore  regnò  a  Tripoli  «  da  vero  tiranno 
«  crudele  '^2)  „  fino  al  19  gennaio  1795  (1209  dell'E.), 
fino  a  quando,  cioè,  una  flotta  tunisina  sollecitata 
dal  vecchio  Pascià  ed  un  esercito  forte  di  60  mila 
uomini  a  disposizione  dei  due  fratelli  Caramanli,  non 
lo  costrinsero  a  fuggire  di  notte  «  con  50  mila  dia- 
u  voli  n  '3>  dopo  una  strage  di  ostaggi  e  di  altri  cit- 
tadini. Gli  ebrei  che  erano  stati  particolarmente  an- 
gariati ne  celebrarono  la  fuga  ed  istituirono  una 
festa,  il  29  Tebat,  nell'anniversario. 

Nell'articolo  precedente  scrivemmo  che  non  si 
possedevano  elementi  per  affermare  con  sicurezza 
che  durante  questo  periodo  straordinario  fosse  stata 
coniata  moneta  da  Borghul  Gurgi  a  Tripoli.  Nel 
Libro  vecchio  della  Missione  Francescana  abbiamo, 
posteriormente,  trovato  annotato  a  questo  riguardo: 
«  In  questo  tempo  che  il  perfido  Ali  Pascià  gover- 
«  nava  questa  Reggenza  che  durò  dopo  la  partenza 
u  del  legittimo  '4)  4  altri  mesi  e  giorni  20,  si  pose 
il  a  cuniare  nuova  moneta  ».  Ora  esaminando  atten- 
tamente il  materiale  da  noi  finora  raccolto,  sebbene 
non  si  trovi  alcuna  moneta  che  porti  una  data  com- 
presa tra  il  1207  (29  luglio  1793)  e  il  1209  (19  gen- 
naio 1795),  periodo  di  dominazione  di  Ali  Borghul, 
si  nota  tra  le  monete  che  sono  state  coniate  a  Tri- 
poli col  nome  di  Selim  III  e  con  la  data  1203,  sia 
di  rame  che  d'argento,  che  alcune,  pur  conservando 


(1)  Libro  vecchio  della  Missione  Francescana  già  citato. 

(2)  Memorie  di  Abram  Chalfun  già  citate. 

(3)  Libro  vecchio  già  citato. 

(4)  Intendi  dopo  la  partenza  per  Tunisi   del    bey    legittimo  Ahmed 
Caramanli,  sconfitto  dall'usurpatore. 


532  GUIDO   CIMINO 


il  tipo  delle  altre  coniate  nella  stessa  data,  si  distin- 
guono per  la  forma  della  scrittura  e  per  il  fatto  che 

il  sin  1^1  della  parola  (^^i^^t  (Tarabulus)    è   scritto 

nella  forma  corsiva  (scrittura  ruq'ah)  senza  denti. 

Senza  volerlo  dare  come  certo,  è  lecito  supporre 
che  questi  esemplari  appartengano  alla  monetazione 
del  tiranno  di  Tripoli.  Ne  è  di  ostacolo  la  conside- 
razione che  (secondo  quanto  si  fece  osservare  nel 
precedente  articolo)  durante  il  sultanato  di  Selim  III 
non  era  generalizzato  l'uso  di  indicare  sempre  sulle 
monete  la  data  di  assunzione  al  trono  del  sultano, 
perchè  se,  come  scrivemmo,  tale  sistema  non  costi- 
tuiva allora  una  regola  assoluta,  era  qualche  volta 
usato.  Ora  può  ben  darsi  che  Ali  Borghul  lo  abbia 
adottato  trascurando  di  segnare  l'anno  di  regno.  Se 
cosi  non  fosse,  si  dovrebbe  ammettere,  volendo  pre- 
star fede  all'annotazione  del  Libro  vecchio,  che  nes- 
suna moneta  del  tiranno  ci  sia  capitata  nelle  ninni 
tra  il  migliaio  circa  di  esemplari  esaminati.  Un'altra 
ragione  che  sembra  sia  favorevole  alla  nostra  indu- 
zione è  che  sulla  monetazione  d'argento  la  quale 
presenta  le  caratteristiche  accennate  si  trova  per  la 

prima  volta  la  formula  4.v.lu  m\:  (dama  mulkah)^^)  so- 
stituita a  quella  »^vai  jc-  (azza  nasrah)  (2)    che    figura 

nelle  monete  d'argento  di  Ah  Caramanli  coniate  col 
nome  di  Abdul  Hamid  le  quali  sono  quindi  quelle 
immediatamente  precedenti  nell'ordine  cronologico. 
Tale  cambiamento  di  formula  potrebbe  essere  indice 
di  cambiamento  di  governo.  La  stessa  formula  si 
ritrova,  come  vedremo  nelle   monete    d'argento    co- 


(i)  Che  significa:  [L)ioJ  faccia  duratui»)  il  suo  regiK»  e  corrisponde 
all'altra  frequcnlciiieute  usata  nella  niunetazìone  ottomana  :  kféallada 
mtilka/i,  [Iddio]  renda  perpetuo  il  suo  regno. 

(2)  Che  significa:  [UioJ  faccia  gloriose  le  sue  vittorie. 


LA    ZECCA    DI    TRIPOLI   D  OCCIDENTE  533 

niate  da  lusuf  Pascià  subito  dopo  Tespulsione  di  Ali 
Borghul,  ma  soltanto  nelle  primissime  coniate  nel- 
l'anno 12IO  (nelle  quali  per  altro  il  sin  riprende 
la  sua  antica  forma),  giacche  viene  posteriormente 
abbandonata    e    sostituita    dall'altra    più    generale  : 

^\ÌÀJ^       ^\       ^vLU>       ^,^*J\      jUUj      ^^,jJ\       ^;jlU- 

(sultàn  al  barrain  wa  kha  qàn  al  bahrain  al  sultàn 
ibn  al  sultàn)  <0. 

Il  di  II  giugno  1795,  è  scritto  nel  citato  libro 
della  Missione  Francescana,  due  ore  dopo  mezzo- 
giorno, essendo  Sidi  Ahmed  Caramanli  uscito  col 
figlio  per  la  Menscia  (campagna),  il  fratello  lusuf 
fece  serrare  le  porte,  s'impadronì  del  Castello  e  si 
fece  Pascià.  Ahmed  Caramanli,  temendo  di  essere 
ucciso  come  il  fratello  Hassan,  se  ne  fuggì  riuscendo 
dopo  avventuroso  viaggio  a  rifugiarsi  a  Malta  e  poi 
a  Tunisi.  Il  nuovo  Pascià  che  tenne  la  Reggenza 
dal  1795  al  1832  (1210-1248  dell' E.)  fu.  come  si 
disse,  il  più  popolare  principe  della  famiglia  Cara- 
manli. «  Uomo  non  dico  crudele,  ma  testardo,  al- 
«  tiero  e  superbo  che  non  porta  rispetto  ne  a  Con- 
«<  sóli  ne  a  potenze  italiane  ne  europee  »  è  scritto 
nel  libro  della  Missione  Francescana  :  «  violento, 
«  energico,  attivo  »  lo  descrivono  le  Memorie  del 
rabbino  Abram  Chalfun. 

Non  è  questo  il  luogo  di  tracciare  la  storia  in- 
teressante di  questo  periodo  ;  possiamo,  per  altro, 
affermare,  sintetizzando,  che  mentre  nei  primi  anni 
il  tenore  della  vita  nella  Reggenza  fu  piuttosto  ele- 
vato e  nella  Corte  vi  fu  anche  del  fasto  essendo 
cospicue  le  rendite  dovute  alla  pirateria,  ai  balzelli 
ed  ai  monopoli  dei  generi    di    prima    necessità    (ap- 


(I)  Che  significa:  Sultano  dei  due  continenti,  kha  qan  dei  due  mari, 
sultano  figlio  di  sultano. 


534  GUIDO   CIMINO 


palti)  che  si  cedevano  dal  Principe  ai  privati  mercè 
il  pagamento  di  forti  somme,  negli  ultimi  vent'anni 
ai  torbidi  politici  ed  alla  graduale  cessazione  forzata 
della  pirateria  corrispose  un  impoverimento  generale 
che  non  risparmiò  la  Corte,  costretta  per  questo  a 
ricorrere  a  numerosi  prestiti  presso  le  varie  potenze 
europee  ed  i  privati,  nonché  ad  alcuni  espedienti 
tra  i  quali  interessanti  per  noi  quelli  relativi  alla 
monetazione. 

Le  prime  monete  d'argento  coniate  da  lusuf 
Pascià  sono  senza  dubbio  quelle  che  portano  la  data 
I2IO  (anno  che  comincia  il  i8  luglio  1795).  Esse 
poco  si  discostano,  nel  tipo,  da  quelle  che  abbiamo 
visto  potersi  attribuire  ad  Ah  Borghul  e  sono  di 
poco  superiori  a  quest'ultime  per  quantità  di  metallo 
nobile.  Conservano  nel  diritto  la  stessa  leggenda 
che  più  non  si  ripete  negli  anni  successivi,  e,  nel 
rovescio,  ad  eccezione  della  data  e  della  forma  della 
scrittura,  nulla  presentano  di  nuovo.  Solo  il  sin  della 
parola  Tarabulus  riprende,  come  s'è  detto,  la  forma 
normale  usata  in  tutte  le  altre  monete  dei  Caramanli. 

Una  ventina  d'anni  dopo  si  comincia  già  a  tro- 
vare nei  documenti  ufficiali  (mancano  quelli  di  data 
anteriore)  un  esplicito  accenno  alla  decadenza  della 
monetazione  d'argento  e  di  quella  di  rame.  In  una 
relazione  del  console  del  re  di  Sardegna  <'>,  del  31 
dicembre  1818  si  legge  :  «  I  generi  d' importazione 
«  potrebbero  essere  di  maggiore  conseguenza  di 
«  quello  che  sono,  ma  la  moneta  locale,  senza  verun 
«  corso  fuori  del  regno,  deve  necessariamente  sta- 
rt bihre  una  specie  di  equiHbrio  tra  l'importazione 
«  e  l'esportazione  ».  Il  che  viene  confermato  in  una 
lettera  del  5  novembre  1819  al  Presidente  capo  del- 


(i)  Registro  della  corrispondenza  col  Ministro  di  Guerra  e  Marina 
e  col  Presidente  capo  dell'Ammiragliato,  dal  2  novembre  1816  al  2 
aprile  1830. 


LA    ZECCA    DI    TRIPOLI    D  OCCIDENTE  535 

l'Ammiragliato  :  «  questa  piazza  è  ormai  rovinata  in 
«  materia  di  commercio  a  motivo  della  moneta  di 
«  rame  senza  verun  corso  fuori  di  questa  Reggenza  ». 
11  1824  (1239  dell' E.)  il  bisogno  di  denaro  era  ur- 
gente. Dal  registro  dei  rapporti  dello  stesso  console 
sardo  si  rileva  come  lusuf  Pascià  sollecitasse  dal 
re  di  Sardegna  un  prestito  di  loo  mila  colonnati  di 
Spagna.  Il  console  trasmetteva,  il  27  aprile  di  quel- 
l'anno, la  proposta  con  le  seguenti  considerazioni  : 
«  11  Pascià  ha  bisogno  di  una  tal  somma  per  dar 
"  corso  all'operazione  che  si  propone  di  fare  onde 
«  stabilire  il  corso  di  sua  moneta,  il  di  cui  valore, 
«  da  sei  mesi  a  questa  parte,  è  diminuito  della  metà, 
«  correndo  dapprima  il  pezzo  Collonato  [sic]  a 
u  Reali  ('^'>  sei,  ossia  piastre  di  questo  paese  che  sono 
«  di  Billione  [Biglione]  e  si  è  al  presente  elevato 
«  fino  a  dodici  ».  11  console  spiega  che  ciò  era  de- 
rivato dalla  necessità  di  provvedersi  di  cereali  al- 
l'estero, in  seguito  a  che  tutto  il  numerario  d'argento 
e  d'oro  (compresa  la  moneta  estera  di  buona  lega  e 
cioè  colonnati  o  pezzi  duri  di  Spagna  e  mahbub 
turchi)  u  se  n'era  sortito  »,  e  dalla  necessità  di  prov- 
vedere ad  un  nuovo  armamento,  ma  che  si  aveva 
speranza  di  rialzare  il  corso  della  moneta  locale, 
mercè  un'ubertosa  raccolta  in  vista.  In  data  30  lu- 
glio 1826,  poi,  lo  stesso  console  accenna,  in  una 
lettera,  alla  «   alterazione  della  moneta   ». 

Questo  stato  di  cose  si  aggrava  allorché  scoppia 
la  rivolta  degli  abitanti  della  Menscia,  capitanati  dal 
nipote  ex  figlio  di  lusuf  Pascià,  Sidi  Mohammed,  fi- 
gliuolo di  Otman  che  si  era  rifugiato  ed  era  morto 
in  Egitto.  Tale  lotta,  le  cui  vicende  si  possono    se- 


(i)  Queste  piastre  erano  dette  Real  oppure  Real  sibilia  ed  equiva- 
levano a  due  sibilie  (sibilitin).  La  sibilia  (ancor  oggi  si  usa  tra  gli  indi- 
geni questa  voce  nei  conteggi)  valeva  60  centesimi. 


536  GUIDO    CIMINO 


guire  nei  registri  esistenti  nell'archivio  di  questo 
Castello,  si  inizia  nei  primi  del  1832  (1247  dell' E.) 
e  non  ha  fine  che  il  26  maggio  1835  (1251  dell'E.) 
quando  cioè  interviene  nel  conflitto  la  Porta.  Negeb 
Pascià  riesce,  mediante  il  noto  stratagemma,  ad  as- 
sicurarsi il  bey  di  Tripoli,  Ah,  terzogenito  del  Pascià 
(a  favore  del  quale  il  vecchio  lusuf,  in  istato  di  de- 
menza, aveva  abdicato  il  io  agosto  1832  nella  spe- 
ranza di  por  fine  alla  lotta)  e  la  dominazione  diretta 
del  sultano  di  Costantinopoli  sulla  regione  viene  re- 
staurata. Durante  questi  tre  anni  la  carestia  piti  acuta 
affligge  la  popolazione  della  città  la  quale  è  bloccata 
dalla  parte  di  terra  dalle  truppe  di  Sidi  Mohammed 
e,  negli  ultimi  tempi,  anche  dalla  parte  del  mare, 
tirando  i  mortai  dei  rivoltosi  sui  bastimenti  che  la 
rifornivano. 

Il  25  febbraio  1832  il  console  G.  Rossoni  del 
Granducato  di  Toscana  scrive  <^i)  :  «  La  moneta  del 
«  paese  viene  ad  essere  totalmente  screditata,  che 
«  neppure  24  ore  dopo  sortita  rimane  nel  suo  va- 
«  lore  pubblicato  e  non  fa  nuUameno  di  differenza 
«  sul  momento  che  di  50  a  70  per  cento  di  ribasso. 
«  Il  Pascià,  trovandosi  nella  più  stretta  necessità  di 
«  pecunia,  con  la  maggior  parte  degli  arabi  rivoltati 
«  contro  di  lui,  senza  poterli  sottomettere  ;  indebi- 
«  tato  da  ogni  parte  senza  risorse  di  sorta  alcuna, 
«  per  non  volere  attendere  a  coltivare  le  sue  vaste 
«  terre,  ed  essendo  evidente  che  Egli  non  può  più 
«  attrarre  qualche  sollievo  col  mezzo  della  sua  zecca, 
«  come  ha  avuto  da  più  anni,  si  è  ridotto  a  ven- 
«  dere  sino  li  suoi  pochi  cannoni  di  bronzo,  ma 
«  questo  non  servendole  che  per  il  momento,  à  ri- 
«  chiesto  noi  Consoli  al  Castello  perchè  gli  dessimo 
«  un  parere  come  poteva  fare  per    far    circolare  la 


(i)  Copialettere  (18JI-1836)  del  Consolato  del  Granducato  di  Toscana. 


LA    2ECCA    DI    TRIPOLI    d'oCCi DENTE  53/ 


u  sua  cattiva  moneta;  ed  essendo  andati  e  rispostoli 
u  ad  una  voce  che  formasse  una  Banca  ove  potersi 
«  cambiare  la  medesima  alla  stessa  valuta  da  lui 
«  proclamata  con  altra  buona  di  argento  estera,  ne 
«  lasciò  l'incombenza  ai  detti  Consoli  che  se  vi  erano 
«  degli  Europei  che  volessero  assumere  l' impresa 
u  di  detta  Hanca  gliene  facessero  il  progetto,  quale 
«  fu  fatto,  e  che  era  il  più  [sic]  migliore  che  mai 
«  si  potesse  dare,  non  solo  per  stabilire  il  credito 
u  della  moneta  locale,  ma  che  avrebbe  rianimato 
«  nell'istante  il  commercio  in  generale  in  questa 
«  Reggenza  di  cui  ne  ha  tanto  bisogno  per  solle- 
«  vare  il  suo  popolo  che  parimenti  si  ritrova  op- 
«  presso  nella  più  estrema  miseria;  mail  Hascià  ha 
«  rifiutato  detto  progetto  non  tanto  per  riguardo 
«  della  Zecca,  che  non  sarebbe  stato  più  in  suo  po- 
«  tere  di  fabbricare  moneta,  almeno  per  quel  dato 
«  tempo  che  detto  Bascià  avrebbe  sussistito,  ma 
u  perchè  non  gli  rendeva  che  piccola  utilità.  Per 
«  altro  Egli  bisogna  che  procuri  altri  mezzi  per  vi- 
«  vere  se  non  vuole  avere  una  rivoluzione  anche  in 
«  Città,  che  poco  vi  manca.  Tale  è  lo  stato  in  cui 
u  ci  troviamo,  che  Dio  ce  la  mandi  buona  ». 

Da  queste  notizie  ben  si  comprende  quale  po- 
tesse essere  la  qualità  delle  monete  fatte  coniare  in 
quegli  anni.  Abbiamo  accennato,  nel  precedente  ar- 
ticolo, all'episodio  dell'ebreo  che  era  stato  punito  dal 
Pascià  per  essersi  rifiutato  di  ricevere  la  moneta  da 
lui  emessa.  É  interessante  conoscerlo  per  intero  come 
ci  viene  narrato  dallo  Slousch  che  lo  ha  ricavato 
dalle  memorie  del  rabbino  Abram  Chalfun.  «  Dopo 
«  l'abolizione  definitiva  della  pirateria  lusuf  Pascià 
«  si  trovò  a  corto  di  risorse.  Fu  allora  che  egli  ri- 
«  corse  ad  un  sistema  che  è  ancora  caro  ai  sovrani 
«  marocchini.  Fece  coniare  della  moneta  di  bassa 
«  quaHtà  che  egli  emetteva  al  corso  del  prezzo  delle 

68 


53^  GUIDO   CIMINO 


«  monete  di  argento  puro.  Inoltre  appena  la  nuova 
«  moneta  era  messa  in  circolazione,  egli  si  affrettava 
u  a  metterla  fuori  corso,  allo  scopo  di  sostituirla 
«  con  una  nuova  moneta  di  qualità  ancora  più  bassa. 
«  Fu  così  che  dal  febbraio  1829  (1244  dell'  E.)  al 
ti  giugno  del  1832  (1248  dell' E.)  fu  cambiata  la  qua- 
«  lità  della  moneta  11  volte.  Naturalmente  i  sudditi 
«  degli  Stati  stranieri  si  rifiutavano  di  accettare  la 
«  moneta  al  prezzo  ufficiale,  ma  i  sudditi  del  Pascià 
"  erano  costretti  ad  accettarla  sotto  pena  di  morte. 
«  Un  venerdì  del  mese  di  luglio  1831  (1247  dell'E.) 
li  un  fruttivendolo  ebreo,  tale  Inda  Arbib,  si  rifiutò 
u  di  vendere  la  sua  mercanzia,  avendo  saputo  che 
«  un  ordine  beylicale  dichiarava  fuori  uso  le  monete 
«  messe  in  circolazione  qualche  settimana  prima, 
«  fino  alla  domenica  successiva,  giorno  di  emissione 
il  della  nuova.  Il  fruttivendolo  fu  arrestato,  legato 
«  e  coperto  di  miele  perchè  fosse  assalito  dalle 
«  mosche.  Un  suddito  inglese  Mordkai  Angelo  lo 
«  slegò  e  perorò  la  causa  del  disgraziato  presso 
«  il  Pascià  ». 

Un  altro  fatto,  degno  di  nota  e  riguardante  pure 
la  monetazione  d'argento,  del  quale,  per  altro,  la 
scarsezza  degli  esemplari  posseduti  non  permette  di 
dare  una  spiegazione  sicura,  è  che  oltre  alle  mo- 
nete le  quali  sono  state  dorate  evidentemente  per 
desiderio  delle  donne  indigene  che  le  hanno  portate 
al  collo  (^>,  se  ne  trovano  alcune,  placcate  in  oro.  le 
quali  per  la  dimensione,  per  la  scrittura  circolare 
simile  a  quella  delle  monete  d'oro  dell'epoca  coniate 
a  Costantinopoli  e  mai  usata  nelle  monete  d'argento, 
fanno  pensare  ad  una  falsificazione  di  Stato,  special- 
mente perchè  esse  risultano  coniate   nell'anno    1243 


(i)  Accanto  ad  esse,  infatti,  si  trovano  quelle   di   tipo  identico  non 
dorate. 


LA   ZECCA   DI   TRIPOLI   D  OCCIDENTE  539 


dell'Egira  (1827  a.  d.),  quando  cioè  la  crisi  economica 
della  Reggenza  aveva  raggiunto  quel  grado  di  cui 
scrive  il  console  sardo  a  proposito  del  prestito  che 
il  Pascià  desiderava  contrarre  col  Regno  di  Sardegna, 
e  quando  lo  stesso  console  accenna  (30  luglio  1826), 
come  abbiamo  visto,  ad  una  «  alterazione  »  della 
moneta. 

Gli  esemplari  della  monetazione  aurea  di  tutta 
l'epoca  del  dominio  dei  Caramanli  sono  assai  rari 
probabilmente  perchè  esportati  nei  tempi  fortunosi 
ai  quali  abbiamo  accennato  ed  impiegati,  posterior- 
mente, a  sostituire  la  materia  prima  per  la  fabbri- 
cazione locale  degli  oggetti  di  ornamento.  La  lega 
si  mantiene  buona  (22  carati)  sicuramente  fino  al- 
l'anno 1218,  essendo  d'oro  fino  tanto  il  mahbub  co- 
niato da  Ali  Caramanli  col  nome  di  Abdul  Amid  I 
nel  1187  dell' E.  (1773  a.  d.)  quanto  il  doppio  mahbub 
coniato  col  nome  di  Selim  III  (portante  da  un  lato 
la  data  1203  di  assunzione  al  trono  di  detto  sultano 
e  dall'altro  l'anno  di  regno  [15])  ed  il  piccolo  mahbub 
(con  la  sola  data  1213)  coniati  entrambi  da  lusuf 
Pascià.  Un  esemplare  coniato  da  quest'ultimo,  molto 
più  tardi,  è  invece  di  bassa  lega  (8  carati  circa). 
Esso  porta  da  un  lato  la  data  dell'assunzione  al 
trono  di  Mahmud  II  (1223  dell'E.)  e  dall'altro  Tanno 
di  regno  che  sembra  sia  il  13",  per  cui  sarebbe  stato 
coniato  nell'anno  1236  dell'Egira  (1820  a.  d.)  e  cioè 
quando  erano  già  cominciate  a  ripercuotersi  sulla 
monetazione  le  tristi  condizioni  economiche  della 
Reggenza. 

La  monetazione  di  rame  di  lusuf  Pascià  è  va- 
riata quant'altra  mai,  e  comprende  un  numero  straor- 
dinario di  tipi,  varii  per  peso,  disegno  e  dimensione^**. 
Si  può  dire  che  a  distanza  di  due  o  tre  anni  e,  verso 

(i )  Si  va  dalla  monetina  di  13  tnni.  a  quella  di  40  ram.  di  diametro. 


540  GUIUO   CIMINO 


gli  ultimi  tempi,  annualmente  ed  anche  più  volte  in 
un  anno,  veniva  mutato  il  tipo  delle  monete  di  rame. 
Non  è  intendimento  nostro  di  entrare  per  ora 
in  dettagli  anche  perchè  non  si  hanno  elementi  si- 
curi per  quanto  riguarda  il  valore  e  la  denomina- 
zione di  ciascuna  specie.  Tale  ricerca  fornirà  materia 
per  un  futuro  articolo. 

Tripoli,  Settembre  H)i6. 

Guido  Cimino. 


FALSIFICAZIONI 

DI 

MONETE   ITALIANE 


Dopo  una  sosta  abbastanza  lunga  i  nostri  falsari  hanno 
ricominciato  le  loro  imprese.  Da  un  po'  di  tempo  circolano 
sul  mercato  numerose  falsificazioni  di  monete  italiane.  Mi  af- 
fretto pertanto,  appena  constatato  il  fatto,  a  renderne  edotti 
i  nostri  Lettori,  pregandoli  caldamente  di  voler,  alla  loro 
volta  informarne  quelli  fra  i  loro  conoscenti,  che  non  vedono, 
se  non  raramente,  il  nostro  Periodico,  e  che  potrebbero  re- 
star ingannati  dall'abilità  di  quei  messeri. 

Le  monete  false  ora  messe  in  circolazione  sono  piuttoste 
numerose.  Finora  ne  ho  vedute  più  di  una  ventina,  e  delle 
nove  più  importanti  che  ho  nelle  mani,  do  qui  in  seguito  la 
descrizione  e  la  riproduzione  dal  vero.  Alcune  di  queste 
sono  assai  ben  fatte,  e  tali  da  trarre  in  inganno,  non  solo  i 
raccoglitori  novizi,  ma  anche  i  più  provetti.  Sono  tutte  di 
un  tipo,  e  appartengono  ad  una  identica  fabbrica. 

Questa  volta  i  falsari,  invece  di  ricorrere  solo  ai  tipi  di 
monete  rare,  come  quelle  che  descrivo,  hanno  pensato  sag- 
giamente di  falsificarne  molte  comuni  o  di  media  rarità  come, 
ad  esempio,  degli  Scudi  di  Vincenzo  1  per  Casale,  di  Fer- 
dinando Card,  per  Mantova,  Scudi  e  Doppi  Scudi  di  Parma 
e  Piacenza,  ecc.,  ecc.  Essi  hanno  giustamente  calcolato  che 
i  raccoglitori  novizi  acquistano  di  preferenza  le  monete  di 
poco  costo,  e  che  quelli  provetti,  all'atto  di  farne  acquisto, 
non  le  guardano  tanto  minutamente,  non  immaginando  che 
si  siano  falsificate  tali  monete. 

Non  si  potrà  mai  abbastanza  deplorare  e  stigmatizzare 
questa  vergogna  delle  falsificazioni.  Oltre  il  grave  danno 
che  queste  producono  in  chi  ne  è  vittima,  finiscono  col  fargli 
perdere  la  passione  del  raccogliere,  e  io  potrei  citare  il  caso 


542  ERCOLE   GNECCHI 


di  qualche  mio  amico,  che,  ingannato  parecchie  volte  ne' 
suoi  acquisti,  non  volle  più  saperne,  abbandonò  le  monete 
e  lo  studio  della  numismatica,  e  si  dedicò  ad  altro. 

È  deplorevole  che  la  Legge  assai  (iifficilmente  possa 
colpire  questi  bricconi.  Ma,  se  è  diffìcile  scovare  gli  autori 
di  queste  falsificazioni,  che  si  nascondono  nell'ombra,  non  è 
del  pari  difficile  rintracciare  quelli  che  le  spargono  sul  mer- 
cato. Io  ne  conosco  parecchi,  e  potrei  spiattellarne  i  nomi  ; 
ma,  per  ora,  mi  basta  rivelare  il  peccato,  e  non  mi  sento  di 
far  noti  i  peccatori.  Ciò  potrebbe  forse  avvenire,  qualora 
essi  continuassero  imperturbati  nel  loro  criminoso  commercio. 

Ecco  ora  le  nuove  monete  accennate. 

AVIGNONE. 

Clemente  Vili  (1592-1605). 

1.  Scudo. 

i^'  "  CLEMENS  ^  Vili  ^  PONT  #  MAX  ^  1599  ^  Busto 
del  Pontefice  a  sinistra  (sotto  il  busto  numeri  e 
lettere  illeggibili). 

^    —  OCTAVIVS  :  CARD  D  AQVAVIVA  •  LEGA  AVENIO   (Le 

parole  framezzate  da  gigli).  Stemma  Aquaviva. 

(Tav.  X,  n.  i). 

FIRENZE. 

OSSIDIONALE    (1530). 

2.  Mezzo  Scudo. 

.^  —  SENATVS  •  POPOLVS  •  Q  •  FLORENTINVS  •  Stemma 
col  giglio.  Al  di  sopra  una  Croce. 

1^  -  lESVS  REX  •  NOSTER  •  ET  DEVS  NOSTER  Croce 
con  corona  di  spine.  Nel  campo  N  e  Stemma. 

(Tav.  X,  n.  2). 

GENOVA. 
Dogi  Biennali  (1541-1791). 

3.  Scudo  della  Beutdizionc. 

&  —  *  DVX  *  ET  ^  OVB  *  REIP  *  GEN  ^  Il  Doge 
a  sinistra  volto  a  destra  inginocchiato   davanti  al 


FALSIFICAZIONI    DI    MONEIE    ITALIANE  543 

Redentore  benedicente  ;  dietro   il  Doge,   due  per 
sene.  All'esergo  16()1. 
^      -  +  CONRADVS  *  Il  *  RO  *  REX  *  I  *  V  *   Stemma 
di  Genova  coronato  e  fiancheggiato  dai  draghi. 

(Tav.  X,  n.  3). 

NB.  —  Questa  falsificazione  è  una  delle    meglio  riuscite,    iinitando 
a  pei  lezione  il  tipo  rozzo  v  mal  fatto  di   questo  scudo  di  Genova. 

MANTOVA. 
ViNCFNzo  I  Gonzaga  (1587-1612). 

4.  Quarto  dì   Scudo. 

H'  —  VINCENTIVS  •  DVX     MANTV/E  •     Busto   corazzato  del 

Duca  a  destra,  collo  .scettro. 
Ri    —  ET  •  MONTIS  FERRATI     II        Aquila    coronata    collo 

stemma  in  petto. 

(Tav.  X.  n.  41. 

MASSA    DI    LUNIGIANA. 

Al.RERlCol     CyBO     (1559-1623). 

5.  Scudo. 

P'  ALBERICVS  *  CIBO  *  MALASP  PRIN  *  MA  *  Busto 
corazzato  a  destra,  lesta  nuda. 

^  —  +  SVB  *  VKIBRA  ik  ALARVM  *  TVARVM  Aquila  bi- 
cipite coronata  collo  stemma  C^'bo  in  petto.  Al- 
l'esergo  Ki-Ol  e  sotto:  LIBERTAS. 

(Tav.  X.  n.  5). 

NAPOLI. 

Carlo  II  e  Anna  Maria  reggente  (1674). 

6.  Tati. 

f^'  —  CAROLVS     II  •  D    (7     HISPANIAR    E  •  NEAP  •  E  •  C  •  REX 

Busti    accollati    a    destra    di    Carlo  II    fanciullo  e 
della  madre.  All'esergo  :  167-1-  e  A  H. 


544  ERCOLE   GNECCHl 


IS>    —  ET  •  MARIAN  :  ElVS  •  MATER  •  REGN  •  GVB  :  Stemma 

di  Spagna  sormontato  da  corona. 

Tav.  X,  n.  6). 

NB    Nel  Catalogo  della  Collezione  Sambon,  venduta  nel  1897,  questa 
moneta  era  indicata  come  twicn 

PISA. 
Carlo  Vili   (1494-1495). 

7.  Bianco. 

B'  -  *  KAROLVS  :  REX  :  PISANORVM  :  LIB  Stemma  di 
Francia  coronato,  fiancheggiato  dalle  lettere  K  L. 

iji  —  •  PROTEGE  GO  :  PISAS  •  La  Vergine  seduta  col 
Bambino.  Nel  campo  a  sin.,  Croce  pisana  ;  a  d., 
una  croce  con  un  monogramma  indecifrabile. 

(Tav.  X,  n.  7).  ' 

RAVENNA. 
Leone  X  (1517-1521). 

8.  Giulio. 

B'  —  •  LEO  •  X  •  PONTIFEX  •  M  •  Lo  Stemma  Medici  so- 
stenuto da  due  leoni  lampanti. 

P  —  ECCLESIE  •  R  •  •  S  •  RESVRE  La  Risurrezione.  Ai 
lati  gli  stemmi  della  Città  e  del  card.  Fieschi. 

(Tav.  X,  n.  8). 

ROMA. 
Giulio  II  (1503-15 13). 

9.  Testone. 

B'  —  •  ^  •  PAX  •  RO  MANA  •  *  •  Lo  stemma  Dt^lla  Ro- 
vere, sormontato  dalle  chiavi  e  dal  triregno. 

I^  —  •  ALMA  •  ■  ROMA-  I  Santi  Pietro  e  Paolo  in  piedi; 
a  sin.,  sigla  dell'  incisore. 

(Tav.  X,  n.  9). 


Ercole  Gnecchi. 


BIBLIOGRAFIA 


LIBRI    NUOVI    E    PUBBLICAZIONI 


Ciccotti  (E.).  Vecchi  e  nuovt  orizzonti  della  Numismatica  e 
funzione  della  moneta  nel  mondo  antico.  Società  editrice 
libraria,  Milano,   1915,  in-8,  pag.  184. 

Nel  campo  degli  studi  numismatici  in  Italia  mancava  an- 
cora una  trattazione,  che  in  una  sintesi  accurata  e  chiara 
presentasse  agli  studiosi  i  risultati  di  quegli  studi  metrolo- 
gici, i  quali,  complessi  nella  materia  e  astrusi  nella  forma, 
quasi  monopolio  degli  studiosi  di  oltr'Alpe,  costituirono  in 
questi  ultimi  decenni  buona  parte  della  produzione  scienti- 
fica nel  campo  della  numismatica  antica.  Mancava  inoltre  un 
libro  che  sintetizzasse,  illustrandola  al  lume  della  storia  ci- 
vile politica  ed  economica,  la  complessa,  vasta,  importantis- 
sima funzione  della  moneta  dal  suo  primo  apparire  presso  i 
popoli  del  bacino  orientale  del  Mediterraneo  per  tutto  l'evo 
antico,  che  nel  campo  economico  illustrasse  le  tasi  precor- 
rittrici  che  avevano  aperto  la  via  a  questa  innovazione,  la 
cui  importanza  è  appena  oggi  possibile  di  valutare  adegua- 
tamente, e  le  tasi  successive  che  della  moneta  avevano  co- 
stituito, per  l'enorme  movimento  della  vita  e  morale  ed  eco- 
nomica e  politica  che  da  quella  avevano  avuto  il  maggior 
impulso,  il  mezzo  di  scambio  più  evoluto  e  perfetto  quale 
hanno  adottato  le  età  successive  fino  ai  giorni  nostri. 

Questi  due  argomenti,  in  due  capitoli  densi  di  concetto, 
da  cui  si  irradia  su  due  campi  diversi  tanta  luce  di  vita,  ha 
trattato  l'A.  in  un  volume  d'introduzione  al  voi.  Ili  della 
Biblioteca  di  Storia  Economica, 

La  via  percorsa  è  stala  certo  lunga  ed  aspra,  nella  prima 
parte,  all'A.,  che  di   tutta    la    vasta,    complessa    e    dibattuta 


546  BIBLIOGRAFIA 


questione  metrologica  presenta  un  largo  riassunto,  che  ne 
delimita  e  individua  le  varie  fasi  di  evoluzione  e  di  sviluppo 
presentando  le  varie  teorie  nelle  loro  linee  fondamentali. 

Arida  e  insidiosa  è  la  questione  che  ricerca  le  più  an- 
tiche origini,  la  genesi  e  la  derivazione  dei  vari  sistemi  mo- 
netari in  uso  nell'antichità  classica.  Tale  problema  sorto  tardi 
nel  campo  degli  studi  numismatici,  fu  posto  chiaramente  la 
prima  volta  nella  sua  "  Doctrina  Nummorum  veterum  „  (vo- 
lume I,  p,  XXIV,  cap.  IX),  dall'  Eckhel,  il  quale  ne  indicava 
e  precisava  il  metodo  positivo,  proponendo  lo  studio  diretto 
del  materiale  numismatico  noto  in  luogo  delle  sole  testimo- 
nianze letterarie,  ambigue,  incerte  quando  non  false,  note  ai 
suoi  tempi. 

Per  la  prima  volta  poi  tale  quesito  nell'opera  del  Bo^ckh 
trovava  un'ampia,  geniale  trattazione,  ancor  oggi  degna  di 
studio,  e  poi  si  avviava  alla  soluzione  attraverso  ai  lavori 
ed  alle  ricerche  sempre  piiì  larghe  e  complesse  del  Mommsen, 
del  Brandis,  dell' Hultsch,  del  Lehmann-Haupt,  dell' Haeberlin, 
nelle  controversie  ardite  e  feconde  del  Weissbach,  del  Re- 
gling,  del  Willers,  del  Ridgeway,  del  Warwich-Wroth,  del 
Tailor,  dell'Aurés,  del  Thureau-Dangin,  ecc.,  ecc. 

Ho  detto  che  la  questione  si  avviava,  alla  soluzione  ; 
questa  però,  a  dir  il  vero,  non  è  ancora  stata  trovata,  né  at- 
traverso e  per  mezzo  dell'indirizzo  unitario  dato  dal  Brandis, 
che  riconduceva  ai  sistemi  degli  Egizi  e  dei  popoli  dell'Asia 
Minore  i  pesi  e  le  misure  grecoromane,  indirizzo  il  cui  as- 
sertore più  profondo  e  convinto  è  il  Lehmann-Haupt,  poi 
lo  Haeberlin,  indirizzo  dunque  che  mirava  a  coordinare  ed 
unificare  nelle  origini  i  sistemi  metrici  ponderali,  che  pre- 
vale sempre  più  e  che  lo  Haeberlin  ultimamente  applicò  a 
spiegare  i  più  antichi  sistemi  monetari  dell'  Italia  centrale, 
né  invero  attraverso  il  metodo  comparativo  ed  induttivo  inau- 
gurato dal  Ridgeway.  Il  quale  estendeva  l'indagine  alle  ori- 
gini delle  forme  metriche  e  monetarie  presso  i  più  svariati 
popoli  anche  moderni  in  istato  di  barbarie  o  di  arretrata  ci- 
viltà, e  coir  aiuto  dell*  induzione  ne  traeva  illazioni  di  ordine 
più  generale,  e  dichiarava  empirica  l'origine  dei  pesi  e  delle 
misure. 

Il  secondo  capitolo  del  lavoro   è   la   parte  più  attraente 


BIBLIOGRAFIA  547 


e  originale,  direi  geniale.  L'A.  vi  tratta  della  funzione  della 
moneta  nel  mondo  antico,  e  di  questo  argomento  unilateral- 
mente e  superficialmente  da  altri  appena  toccato,  l'A.  svi- 
scera tutto  il  vasto  e  complesso  contenuto  e  ne  risulta  un 
capitolo  di  un  interesse  speciale  dal  punto  di  vista  sociale, 
che  permette  al  lettore  di  farsi  un  concetto  di  vita  vera  vis* 
suta  rispetto  a  quello  che  fu  lo  strumento  tipico  degli  scambi 
ed  uno  degli  agenti  più  attivi  della  civiltà  antica,  uno  degli 
stadi  più  perfezionati  ed  il  coronamento  di  tutto  quel  deli- 
cato ed  ingegnoso  congegno  che  si  realizzava  nei  sistemi 
di  pesi,  di  misure,  come  ottimamente  dice  TA.  stesso.  Il  quale 
ci  illustra  la  moneta  come  il  portato  di  un  bisogno  crescente 
e  del  crescente  uso  degli  scambi],  e  di  una  società  svilup- 
pata sino  ad  avere  un  potere  regolatore  più  accentrato,  come 
la  causa  di  un  progresso  più  rapido  ed  intenso  nell'economia 
e  nella  struttura  politico-sociale,  come  il  risultato  di  una  lenta 
ed  annosa  evoluzione  dell'economia  della  società,  come  l'e- 
nergico propulsore  verso  forme  più  avanzate.  Ancora  tratta 
l'A.  dell'incremento  delle  forme  iniziali  dell'impiego  frutti- 
fero della  moneta  tesaurizzata,  del  sorgere  del  mutuo,  del 
concorrere  del  denaro  a  creare  un  diverso  stato  sociale,  la 
democrazia  e  poi  la  schiavitù,  del  modo  di  acquisto,  di  ero- 
gazione e  di  investimento  del  denaro,  della  funzione  e  delle 
conseguenze  del  suo  impiego,  della  sua  maniera  di  godi- 
mento, della  ripercussione  infine  del  denaro  nella  vita  sociale 
e  morale  e  sulla  compagine  economica  famigliare.  Ne  viene 
infine  illustrato  un  altro  lato  del  quadro  complesso,  cioè  la 
importanza  della  moneta  nell'antichità,  assai  maggiore  che  al 
presente,  per  l'inesistenza  dei  varii  surrogati  odierni,  la  lo- 
calizzazione e  lo  sfruttamento  delle  miniere,  la  qualità  e  quan- 
tità dei  metalli  monetati  e  in  circolazione,  il  prezzo  del  de- 
naro o  interesse,  il  movimento  degli  affari,  il  cambio  della 
moneta  e  l'istituzione  della  banca,  il  credito  pubblico,  infine 
il  costo  relativo  della  vita  nei  periodi  successivi  di  quelle  età. 
Seppur  talora  o  appena  proposti  o  troppo  brevemente  trat- 
tati, tutti  questi  problemi  che  riguardano  l' immenso  e  pode- 
roso movimento  della  vita  antica  nell'ambito  dell'economia 
sociale,  problemi  alcuni  dei  quali  sono  ancora  per  la  vita 
odierna  di   attualità  ed  insistentemente  studiati,  nella  chiara 


54^  BIBLIOGRAFIA 


e  sintetica  trattazione  dell'A.  emergono  per  la  prima  volta 
in  tutto  il  loro  vero  valore,  assumono  aspetti  e  fisonomia  pro- 
pria illustrando  un  lato  della  vita  antica  dei  più  interessanti 
e  dei  meno  studiati  e  compresi. 

In  questo,  come  già  nei  vari  altri  lavori  di  storia  eco- 
nomica, quali  ad  es.  "  La  retribuzione  delle  funzioni  pubbliche 
"  civili  nell'antica  Atene  ;  L' interesse  del  denaro  nell'anti- 
"  chità  ;  L'evoluzione  della  storiografia  e  la  storia  economica 
*  del  mondo  antico  „,  emerge  quel  profondo  senso  storico, 
quel  chiaro  e  dritto  acume  critico,  quella  vasta  dottrina  che 
distinguono  tutta  la  produzione  scientifica  del  chiaro  pro- 
fessore di  Storia  antica  dell'Università  di  Messina. 

L.  Cesako. 

Burlington  Fine  Arts  Club  :  Catalogue  of  a  Colledion  of 
objects  of  British  Heraldic  Ari  to  the  End  of  the  Tudor 
Period.  —  London,  printed  for  the  Burlington  fine  Arts 
Club,  1916.  Voi.  di  pag.  XX-127,  senza  illustrazioni. 

Data  la  scarsezza  di  documenti  relativi  al  blasone  e  al- 
l'arte araldica  in  generale,  è  interessante  la  consultazione  di 
questo  Catalogo,  quantuque  non  esca  dal  carattere  di  una 
pubblicazione  d'occasione  per  esposizione  ;  poiché  fu  compi- 
lato da  due  competenti,  Rev.  E.  E.  Dorling  e  Mr.  Mill  Ste- 
phenson,  e  perchè  l' introduzione  di  Oswald  Barron  è  un 
buon  saggio  intorno  all'araldica  e  alla  sfra"^  istica  inglese 
dalle  sue  origini  fino  alla  fine  del  periodo  dei  Tudor. 

S.  Ricci. 


Galiani  (Ferdinanch),  Della  moneta,  a  cura  di  Fausto  Nicolitti.  Bari, 
Laterza,  1915,  in-8,  pp.  383  f"  Scrittori  d'Italia  „,  n.  73). 

Istruzioni  per  la  R.  zecca  in  esecuzione  del  regolamento  approvato 
conr.  d.  6  gennaio  1910,  n.  4  (Ministero  del  tesoro:  direzione  generale 
del  tesoro).  Roma,  tip.  Unione  ed.,  1916,  in-8,  pp.  100. 

/Va/o  {Giuseppe),  Problemi  monetari  e  bancari  nei  secoli  XVll  e 
XVIII.  Torino,  Soc.  tip.  editr.  nazionale,  1916,  in-4,  pp.  xiu-315  ["  Docu- 
*  menti  finanziari  degli  Stati  della  monarchia  piemontese  „,  serie  I, 
voi.  3.»]. 


BIBLIOGRAFIA  549 


Prato  {G.),  La  teoria  e  la  pratica  della  carta-moneta  prima  degli 
assegnati  rivoluzionari  (Estr.  Memorie  della  R.  Accademia  delle  scienze). 
Torino,  Bocca,  1915,  in-4,  pp.  42. 

Raccolta  di  medaglie  antiche  e  moderne  di  proprietà  Guglielmina 
Pietro.   Voghera,  tip.  Boriotti-Maiocchi-Zolla,  1915,  in-8,  pp.  16. 


Amatine  {Aug.),  La  monnaie,  le  crédit  et  le  change.  5.'  ed.  refondue 
et  mise  au  courant.  Paris,  Alcan,  s.  d.,  in-8,  pp.  xu-564. 

Dieudonné  {A.),  Manuel  de  numismatique  francaise,  II  (Monnaies 
royales  fran^aises  depuis  Hugues  Capet  jusqu'à  la  Revolution).  Paris, 
Picard,  1916,  in-8,  pp.  x-468  et  fig. 


Habich  {Georg),  Die  deutschen  Medailleure  des  XVI.  Jahrhunderls. 
Mit  12  Tafeln  in  Lichtdruck  und  18  Textabbildungen.  Halle  a.  d.  Saale, 
A.  Riechmann  &  C,  1916,  in-4. 


Musée  nationat  Suisse  à  Zurich,  XXIVroe  Rapport  annue),  1915  {Zu- 
rich,  1916)  [a  pp.  49,  Cabinet  de  numismatique]. 

Schtìepp  (/.),  Neue  Beitràge  zur  Schweizer.  MOnzgeschiihte  1700- 
1900.  II  Tei!.  Die  groben  Sorten  (Beilage  zum  Programm  der  Thurgau- 
ischen  Kantonsschule,  1915-16)  in-8,  pp.  118. 


Brooke  {G.  C),  British  Museum.  A  Catalogue  of  the  english  coins: 
the  Norman  Kmgs.  London,  Milford,  1916,  in-8,  pp.  416  e  6a  tav. 

Forty-fifth  Aiinual  Report  of  the  Deputy  Master  and  Comptroller 
of  the  Mint,  1914.  London,  1916. 

Powell  (Eilis  T.),  The  Evolution  of  the  money  market,  I385-1915. 
London,  Financial  News,  X915,  in-8,  pp.  748. 

Ribbons  and  Medals,  Naval,  Militar}'  and  Ctvil.  By  Lieut.  —  Com- 
mander  Taprell  Dorling  R.  N.  London,  igi6,  in-8,  pp.  iv-8o,  e  ili. 


Afortn  {Victor),  Les  médailles  décernées  aux  Indiens  d'Amérique. 
Ottawa,  1915. 

Lockhart  (sir  James  H.  Stemarf),  The  Stewart  Lockhart  Coilection 
of  Chinese  copper  coins.  Shanghai  and  London,  1915,  in-4  '!'•»  PP-  xv-36 
e  174  tav. 

Newell  {Edward  T.),  The  dated  Alexander  Coinage  of  Sidon  and 
Ake  (Yale  Orientai  Series  Researches,  vo\.\\).  New  Haven  and  London, 
1916,  in-4,  pag-  72  e  IO  tav. 

Sardis:  Publications  of  the  American  Society  for  the  Excavation  of 
Sardis.  Volume  XI:  .Coins.  Part  I,  1910-14,  By  H.  W.  Bell.  Leiden 
(E.  J.  Bri.!,  1916.  Printed  at  the  Oxford  University  Press,  pp.  xiu-124 
e  2  tav. 


550  BIBLIOGRAFIA 


PERIODICI. 

[1915-1916]. 

Bollettino  Italiano  di  Numismatica.  Milano. 

Anno  XIII,  1915,  N.  3,  maggio-giugno.  —  Gioppi  (L.).  La  zecca  di  Mon- 
talio  Marche.  Note  ed  appunti  [cont.].  —  Donati  (Giovanni).  Dizionario 
dei  motti  e  delle  leggende  delle  monete  italiane  [cont.  lettera  V].  —  Ricci 
(Serafino).  La  targa  d'onore  del  "  Corriere  della  Sera  „  al  senatore  Luigi 
Albertini.  —  Notizie  varie:  La  nomina  di  Re  Vittorio  Emanuele  111  a 
Membro  corrispondente  dell'Accademia  francese.  —  Libri  in  vendita,  ecc. 

N.  4,  I aglio-settembre.  —  Cortese  (Alessandro).  Scambio  di  leggenda 
sopra  un  danaro  di  Caracalla.  —  Tribolati  (Pietro).  Alcune  monete  di 
Solferino.  —  Gioppi  (L.).  La  zecca  di  Montalto  Marche  [cont.].  —  Donati 
(G.).  Dizionario  dei  motti,  ecc.  [lettera  X].  —  Bibliografia:  [Ricci  S.  // 
vocabolario  "  La  Moneta  „  del  Martinori].  —  Omaggi  al  Circolo  numi- 
smatico milanese.  —  Necrologio  (ing.  Cario  Clerici). 

N.  5,  ottobre-dicembre.  —  Gioppi  (L.).  Iconografia  monetaria  della 
Magna  Grecia.  —  Ricci  (S.).  Prima  di  licenziare  il  "  Dizionario  dei  molti 
e  leggende  delle  monete  italiane  „  alla  stampa  e  al  pubblico.  —  Tribolati 
(P.).  //  primo  "  Filippo  „  di  Maria  Teresa  coniato  nella  zecca  di  Milano. 
—  Gioppi  (L.),  La  zecca  di  Montalto  Marche  [cont.].  —  Notizie  varie.  — 
Necrologio  (Cliiara  Dossato  ved.  Ricci,  Luigi  Rizzoli,  Pompeo  Monti). 

Anno  XIV,  1916,  N.  1,  gennaio  marzo.  —  Gioppi  (L.).  Iconografia  mo- 
netaria della  Magna  Grecia  [cont.].  —  Lo  stesso.  La  zecca  di  Montalto 
Marche  [cont.].  —  Ricci  (Serafino).  Cronistoria  del  R.  Gabinetto  numisma- 
lieo  e  Medagliere  nazionale  di  Brera  in  Milano.  Elenco  dei  fatti  salienti 
della  sua  storia.  —  Bibliografia  delle  opere  di  Pompeo  Monti, 

N.  2,  aprile-giugno.  —  Gioppi  (L,).  Iconografia  monetaria  della  Magna 
Grecia  [cont.].  —  Lo  stesso.  La  zecca  di  Montalto  Marche  [cent.].  — 
Ricci  (S.).  Cronistoria  del  R.  Gabinetto  numismatico  di  Brera  [cont.].  — 
La  DntEzioNE.  Il  geitone-moneta  di  guerra  della  Croce  Rossa  Italiana,  do- 
nato  al  Circolo  Numismatico  milanese.  —  Bibliografia  (Atti  e  Memorie 
dell'Istituto  italiano  di  numismatica,  voi.  II.  —  Necrologio  (Luigi  Correrà, 
Flavio  Valerani). 

N.  3,  luglio-settembre.  —  Laffranchi  (L.).  Le  monete  guerresche  di 
un  imperatore  pacifista.  —  Gioppi  (L.).  La  zecca  di  Montalto  Marche 
[cont.].  —  Ricci  (S.).  Cronistoria  del  R.  Gabinetto  numismatico  di  Brera 
[cont.].  —  Notizie  varie:  [Recenti  ritrovamenti  di  monete  anticiie]. 


BIBLIOGRAFIA  551 


Il  Supplemento  all'opera  "  Le  Monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie  da  Carlo  I 
d'Angiò  a  Vittorio  Emanuele  II  „,  a  cura  dell'autore  Memmo  Cagiati.  — 
Anno  V.  Napoli,  1915. 

N.  3-4,  lagUo-dicembre.  —  Cagiati  (Memmo).  Commiato.  —  Correzioni 
ed  aggiunte  ai  fascicoli  i-j  dell'opera  "  Le  monete  del  Reame  delle  Due 
Sicilie  „.  —  Indice  generale  delle  annate  J-V {ipii-ij)  di  questo  Periodico 
per  nome  di  Autore.  —  Indice  dei  sommari  delle  annate  I-V  di  questo 
Periodico. 

[Al  Supplemento  subentra  il  Bollettino  del  Circolo  numismatico  na- 
poletano, organo  di  quell'associazione  e  pubblicazione  trimestrale]. 

Revue  Numismatique.  Parigi. 

Troisième  trimestre,  I91S.  —  Dieudonné  (A.).  Acquisitions  du  Cabinet 
des  médailles.  Monnaies  carolingiennes.  —  Hill  (G.  F.).  Ntcolò  Cavalie- 
rino et  Antonio  da  Incema.  —  Prinet  (M.).  Sceau  attribué  a  la  maré- 
chaussée  du  duché  de  Bourgogne.  —  Le  Hardelay  (Ch.).  Contribution  à 
l'étude  de  la  numismatique  vénitienne  [fin].  —  Documents  monétaires  du 
r'egne  de  Henri  II  [suite].  —  Octroi  de  bourses  de  jetons  à  Blois  et  à  La 
Rochelle  au  XVIII  siede.  —  Chronique  (Le  eulte  de  Cybèle  ;  Zeus  multi- 
niamniaeus  ;  Numismatique  de  Chios  ;  Musées  ;  Numismatique  de  la 
guerre;  Prix  de  numismatique).  —  Bulletin  bibliographique.  —  Procès- 
verbaux  de  la  Société  fran^aise  de  numismatique. 

Quatrième  trimestre.  —  Dieudonné  (A.).  Les  deniers  de  Juba  II,  roi 
de  Maurétanie.  —  Rilly  (comte  F.  de).  Quelques  variétés  curieiises  de 
fausses  monnaies  en  France.  —  Lo  stesso.  Des  monnaies  faiisses  dans  la 
numismatique  franfaise.  —  Castellane  (comte  de).  Écu  d'or  au  nom  de 
Charles  VI  frappé  par  le  comte  de  Foix  en  14J9.  —  Mélauges  et  docu- 
ments (La  médaille  des  écrivains  tombés  au  champ  d'honneur;  Docu- 
ments monétaires  du  règne  de  Henri  II  ;  Octroi  de  bourses  de  jetons). 
—  Chronique  (Trouvailles  de  monnaies  ;  Imitations  seigneuriales  lim- 
bourgeoises  du  XV  siècle  des  petits  parisis  royaux  fran<;ais  ;  Numisma- 
tique de  la  guerre).  —  Necrologie  (J.  Déchelette).  —  Bulletin  bibliogra- 
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Un  denier  de  Bernard,  vicomte  de  Narbonne.  —  Bailhache  (J.).  Le  de- 
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italicorum  ,.  —  Mélanges  et  documents  ;  Documents  monétaires  du  règne 
de  Henri  II  [fin];  Les  billets  émis  pendant  la  guerre  dans  les  départe- 
ments.  —  Chronique  (Poids  grecs  et  byzantins  ;  Numismatique  narbon- 
naise;  Monnaies  de  Chios).  —  Necrologie  (A.  Decourdemanche).  —  Procès- 
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Assemblée  generale  à  Zofingue;  Don  aux  membres  de  la  Società;  Kri- 
bourg;  La  trouvaiile  monétaire  de  Chàtillens;  La  monnaie  pendant  la 
guerre;  Medaillier  de  la  Chaux-de-Fonds;  Trouvaiile;  Hans  Frei's  Aus- 
stellung  ;  Les  prix  du  Collège  de  Vevey).  —  Necrologie  (Adolphe  Inwy- 
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Coins.  —  Some  rare  countermarked  Mexican  Issues  of  Hidalgo.  —  Some 
Tokens  of  the  Siègt  of  Paris  iSji.  —  A  Medal  designed  by  a  Schoolgirl. 

—  New  Jssue  of  Minor  Coins  for  France.  —  M.r  J.  Sanford  Saltus 
honoured.  —  A  Commemorative  Coin  of  Portugal.   -    Sing-Sing  Prison 

Token  Money.  —  Paris  e.xcited  over  scarcity  of  Sous.  —  British  Silver 
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BULLETTIN   TRIMESTRIEL    DE    LA     SOCIÉTÉ     d'arCHÉOLOGIE    DE    TOURAINE, 

1915.  I-IV  trimestre  :  Grandmaison  {L.  de\.  Poin^ons  d'orfèvres  et  de  fon- 
deurs-balanciers  en  la  Monnaie  de  Tours,  insculptés  de  1679  à  1750.  — 
Beatimont  {Charles  de).  Le  trésor  de  Saunay  [serie  di  monete  romane 
da  Volusiano  ad  Aureliano  251-274.  Scoperta  dell'a.  1912). 

Le  correspondant,  25,  XI.  1915:  Marion  (M,).  La  chasse  à  l'or  sous 
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Intermédiaire  des  chercheurs  ET  cuRiEUx,  lo-x:  1915  e  20-1:  20-30-4, 
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ReCUEIL  des   TRAVAUX   de   la    SOCIÉTÉ     LIBRE   d'aGRICULTURE,   SCIENCES, 

ARTS  ET  BELLES  LETTRES  DE  l'eure,  annéc  1915  (Evreux,   imp.  Hérissey, 
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HlSTORISCHE   MONATSBLATfER     FQr     DIE     PROVINZ     POSEN,   XVI,   a.    I9I5, 

n.  4,  6,  8-9,  io:  Priimers  (/?,).  Miinzfunde  zu  Beenz  bei  Lychen.  — 
Balszus  (//.).  Munzfund  in  Bucz,  Munzfund  lankendorf.  —  Baumert  (H.). 
Milnzfund  in  Margonin.  —  Balszus  (//.).  Das  Kotgeld  in  der  Provinz 
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AnZEIGER   FiiR   SCHWEIZER.  ALTERTUMSKUNDE,  faSC.  2,  I9I6:  SftuckelbergJ 

{E.  A.).  Ròmischer  Munzfund  von  1516  bei  Landskron. 

MusÉE  NEUCHATELOis,  N.  série,  36  année  (1916)  :  Baur-Borel  (F.). 
Henri-Fran9ois  Brandt,  médailleur,  peint  par  Léopold  Robert. 

Revue  historique  vaudoise,  24^  année  (1916)  n.  6,  juin:  Gruaz  {Jti- 
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ZuGER  NACHR1CHTEN,  1915,  n.  123  e  120:  Weber  (A.).  Aechte  Phi- 
lippstaler  heimlich  niit  falschen  vertauscht  (in  Zug,  1722). 


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dicembre  :  Frothinghmn  {A.  L.).  Who  built  the  Arch  of  Constantine? 
iV.  Thè  eight  Medallions  of  Domitian. 


VARIETÀ 


Per  la  storia  dei  ragguagli  delle  monete  di  Milano. 

—  La  questione  dei  ragguagli  delle  monete  dei  secoli  pas- 
sati è  ancora  talmente  oscura  e  complicata  che  ancora  non 
abbiamo  lavori  che  ci  illuminino  esattamente  sul  ragguaglio 
antico-moderno  delle  vecchie  monete  milanesi. 

Quantunque  gli  egregi  direttori  di  questa  Rivista  ab- 
biano, con  lodevole  intento,  ristampati  all'uopo  i  lavori  in 
materia  del  Mulazzani  (1889),  non  crediamo  affatto  inutile,  a 
loro  complemento,  di  qui  riprodurre,  togliendoli  da  una  pub- 
blicazione di  tutt'  altra  indole  che  numismatica,  e  come  ivi 
sperduti,  i  ragguagli  in  uso  già  (e  forse  tuttora)  presso  l'Ar- 
chivio notarile  milanese.  Quei  cenni,  di  vera  praticità,  sono 
dovuti  al  vecchio  conservatore  di  quel  vastissimo  e  stori- 
camente importantissimo  deposito  che  fu  il  dott.  Elia  Elia, 
morto  il  1893  ;  a  questa  sua  opera  (»»,  ripetiamo,  nessun  nu- 
mismatico o  meglio  economista  certamente  pensava  di  ri- 
correre. E  non  ci  sembra  disprezzabile  d'esser  conosciuta, 
anche  dopo  i  posteriori  lavori  al  Mulazzani,  quali  quelli  del 
Formentini,  del  Martini,  del  Pagani  e  ultimo  (per  la  lira  mi- 
lanese) del  Ceruti. 


(i)  Leggi,  regolamenti,  istruzioni  e  decisioni  risguardanti  i  notaj, 
gli  archivj  e  le  camere  notarili  raccolte  dal  dott.  Eua  Elia  conserva- 
tore dell'I.  R.  Archivio  generale  notarile  di  Milano.  In-4'>  Mtiafto,  Ber- 
nardoni,  1847,  ^  P^g-  9-12. 


55^  VARIETÀ 

"  Le  tasse,  mercedi  ed  onorari  dovuti  ai  notai  ed  agli 
archivi  notarili  dell'antico  ducato  di  Milano,  per  le  copie, 
estratti,  ecc.,  degli  atti  notarili  anteriori  al  i°  novembre  1807, 
epoca  in  cui  venne  attivato  il  tuttora  vigente  provvisorio 
Regolamento  sul  Notariato  17  giugno  i8o6,  devono,  pel  di- 
sposto dell'articolo  155  di  detto  Regolamento,  misurarsi  e 
calcolarsi  colle  norme  stabilite  dalla  suddetta  Tariffa  del  Col- 
legio de'  Notari  e  Causidici  di  Milano  approvata  coli'  I.  R. 
Rescritto  4  febbraio  1762. 

E  siccome  dall'epoca  dal  1300  al  1796  negli  istrumenti 
celebrati  nel  già  ducato  di  Milano,  il  valore  dedotto  ne'  ri- 
spettivi contratti  trovasi  espresso  in  monete  non  solo  da 
lungo  tempo  fuori  di  corso,  ma  di  cui  persino  venne  gene- 
ralmente dimenticata  la  denominazione;  e  ritenuta  d'altronde 
per  gli  archivi  notarili  la  necessità  di  conoscerne  la  rispet- 
tiva valutazione  in  confronto  delle  monete  posteriormente 
introdotte,  onde  potere  giustamente  calcolare  l'onorario  e  le 
tasse  dovute  per  l'edizione  delle  copie  di  quegli  istrumenti 
antichi  pei  quali  è  prescritta  una  tassa  proporzionale  sulla 
somma  dedotta  in  contratto  ;  così  credo  opportuno  di  ripor- 
tare qui  alcune  notizie,  già  state  raccolte  dal  conte  Giulini, 
intorno  tali  monete  antiche. 

Ed  innanzi  tutto  è  d'uopo  avvertire  che  alcune  di  dette 
monete  erano  effettive  ed  altre  puramente  nominali. 

Erano  monete  effettive  d'oro  .•  l'ambrosino,  il  fiorino,  lo 
scudo  e  la  doppia;  da  argento  e  rame:  il  soldo  e  sue  frazioni, 
il  due-soldi  e  la  lira  di  Milano.  Erano  poi  monete  nominali 
la  lira  imperiale  e  la  lira  di  terzuoli. 

Ambrosino,  moneta  d'oro  coniata  in  Milano  nel  1315  col- 
l'effigie  di  S.  Ambrogio,  del  valore  di  una  lira  imperiale  e 
soldi  dieci  (v.  lira  imperiale). 

Fiorino  d'oro,  corrispondente  allo  zecchino  di  Firenze 
ed  al  gigliato.  Nel  1254  il  fiorino  d'oro  del  peso  di  denari 
due,  grani  ventiquattro  corrispondeva  a  soldi  venti,  ossia  ad 
una  lira  imperiale  e  quindi  a  due  lire  di  terzuoli  (v.  lira  di 
terzuoli). 

Da  quell'epoca  al  1532  il  valore  di  detto  fiorino  aumentò 
sino  alle  lire  cinque,  soldi  quattro  imperiali,  giusta  la  dimo- 
strazione seguente  : 


VARIETÀ 

559 

// 

fiorino 

(Coro  equ 

(valeva 

ad  imperiali 

Anno 

Lire 

Soldi 

Denari 

Anno 

Lire 

Soldi 

Denari 

"54 

I 

— 

— 

1442 

3 

4 

— 

1348 

I 

12 

— 

H5I 

3 

5 

— 

1398 

I 

16 

— 

1452 

3 

6 

— 

1405 

2 

I 

— 

1453 

3 

10 

— 

1406 

2 

2 

— 

1458 

3 

18 

— 

1409 

2 

6 

— 

1459 

3 

19 

— 

1411 

2 

8 

6 

1460 

4 

2 

— 

1412 

2 

12 

— 

1462 

4 

3 

— 

1427 

2 

15 

— 

1487 

4 

IO 

— 

1428 

2 

16 

— 

1490 

4 

II 

— 

1429 

2 

18 

— 

1508 

4 

13 

— 

1430 

2 

19 

— 

1520 

5 

— 

— 

1436 

3 

— 

— 

1532 

5 

4 

— 

«439 

3 

3 

6 

Scudo  d'oro.  Nel  1538  si  sostituì  al  fiorino  d'oro  lo  scudo 
d'oro  corrispondente  a  lire  cinque  e  soldi  dodici  imperiali  ; 
era  del  peso  di  denari  due,  grani  diciotto  e  del  titolo  di  ca- 
rati ventidue  ;  cosicché  questa  moneta  era  inferiore  di  due 
carati  al  titolo  del  fiorino,  il  quale  ritenevasi  di  oro  puro, 
ossia  di  carati  ventiquattro. 

Il  valore  di  detto  scudo  aumentò  nel  1557  sino  alle  lire 
cinque  e  soldi  sedici,  e  nel  1564  sino  alle  lire  sei  imperiali. 

Doppia.  Moneta  d'oro  coniata  in  Milano,  del  peso  di  de- 
nari cinque,  grani  dieci,  e  del  titolo  di  carati  ventidue  ;  de- 
nominata doppia  perchè  equivaleva  a  due  scudi  d'oro. 

Dall'anno  1580  al  1723  il  valore  della  doppia  d'oro  au- 
mentò dalle  lire  dodici  e  soldi  dieci  alle  lire  ventiquattro 
imperiah,  giusta  la  seguente  dimostrazione: 

La  doppia  doro  del  peso  di  denari  j,  grani  io  corrispondeva 
ad  imperiali 

Denari 


Anno 

Lire 

Soldi 

Denari 

Anno 

Lire 

Soldi 

1597 

12 

IO 

— 

1658 

19 

IO 

1602 

13 

4 

— 

1663 

90 

— 

1608 

13 

IO 

~- 

1665 

20 

IO 

1650 

16 

8 

— 

1672 

22 

— 

1652 

18 

— 

— 

1683 

23 

IO 

1657 

18 

IO 

— 

1723 

24 

— 

Il  Soldo  composto  di  dodici  denari  ;  venti   soldi   forma- 
vano una  lira  imperiale. 

il  Danaro.  Dodici  danari  formano  il  soldo. 
Il  Sestino.  Sesta  parte  di  un  soldo. 


56o 


VARIETÀ 


Il  Quattrino.  Quarta  parte  di  un  soldo. 

Il  Sesino.  Mezzo  soldo. 

Il  Due-Soldi.  Doppio  del  soldo. 

La  Lira  di  Milano,  del  valore  di  venti  soldi,  sostituita 
nel  1723  alla  lira  imperiale. 

Lira  imperiale  :  era  composta  di  venti  soldi.  Nel  1254 
corrispondeva  al  fiorino  d'oro;  e  da  quest'epoca  sino  al  1723 
la  lira  imperiale  in  corrispondenza  a  quella  di  Milano  ebbe 
a  subire  le  seguenti  variazioni  : 

La  lira  imperiale  corrispondeva  a  milanesi 


Anno 

Lire 

Soldi 

Denari 

Anno 

Lire 

Soldi 

Denari 

1254 

15 

8 

— 

1462 

3 

H 

2 

13IS 

IO 

5 

4 

1487 

3 

8 

5 

1348 

9 

12 

5 

1490 

3 

7 

8 

1398 

8 

II 

I 

1508 

3 

6 

2 

1405 

7 

8 

2 

1509 

3 

5 

4 

I406 

7 

6 

8 

1520 

3 

-— 

— 

1409 

6 

13 

IO 

1532 

2 

18 

5 

I4II 

6 

7 

— 

1538 

2 

2 

IO 

1412 

5 

18 

5 

1557 

2 

r 

4 

1427 

5 

12 

— 

1564 

2 

— 

— 

1428 

5 

IO 

— 

1579 

18 

4 

1429 

5 

6 

2 

1602 

16 

4 

f43o 

5 

4 

4 

1608 

'5 

6 

1436 

5 

2 

8 

1650 

8 

4 

1439 

4 

17 

— 

1652 

6 

8 

1442 

4 

16 

3 

1657 

5 

I 

1451 

4 

M 

6 

1658 

4 

7 

1452 

4 

13 

4 

1662 

4 

— 

1453 

4 

8 

— 

1665 

3 

4 

1458 

3 

18 

II 

1672 

I 

9 

1459 

3 

17 

II 

1683 

5 

— 

1460 

3 

15 

I 

1723 

— 

— 

Nel  1723  fu  sostituita  alla  lira  imperiale  la  lira  effettiva 
di  Milano,  per  cui  da  quell'epoca  in  avanti,  tuttoché  si  rin- 
venga negli  istrumenti  rogati  da'  notai  di  Milano  fatta  men- 
zione di  lire  imperiali,  devonsi  queste  ritenere  per  lire  mi- 
lanesi di  grida  ;  dicesi  di  grida  onde  escludere  il  valore  che 
le  monete  avevano  nel  corso  abusivo. 

Lira  terzuola  o  di  terzuqli.  Questa  era  precisamente 
la  metà  della  lira  imperiale,  e  conseguentemente  per  calco- 
lare il  valore  della  lira  de'  terzuoli  ne'  diversi  tempi  in  re- 
lazione alla  lira  di  Milano,  potrà  servire  di  norma  la  prece,- 
dente  tabella  di  ragguaglio  della  lira  imperiale,  ritenuta  l'av- 
vertenza che  questa  era  il  doppio  della  lira  terzuola  ^. 


VARirrA  561 

Il  Giglio  di  Firenze    in    una    moneta   bizantina.  — 

Nel  numero  maggio-giugno  scorso  della  Monthly  Numistnatic 
Circular  di  Londra  è  descritta  (col.  192,  n.  38891)  una  mo- 
neta di  Giovanni  Vili  Paleologo,  nel  rovescio  della  quale, 
ai  lati  del  Cristo,  sono  riprodotti  due  gigli  ornamentali  come 
quelli  che  formano  il  caratteristico  emblema  della  città  di 
Firenze. 

La  moneta,  assai  rara  per  sé  stessa,  è  una  variante  d'altro 
simile  esemplare  donato  dal  conte  di  Salis  al  Museo  Britan- 
nico e  descritta  al  n.  5  di  quel  Catalogo. 

Ma  l'importanza  eccezionale  della  moneta  nelle  due  va- 
rietà, consistente  in  quel  Giglio  che  vi  si  trova  quale  sim- 
bolo, venne  rilevata  da  Ugo  Coodacre  {Ntim.  Circular,  luglio- 
agosto,  col.  405),  il  quale,  avvertendo  che  uno  dei  principali 
avvenimenti  del  regno  di  Giovanni  Vili  fu  il  Concilio  delle 
Chiese  riunito  a  Firenze  nel  1439,  si  dimanda  se  in  quel 
giglio  ornamentale  si  possa  riconoscere  il  giglio  di  Firenze, 
ivi  riprodotto  a  commemorazione  di  quell'avvenimento. 

Da  parte  nostra  troviamo  la  supposizione  non  solo  pro- 
babile, ma  quasi  sicura  e  perciò  l'abbiamo  qui  registrata, 
pel  fatto  rarissimo  e  forse  unico  di  una  città  italiana  ricor- 
data su  una  moneta  bizantina.  Aggiungeremo  poi  che  Gio- 
vanni Paleologo  è  già  legato  per  altri  vincoli  all'arte  e  alla 
numismatica  italiana,  il  che  rende  tanto  più  naturale  il  fatto 
accennato.  L'imperatore  d'Oriente  era  venuto  in  Italia  ap- 
punto nel  1439  pel  Concilio  di  Firenze  e  in  quell'occasione 
vi  aveva  conosciuti  i  nostri  artisti,  fra  i  quali  Vittore  Pisano 
da  Verona,  detto  il  Pisanello,  il  quale  per  lui  modellò  la  sua 
prima  medaglia,  iniziando  col  ritratto  di  Giovanni  il  Paleo- 
logo quella  splendida  serie  di  medaglie  che  doveva  dare 
fama  imperitura  all'artista  del  quattrocento  italiano. 

Monete  dei  giuochi  olimpici.  —  In  una  comunicazione 
presentata  all'Accademia  di  Iscrizioni  e  Belle  Lettere,  Er- 
nesto Babelon  dà  notizie  di  una  serie  di  monete  commemo- 
rative dei  giuochi  olimpici,  nelle  quali  crede  doversi  ravvi- 
sare le  iniziali  dei  nomi  d'illustri  scultori  del  secolo  V,  quali 
Dedalo,  Alcamene,  e  Policleto.  Sarebbe  perciò  provato  che 
questi  insigni  maestri  non  avrebbero  disdegnato  di  dare  l'o- 

71 


562  VARIKTÀ 

pera  loro  anche  a  tal  parte  più  modesta  dell'  arte,  secondo 
l'usanza  che  vediamo  ripresa  nell'  età  stessa  del  Rinascimento 
da  alcuni  tra  gli  artisti  più   celebri. 

iVledaglìe  italiane.  —  Nel  fascicolo  di  gennaio  del  Bur- 
lington Magazine  G.  F.  Hill  illustra  alcune  medaglie  italiane 
del  XIV  e  XV  secolo  di  autori  non  ben  definiti. 

Ritrovo  di  monete  al  Gottardo.  —  Nel  settembre  1916, 
nelle  vicinanze  della  vecchia  strada  mulattiera  del  Gottardo, 
al  disopra  del  ponte  di  Sprengi,  nelle  gole  della  Schòllenen, 
alcuni  ragazzi  trovarono  un  certo  numero  di  monete  d'oro 
italiane  e  spagnuole,  della  fine  del  secolo  16"  e  del  principio 
del  17**,  quasi  di  certo  andate  perdute,  da  un  mercante  pas- 
satovi di  quei  tempi.  Trattasi  di  monete  di  Parma,  Piacenza, 
Mantova,  Venezia,  ecc.  {Indicateur  (T antiquités  suisses,  n.°  3, 
1916,  p.  254). 

Zecche  di  Messerano  e  Crevacuore.  —  Il  conte  Mario 
degli  Alberti,  di  Torino,  e  il  cav.  Cesare  Poma,  di  Biella, 
si  propongono  di  pubblicare  tra  breve  un  MS  del  cardinale 
Carlo  Vittorio  Ferrerò  della  Marmora,  del  181 1,  su  dette 
zecche,  che  si  conserva  nell'Archivio  del  Palazzo  Lamarmora 
in  Biella. 

Il  card.  Lamarmora  ebbe  corrispondenza  al  riguardo 
con  molti  numismatici  del  tempo  suo,  quali  lo  Zanetti,  il 
cav.  Giorgio  Viani,  il  cav.  Vernazza,  l'avv.  Tidoni  (di  Palaja, 
Pisa)  e  altri. 

Si  pregano  i  signori  Numismatici  che  siano  a  conoscenza 
di  manoscritti  e  carte  lasciati  dal  Cardinale  o  dai  suUodati 
Autori  —  non  che  quelli  che  abbiano  raccolte  di  monete  di 
dette  zecche  o  possano  fornire  sulle  stesse  qualche  nuovo 
elemento  —  di  voler  cortesemente  porsi  in  comunicazione 
col  predetto  Cav.  Cesare  Poma,  Piazzo  J4,  Biella. 


ATTI 


DELLA 

SOCIETÀ    NUMISMATICA    ITALIANA 


Seduta  del  Consiglio    19  Novembre  1916. 
(Estratto  dai  Verbali). 

La  seduta  è  tenuta  in  Via  Filodrammatici,  10,  alle 
ore  147,. 

I.  —  Proposto  da  Francesco  ed  Ercole  Gnecchi,  viene 
nominato  Socio  Corrispondente  il  Cav.  Avv.  Guido  Cimino, 
Procuratore  del  Re  a  Tripoli. 

II.  —  Il  Vice-Presidente,  Comm.  Francesco  Gnecchi, 
legge  al  Consiglio  una  lettera  dell' Ing.  Brusconi,  nella  quale 
si  invita  la  Società  a  lasciar  liberi,  nel  termine  più  breve,  i 
locali  a  lei  accordati  nel  Convento  delle  Grazie,  per  il  pro- 
seguimento dei  lavori  di  ristauro,  in  seguito  ai  quali  ver- 
ranno adibiti  a  Sede  della  Commissione  per  la  Conserva- 
zione dei  Monumenti. 

Tale  diffida  essendo  preveduta  nella  lettera  che  accor- 
dava l'uso  provvisorio  di  quei  locali  alla  nostra  Società,  a 
questa  non  rimane  che  prenderne  atto. 

Il  Consiglio  ventilò  varie  proposte  per  sostituire  i  detti 
locali  e  trovare  alla  nostra  Società  una  Sede  decorosa,  pos 
sibilmente  stabile,  ma  al  momento  nulla   si   potè  concretare, 
e  il  Consiglio  sarà  nuovamente  convocato,  quando  potrà  es- 
sere posto  in  discussione  una  proposta  positiva. 


564  ATJI   DELLA  SOCIETÀ    NUMISMATICA   ITALIANA 

III.  —  Si  dà  lettura  dei  seguenti  doni  pervenuti   alia 
Società  : 

Biblioteca  Vaticana. 

Carusi  Enrico  —  Lettere  inedite  di  Gaetano  Marini  :   I.   Lettere  a  Gui- 
d'Antonio  Zanetti.  Roma,  1916. 

Dieudonné  A. 

La  sua  pubblicazione  : 

Manuel  de  numismatique  frangaise.  —  Monnaies  royales  fran9aise 
depuis  Hngues  Capet  jusqu'à  la  Revolu'ion.  Paris,  1916,  con  tav.  e  fig. 
nel  testo. 

Qnecctii  Cav.  Ufi'.  Ercole. 
N.  3  Cataloghi  di  vendita  di  monete  (con  tavole). 

Laffranchi  Lod. 

Le  sue  pubblicazioni  : 

Le  monete  guerresche  di  un  imperatore  pacifista.  Milano,  i9i6(Estr.). 

L'antro  mitriaco  di  Angera  e  le  monete  in  esso  rinvenute.  Milano, 
1916  (Estratto). 

Marrocco  Raffaello. 

La  sua  pubblicazione  : 

La  monetazione  Alifana.  Benevento,  1915,  fig. 

Posteraro  Dott.  Luigi. 

La  sua  pubblicazione  : 

Origine  di  Alife.  Simbolismo  delle  sue  tradizioni  e  della  sua  moneta. 
Maddaloni,  1916,  fig.  (Estratto). 

Ricci  Prof.  Dott.  Serafino. 
Le  sue  pubblicazioni  : 

Il  R.  Gabinetto  Numismatico  e  Medagliere  Nazionale  di  Brera  in 
Milano  nella  storia  delle  sue  vicende  e  delle  sue  collezioni.  Milano, 
Crespi,  1916  (Estratto).  Parte  I  ;  Cronistoria  del  Gabinetio  Numismatico 
di  Brera. 

Rarità  c^  arte  delle  monete  veneziane.  Milano,  "  F^a  Sera  „,  20  mag- 
gio 1916. 

Venezia  nella  storia  della  sua  monetazione.  Milano,  "  Perseveranza  „, 
'M  maggio  1916. 

Alle  ore  16,    esaurito  l'Ordine  del   Giorno,   la  seduta  è 
levata, 


COLLABORATORI  DELLA  RIVISTA 
NELL'ANNO    1916 


Memorie  e  Dissertazioni. 

BoRRELLi  Nicola 
Bosco  Emilio 
Cagiati  Memmo 
Castellani  Giuseppe 
Cimino  Guido 
Dattari  Giovanni 
Gnecchi  Ercole 
Gnecchi  Francesco 
Laffranchi  Lodovico 
Marrocco  Raffaello 
MiRONE  Salvatore 
Motta  Emilio 
Palmieri  Palmiero 
PosTERARo  Luigi 

Cronaca. 

Cagiati  Memmo 
Castellani  Giuseppe 
Cesano  Lorenzina 
Cimino  Guido 
Giorcelli  Giuseppe 
Gnecchi  Ercole 
Gnecchi  Francesco 

MaJER   GlOVANNINA 

Motta  Emilio 
Ricci  Serafino 
Rizzoli  Luigi 


ELENCO  DEI  MEMBRI 

DELLA 

SOCIETÀ   NUMISMATICA    ITALIANA 

E   DEGLI 

ASSOCIATI    ALLA    RIVISTA 

PER     l'anno      I916 


SOCI  EFFETTIVI  (*). 

1.  'S.  M.  IL  Rf. 

2.  S.  M.  LA  Rfgina. 

3.  'Arcali  Dott.  Cav.  Francrsco  —   Cmnona. 

4.  Cagiati  Avv.  Cav.  Memmo  —  Napoli. 

5.  *C;istfllaiii  Prof.  Giuseppe  —    Vcvezia. 

6.  Celati  Avv.  Luigi  Agenore  —  Roma. 

7.  'Ciani  Dott.  Cav.  Giorgio  —   Trento. 

8.  Circolo  Numismatico  Milanese   —  Milano. 

9.  Circolo  Numismatico  Napoletano  —  Napoli. 

10.  Cora  Luigi  —   Torino. 

11.  Cornaggia  Gian  Luigi  (dei  Marchesi)  —  Milano. 
J2.    Cosentini  Avv.  Cav.  Benvenuto  —  Napoli. 

13.  Cramer  Roberto  —  Milano. 

14.  Dattari  Comni.  Giovanni  —  Cairo  (Kgitto). 

15.  Kasciotii  Barone,  Consigliere  alla  R.  Ambasciata  —  Bucarest. 

16.  'Fiorasi  Colonnello  Cav.  Gaetano  —   Vicenza. 


{*)  I  nomi  segnati  con  asterisco  sono  quelli  dei  Soci  Fondatori. 


568  ELENCO    DEI    MEMBRI    DKLI.A    SOCIETÀ,    ECC. 

17.  Gavazzi  Dott.  Carlo  di  Pio   —  Milano. 

18.  Giaj-Levra  Avv.  Antonio  —   Torino. 

19.  *Gnecchi  Cav.  Uft.  Ercole    -  Milano. 

20.  *Gnecchi  Comm.  Francesco  —  Milano. 

21.  Grillo  Guglielmo  —  Milano. 

22.  Hirscli  Dott.  Jacopo  —  Monaco  di  Baviera 

23.  Hirschler  Cav.  Alberto  —  Milano. 

24.  Jesurum  Cav.  Aldo  —   Venezia. 

25.  Johnson  Stefano  Carlo  —  Milano. 

26.  Laffranchi  Lodovico  —  Milano. 

27.  Lazara  (De)  Conte  Antonio  —  Padova. 

28.  *Marazzani  Visconti  Terzi  Conte  Lodovico         Piacenza. 

29.  *Mariotti  Sen.  Dott.  Comni.  Giovanni  —  Parma. 

30.  Mattoi  Edoardo  —  Milano. 

31.  Menchetti  Nob.  Andrea  —  Ostra. 

32.  *Motta  Ing.  Emilio  —  Milano. 

33.  *Papadopoli  Conte  Sen.  Comm.  Nicolò  —  Venezia. 

34.  Puschi  Prof.  Cav.  Alberto  —  Museo  Civico  di  Antichità,  Trieste 

35.  Ricci  Prof.  Serafino  —  Milano. 

36.  Rizzoli  Dott.  Cav.  Luigi  —  Padova. 

37.  Ruchat  Carlo  —  Firenze. 

38.  San  Rome  Mario  —  Milano. 

39.  Savini  Cav.  Paolo  —  Milano. 

40.  Strada  Marco  —  Milano. 


ELENCO    DEI   MEMBRI    DELLA    SOCIETÀ,    ECC.  569 


SOCI    CORRISPONDENTI. 


1.  Ancona  Martucci  Giovanni  —  Lizzano  (Lecce). 

2.  Balli  Cav.  Emilio  —  Locamo. 

3.  Belimbaii  Piero  —  Firenze. 

4.  Bordeaux  Cav.  Paul  —  Neuilly. 

5.  Bosco  Ing.  Emilio  Torino 

6.  Bourgey  Etienne  —  Parigi. 

7.  Bruscolini  Emilio  —   Castelnuox'o   Val  di  Cecina. 

8.  Cahn  E.  Adolfo  —  Francoforte  s.  M. 

9.  Castellani  Comm.  Raffaele  Magg,  Gen.  nella  Riserva  —  Fano. 

10.  Cerrato  Giacinto  —    Torino. 

11.  Cimino  Avv.  Guido  —   Tripoli  d'Africa. 

12.  Cuni*rtti-Cuii  etti  Tt-n.  Col.  Barone  C.«v.  Alberto  —  Roma. 

13.  D'Alessandro  Luigi  —   Vacri. 

14.  De'  Ciccio  Mario  —  Palermo. 

15.  Delaune  René  —  Parigi. 

16.  Dell'Acqua  Dott.  Cav.  Girolamo  —  Pavia. 

17.  Derege  di  Donato  Nob.  Dott.  Paolo   —    Torino. 

18.  Egger  Arminio  L.  —   Vienna. 

19.  Fantaguzzi  Ing.  Cav.  Giuseppe  —  A^lt. 

20.  Forrer  L.  —   Bromley. 

21.  Fowler  Prof.  N.  Harold  —  Cleveland. 

22.  Galeotti  Dott.  Arrigo  —  Livorno. 

23.  Gazzoletti  Dott.  Cav.  Antonio  —  Nago. 

24.  Geigy  Dott.  Alfredo  —  Basilea. 

25.  Giorcelli  Dott.  Cav.  Giuseppe  —  Casalmonferrato. 

26.  Haeberlin  Dott.  E.  J.  —  Francoforte  s.  M. 

27.  Hess  Adolf  Nachfolger  —  Francoforte  s.  M. 

28.  Le  Hardelay  Charles   —  Rocqnencourt  par  le  Chesnay. 

29.  Martinori  Ing.  Cav.  Edoardo  —  Roma. 

30.  Massia  Rag.  Giovanni   —   Cuneo. 

31.  Nuvolari  Francesco  —  Castel  d'Ario. 

32.  Paulucci  Panciatichi  Marchesa  M.*  —  Firenze. 

33.  Pausa  Avv.  Cav.  Giovanni  —  Sulmona. 

34.  Perini  Cav.  Quintilio  —  Milano. 

Ti 


57°  ELENCO    DEI   MEMBRI    DELLA   SOCIETÀ,    ECC. 

35.  Finto  Avv.  Gerardo  —  Venosa. 

36.  Pozzi  Mentore  —   Torino. 

37.  Raserò  Mario  —  Asti. 

38.  Santini  Ing.  Z-  miro  —  Perugia. 

39.  Savo  Doimo  —  Spalato. 

40.  Schiavuzzi  Dott.  Cav.  Bernardo  —  Fola. 

41.  Simonetti  barone  Alberto  —  S.  Chirico  Raparo. 

42.  Società  Svizzera  di  Numismatica  —   Ginevra. 

43.  Spink  Samuele  —  Londra. 

44.  Stettiner  Comm.  Pietro  —  Roma. 

45.  Tribolati  Pietro  —  Milano. 

46.  Vitalini  Conim.  Ortensio  —  Roma. 
48.  Witte  (De)  Cav,  Alfonso  —  Bruxelles 


ELENCO    DEI    MEMBRI    DELLA    SOCIETÀ,    ECC.  57 1 


BENEMERITI    DELLA    SOCIETÀ. 

S.  M.  IL  Re. 
t  Ambrosoli  Dott.  Cav.  Solorif. 

Cuttica  de  Cassine  Marchesa  Maura. 

Cuzzi  Ing.  Arturo. 

Dattari  Comm.  Giovanni. 

Gnecchi  Antonio. 

Gnecchi  Cav.  Uff.  Ercole. 

Gnecchi  Comm.  Francesco, 
f  Gnecchi  Comm.  Ing.  Giuseppe. 

Hoepli  Cornili.  Ulrico. 

Johnson  Comm.  Federico, 
t  Luppi  Prof.  Cav.  Costantino. 

Noseda  S.*  Erminia  vcd.  Boiiacossa. 
f  Osnago  Enrico. 
f  Padoa  Cav.  Vittorio. 

Papadopoli  Conte  Sen.  Comm.  Nicolò. 


ASSOCIATI    ALLA    RIVISTA. 

Allocatelli  Avv.  Vittorio  —  Roma. 

American  Journal  of  Archaeology  —  Nuova   York. 

American  Journal  of  Numismatics  —  Boston. 

American  Numismatic  Association  (The  Numismatist)  —  Brooklyn 

(Nuova  York) 
Ancona  Martucci  Giovanni  —  Lizzano. 
Annales  de  la  Société  d'Archeologie  —  Bruxelles. 
Arcari  Dott.  Cav.  Francesco  —  Cremona. 
Archivio  Storico  Lombardo  —  Milano. 
Baglio  \'assalIo  Cataldo  —  San  Cataldo. 
Bahrfeldt  Luogotenente  Generale  Max  —  Rastenburg. 
Bari  —  Museo  Provinciale. 


572  ELENCO   DEI   MEMBRI    1>ELLA    SOCIETÀ,    ECC. 

Barsanti  Gino  —  Cecina. 

Behrentz  Ermanno  —   Bonn. 

Bocca  Fratelli  —  Roma. 

Bocca  Fratelli  —   Torino. 

Bollettino  di  Archeologia  e  Storia  — -  Spalato. 

Bologna  —  Biblioteca  Municipale. 

Bret  Edoardo  —  Nimes. 

Brockhaus  F.  A.  —  Lipsia. 

Cagliari  —  Regio  Museo  di  Antichità. 

Cambridge  —  Fitz  William  Museum. 

Cangiano  Avv.  Andrea  —  Benevento, 

Capobianchi  Prof.  Cav.  Vincenzo  —  Roma. 

Carpinoni  Michele  —  Brescia. 

Cini  Avv.  Tito  —  Montevarchi. 

Como  —  Biblioteca  Comunale. 

»      —  Museo  Civico. 
Cuzzi  Ing.  Arturo  —   Trieste. 
D'Alessandro  Luigi  —  Lanciano. 
Deigton  Bell  e  C.  —  Cambridge. 
Detken  e  Bocholl  —  Napoli. 
Domodossola  —  Collegio  Rosmini. 
Dressel  Dott.  Enrico  —  Berlino. 
Engel  Dott.  Arturo  —  Parigi. 
Firenze  —  Biblioteca  Marucelliana. 
Fioristella  (Barone  di)  —  Acireale. 
Formenti  Giuseppe  —  Milano. 
Galleria  Canessa  —  Napoli. 
Genova  —  Biblioteca  Civica. 
Gentiloni  Silverj  Conte  Aristide  —   Tolentino. 
Guiducci  Dott.  Antonio  —  Arezzo. 
Hiersemann  Carlo  —  Lipsia. 
Hoepli  Dott.  Comm.  Ulrico  —  Milano. 
Julius  Hopkins  —  Baltimora. 

Journal  international  d'Archeologie  numismaltque  —  Atene. 
Lamertin  H.     ~  Bruxelles. 
Lione  —  Biblioteca  dell'Università. 
Loescher  e  C.  —  Roma. 
Lopez- Vii lasante  Antonio  —  Madrid. 
Lussemburgo  —  Istituto  Granducale. 
Madrid  —  Biblioteca  Nacional. 
Maggiora-Vergano  Cav.  T.  —   Torino. 
Magnaguti  Rondinini  Conte  Alessandro  —  Mantova. 


ELENCO    DEI    MEMBRI    DELLA    SOCIETÀ,    ECC.  573 

Magyar  Numizmatikai  Tàrsiilat  —  Budapest. 

Mantova  —  Biblioteca  Comunale. 

Miani  Mario  —  Milano. 

Milano    —  R.  Gabinetto  Numismatico  di  Brera. 

n  —  Biblioteca  Braidense. 

n  —  Biblioteca  Ambrosiana. 

Modena  —  R.  Galleria  Estense. 
Molgatini  Giacomo  —    Vanzone. 
Mondini  Magg.  Cav.  Raflfaello  —  Palermo. 
Napoli    —  R.  Museo  di  Antichità. 
Niccolini  Pietro  —  Ferrara. 
Numismatic  Chronicle  —  Londra. 
Numismatische  Zeitschrift  —   Vienna. 
Nutt  D.  —  London. 

Palmieri  Nuti  Gap.  Palmiero  —  Sovicille  (Siena). 
Panciera  di  Zoppola  conti  Camillo  e  Francesco  —  Zoppola. 
Parisi  Rosalia  —  Roma. 
Parma  —  R.  Museo  di  Antichità. 
Paulon  Luigi    —  Craiova  di  Rumania. 
Pesaro  —  Biblioteca  Oliveriana. 
Piacenza  —  Biblioteca  Passerini-Landi. 
Pisa  —  Museo  Civico. 
Poma  Comm.  Cesare  —  Biella. 
Quaritch  Bernard  —  London. 
Rapilly  G.  —  Parigi. 
Ratto  Rodolfo  —  Milano. 
Renner  Prof.  (V.  von)  —   Vienna. 
Revue  fran^aise  de  Numismatique  —  Parigi. 
Riggauer  Dott.  Prof.  Hans  —  Monaco  di  Baviera. 
Rivista  di  Storia  Antica  —  Padova. 
Rizzini  Dott.  Cav.  Prospero  —  Brescia. 
Roma  —  R.  Accademia  dei  Lincei. 

»       —  Direzione  generale  delle  Antichità  e  Belle  Arti. 

»      —  Direzione  della  R.  Zecca. 

»      —  Biblioteca  della  Camera  dei  Deputati. 

»       —  Gabinetto  Numismatico  Vaticano. 

»       —  Museo  Nazionale  Romano. 
Rosenberg  e  Sellier  —   Torino. 
San  Marco  (Conte  di)  —  Palermo. 
Santamaria  P.  e  P.  —  Roma. 
Scacchi  Prof.  Cav.  Eugenio  —  Napoli. 
Scarpa  Dott,  Ettore  —  Treviso. 


574  ELENCO   DEI   MEMBRI    DELLA   SOCIETÀ,   ECC. 


Scoville  Herbert  —  New-York. 
Seltman  E.  J.  —  Berkhamsted. 
Sforza  Guido  —  Civita  Lavinia. 
Société  d'Archeologie  —  Bruxelles. 
Société  R.  de  Nuniismatique  —  Bruxelles. 
Strolin  Teopisto  —  Schio. 
Tonizza  P.  Giacinto  —  Beirut. 
Torino  —  R.  Biblioteca  Nazionale. 

»       —  R.  Museo  di  Antichità. 
Trento  —  Biblioteca  Comunale. 
Varese  —  Museo  Archeologico. 
Venezia  —  Ateneo  Veneto. 

»         —  R.  Biblioteca  Marciana. 

»        —  Museo  Civico. 
Verona   —  Biblioteca  Comunale. 

Vienna    —  Gabinetto  Num.  di  Antichità  della  Casa  Imperiale. 
Volterra  —  Museo  e  Biblioteca  Guarnacci. 
Washington  —  Smithsonian  Institution. 
Zeitschrift  fiir  Numismatik  —  Berlino. 
Zurigo  —  Biblioteca  Civica. 


INDICE      METODI  CO 

DEL  l' ANNO     I916 


NUMISMATICA    ANTICA. 

(Memorif    i:    Dissertazioni). 

Appunti  di  Numismatica  Romana.  F.  Gnecchi: 

CXI  e  CXII.    La    Fauna    e    la    Flora    nei    Tipi    monetali 

(tav.  I-IV) Pag.  II 

Idem,  idem  [Coniinitaztone  e  fine)  (tnv.  V-VI)    .        .         .  „  159 

La  monetazione  di  Augusto  (tav.  VII).  L.  Luffranchi             .  „  209 

Idem,  idem  (tav.  VIII-IX) „  283 

Le  monete  coniate  in  Catania  in  memoria  dei  "  Pii  Fratres  „ 

S.  Mirane ,  223 

La  monetazione  Alifana  (fig.).  R.  Marrocco      .        .        .        .  „  299 
Origine  di  Alife.  Simbolismo  delle  sue  tradizioni  e  della  sua 

moneta.  L.  Posteraro ,  307 

Il  simbolismo  della  tnqueira  in  un  didramma  di  Suessa  Au- 

runca  (fig.).  S.  Mirane „  321 

I.e  monete  coniate  in  Sicilia  per  i  mercenari  tirreni   S.  Mirane.  ,  329 

Nummi  schyphati.  G.  Daitari „  367 

Topografia  e  Numismatica  di  Ibla  Galeotis  (fig.).  S.  Mirane.  ,  435 

Le  monete  di  Lòngane  o  Longone  (fig.).  S.  Mirane                .  ,  449 

Il  simbolismo  pagano  sulla  moneta  cristiana.  N.  Borrelli  ,  461 

(Varietà). 
Monete  dei  giuochi  olimpici Pag-   561 

NUMISMATICA  MEDIOEYALE  E  MODERNA 

(Memorie  e   Dissertazioni). 

La  zecca  di  Benevento  (fig.).  M.  Cagia/i P^'     83 

Idem,  idem  (fig.) .335 

Idem  idem  (fig.),  continuazione  e  fine ,       471 


576 


INDICE   METODICO    DFXl'aNNO    T916 


Una  imitazione  di  Moneta  Senese  (fig.).  P.  Palmieri 
Contribuzione    al    "  Corpus    Numraorum    Italicorum  ,,  (fig.) 

P.  Palmieri 

Contraffazione  inedita  del  tallero  olandese  (fig.)*  E.  Bosco 
Lettere  di  Guido  Antonio  Zanetti    ad  Annibale  degli   Abbati 

Olivieri  Giordani  di  Pesaro  {Contin.  e  fine).  G.  Cdslellam 
Appunti  di  Numismatica  italiana.  E.  Gnecchi: 

XXII.  Nuovo  elenco  delle    zecche    italiane    medioevali    e 

moderne 

Un  tornese  inedito  di  Renato  d'Angiò.  R.  Marrocco 

La  zecca  di  Tripoli  d'Occidente  sotto    il    dominio    dei  Cara 

manli.  G.  Cimino     ........ 

Falsificazioni  di  Monete  Italiane  (tav.  X).  E.  Gnecchi     . 


Pag,  121 

127 
«       249 

»       371 


497 
525 

527 
541 


(Varietà). 

Il  primo  documento  numismatico  della  guerra  Europea.         .    P(ig.  ^(^l 
Rinvenimento  di  un  tesoretto  monetale  a  S.  Costanzo  presso 

Fano.  S.  Ricci „  268 

I  coni  dei  ducali  sforzeschi  donati  al  Museo   del    Castello  di 

di  Milano 270 

Per  la  storia  dei  ragguagli  delle  monete  di  Milano         .         .        „  557. 

II  Giglio  di  Firenze  in  una  moneta  bizantina  .         .        .         .        „  561 

Ritrovo  di  monete  al  Gottardo  . „  5^2 

Zecche  di  Messerano  e  Crevacuore  .......  ivi 


MEDAGLIE   E  SIGILLI. 

(Memorie  e   Dissertazioni). 

I  medaglioni  di  Galeazzo  Maria  Sforza  e  di  Bona  di  Savoia. 

E.  Motta Pag.  235 


(Varietà). 

La  medaglia  della  Redenzione  Italica.  S.  Ricci 
La  medaglia  della  Croce  Rossa  Italiana  ai  feriti  per  la  Patria. 
Francesco  Raibolini,  detto  il  Francia,  incisore  e  medaglista. 
Medaglie  italiane 


Pag. 


150 
266 
272 
562 


NECROLOGIE 


Luigi  Correrà  {M.  Cagiati) 
Luigi  Rizzoli  {L.  Rizzoli  jun.) 
Flavio  Valerani  {G.  Giorcelli) 
Pompeo  Monti 


Pag.  129 

«       135 
.       142 

»       144 


à 


INDICE   METODICO    DELL'aNNO    I916 


577 


BIBLIOGRAFIA. 

Cagiali  {Memnto).  Le  monete  del  Reame  delle  Due  Sicilie  da 

Carlo  I  d'Aiigiò  a  Vitt.  Einamiele  II,  (fase.  Vili,  P^rte  II) 

Le  zecche  minori  del  Reame  di  Napoli  (contili.).  {E.  G.)     Pag.  147 

Idem,  idem  (fase.  IX,  parte  III).  Le  zecche  siciliane  (£.  C).  .  426 
Donali  (Giovanni).  Dizionario    dei    Motti    e    Leggende    delle 

Moneie  italiane  (La  Direzioue) I48 

Corpus  Nuntmoriim  Itnlicorttm 150 

Valentine  (W.  H  ).  La  zecca  di  Tripoli  d'Occidente  (G  .Cimino)        „  251 

Ferrara  {Salvatore).  Le  monete  di  Gaeta  (G.  Castellani).  ,  260 

Le  Hardeìay  (C).  Contribution  à  l'étnde  de  la  numihniatiquc 

vénitienne  {S.  Ricci) 264 

Anson  (L.).  Numismata  Graeca 266 

"   B.. {iettino  del  Circolo  Napoletano  „  (La  Diresione)     .  .  417 

Carusi  (Enrico).  Lettere  inedite  di  Gaetano  Marini.  I.  Lettere 

a  Guid'.Aiitonio  Zanetii  [E.   G.) ^ao 

Archivio  Storico  del  Sannio  Alifano ^22 

Herrera  {Adolfo)  El  duro  (G.  Majer)         .......  424 

Blanchet  {A.)   et    Dieudonné  {A.).    Manuel    de    Numismatiquc 

fran9aise  (S.  Ricci) .         .        „  427 

Newell  (Edivard  T.).  The  dated  Alexander  coiiiage  of  Sidi-n 

and  .Alce  (S.  Ricci) ...  431 

Ciccotli  (L.).  Vecchi  e  nuovi    orizzonti    della    numismatica    l 

funzione  della  moneta  nel  mondo  antico 545 

Burlington  Fine  Arts  Club  (S,  Ricci)  ,  548 

Pubblicazioni  diverse ivi 


(Periodici   di  Numismatica). 

Bollettino  di  Numismatica  e  di  Arte  della  Medaglia  .  Pag. 

Il  supplemento  all'opera    u  Le   monete    del    Reame    delle 

Due  Sicilie  „ 

Revue  Numismatiquc  fran^aise 

Revue  suisse  de  Numismaiique 

The  Numismatic  Chronicle     .... 

Spink  &  Son's  Monthly  Numismatic  Circular 

The  Numismatist 

Articoli  di  Numismatica  in  Periodici  diversi 


550 

55» 
ivi 

552 

ivi 

ivi 

553 

554 


MISCELLANEA 

La  vendita  Ratti  e  la  Collezione  sfragistica  al  Museo  Muni- 
cipale di  Milano  (La  Direzione)  ......     Pag. 

Il  commiato  dal  pubblico  del  Supplemento  ali-opera  "  Le  Mo- 
nete del  Reame  delle  Due  Sicilie  „  di  Memmo  Cagiati 
(S.  Ricci) .        „ 


153 


154 


578 


INDICE    METODICO    DKLl'aNNO    I916 


Unione  delle  Collezioni  Numismatiche  di  Milano 

Opere  premiate 

Recensioni  di  opere  numismatiche 
Carteggio  tra  il  Marini  e  lo  Zanetti  . 
Manoscritti  numismatici  in  Ambrosiana 
Pesca  dell'oro  nel  Po  nel  '400 
Per  Domenico  Seslini   ..... 
Collaboratori  della  Rivista  per  l'anno  1916 
Elenco  dei  Membri  della  Società  Numismatica  Italiana  e  degli 
Associati  alla  Rivista  per  l'anno  1916  .         .         .         . 


Pag. 

156 

„ 

269 

„ 

tvi 

« 

ivi 

„ 

ivi 

„ 

271 

» 

272 

» 

565 

567 


Atti  e  Memorie  della  Società  Numismatica  Italiana. 


Seduta  del  Consiglio  21  mag^-io  ]gi6 
Assemblea  generale  dei  Soci  21   maggio  iyi6 
Seduta  del  Consiglio  19  novembre  1916 


Pag.  273 
-  275 
..      563 


Finito  di  stampare  il  5  gennaio  1917. 

»»««4«««»»«  ««»«««»»«<  ♦«H»»»«»««»»«»<««»«M » ♦«»»»«»«»»W»»4»»<» 


»«♦*♦♦•»*♦♦♦**»♦♦*' 


RoMANENGHi  ANGELO  FRANCESCO,  Gerente  responsftbile. 


TAVOLE. 


R.  I.  di  N. 

Anno   1916 


LA  FAUNA  NEI  TIPI  MONETALI  ROMANI 


Tav.  I 


Aquila  1  a  8, -Ariete  9,10,-Pecora  15,-AgneIIo  ll,.Asino  12,  -  Bove  13 
Cane   14,16,18,  -  apra  17,19,20,22,  -  apricorao  22,24,25. 


LA  FAUNA  NEI  TIPI  MONETALI  ROMANI 


R.  1.  di  N. 
Anno  1916 


Tav.  II 


Cavallo  1  a  26. 


R.  I.  di  N. 
Anno  1916 


LA  FAUNA  NEI  TIPI  MONETALI  ROMANI 


Tav.  Ili 


Centauro   1  ,H,   -  Cervo  2,11,  -  Cicogna  7,  -  Cinghiale   4,5,18,  -  Civetta  12,16,18,21,   - 
Coccodrillo  17,  -  Colomba  14,28,  -  Conchiglia  6,10,  -  Coniglio  8,  Corvo  9,1W,  -  Delfino  20,  - 


R.  I.  di  N. 
Anno   1916 


LA  FAUNA  NEI  TIPI  MONETALI  ROMANI 


Tav.  IV 


Leone  1  a  4,6,  -  Lepre  8,  -  Lupa  5,7,11,15,  -  Mula  13,  -  Pavone  10,  -  Pegaso  9,  - 
Sfinge  12, -Sirena  14, -Pantera  17,  -  Scrofa  16, -Serpente  18,2i-Toro  19,20,23,24.- 


_*:•. o.T       \ /:.   Il      <«. 


R.  I.  di  N. 
Anno    1916 


LA  FLORA  NEI  TIPI  MONETALI  ROMANI 


Tav    V 


Alloro  I  a  1 1,14,  -  Edera  13  -  Frumento  12,15  a  22,24,25,27  a  29,  -  Giunco  26,  -  Palma  23. 


LA  FLORA  NEI  TIPI  MONETALI  ROMANI 


R.  i.  di  N. 
Anno    1916 


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Tav.  VI 


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24 


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Giunco  1,1-2  -  Palma  2  a  9,1 1,23,  -  Quercia  13  a  17,  -  Ulivo  19,  -  Vite  18,20  - 


1916 


RIVISTA  ITALIANA  DI  NUMISMATICA. 


Tav.  VII 


Lodovico  Laffranchi.  -  La  Monetazione  d*  Augusto. 
Parte  IV. 


1916 


RIVISTA  ITALIANA  DI  NUMISMATICA. 


EFESO 


Tav.  Vili. 


L.  Laffranchi;  La  Monetcìzione  d'  Augusto. 
Parte  V. 


1916 


RIVISTA  ITALIANA  DI  NUMISMATICA. 


FRIGIA 


Tav.  IX. 


L.  Laffranchi;  La  Monetazione  d*  Augusto. 
Parte  V. 


RIVISTA  ITALIANA  DI  NUMISMATICA. 


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Tav.  X. 


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E.  GNECCHI:  Falsificazioni  di  Monete  Itali 


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CJ        Rivista  italiana  di  numisma- 
9  tica  e  scienze  affini 

R6 
V.29 


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